Zona Sant’Andrea, ora via Romolo Gessi. Stazione Zoologica di Trieste dell’ Università di Vienna

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Zona Sant'Andrea, ora via Romolo Gessi. Stazione Zoologica di Trieste dell' Università di Vienna
Nel 1876, in questa struttura, lavorò per una ricerca Sigmund Freud

 

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Zona Sant’Andrea da una fotografia del 1870

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Zona Sant'Andrea da una fotografia del 1870 - Collezione Dino Cafagna


1870: (probabilmente) la fotografia più vecchia della zona di San Andrea.
A sinistra l’inizio dell’attuale via Murat, a destra l’attuale Via Romolo Gessi. Al centro la Villa Gialuzzi (non ancora trasformata – nel 1875 – nella Stazione Geologica). A sinistra la casa del conte Vojnovich corrisponde all’attuale villa Segrè-Melzi di via G. Murat.

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Catalogo dell’Esposizione Agricolo – Industriale di Sant’Andrea – 1882

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Catalogo dell'Esposizione Agricolo - Industriale di Sant'Andrea - 1882 - Collezione‎ Iure Barac‎ 


Nel 1882 in occasione del quinto centenario della dedizione di Trieste all’Austria, il governo ebbe intenzione di organizzare un’importante Esposizione Agricolo-Industriale a Trieste. Erano gli anni dell’irredentismo italiano, in città si attivano le manifestazioni patriottiche. il Consiglio comunale per evitare attriti votò a favore dell’esposizione tra i fischi del pubblico presente.
Il podestà Riccardo Bazzoni rifiutò di presiedere il comitato organizzativo, ne assunse il patronato l’arciduca Carlo Ludovico, fratello dell’imperatore. La scelta del luogo cadde sul passeggio di Sant’Andrea, per avere a disposizione un’area più ampia fu necessario interrare un vasto tratto di fondo marino, venne costruita una sponda murata ed un moletto per l’attracco delle imbarcazioni. Il progetto del complesso fu elaborato dall’architetto Giovanni Berlam con la collaborazione del figlio Ruggero, dell’architetto Giovanni Righetti assistito da altri nomi importanti.
C’erano ventinove padiglioni, il principale in stile lombardesco aveva una lunghezza di 325 metri, in corrispondenza al moletto c’era il padiglione della Marina che ospitava la sezione della Bosnia. Fra i due si ergeva riccamente adornato il padiglione imperiale. Si susseguivano l’acquario, il padiglione croato, il ristorante Dreher e il caffè Pitschen. Non mancava una casermetta con le guardie. In posizione più elevata, si allineava l’esposizione agraria, il restaurant Reininghaus, il capannone del fioricoltore Perotti, l’esposizione ferriera, quella delle botti ed una csárda, ossia un’osteria ungherese. Occupava la scarpata un grande padiglione classicheggiante, che ospitava il museo orientale e quello di arti e mestieri. Sulla sinistra c’era il restaurant Pilsen ed il padiglione degli zuccheri mentre lungo l’attuale via Romolo Gessi, si trovavano i capannoni con il restaurant Schreiner, il Puntigam, l’osteria Canova, la cantina d’assaggio e in fondo il padiglione cementi e il caffè bosniaco. Il complesso era fornito di servizi igienici, chioschi per la vendita di tabacchi, giornali e fiori, il tutto illuminato da fanali a gas. Per passare agevolmente da uno all’altro dei ripiani, lungo le scarpate vennero aperti dei vialetti con piazzole dotate da panchine che possiamo vedere ancora oggi. Venne creata anche una grotta artificiale. I visitatori potevano arrivare con un servizio di giardiniere, con una regolare linea di tram a cavalli, oltre che con i vaporetti che attraccavano al moletto.
Dalle 250 persone invitate, molte rifiutarono di organizzare una mostra di prodotti triestini.
Il 1° agosto 1882 la manifestazione fu inaugurata alla presenza dell’arciduca Ludovico, tutta la città venne illuminata a festa, seguirono giorni di cerimonie ricevimenti e musiche. Nel contempo si moltiplicarono le sommosse e gli attentati, alcuni espositori non sentendosi sicuri volevano abbandonare l’esposizione, che comunque era poco frequentata. L’imperatore Francesco Giuseppe, con la consorte Elisabetta ed i principi ereditari, per favorire l’esposizione annunciarono la loro presenza. Fu preparata una grande accoglienza: con bande, case decorate, navi pavesate, archi trionfali, il giorno seguente l’imperatore era atteso a Sant’Andrea per una splendida festa d’accoglienza a bordo della Berenice, nave del barone Morpurgo, si sospettò di un attentato sulla stessa nave all’insaputa barone, non si seppe se le voci furono vere o meno, per sicurezza i sovrani non parteciparono. Le autorità erano allertate, sembrava che fossero poste bombe sulla strada ferrata, all’esposizione, nelle barche. L’imperatore se ne andò sdegnato per l’ostilità che gli venne dimostrata e non ritornò mai più nella nostra città.
Sunto tratto da “San Vito” di Fabio Zubini

