Trieste: Riva Nazario Sauro. Molo Bersaglieri. Stazione Marittima.

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Trieste: Riva Nazario Sauro. Molo Bersaglieri. Stazione Marittima.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Nazario Sauro. Molo Bersaglieri. Stazione Marittima.
Nel 1924 l’amministrazione dei Magazzini generali decide di costruire a Trieste una stazione marittima per navi passeggeri. Il Governo fascista inserisce questa costruzione tra le opere pubbliche di immediata esecuzione su progetto degli architetti triestini Giacomo Zamattio ed Umberto Nordio. L’area prescelta è quella occupata dai magazzini 41 e 42 (che, durante la dominazione asburgica, erano principalmente destinati a deposito dei vini di importazione dal Regno d’Italia)
Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
Nel 1933 l’edificio viene riconosciuto da “Emporium”, celebre rivista italiana di arti e grafica, come una delle cinque opere che ha segnato l’inizio dell’architettura moderna in Italia.
Nordio elabora tra il 1926 e il 1928 un progetto che prevede la parziale demolizione dell’hangar 41, le cui fondazioni verranno utilizzate dal nuovo corpo di fabbrica, e la conservazione dell’hangar 42, tuttora esistente. Vista la sua particolare posizione lungo le Rive, poco distante dalla piazza dell’Unità, il prospetto principale assume un carattere monumentale
Il progetto viene approvato nel luglio 1928, dopo due anni di lavoro e ripetute richieste di modifiche estetiche della facciata e di variazione dei corpi centrali e dei prospetti laterali. Questi infatti sono ripensati dal progettista e caratterizzati da una lunga teoria di arcate, di cui è visibile l’elemento strutturale. Il molo Bersaglieri viene trasformato e modificato strutturalmente per consentire l’attracco dei transatlantici sulla nuova banchina a Sud e quello delle navi minori a Nord. Nell’aprile 1930 Nordio elabora i progetti per l’allestimento degli interni, in coerenza con una concezione del linguaggio architettonico quale linguaggio della buona qualità dell’opera, dalla configurazione generale fino ai minimi dettagli, e il 28 ottobre dello stesso anno la stazione marittima viene inaugurata. (Fonte: architetti.san.beniculturali.it e Wikipedia)

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Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
Nel 1933 l’edificio viene riconosciuto da “Emporium”, celebre rivista italiana di arti e grafica, come una delle cinque opere che ha segnato l’inizio dell’architettura moderna in Italia.
Nordio elabora tra il 1926 e il 1928 un progetto che prevede la parziale demolizione dell’hangar 41, le cui fondazioni verranno utilizzate dal nuovo corpo di fabbrica, e la conservazione dell’hangar 42, tuttora esistente. Vista la sua particolare posizione lungo le Rive, poco distante dalla piazza dell’Unità, il prospetto principale assume un carattere monumentale
Il progetto viene approvato nel luglio 1928, dopo due anni di lavoro e ripetute richieste di modifiche estetiche della facciata e di variazione dei corpi centrali e dei prospetti laterali. Questi infatti sono ripensati dal progettista e caratterizzati da una lunga teoria di arcate, di cui è visibile l’elemento strutturale. Il molo Bersaglieri viene trasformato e modificato strutturalmente per consentire l’attracco dei transatlantici sulla nuova banchina a Sud e quello delle navi minori a Nord. Nell’aprile 1930 Nordio elabora i progetti per l’allestimento degli interni, in coerenza con una concezione del linguaggio architettonico quale linguaggio della buona qualità dell’opera, dalla configurazione generale fino ai minimi dettagli, e il 28 ottobre dello stesso anno la stazione marittima viene inaugurata. (Fonte: architetti.san.beniculturali.it e Wikipedia)

