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Trieste : Bagno Savoia / Ausonia e Pedocin – 1949

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Trieste : Bagno Savoia / Ausonia e Pedocin - 1949.
Collezione Giancarla Scubini

Stabilimenti balneari “Lanterna” “Ausonia-Savoia” ” alla Diga”

La nuova linea di costa, nata dall’interramento venne destinata ad uso pubblico, con l’apporto di sassi e ghiaia venne realizzata una riva, nasceva il popolare bagno “ALLA LANTERNA” la data di inaugurazione ufficiale risale al 1903, popolarmente sarà chiamato “Pedocin” o “Ciodin”. Inizialmente la spiaggia era divisa da un semplice steccato, che fu poi sostituito da un muro di mattoni. Il muro fu abbattuto una sola volta nel 1959, per essere subito ricostruito qualche metro più in là: se all’inizio infatti la spiaggia era divisa precisamente a metà, dal 1959 in poi venne concesso più spazio alle donne, per la presenza dei bambini e perché erano loro le maggiori frequentatrici della Lanterna. L’ingresso a pagamento fu introdotto nel 1938: i prezzi sono variati negli anni ma sono sempre stati molto bassi, quel tanto che basta per mantenere una doppia spiaggia. (Margherita Tauceri)

Uno stabilimento per bagni di mare destinato alla scuola di nuoto per i militari della Marina austriaca era attivo a Trieste fin dal 1830. Demolito il primo Bagno militare, esistente all’interno della Sacchetta, ai piedi della lanterna, venne costruito nel 1909 un secondo BAGNO MILITARE dalla parte esterna del Molo teresiano, su palafitte, interamente di legno, riservato ai dipendenti delle forze armate, con il rettangolo che delimita la zona di nuoto, l’alto trampolino e le tende da sole. Il nuovo stabilimento sorse su palafitte con una lunga ed alta sovrastruttura tutta in legno a doppio tetto. Una lunga passerella, pure di legno, congiungeva lo stabilimento alla riva.
Era lungo metri 40, largo 43,5, elevato di 3 metri sopra la media bassa marea, aveva 120 cabine, alcune cabine per bagni singoli, spogliatoi, una grande vasca per nuotatori provetti di m 15 per 30,2.
Il secondo bagno militare era di color “pece”, infatti al fine di difendere il più possibile le strutture lignee dall’aggressione del mare, veniva usata una soluzione di carbonileum, che conferiva al manufatto una tinta bruna, quasi funerea, che imprigionava i cocenti raggi del sole e cuoceva i piedi dei bagnanti.
Il secondo Bagno militare aprì nell’estate del 1909 e rimase attivo sino al 1920, quando il Genio Militare di Trieste lo mise in vendita. Dopo la prima guerra mondiale quindi fu destinato esclusivamente ai civili e assunse il nome di “BAGNO SAVOIA”.
Accanto a questo fu inaugurato il 1° giugno 1934 un moderno bagno con tecniche e materiali di avanguardia, con strutture di calcestruzzo che per qualche tempo fece la concorrenza al vecchio stabilimento di legno. Ma poi questo bagno, denominato “AUSONIA”, finì col fondersi con il primo e formare da ultimo un tutto omogeneo allorché anche il Savoia fu ricostruito in cemento armato (1939).
I due stabilimenti quindi si fusero in un unico corpo con la costruzione di un pontile di raccordo, assumendo quindi la conformazione attuale. Ancora oggi la zona destra dell’Ausonia è pavimentata in legno e viene denominata “Savoia” dai suoi frequentatori.
Nei decenni successivi furono apportate diverse modifiche all’edificio, senza tuttavia alterarne l’identità strutturale e storica. Particolarmente rilevante fu l’opera di restauro ed ampliamento del 1954, resasi necessaria a causa dei danni provocati da una violentissima mareggiata. (Dino Cafagna)

Quando la diga era un deposito di carbone, chi vi lavorava veniva trasportato con le barche delle ditte. Poi, dimessa l’attività del carbone, la diga divenne la spiaggia pubblica e popolare dei triestini.
Nel 1913 Bootshaus der “Eintracht” oggi “BAGNO ALLA DIGA”, era la sede operativa della società sportiva Turnverein Eintracht . Le cabine pensili vennero poi distrutte da una mareggiata, nel 1911.
Non c’era un servizio pubblico per trasportare le persone, dal molo San Carlo ( poi molo Audace) alla diga, oggi bagno Antica Diga, venivano utilizzati gli che avevano una barca oppure veniva chiesto un passaggio ai pescatori.
Oggi ci sono due navette che portano da qui a là. (Margherita Tauceri)

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Trieste : Lanterna, Sacchetta e Riva Grumula

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Lanterna, Sacchetta e Riva Grumula

Stabilimenti balneari “Lanterna” “Ausonia-Savoia” ” alla Diga”