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Catalogo dell’Esposizione Agricolo – Industriale di Sant’Andrea – 1882

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Catalogo dell'Esposizione Agricolo - Industriale di Sant'Andrea - 1882 - Collezione‎ Iure Barac‎ 


Nel 1882 in occasione del quinto centenario della dedizione di Trieste all’Austria, il governo ebbe intenzione di organizzare un’importante Esposizione Agricolo-Industriale a Trieste. Erano gli anni dell’irredentismo italiano, in città si attivano le manifestazioni patriottiche. il Consiglio comunale per evitare attriti votò a favore dell’esposizione tra i fischi del pubblico presente.
Il podestà Riccardo Bazzoni rifiutò di presiedere il comitato organizzativo, ne assunse il patronato l’arciduca Carlo Ludovico, fratello dell’imperatore. La scelta del luogo cadde sul passeggio di Sant’Andrea, per avere a disposizione un’area più ampia fu necessario interrare un vasto tratto di fondo marino, venne costruita una sponda murata ed un moletto per l’attracco delle imbarcazioni. Il progetto del complesso fu elaborato dall’architetto Giovanni Berlam con la collaborazione del figlio Ruggero, dell’architetto Giovanni Righetti assistito da altri nomi importanti.
C’erano ventinove padiglioni, il principale in stile lombardesco aveva una lunghezza di 325 metri, in corrispondenza al moletto c’era il padiglione della Marina che ospitava la sezione della Bosnia. Fra i due si ergeva riccamente adornato il padiglione imperiale. Si susseguivano l’acquario, il padiglione croato, il ristorante Dreher e il caffè Pitschen. Non mancava una casermetta con le guardie. In posizione più elevata, si allineava l’esposizione agraria, il restaurant Reininghaus, il capannone del fioricoltore Perotti, l’esposizione ferriera, quella delle botti ed una csárda, ossia un’osteria ungherese. Occupava la scarpata un grande padiglione classicheggiante, che ospitava il museo orientale e quello di arti e mestieri. Sulla sinistra c’era il restaurant Pilsen ed il padiglione degli zuccheri mentre lungo l’attuale via Romolo Gessi, si trovavano i capannoni con il restaurant Schreiner, il Puntigam, l’osteria Canova, la cantina d’assaggio e in fondo il padiglione cementi e il caffè bosniaco. Il complesso era fornito di servizi igienici, chioschi per la vendita di tabacchi, giornali e fiori, il tutto illuminato da fanali a gas. Per passare agevolmente da uno all’altro dei ripiani, lungo le scarpate vennero aperti dei vialetti con piazzole dotate da panchine che possiamo vedere ancora oggi. Venne creata anche una grotta artificiale. I visitatori potevano arrivare con un servizio di giardiniere, con una regolare linea di tram a cavalli, oltre che con i vaporetti che attraccavano al moletto.
Dalle 250 persone invitate, molte rifiutarono di organizzare una mostra di prodotti triestini.
Il 1° agosto 1882 la manifestazione fu inaugurata alla presenza dell’arciduca Ludovico, tutta la città venne illuminata a festa, seguirono giorni di cerimonie ricevimenti e musiche. Nel contempo si moltiplicarono le sommosse e gli attentati, alcuni espositori non sentendosi sicuri volevano abbandonare l’esposizione, che comunque era poco frequentata. L’imperatore Francesco Giuseppe, con la consorte Elisabetta ed i principi ereditari, per favorire l’esposizione annunciarono la loro presenza. Fu preparata una grande accoglienza: con bande, case decorate, navi pavesate, archi trionfali, il giorno seguente l’imperatore era atteso a Sant’Andrea per una splendida festa d’accoglienza a bordo della Berenice, nave del barone Morpurgo, si sospettò di un attentato sulla stessa nave all’insaputa barone, non si seppe se le voci furono vere o meno, per sicurezza i sovrani non parteciparono. Le autorità erano allertate, sembrava che fossero poste bombe sulla strada ferrata, all’esposizione, nelle barche. L’imperatore se ne andò sdegnato per l’ostilità che gli venne dimostrata e non ritornò mai più nella nostra città.
Sunto tratto da “San Vito” di Fabio Zubini