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Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
Nel 1933 l’edificio viene riconosciuto da “Emporium”, celebre rivista italiana di arti e grafica, come una delle cinque opere che ha segnato l’inizio dell’architettura moderna in Italia.
Nordio elabora tra il 1926 e il 1928 un progetto che prevede la parziale demolizione dell’hangar 41, le cui fondazioni verranno utilizzate dal nuovo corpo di fabbrica, e la conservazione dell’hangar 42, tuttora esistente. Vista la sua particolare posizione lungo le Rive, poco distante dalla piazza dell’Unità, il prospetto principale assume un carattere monumentale
Il progetto viene approvato nel luglio 1928, dopo due anni di lavoro e ripetute richieste di modifiche estetiche della facciata e di variazione dei corpi centrali e dei prospetti laterali. Questi infatti sono ripensati dal progettista e caratterizzati da una lunga teoria di arcate, di cui è visibile l’elemento strutturale. Il molo Bersaglieri viene trasformato e modificato strutturalmente per consentire l’attracco dei transatlantici sulla nuova banchina a Sud e quello delle navi minori a Nord. Nell’aprile 1930 Nordio elabora i progetti per l’allestimento degli interni, in coerenza con una concezione del linguaggio architettonico quale linguaggio della buona qualità dell’opera, dalla configurazione generale fino ai minimi dettagli, e il 28 ottobre dello stesso anno la stazione marittima viene inaugurata. (Fonte: architetti.san.beniculturali.it e Wikipedia)

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Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
Nel 1933 l’edificio viene riconosciuto da “Emporium”, celebre rivista italiana di arti e grafica, come una delle cinque opere che ha segnato l’inizio dell’architettura moderna in Italia.
Nordio elabora tra il 1926 e il 1928 un progetto che prevede la parziale demolizione dell’hangar 41, le cui fondazioni verranno utilizzate dal nuovo corpo di fabbrica, e la conservazione dell’hangar 42, tuttora esistente. Vista la sua particolare posizione lungo le Rive, poco distante dalla piazza dell’Unità, il prospetto principale assume un carattere monumentale
Il progetto viene approvato nel luglio 1928, dopo due anni di lavoro e ripetute richieste di modifiche estetiche della facciata e di variazione dei corpi centrali e dei prospetti laterali. Questi infatti sono ripensati dal progettista e caratterizzati da una lunga teoria di arcate, di cui è visibile l’elemento strutturale. Il molo Bersaglieri viene trasformato e modificato strutturalmente per consentire l’attracco dei transatlantici sulla nuova banchina a Sud e quello delle navi minori a Nord. Nell’aprile 1930 Nordio elabora i progetti per l’allestimento degli interni, in coerenza con una concezione del linguaggio architettonico quale linguaggio della buona qualità dell’opera, dalla configurazione generale fino ai minimi dettagli, e il 28 ottobre dello stesso anno la stazione marittima viene inaugurata. (Fonte: architetti.san.beniculturali.it e Wikipedia)

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Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
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Nel 1927 Zamattio muore lasciando la progettazione nelle mani di Nordio che rivede tutto l’edificio. Umberto Nordio risolve con felice risultato i problemi posti da tanti vincoli, sfruttando le caratteristiche del cemento armato che consentono l’eliminazione del secondo ordine di pilastri, semplificando il frontone che verrà completato ai lati dell’orologio da due grandi bassorilievi. La personale concezione dell’arte di Nordio portò lo stesso a curare direttamente l’estetica di ogni dettaglio dell’opera, ivi compresi i lampadari e le pavimentazioni.
Nel 1933 l’edificio viene riconosciuto da “Emporium”, celebre rivista italiana di arti e grafica, come una delle cinque opere che ha segnato l’inizio dell’architettura moderna in Italia.
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Il progetto viene approvato nel luglio 1928, dopo due anni di lavoro e ripetute richieste di modifiche estetiche della facciata e di variazione dei corpi centrali e dei prospetti laterali. Questi infatti sono ripensati dal progettista e caratterizzati da una lunga teoria di arcate, di cui è visibile l’elemento strutturale. Il molo Bersaglieri viene trasformato e modificato strutturalmente per consentire l’attracco dei transatlantici sulla nuova banchina a Sud e quello delle navi minori a Nord. Nell’aprile 1930 Nordio elabora i progetti per l’allestimento degli interni, in coerenza con una concezione del linguaggio architettonico quale linguaggio della buona qualità dell’opera, dalla configurazione generale fino ai minimi dettagli, e il 28 ottobre dello stesso anno la stazione marittima viene inaugurata. (Fonte: architetti.san.beniculturali.it e Wikipedia)

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Oratorio Santa Maria Ausiliatrice di via dell’Istria, anni ’50