La nuova linea di costa, nata dall’interramento venne destinata ad uso pubblico, con l’apporto di sassi e ghiaia venne realizzata una riva, nasceva il popolare bagno “ALLA LANTERNA” la data di inaugurazione ufficiale risale al 1903, popolarmente sarà chiamato “Pedocin” o “Ciodin”. Inizialmente la spiaggia era divisa da un semplice steccato, che fu poi sostituito da un muro di mattoni. Il muro fu abbattuto una sola volta nel 1959, per essere subito ricostruito qualche metro più in là: se all’inizio infatti la spiaggia era divisa precisamente a metà, dal 1959 in poi venne concesso più spazio alle donne, per la presenza dei bambini e perché erano loro le maggiori frequentatrici della Lanterna. L’ingresso a pagamento fu introdotto nel 1938: i prezzi sono variati negli anni ma sono sempre stati molto bassi, quel tanto che basta per mantenere una doppia spiaggia. (Margherita Tauceri)

Uno stabilimento per bagni di mare destinato alla scuola di nuoto per i militari della Marina austriaca era attivo a Trieste fin dal 1830. Demolito il primo Bagno militare, esistente all’interno della Sacchetta, ai piedi della lanterna, venne costruito nel 1909 un secondo BAGNO MILITARE dalla parte esterna del Molo teresiano, su palafitte, interamente di legno, riservato ai dipendenti delle forze armate, con il rettangolo che delimita la zona di nuoto, l’alto trampolino e le tende da sole. Il nuovo stabilimento sorse su palafitte con una lunga ed alta sovrastruttura tutta in legno a doppio tetto. Una lunga passerella, pure di legno, congiungeva lo stabilimento alla riva.
Era lungo metri 40, largo 43,5, elevato di 3 metri sopra la media bassa marea, aveva 120 cabine, alcune cabine per bagni singoli, spogliatoi, una grande vasca per nuotatori provetti di m 15 per 30,2.
Il secondo bagno militare era di color “pece”, infatti al fine di difendere il più possibile le strutture lignee dall’aggressione del mare, veniva usata una soluzione di carbonileum, che conferiva al manufatto una tinta bruna, quasi funerea, che imprigionava i cocenti raggi del sole e cuoceva i piedi dei bagnanti.
Il secondo Bagno militare aprì nell’estate del 1909 e rimase attivo sino al 1920, quando il Genio Militare di Trieste lo mise in vendita. Dopo la prima guerra mondiale quindi fu destinato esclusivamente ai civili e assunse il nome di “BAGNO SAVOIA”.
Accanto a questo fu inaugurato il 1° giugno 1934 un moderno bagno con tecniche e materiali di avanguardia, con strutture di calcestruzzo che per qualche tempo fece la concorrenza al vecchio stabilimento di legno. Ma poi questo bagno, denominato “AUSONIA”, finì col fondersi con il primo e formare da ultimo un tutto omogeneo allorché anche il Savoia fu ricostruito in cemento armato (1939).
I due stabilimenti quindi si fusero in un unico corpo con la costruzione di un pontile di raccordo, assumendo quindi la conformazione attuale. Ancora oggi la zona destra dell’Ausonia è pavimentata in legno e viene denominata “Savoia” dai suoi frequentatori.
Nei decenni successivi furono apportate diverse modifiche all’edificio, senza tuttavia alterarne l’identità strutturale e storica. Particolarmente rilevante fu l’opera di restauro ed ampliamento del 1954, resasi necessaria a causa dei danni provocati da una violentissima mareggiata. (Dino Cafagna)

Quando la diga era un deposito di carbone, chi vi lavorava veniva trasportato con le barche delle ditte. Poi, dimessa l’attività del carbone, la diga divenne la spiaggia pubblica e popolare dei triestini.
Nel 1913 Bootshaus der “Eintracht” oggi “BAGNO ALLA DIGA”, era la sede operativa della società sportiva Turnverein Eintracht . Le cabine pensili vennero poi distrutte da una mareggiata, nel 1911.
Non c’era un servizio pubblico per trasportare le persone, dal molo San Carlo ( poi molo Audace) alla diga, oggi bagno Antica Diga, venivano utilizzati gli che avevano una barca oppure veniva chiesto un passaggio ai pescatori.
Oggi ci sono due navette che portano da qui a là. (Margherita Tauceri)

 

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Trieste : I primi stabilimenti balneari – Il secondo Bagno Militare

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Trieste : I primi stabilimenti balneari - Il secondo Bagno Militare.
Foto collezione Dino Cafagna

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
Margherita Tauceri

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A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
Margherita Tauceri

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A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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I primi stabilimenti balneari : Bagno Militare.
Foto collezione Elisabetta Marcovich

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
Margherita Tauceri

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Trieste : I primi stabilimenti balneari – Bagno Maria, 1860 circa

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I primi stabilimenti balneari : Bagno Maria, 1860 circa. 
Stampa colorata. Collezione Iure Barac