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Esposizione Agricolo-Industriale di Sant’Andrea – 1882

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Esposizione Agricolo - Industriale di Sant'Andrea - 1882 - Archivi MCSA


Nel 1882 in occasione del quinto centenario della dedizione di Trieste all’Austria, il governo ebbe intenzione di organizzare un’importante Esposizione Agricolo-Industriale a Trieste. Erano gli anni dell’irredentismo italiano, in città si attivano le manifestazioni patriottiche. il Consiglio comunale per evitare attriti votò a favore dell’esposizione tra i fischi del pubblico presente.
Il podestà Riccardo Bazzoni rifiutò di presiedere il comitato organizzativo, ne assunse il patronato l’arciduca Carlo Ludovico, fratello dell’imperatore. La scelta del luogo cadde sul passeggio di Sant’Andrea, per avere a disposizione un’area più ampia fu necessario interrare un vasto tratto di fondo marino, venne costruita una sponda murata ed un moletto per l’attracco delle imbarcazioni. Il progetto del complesso fu elaborato dall’architetto Giovanni Berlam con la collaborazione del figlio Ruggero, dell’architetto Giovanni Righetti assistito da altri nomi importanti.
C’erano ventinove padiglioni, il principale in stile lombardesco aveva una lunghezza di 325 metri, in corrispondenza al moletto c’era il padiglione della Marina che ospitava la sezione della Bosnia. Fra i due si ergeva riccamente adornato il padiglione imperiale. Si susseguivano l’acquario, il padiglione croato, il ristorante Dreher e il caffè Pitschen. Non mancava una casermetta con le guardie. In posizione più elevata, si allineava l’esposizione agraria, il restaurant Reininghaus, il capannone del fioricoltore Perotti, l’esposizione ferriera, quella delle botti ed una csárda, ossia un’osteria ungherese. Occupava la scarpata un grande padiglione classicheggiante, che ospitava il museo orientale e quello di arti e mestieri. Sulla sinistra c’era il restaurant Pilsen ed il padiglione degli zuccheri mentre lungo l’attuale via Romolo Gessi, si trovavano i capannoni con il restaurant Schreiner, il Puntigam, l’osteria Canova, la cantina d’assaggio e in fondo il padiglione cementi e il caffè bosniaco. Il complesso era fornito di servizi igienici, chioschi per la vendita di tabacchi, giornali e fiori, il tutto illuminato da fanali a gas. Per passare agevolmente da uno all’altro dei ripiani, lungo le scarpate vennero aperti dei vialetti con piazzole dotate da panchine che possiamo vedere ancora oggi. Venne creata anche una grotta artificiale. I visitatori potevano arrivare con un servizio di giardiniere, con una regolare linea di tram a cavalli, oltre che con i vaporetti che attraccavano al moletto.
Dalle 250 persone invitate, molte rifiutarono di organizzare una mostra di prodotti triestini.
Il 1° agosto 1882 la manifestazione fu inaugurata alla presenza dell’arciduca Ludovico, tutta la città venne illuminata a festa, seguirono giorni di cerimonie ricevimenti e musiche. Nel contempo si moltiplicarono le sommosse e gli attentati, alcuni espositori non sentendosi sicuri volevano abbandonare l’esposizione, che comunque era poco frequentata. L’imperatore Francesco Giuseppe, con la consorte Elisabetta ed i principi ereditari, per favorire l’esposizione annunciarono la loro presenza. Fu preparata una grande accoglienza: con bande, case decorate, navi pavesate, archi trionfali, il giorno seguente l’imperatore era atteso a Sant’Andrea per una splendida festa d’accoglienza a bordo della Berenice, nave del barone Morpurgo, si sospettò di un attentato sulla stessa nave all’insaputa barone, non si seppe se le voci furono vere o meno, per sicurezza i sovrani non parteciparono. Le autorità erano allertate, sembrava che fossero poste bombe sulla strada ferrata, all’esposizione, nelle barche. L’imperatore se ne andò sdegnato per l’ostilità che gli venne dimostrata e non ritornò mai più nella nostra città.
Sunto tratto da “San Vito” di Fabio Zubini

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