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Oratorio Santa Maria Ausiliatrice di via dell'Istria. La salesiana suor Maria insegna il ricamo alle fanciulle. Anni '50
"Foto Mariolina" Collezione Fulvia Sbisà

Suor Irma con il coro dell’asilo Maria Ausiliatrice Salesiani, 1955

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Suor Irma con il coro dell'asilo Maria Ausiliatrice Salesiani,1955
"Foto Mariolina" Collezione Fulvia Sbisà

Via Riborgo (via Teatro Romano), ante 1930

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Via Riborgo (via Teatro Romano), ante 1930. 
Collezione Sergio Sergas

Via Riborgo (via Teatro Romano), in primo piano le scale che portavano alla chiesa di Santa Maria Maggiore e in via Cattedrale. In questa foto si vede come la chiesa fosse nascosta dalle case prima della demolizioni degli anni ’30. In alto a sinistra si vede l’oculo nella parte terminale della facciata della chiesa

Trieste: Piazza Unità, Automezzi e personale del Lloyd Triestino, 1930 circa

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Piazza Unità - Automezzi e personale del Lloyd Triestino, 1930 circa. Collezione Iure Barac

Il bagno Fontana ripreso dal mare

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Acquerello che rappresenta il bagno Fontana ripreso dal mare. Collezione Sergio Sergas

Acquerello che rappresenta il bagno Fontana ripreso dal mare.
Il” bagno Fontana” si trovava sul molo Teresiano, vicino alla lanterna, fu inaugurato nel 1890, era frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento, che era provvisto anche di un ristorante. Dal 1896 fu collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Venne demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.

Il Castelliere di Elleri

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Il Castelliere di Elleri

 

All’incontro in molto migliore stato é quello posto sopra un monte (286 metri), che tuttora porta il nome di Castellier (f. 4), a ponente del villaggio di Elleri. Esso occupa il vertice appianato di un rialzo, che s’eleva di 8 a 12 metri sul pianoro circostante, ed ha una periferia di 330 metri. Il vallo é ancora parzialmente riconoscibile, specialmente dal lato che guarda i casolari di Monti. La parte più depressa é ridotta a campo, laddove l’opposta che s’innalza di qualche metro, é incolta ed occupata in buona parte da macerie, terminando a meriggio con una serie di rupi scoscese. Copiosi vi sono i cocci, come pure i molluschi marini, che in grande quantità giacciono disseminati per i campi e che ancora in maggior copia rinvengonsi praticando qualche scavo. E molto dubbio se il pianoro circostante appartenesse pure al castelliere e fosse circondato da un vallo. I muri che presentemente vi si veggono, come pure i mucchi di macerie, hanno un aspetto piuttosto moderno, e devono, con tutta probabilità, la loro origine ai sassi gettati fuori dai campi. Del pari il terriccio non é punto nero, mancandovi i caratteristici cocci.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di S. Quirico

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Il Castelliere di S. Quirico 

Il castelliere di S. Quirico (f. 3), posto su un monte denudato di 407 metri a cavaliere delle valli di Valmorasa e di Socerga, é il più vasto di tutto il nostro distretto, misurando oltre due chilometri di circonferenza. Esso consta di due parti speciali: l’orientale, più ampia con un argine rovesciato non molto forte ed in parte mancante, l’occidentale più piccola ma fortemente munita d’un vallo, alto tuttora 5 a 6 metri e largo 20 a 30, costruito di blocchi calcari e d’ arenaria.

Il tratto orientale é superiormente pianeggiante e verso l’estremità inchiude la chiesetta di S. Quirico, circondata da un cimitero, d’onde si protende uno sperone, che va abbassandosi verso Socerga. Un piccolo avvallamento sotto la cappella, ridotto in parte a campi, in cui trovasi uno stagno, divide il castelliere inferiore dal superiore. L’area inchiusa in questo é totalmente piana.

I castellieri della zona arenaria, come s’ebbe già a notare, sono generalmente meno bene conservati di quelli del terreno calcare. Spesso il sito dell’ antico castelliere venne occupato più tardi da qualche villaggio, sicché al deperimento naturale si aggiunse anche la distruzione per mano dell’uomo. Così pare che Muggia vecchia, distrutta nel 1354 dai Genovesi sotto Paganino Doria, e che nelle sue immani rovine sta ancora lì a testimonio delle funeste guerre fratricide, fosse edificata sopra un antico castelliere, del quale naturalmente restarono ben poche tracce.

 Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Duori

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Il Castelliere di Duori

Il castelliere di Duori (f. 2), sorge sur un dosso dirupato ed é a duplice cinta, di cui l’esterna misura 320 metri, l’interna soli 70. Il suo vallo é quasi dovunque rovesciato e solo dal lato di nord-ovest é alto tuttora circa 1,50 metri. La spianata, specialmente l’esterna, é spaziosa ed in declivio, sicché l’estremità inferiore trovasi 20 a 30 metri più bassa della superiore. Anche quivi spesseggiano i cocci.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Gradisce di Camizza di Duori

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Il Castelliere di Gradisce di Camizza di Duori

 

Il primo (T. VIII, f. 1) giace sur un mammellone di 465 metri, staccato da una profonda depressione dal pianoro di Rachitovich. Il suo vallo, lungo 330 metri, lo chiude dal lato di nord-est, lasciando due passaggi al margine delle rupi. Numerosi sonvi i cocci alla superfice, di cui buon numero appartenenti a vasi di considerevoli dimensioni. Le sottoposte rupi sono foracchiate da parecchie grotte, che probabilmente avranno servito d’ abitazione ai nostri trogloditi.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Monte Lacina di Gradisce superiore e inferiore

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Il Castelliere di Monte Lacina di Gradisce superiore e inferiore

 

Due de’ più grandiosi castellieri giacenti a poca distanza l’uno dall’altro, noi incontriamo tra i villaggi di Cristoglie e Gracischie, sulla cima del M. Lacina (453 metri), e sopra un dosso una trentina di metri più basso. Il superiore (T. VII, f. 6), della circonferenza di circa 1270 metri, é molto alterato, non essendo più visibili che due tratti del vallo, quello di sud-est lungo 220 metri e quello dal lato opposto di 290. Dalla parte volta verso Gracischie pare aver sempre mancato, perché quivi la china é assai ripida, laddove da quella che guarda Cristoglie, si scorgono qua e là tracce dell’antico vallo. Ad ogni modo non sembra esser stato molto forte, perché nei lembi esistenti ha appena un’ altezza di 0.30 a 0.50 metri ed una larghezza di 2 a 4 metri, facendo così strano contrasto con quelli poderosissimi del castelliere adiacente. Il terreno vi é sterilissimo con rovi e ginepri, che stentamente allignano tra le nude rocce.

L’altro castelliere giace circa mezzo chilometro a sudest ed é di forma semicircolare, venendo limitato a ponente dalle pareti perpendicolari, che scendono nella valle di Gracischie ed ove, per conseguenza, manca ogni opera di difesa. Del pari di dimensioni considerevoli, misurando in periferia 1260 metri, differisce per costruzione dalla maggior parte dei nostri castellieri, per esser diviso trasversalmente da un enorme vallo, della lunghezza di 180 metri, alto 4 metri e largo 30 a 40. Siccome la parte più vulnerabile era quella ov’ esso si unisce al dorso del monte ed ove la pendenza é assai piccola, così quivi gli abitanti si diedero cura speciale nell’erigere i valli più forti (alti 2 a 3 metri e larghi 15 a 30), limitandosi dalla parte vòlta a nord-est, ove il monte scende assai ripido verso Cristoglie, alla costruzione di un muro più debole, ora rovesciato sulla china. Lungo la cinta corre tutt’intorno un bel ripiano della larghezza di 10 a 15 metri, ora ridotto a prato, con terriccio nerissimo assai grosso e ricco di cocci. Nel secondo recinto, al di là del vallo trasversale, vi é altro vallo interno più debole, che circonda semicircolarmente una spianata un po’ più alta, totalmente priva di sassi. A 140 metri circa dal castelliere e ad una trentina di metri più in basso, s’incontrano per una lunghezza di 150 metri i resti di un forte argine esterno, largo 5 a 10 metri ed alto 0.5, destinato a difficoltarne l’accesso.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Gradisce di Rachitovich

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Il Castelliere di Gradisce di Rachitovich

 