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
Margherita Tauceri

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Trieste : Stabilimento Balneare Maria – Alberto Rieger, litografia, 1858

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I primi stabilimenti balneari : " Stabilimento Balneare Maria ".
Alberto Rieger, litografia, 1858

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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Trieste : Bagno Buchler

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I primi stabilimenti balneari : Bagno Buchler.
Foto collezione Dino Cafagna

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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Trieste : I primi stabilimenti balneari – Bagno Buchler, 1909

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I primi stabilimenti balneari : Bagno Buchler, 1909.
La sezione femminile (costumi castigatissimi).
Il bagno (galleggiante) Buchler, già bagno Boscaglia (dal nome del proprietario precedente), d'estate veniva posizionato davanti al palazzo del Lloyd, tra i moli S. Carlo (oggi Audace) e della Sanità (ora dei Bersaglieri): nel 1891 si chiamava "Galleggiante nazionale" ed era gestito dalla vedova di Adolfo Buchler. Foto collezione Dino Cafagna

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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Trieste : Bagno galleggiante Soglio di Nettuno

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I primi stabilimenti balneari : Foto del 1900 in cui si vede un pontile in costruzione e dietro il bagno galleggiante "il Soglio di Nettuno" conosciuto anche come "Bagno d'Angeli"

 

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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I primi stabilimenti balneari : Bagno galleggiante Soglio di Nettuno. Foto collezione Iure Barac

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
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I primi stabilimenti balneari : Bagno galleggiante Soglio di Nettuno

 

A Trieste la “tociada” avveniva ancora prima della nascita degli stabilimenti balneari, già all’inizio dell’800 i ragazzini di città vecchia e marinari usavano tuffarsi nelle acque del porto oppure nel Canal Grande tra una barca e l’altra rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava le merci, nonostante esistessero norme precise che vietavano la balneazione al di fuori delle zone consentite e severe ammende in caso di trasgressione.

Il modo di dire “andiamo al bagno” sembra abbia origine proprio dal fatto che un tempo i triestini quando si recavano al mare andavano ai bagni galleggianti, comodi e lussuosi, il primo stabilimento balneare cittadino fu il “SOGLIO di NETTUNO”, aperto il 24 maggio 1823 di fronte alla “Sanità”; era ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) ed era raggiungibile in barca o attraverso una passerella. Il proprietario e l’inventore del bagno fu il commerciante Domenico d’Angeli. Si potevano trovare vasche per fare bagni caldi e di acqua dolce, c’era una caffetteria, una sala per fumatori. Perfino delle vasche acquario con flora e fauna del golfo. Il bagno fu visitato dall’Imperatore Francesco I, il 13 giugno 1832.

Verso il 1830 nello spazio di mare antistante Piazza Grande (oggi Piazza Unità) venne inaugurato il “Bagno Galleggiante BOSCAGLIA”, dal nome del primo proprietario. Si trattava di un bagno con struttura in legno, ancorato in mare aperto, che poteva essere smontato alla fine della stagione balneare per essere rimontato l’anno successivo, ma spesso veniva semplicemente ancorato in Sacchetta d’inverno. Era raggiungibile grazie ad un apposito vaporetto. Il “Boscaglia” dopo qualche anno dalla sua inaugurazione, cambiò proprietario e divenne il “Bagno Buchler” dal nome del nuovo proprietario, che nel 1898 lo ristrutturò completamente modernizzandolo. Nel 1891 venne chiamato “Galleggiante Nazionale”.
Purtroppo il bagno andò completamente distrutto assieme agli altri bagni galleggianti, nella notte tra il 13 ed il 14 giugno del 1911 per un violentissimo fortunale che danneggiò gravemente in molti punti anche le rive, affondando barche e velieri e causando alcuni morti

Il costruttore Edoardo Strudthoff volle iniziare i lavori dello Stabilimento Tecnico Triestino aperto nel 1857, con la costruzione dello “STABILIMENTO BALNEARE MARIA”, il varo avvenne il 15 maggio 1858 nel cantiere di San Rocco, la costruzione fu rimorchiata nella rada di Trieste e immediatamente messa in funzione. Il disegno a tempera dell’avvenimento è conservato al Museo Scaramangà di via Filzi. La struttura in ferro fusa da Ferrari e Chiozza, su progetto era dell’ing. Lorenzo Furian era larga circa 50 metri per 27, poggiava su una serie di tubi di ferro che formavano dei cassoni che ne permettevano il galleggiamento, tutt’intorno erano sistemate le cabine di legno. L’insieme era forte e resistente alle intemperie, ma allo stesso tempo molto elegante e arredato con lusso, c’erano due zone divise, una riservata agli uomini e una alle donne, aveva un ampio terrazzo, una sala e un caffè, i bagnanti avevano a disposizione il personale d’istruzione per il nuoto e la ginnastica. Dopo l’apertura della ferrovia, arrivarono forestieri soprattutto dalla Germania, Stiria e Carinzia, per approfittare dei benefici dei bagni di mare. Nel periodo invernale veniva rimorchiato in una zona riparata della Sacchetta. Resistette per molti anni, risulta ancora attivo nel 1911 anche se già corroso dalla salsedine.
L’amore per il mare, ma anche l’impossibilità di pagare il prezzo dell’ingresso degli stabilimenti balneari, portò molte persone sugli scogli posti alla parte esterna del molo teresiano, queste rocce venivano chiamate popolarmente “cape”(termine dialettale) per la somiglianza con le gale che ornavano le gonne. All’estremità del molo verso la fine dell’Ottocento venne aperto un bagno popolare, con ingresso gratuito, mentre alla radice dello stesso molo nel 1890 venne inaugurato il “BAGNO FONTANA” che veniva frequentato da un pubblico elegante “patron” dell’iniziativa fu Carlo Ottavio Fontana che diede il nome allo stabilimento balneare a pagamento. Ebbe subito molto successo fu provvisto di un ristorante e dal 1896 venne collegato con il centro della città da una linea tranviaria a cavalli. Fu demolito a seguito dei lavori di interramento intrapresi per la realizzazione della Stazione della Ferrovia Transalpina.
Margherita Tauceri

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Trieste : La Piazza vista dalla Loggia

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Stampa di Trieste : La Piazza vista dalla Loggia

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Piazza Grande nel 1792

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Trieste : Piazza Grande nel 1792

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Piazza Unità d’Italia, già Piazza Grande

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Piazza Unità d'Italia, già Piazza Grande

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Piazza Unità d'Italia, già Piazza Grande. Post: Margherita Tauceri, foto collezione privata

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Torre del Porto

 

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Cartolina da stampa di Rieger che ricostruisce di fantasia la Torre del Porto, coi due Mori all'orologio, la Madonna del porto sotto l'arco e a destra il Teatro san Pietro, prima sede del Comune, demolito. E.M.

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (E.M.)

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Trieste : Piazza Carlo Goldoni

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Trieste : Piazza Carlo Goldoni (già Della Legna). Collezione Iure Barac

 

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Piazza Carlo Goldoni (già Della Legna). Cartolina di inizi Novecento

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina di inizi Novecento

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina di inizi Novecento

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina anni Venti

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina inizi Novecento

 

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Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina inizi Novecento

 

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La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

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La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

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Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Piazza Carlo Goldoni (già Piazza della Legna). Cartolina inizi Novecento

 

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Piazza della Borsa, anni ’40

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Piazza della Borsa, anni '40. 
Collezione Giancarla Scubini

 

BORSA (piazza della)

Piazza della Borsa: San Vito-Città Vecchia/Città Nuova-Barriera Nuova. Tra capo di piazza G. Bartoli e corso Italia.

Toponimo ottocentesco invalso dopo la costruzione dell’edificio della Borsa al numero civico 14 (architetto A. Mollari, 1800) e sostituito in data 1.7.1939 (Delibera Commissario Prefettizio numero 789) con il nome di Costanzo Ciano (1876-1939), ammiraglio e uomo politico; capeggiò l’impresa navale di Buccari (1918), fu Sottosegretario alla marina mercantile (1922), ministro delle poste (1924), ministro delle comunicazioni e infine presidente della Camera (1934). Con Delibera del Podestà d.d. 10.6.1944 numero 497 venne soppressa la denominazione «piazza Costanzo Ciano» e fu ripristinato il toponimo «piazza della Borsa». Il palazzo neoclassico della Borsa Vecchia, oggi sede della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, è stato sottoposto a lunghi lavori di restauro (1966-1988), tra cui quello delle facciate (1972, architetto V. Frandoli), la ristrutturazione interna (1973-1980, impr. Savino) e il restauro delle decorazioni esterne (1988).
Al numero civico 15 è il Tergesteo opera, secondo i più recenti studi, dell’architetto F. Bruyn (1840) nei cui progetti confluirono quelli di altri architetti. La galleria venne ristrutturata nel 1957 dall’architetto A. Psacaropulo che sostituì la vecchia copertura con una nuova in vetro-cemento armato cui venne aggiunto un cornicione in cemento, decorato nella parte inferiore a forme astratte da C. Sbisà. Al numero civico 4 si trova casa Moreau (f.lli Vogel, 1788) completamente ristrutturata nel 1904 (architetto C. De Nolde) con la sola conservazione dei tre bassorilievi sulla facciata (scultore A. Bosa, ante 1820). Al numero civico 7 è casa Bartoli, edificio liberty dell’architetto M. Fabiani (1905) mentre al numero civico 8 è il palazzo delle Assicurazioni Generali (architetto M. Piacentini, 1939); al numero civico 9 la settecentesca palazzina Romano, già ospitante la libreria F. H. Schimpff e oggi sede del Credito Italiano (dal 1921), ristrutturata nel 1921 dall’architetto G. Polli; al numero civico 11 edificio ottocentesco ristrutturato nel 1985 quale sede della Banca Antoniana di Padova e Trieste. Di fronte alla Borsa Vecchia era la settecentesca fontana del Nettuno (scultore G. Mazzoleni), rimossa nel 1920 e più tardi ricostruita in piazza Venezia (ora ricollocata nella piazza della Borsa). La colonna con la statua dell’imperatore Leopoldo I, prima in linea con la fontana e la Borsa Vecchia, venne spostata di alcuni metri nel 1934; il moderno chiosco per l’attesa delle autocorriere davanti all’edificio delle Assicurazioni Generali è dovuto all’architetto C. Guenzi di Milano (1983).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Piazza della Borsa, anni ’70