Un piccolo ma interessante castelliere per la sua speciale costruzione é quello di Gracisce tra Rachitovich e Brest (f. 5), che giace sur un monte a dolce declivio dalla parte di sud-est, ripidissimo e roccioso dall’opposta. Il vertice é circondato da un robusto vallo circolare della periferia di 100 metri, laddove i due argini esterni, che stendonsi alla distanza di 20, rispettivamente di 100 metri, non hanno che 50 metri di lunghezza, destinati a munire il lungo dorso digradante, essendovi i fianchi difesi a sufficenza dalle due profonde vallecole laterali.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Gradez

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Il Castelliere di Gradez

 

All’incontro in molto miglior stato trovasi il castelliere, chiamato pure Gradez (T. VIII, f. 4), che giace due chilometri più ad oriente, poco lungi dalla strada ferrata di Rachitovich, sur un monte di circa 550 metri d’altezza. Il suo vallo, alto 1 a 2 metri e largo 6 ad 8, formato da grossi blocchi, é in buona parte conservato ed ha quasi 400 metri di circonferenza. Dal lato di nord-est partono due argini trasversali che lo dividono in tre sezioni. E strano che il vallo manchi precisamente nella parte più depressa di sud-ovest, dove non esiste che una bella spianata, la quale si eleva di appena un paio di metri sul sottostante pianoro. Il castelliere é ricoperto, specialmente dal lato settentrionale, di fittissimo bosco, che rende difficile la sua misurazione. Il terriccio é nerissimo e nei mucchi sollevati dalle talpe si vede una grande quantità di cocci.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Sanigrad

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Il Castelliere di Sanigrad

Ancora meno esteso era il castelliere che giace sulla vetta di un’altra catena tra Sasid e Sanigrad (T. VI, f. 8), non possedendo che un vallo semicircolare di 110 metri di lunghezza alla falda vôlta verso Sanigrad, mentre all’ opposta anch’ esso é limitato da una parete, che scende a piombo nella vallata di Cristoglie. Il vallo é alto appena 1 metro e largo 5 a 8. Esternamente giacciono grandi macie di pietre, per le quali é difficile giudicare se sieno naturali o provenienti da mura crollate. Anche quivi l’ unico tratto erboso é la piccola spianata semicircolare; il resto del castelliere é nuda roccia dentellata ed orribilmente corrosa.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Sasid

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Il Castelliere di Sasid

 

Così sul monte (485 metri) che a perpendicolo s’alza immediatamente sopra il villaggio di Sasid (Xaxid della carta dello St. M.), noi incontriamo un piccolo castelliere semicircolare, non molto forte, con un vallo largo 6 a 8 metri ed alto 1 a 1,50 (T. VII, f. 3). Questo ha una lunghezza di 280 metri e trovasi solo dalla parte declive, mancando naturalmente dall’ opposta, ove, solo all’ estremità meridionale, si prolunga per 22 metri a difesa di un piccolo terrazzo di qualche metro sottostante al castelliere. Ad eccezione della spianata che é erbosa, il resto della sua superfice é rupestre ed incolto, denudato del tutto di alberi e d’arbusti. Abbastanza frequenti sono i cocci alla sua superficie.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Popecchio

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Il Castelliere di Popecchio

 

Malissimo conservato é un altro castelliere a circa un chilometro di distanza, giacente sul medesimo terrazzo immediatamente al di sopra del villaggio di Popecchio (T. VII, f. 7). Del vallo non esiste più che un tratto di 120 metri dal lato di levante, alto tuttora 2 metri e largo 10, ricoperto parzialmente d’erba. Alla parte settentrionale si riconosce ancora la spianata, mentre dall’ opposta assai incerti sono i suoi confini. Se non vi fossero cocci, si resterebbe incerti se realmente si tratti d’un castelliere preistorico, tanto più che al pezzo di vallo esistente, fu aggiunto in epoca posteriore un piccolo recinto quadrilatero, probabilmente per racchiudervi le greggi. Anche questo castelliere era semicircolare, essendo limitato a ponente da pareti perpendicolari. Il terriccio vi é quasi totalmente asportato e le nude rocce fanno irta la sua superfice, specialmente verso l’estremità meridionale, ove sorgono orribili scogli.