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Piazza della Borsa, anni '70. 
Collezione Dino Cafagna

 

BORSA (piazza della)

Piazza della Borsa: San Vito-Città Vecchia/Città Nuova-Barriera Nuova. Tra capo di piazza G. Bartoli e corso Italia. C.A.P. 34121.

Toponimo ottocentesco invalso dopo la costruzione dell’edificio della Borsa al numero civico 14 (architetto A. Mollari, 1800) e sostituito in data 1.7.1939 (Delibera Commissario Prefettizio numero 789) con il nome di Costanzo Ciano (1876-1939), ammiraglio e uomo politico; capeggiò l’impresa navale di Buccari (1918), fu Sottosegretario alla marina mercantile (1922), ministro delle poste (1924), ministro delle comunicazioni e infine presidente della Camera (1934). Con Delibera del Podestà d.d. 10.6.1944 numero 497 venne soppressa la denominazione «piazza Costanzo Ciano» e fu ripristinato il toponimo «piazza della Borsa». Il palazzo neoclassico della Borsa Vecchia, oggi sede della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, è stato sottoposto a lunghi lavori di restauro (1966-1988), tra cui quello delle facciate (1972, architetto V. Frandoli), la ristrutturazione interna (1973-1980, impr. Savino) e il restauro delle decorazioni esterne (1988).
Al numero civico 15 è il Tergesteo opera, secondo i più recenti studi, dell’architetto F. Bruyn (1840) nei cui progetti confluirono quelli di altri architetti. La galleria venne ristrutturata nel 1957 dall’architetto A. Psacaropulo che sostituì la vecchia copertura con una nuova in vetro-cemento armato cui venne aggiunto un cornicione in cemento, decorato nella parte inferiore a forme astratte da C. Sbisà. Al numero civico 4 si trova casa Moreau (f.lli Vogel, 1788) completamente ristrutturata nel 1904 (architetto C. De Nolde) con la sola conservazione dei tre bassorilievi sulla facciata (scultore A. Bosa, ante 1820). Al numero civico 7 è casa Bartoli, edificio liberty dell’architetto M. Fabiani (1905) mentre al numero civico 8 è il palazzo delle Assicurazioni Generali (architetto M. Piacentini, 1939); al numero civico 9 la settecentesca palazzina Romano, già ospitante la libreria F. H. Schimpff e oggi sede del Credito Italiano (dal 1921), ristrutturata nel 1921 dall’architetto G. Polli; al numero civico 11 edificio ottocentesco ristrutturato nel 1985 quale sede della Banca Antoniana di Padova e Trieste. Di fronte alla Borsa Vecchia era la settecentesca fontana del Nettuno (scultore G. Mazzoleni), rimossa nel 1920 e più tardi ricostruita in piazza Venezia (ora ricollocata nella piazza della Borsa). La colonna con la statua dell’imperatore Leopoldo I, prima in linea con la fontana e la Borsa Vecchia, venne spostata di alcuni metri nel 1934; il moderno chiosco per l’attesa delle autocorriere davanti all’edificio delle Assicurazioni Generali è dovuto all’architetto C. Guenzi di Milano (1983).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Palazzo della Borsa, facciata. Ermes (Mercurio), opera dello Scultore Bartolomeo Ferrari

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Palazzo della Borsa, facciata.
Ermes (Mercurio), opera dello Scultore Bartolomeo Ferrari. 
Foto Giorgio Catania

Protettore dei commercianti e dei viaggiatori, dei sapienti e dei ladri, è qui rappresentato con caduceo e cappello alato. Nella mano destra tiene un sacchetto con denaro, alla sua sinistra, in basso, un gallo, animale a lui sacro. Sulla base le iniziali B.F. F(ecit)


BORSA (piazza della)

Piazza della Borsa: San Vito-Città Vecchia/Città Nuova-Barriera Nuova. Tra capo di piazza G. Bartoli e corso Italia. C.A.P. 34121.

Toponimo ottocentesco invalso dopo la costruzione dell’edificio della Borsa al numero civico 14 (architetto A. Mollari, 1800) e sostituito in data 1.7.1939 (Delibera Commissario Prefettizio numero 789) con il nome di Costanzo Ciano (1876-1939), ammiraglio e uomo politico; capeggiò l’impresa navale di Buccari (1918), fu Sottosegretario alla marina mercantile (1922), ministro delle poste (1924), ministro delle comunicazioni e infine presidente della Camera (1934). Con Delibera del Podestà d.d. 10.6.1944 numero 497 venne soppressa la denominazione «piazza Costanzo Ciano» e fu ripristinato il toponimo «piazza della Borsa». Il palazzo neoclassico della Borsa Vecchia, oggi sede della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, è stato sottoposto a lunghi lavori di restauro (1966-1988), tra cui quello delle facciate (1972, architetto V. Frandoli), la ristrutturazione interna (1973-1980, impr. Savino) e il restauro delle decorazioni esterne (1988).
Al numero civico 15 è il Tergesteo opera, secondo i più recenti studi, dell’architetto F. Bruyn (1840) nei cui progetti confluirono quelli di altri architetti. La galleria venne ristrutturata nel 1957 dall’architetto A. Psacaropulo che sostituì la vecchia copertura con una nuova in vetro-cemento armato cui venne aggiunto un cornicione in cemento, decorato nella parte inferiore a forme astratte da C. Sbisà. Al numero civico 4 si trova casa Moreau (f.lli Vogel, 1788) completamente ristrutturata nel 1904 (architetto C. De Nolde) con la sola conservazione dei tre bassorilievi sulla facciata (scultore A. Bosa, ante 1820). Al numero civico 7 è casa Bartoli, edificio liberty dell’architetto M. Fabiani (1905) mentre al numero civico 8 è il palazzo delle Assicurazioni Generali (architetto M. Piacentini, 1939); al numero civico 9 la settecentesca palazzina Romano, già ospitante la libreria F. H. Schimpff e oggi sede del Credito Italiano (dal 1921), ristrutturata nel 1921 dall’architetto G. Polli; al numero civico 11 edificio ottocentesco ristrutturato nel 1985 quale sede della Banca Antoniana di Padova e Trieste. Di fronte alla Borsa Vecchia era la settecentesca fontana del Nettuno (scultore G. Mazzoleni), rimossa nel 1920 e più tardi ricostruita in piazza Venezia (ora ricollocata nella piazza della Borsa). La colonna con la statua dell’imperatore Leopoldo I, prima in linea con la fontana e la Borsa Vecchia, venne spostata di alcuni metri nel 1934; il moderno chiosco per l’attesa delle autocorriere davanti all’edificio delle Assicurazioni Generali è dovuto all’architetto C. Guenzi di Milano (1983).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Trieste : Piazza Goldoni, anni Settanta

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Piazza Goldoni, anni Settanta. Foto Collezione Sergio Sergas


GOLDONI Carlo (piazza)

Piazza Carlo Goldoni: Barriera Vecchia-Città Nuova-Barriera.

L’attuale piazza Goldoni ha cambiato più volte denominazione; nel Settecento si chiamava piazza San Lazzaro, dal 15 giugno 1886 divenne piazza delle Legna, denominazione frequente anche in altre città italiane. Nel 1902, la piazza prese il nome di Carlo Goldoni; nel periodo 1915-1918, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, venne ripristinato il toponimo ottocentesco; dal 1919 ritornerà ad essere piazza Goldoni.

La primitiva denominazione Piazza delle Legna si deve al mercato che venne a costituirsi spontaneamente nella distesa che si apriva dopo il Corso e che riforniva di legna la città con gli alberi della collina di Montuzza.

La palazzina Tonello (civico 1), già sede degli uffici di redazione del Piccolo (dal 1897), venne incendiata nel 1915; alla fine del conflitto fu restaurata; al numero civico 10 si trova casa Caccia, su progetto dell’architetto G. Berlam, 1875.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Via del Torrente (via Carducci)

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Via del Torrente (via Carducci). Foto Collezione Margherita Tauceri

Lungo la via del Torrente (via Carducci) si vede l’ombra creata dalle case Sinibaldi, a destra la Caserma Grande poi la casa Kalister, che fu sede del negozio di abbigliamento Godina. Per cercare notizie su questa casa ho trovato un articolo de “Il Piccolo” (allego ai commenti) che racconta la storia affascinante di questa famiglia . Janez Nepomuk Kalister nato nel 1806 è un contadino dell’entroterra sloveno che diventa uno degli uomini più ricchi e rispettati dell’impero asburgico e poi dell’Italia. Muore nel 1864, in un primo momento i due nipoti porteranno avanti insieme la gestione del patrimonio nell’impresa Kalister&eredi, che aveva gli uffici nella grande Casa Kalister, all’angolo tra le attuali vie Coroneo e Carducci, poi i due giovani prenderanno strade diverse.
L’ultima casa a destra è Casa Rosenkart conosciuta anche con il nome di Casa Bryce, costruita nell’800 e successivamente sopraelevata, risale al 1840 l’intervento di Francesco Bonomelli a cui si deve l’aggiunta dell’attico timpanato e tutta la decorazione della facciata principale. L’edificio ospitava la sede della Scuola Superiore di Commercio, fondata nel 1870 dal barone Pasquale Revoltella e nucleo originario della nascente Facoltà di Economia; tra gli insegnanti della scuola si ricordano ItaloSvevo e James Joyce, per le cattedre di inglese e corrispondenza commerciale. (M.T.)