Il villaggio di Popecchio é rimarchevole pel castello medioevale fabbricato entro una grotta, del quale esiste ancora la facciata esterna. Appresso, sopra una rupe, s’erge una torre circolare. Anche dalla parte opposta del villaggio osservasi un antro in una rupe isolata, nel quale raccolsi numerosi cocci preistorici e romani ed avanzi d’animali.

La regione prende quivi un aspetto del tutto particolare. I terrazzi che prima formavano una serie di vasti pianori sovrapposti e limitati da pareti a perpendicolo o da chine dirupate, si sciolgono ora in una quantità di strette catene parallele, tra le quali decorrono altrettante valli longitudinali. I monti di calcare nummulitico salgono dal lato orientale con pendìo più o meno ripido, per precipitare a piombo dalla parte opposta nelle valli sottostanti, occupate per lo più da terreni marnosi.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.

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Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.
Nel 1740, presso la riva, affondò la nave San Carlo e si utilizzò il relitto come base per la costruzione del molo che prese il nome della nave naufragata. Il molo separa il Bacino di San Giorgio dal Bacino di San Giusto del Porto Vecchio. All’inizio era più corto e misurava solamente 95 metri di lunghezza ed era unito alla riva tramite un ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 fu allungato di 19 metri e nel 1860 di altri 132 metri, raggiungendo così la lunghezza di 246 metri. Il ponte fu poi eliminato, unendo il molo alla terraferma. Al molo San Carlo attraccavano navi passeggeri e mercantili. Il 3 novembre del 1918, terminata la Grande Guerra, la prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu l’incrociatore Audace che così diede il suo nome al molo. Nel tempo, con lo spostamento dei traffici marittimi in altre zone del porto, il molo Audace perse progressivamente la sua funzione mercantile, ed oggi vi attraccano saltuariamente solo imbarcazioni di passaggio. Il molo è rimasto così un frequentato luogo di passeggio, una passerella protesa sul mare dall’indubbio fascino, che completa la passeggiata sulle rive ed in piazza Unità d’Italia. (da: wikipedia)
Una Rosa dei Venti in bronzo su una colonna di pietra bianca, è posta alla fine del Molo Audace per commemorare l’approdo, il 3 novembre 1918, dell’incrociatore Audace, prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste divenne Italiana. L’epigrafe al centro della Rosa recita: “Qui approdò la R. nave Audace prima col vessillo d’Italia – III NOVEMBRE MCMXVIII”

Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.

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Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.
Nel 1740, presso la riva, affondò la nave San Carlo e si utilizzò il relitto come base per la costruzione del molo che prese il nome della nave naufragata. Il molo separa il Bacino di San Giorgio dal Bacino di San Giusto del Porto Vecchio. All’inizio era più corto e misurava solamente 95 metri di lunghezza ed era unito alla riva tramite un ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 fu allungato di 19 metri e nel 1860 di altri 132 metri, raggiungendo così la lunghezza di 246 metri. Il ponte fu poi eliminato, unendo il molo alla terraferma. Al molo San Carlo attraccavano navi passeggeri e mercantili. Il 3 novembre del 1918, terminata la Grande Guerra, la prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu l’incrociatore Audace che così diede il suo nome al molo. Nel tempo, con lo spostamento dei traffici marittimi in altre zone del porto, il molo Audace perse progressivamente la sua funzione mercantile, ed oggi vi attraccano saltuariamente solo imbarcazioni di passaggio. Il molo è rimasto così un frequentato luogo di passeggio, una passerella protesa sul mare dall’indubbio fascino, che completa la passeggiata sulle rive ed in piazza Unità d’Italia. (da: wikipedia)
Una Rosa dei Venti in bronzo su una colonna di pietra bianca, è posta alla fine del Molo Audace per commemorare l’approdo, il 3 novembre 1918, dell’incrociatore Audace, prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste divenne Italiana. L’epigrafe al centro della Rosa recita: “Qui approdò la R. nave Audace prima col vessillo d’Italia – III NOVEMBRE MCMXVIII”

Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.