CARDUCCI Giosuè, via, città Nuova-Barriera Nuova/Barriera Vecchia. Da piazza Dalmazia a largo della Barriera Vecchia.

La via del Torrente, così chiamata dal Settecento per il torrente che vi scorreva nel mezzo (coperto nel 1849-1850), venne intitolata a Carducci con delibera Del. Mun. d.d. 17.2.1907 in occasione della morte del poeta, su proposta di F. Venezian; tale denominazione venne soppressa tra il 1915 ed il 1918 quando, causa la situazione politica, venne ripristinato il vecchio toponimo.

Giosuè Carducci nacque a Val di Castello nel 1835; laureatosi in filosofia alla Normale di Pisa (1856), si dedicò all’insegnamento. Fu docente di letteratura italiana all’Università di Bologna (1860-1904) e senatore dal 1890. Nel 1906 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura. Tra le sue raccolte di poesie si ricordano i Levia Gravia (1867-1871), Giambi ed Epodi (1867-1869), le Rime Nuove (1861-1887) e le Odi barbare (1877- 1889). Morì a Bologna nel 1907.

Carducci fu in visita a Trieste dal 7 all’11 luglio 1878; visitò la città ac- compagnato da Felice Venezian e da Giuseppe Caprin, recandosi a Miramar, a San Giusto e in visita ai musei cittadini. Fu questo breve soggiorno triestino a ispirargli le due odi barbare Saluto italico e Miramar. Il Saluto Italico venne pubblicato per la prima volta, nella forma non ancora definitiva, con il titolo Capo d’anno nel volume La stella dell’esule (Manzoni, Roma 1879), una strenna «pubblicata a benefizio della Associazione per le Alpi Giulie unione di Roma». L’ode Miramar, invece, fu scritta a strofe in diverse epoche, tra il 1878 ed il 1889. La parte iniziale venne pubblicata per la prima volta sul giornale irredentista L’Eco del Popolo (Balestra, Trieste) il 14 gennaio 1882.

Risale al 1883 il volumetto Guglielmo Oberdan, memorie di un amico, con prefazione di Giosuè Carducci (Quadrio, Milano 1883).

La via G. Carducci, una delle più ampie della città, raggiunse l’attuale larghezza nei primi anni del secolo, con l’atterramento delle case Sinibaldi, una fila di bassi edifici ottocenteschi già esistenti sul lato destro della strada e di nessun valore architettonico. Già nel 1887 venne demolita una di queste case per l’apertura dell’attuale passo San Giovanni; nel 1902 il podestà S. Sandrinelli approvò il piano di demolizione dell’ing. E. Grulis e nel 1904 l’opera era compiuta. Risale al 1903 casa Junz-Calabrese (o Mordo) al n. civ. 11: originariamente progettata dall’arch. G. Polli (1902), venne costruita nel 1903 su progetto esecutivo dell’arch. G.M. Mosco; al n. civ. 6 si trova il palazzo prima sede dell’I.N.P.S. e oggi sede della Giunta Regionale (arch. M. Giovannozzi, 1929); al n. civ. 18 edificio del 1927 e al n. civ. 36 è il Mercato Coperto, opera dell’arch. C. Jona (1935). Al n. civ. 24 si trova invece casa Berlam (1879), costruita dall’arch. R. Berlam. Al n. civ. 18 venne inaugurata, il 19.5.1929, una lapide con iscrizione dettata da Silvio Benco in memoria del chimico Luigi Chiozza (Trieste 1828 – Scodovacca 1889): «NELLA CASA AVITA / CHE QVI SORGEVA/  NACQVE/  IL XX DICEMBRE MDCCCXXVIII / LVIGI CHIOZZA/  CHIMICO INSIGNE/  INIZIATORE /  ALLATO AL GERHARDT /  DI NOVA SCIENZA /  MVRATA PER INIZIATIVA DELLA /  SOCIETÀ ADRIATICA DI SCIENZE NATVRALI / 19MAGGIO 1929».

A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna. Trieste, 1989

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Trieste : via Carducci di notte – anni 40/50

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Trieste : via Carducci di notte - anni 40/50 
Collezione Giancarla Scubini

 

CARDUCCI Giosuè, via, città Nuova-Barriera Nuova/Barriera Vecchia. Da piazza Dalmazia a largo della Barriera Vecchia.

La via del Torrente, così chiamata dal Settecento per il torrente che vi scorreva nel mezzo (coperto nel 1849-1850), venne intitolata a Carducci con delibera Del. Mun. d.d. 17.2.1907 in occasione della morte del poeta, su proposta di F. Venezian; tale denominazione venne soppressa tra il 1915 ed il 1918 quando, causa la situazione politica, venne ripristinato il vecchio toponimo.

Giosuè Carducci nacque a Val di Castello nel 1835; laureatosi in filosofia alla Normale di Pisa (1856), si dedicò all’insegnamento. Fu docente di letteratura italiana all’Università di Bologna (1860-1904) e senatore dal 1890. Nel 1906 gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura. Tra le sue raccolte di poesie si ricordano i Levia Gravia (1867-1871), Giambi ed Epodi (1867-1869), le Rime Nuove (1861-1887) e le Odi barbare (1877- 1889). Morì a Bologna nel 1907.

Carducci fu in visita a Trieste dal 7 all’11 luglio 1878; visitò la città ac- compagnato da Felice Venezian e da Giuseppe Caprin, recandosi a Miramar, a San Giusto e in visita ai musei cittadini. Fu questo breve soggiorno triestino a ispirargli le due odi barbare Saluto italico e Miramar. Il Saluto Italico venne pubblicato per la prima volta, nella forma non ancora definitiva, con il titolo Capo d’anno nel volume La stella dell’esule (Manzoni, Roma 1879), una strenna «pubblicata a benefizio della Associazione per le Alpi Giulie unione di Roma». L’ode Miramar, invece, fu scritta a strofe in diverse epoche, tra il 1878 ed il 1889. La parte iniziale venne pubblicata per la prima volta sul giornale irredentista L’Eco del Popolo (Balestra, Trieste) il 14 gennaio 1882.

Risale al 1883 il volumetto Guglielmo Oberdan, memorie di un amico, con prefazione di Giosuè Carducci (Quadrio, Milano 1883).

La via G. Carducci, una delle più ampie della città, raggiunse l’attuale larghezza nei primi anni del secolo, con l’atterramento delle case Sinibaldi, una fila di bassi edifici ottocenteschi già esistenti sul lato destro della strada e di nessun valore architettonico. Già nel 1887 venne demolita una di queste case per l’apertura dell’attuale passo San Giovanni; nel 1902 il podestà S. Sandrinelli approvò il piano di demolizione dell’ing. E. Grulis e nel 1904 l’opera era compiuta. Risale al 1903 casa Junz-Calabrese (o Mordo) al n. civ. 11: originariamente progettata dall’arch. G. Polli (1902), venne costruita nel 1903 su progetto esecutivo dell’arch. G.M. Mosco; al n. civ. 6 si trova il palazzo prima sede dell’I.N.P.S. e oggi sede della Giunta Regionale (arch. M. Giovannozzi, 1929); al n. civ. 18 edificio del 1927 e al n. civ. 36 è il Mercato Coperto, opera dell’arch. C. Jona (1935). Al n. civ. 24 si trova invece casa Berlam (1879), costruita dall’arch. R. Berlam. Al n. civ. 18 venne inaugurata, il 19.5.1929, una lapide con iscrizione dettata da Silvio Benco in memoria del chimico Luigi Chiozza (Trieste 1828 – Scodovacca 1889): «NELLA CASA AVITA / CHE QVI SORGEVA/  NACQVE/  IL XX DICEMBRE MDCCCXXVIII / LVIGI CHIOZZA/  CHIMICO INSIGNE/  INIZIATORE /  ALLATO AL GERHARDT /  DI NOVA SCIENZA /  MVRATA PER INIZIATIVA DELLA /  SOCIETÀ ADRIATICA DI SCIENZE NATVRALI / 19MAGGIO 1929».

A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna. Trieste, 1989

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Trieste : Piazza dell’ Ospitale, anni Venti/Trenta

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Piazza dell'Ospitale (Ospedale), anni Venti/Trenta. Collezione Walter Coderin

Sulla parete sinistra della chiesa si trova il pulpito ligneo con quattro pannelli a fondo d’oro raffiguranti gli Evangelisti, attribuiti al pittore greco Giovanni Trigonis (1817-1841). Sulla porta alta d’accesso al pulpito è rappresentato il Christos Basileus, sempre della stesso artista, la porta in basso è camuffata tra gli scanni di legno delle pareti.

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Trieste : Chiesa Greco Ortodossa di San Nicolò, pulpito

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Chiesa Greco Ortodossa di San Nicolò, pulpito

Sulla parete sinistra della chiesa si trova il pulpito ligneo con quattro pannelli a fondo d’oro raffiguranti gli Evangelisti, attribuiti al pittore greco Giovanni Trigonis (1817-1841). Sulla porta alta d’accesso al pulpito è rappresentato il Christos Basileus, sempre della stesso artista, la porta in basso è camuffata tra gli scanni di legno delle pareti.

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Trieste : San Giacomo, Chiesa di San Giacomo Apostolo

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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