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Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Il Molo Audace e la Rosa dei Venti.
Nel 1740, presso la riva, affondò la nave San Carlo e si utilizzò il relitto come base per la costruzione del molo che prese il nome della nave naufragata. Il molo separa il Bacino di San Giorgio dal Bacino di San Giusto del Porto Vecchio. All’inizio era più corto e misurava solamente 95 metri di lunghezza ed era unito alla riva tramite un ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 fu allungato di 19 metri e nel 1860 di altri 132 metri, raggiungendo così la lunghezza di 246 metri. Il ponte fu poi eliminato, unendo il molo alla terraferma. Al molo San Carlo attraccavano navi passeggeri e mercantili. Il 3 novembre del 1918, terminata la Grande Guerra, la prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu l’incrociatore Audace che così diede il suo nome al molo. Nel tempo, con lo spostamento dei traffici marittimi in altre zone del porto, il molo Audace perse progressivamente la sua funzione mercantile, ed oggi vi attraccano saltuariamente solo imbarcazioni di passaggio. Il molo è rimasto così un frequentato luogo di passeggio, una passerella protesa sul mare dall’indubbio fascino, che completa la passeggiata sulle rive ed in piazza Unità d’Italia. (da: wikipedia)
Una Rosa dei Venti in bronzo su una colonna di pietra bianca, è posta alla fine del Molo Audace per commemorare l’approdo, il 3 novembre 1918, dell’incrociatore Audace, prima nave italiana ad entrare nel porto di Trieste alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Trieste divenne Italiana. L’epigrafe al centro della Rosa recita: “Qui approdò la R. nave Audace prima col vessillo d’Italia – III NOVEMBRE MCMXVIII”

Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.

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Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.
Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.

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Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.
Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
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L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
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L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa. Palazzo del Tergesteo.
Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.

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Palazzo del Tergesteo, inaugurato la sera del 24 agosto del 1842, venne costruito, in soli due anni e con una spesa inferiore ai due milioni di lire austriache, su progetto dell’architetto e ingegnere Francesco Bruyn. Il disegno definitivo dell’edificio rappresenta un compromesso fra due ipotesi progettuali precedenti riferibili all’architetto Antonio Buttazzoni e all’architetto milanese Andrea Pizzola.
L’edificio, innalzato sul sito della Dogana Vecchia, sorse per iniziativa di un gruppo di azionisti, la “Società del Tergesteo”, come luogo adatto al commercio e punto di ritrovo della Trieste ottocentesca.
La galleria del Tergesteo venne aperta nel 1842 per ospitare “nella parte esteriore del pianterreno […] eleganti botteghe e una grandiosa caffetteria”, e per creare nella parte interna “un luogo di riunione dei Negozianti ed altri […]”. In seguito gli spazi del pianterreno furono destinati alla “Società dei Commercianti”.
Il palazzo fu sede della Borsa triestina dal 1844 al 1928 e del Lloyd Austriaco dal 1857 al 1883. Negli stessi anni il Tergesteo venne frequentato da illustri personaggi, tra i quali Italo Svevo, che utilizzò la galleria come sfondo per il suo romanzo, la Coscienza di Zeno.
Durante la seconda guerra mondiale le sale del pianterreno divennero sede di un circolo militare tedesco. In seguito ai danni provocati dall’occupazione negli anni Cinquanta il palazzo fu interessato da interventi di restauro. Nel 1957 l’architetto Alessandro Psacaropulo intervenne sulla galleria, sostituendo la copertura originaria a spioventi con una struttura in vetro-cemento e restaurando le superfici murarie. Dagli anni Sessanta il Tergesteo vide rinnovata, restaurata e finalmente aperta al pubblico la galleria. Nel 1982 la vecchia Società venne incorporata dalla “D. Tripcovich & Ci. S.p.A.”.
Il gruppo scultoreo visibile sulla facciata prospiciente Piazza della Borsa, realizzato da Pietro Zandomeneghi, raffigura al centro la città di Trieste, con a lato un bambino simbolo della nascente industria, in piedi su una conchiglia trainata da quattro cavalli. A destra Mercurio, protettore dei mercanti. Sul prospetto posteriore che dà su Piazza Giuseppe Verdi, la scultura di Antonio Bianchi rappresentante Nettuno e Mercurio, affiancati dalle allegorie della geografia e della storia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Tra le foto: il datario che riporta la data di fondazione “Società del Tergesteo”, l’orologio di Giovanni Eckert e uno dei rilievi in zinco con motivi marini, coppie di delfini, simboli della Navigazione e del Commercio marittimo e due scudi posti ai lati dei portali d’ingresso.
Il palazzo è stato ultimamente restaurato integralmente.