Stridone / Sdregna / Zrenj – anni ’70

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Stridone / Zrenj, anni ’70. (Foto: Sergio Sergas)

L’antica Stridone, conosciuta con il nome di Sdregna, si trova a 427 metri s.l.m., nell’Istria verde.

Il paese è costituito da un insieme di case, alcune ancora con i tetti ricoperti da lastre di pietra.

La località fu borgo fortificato, distrutto durante un’incursione dei Goti. Nel 1063 l’imperatore Enrico IV donò la villa allora chiamata Strengi, che dovrebbe identificarsi in Stridone, a Ravangero, patriarca di Aquileia. Nel 1300 faceva parte della signoria di Pietra Pelosa ed era dotata di una cinta muraria fortificata. Fu feudo dei patriarchi di Aquileia fino alla conquista veneziana del 1420. Nel 1440 i Veneziani infeudarono la famiglia Gravisi del possesso di Pietra Pelosa, e Stridone, che faceva parte del territorio della Signoria, ne seguì la sorte. Nel XVI secolo, ci furono insediamenti da parte di fuggiaschi slavi che provenivano dalla Bosnia invasa dai Turchi. Durante la guerra degli Uscocchi, nel 1616, che vide affrontarsi Veneziani ed Austriaci, questi ultimi misero a fuoco il territorio e la stessa Stridone.

La chiesa parrocchiale, con abside poligonale, è dedicata a S. Giorgio. Edificata su un edificio di culto più antico, la chiesa è stata ampliata nel 1627 e l’ultimo restauro risale al 1953. Il campanile, che si affaccia nella piazzetta, discosto dalla chiesa, è stato completato in pietra calcarea bianca nel 1887.

Sergio Sergas: Fotografo e videoamatore classe 1947, da cinquant’anni documenta la città di Trieste e il Territorio, con una particolare attenzione alle tradizioni delle popolazioni istriane. Suoi più di 1500 video, pubblicati su You Tube e Fb.

Grotta Azzurra – Zidaričeva pejca

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Grotta Azzurra / Zidaričeva pejca Numero catasto: 34 Numero catasto locale: 257VG

Caratteristiche: sviluppo planimetrico 235 m.; profondità 45,8 m.; dislivello totale 45,8 m.; quota fondo 208,2 m.; numero totale ingressi 2.

La Grotta Azzurra, Zidaričeva pejca in sloveno, si trova a Samatorza, nel Comune di Sgonico ed è una delle più note del Carso Triestino, sia per la facilità di accesso e per la notevole estensione, sia per l’interesse archeologico che riveste.

Le sue coordinate chilometriche sono 2419288 Est, 5067427 Nord.

Il nome, assegnatole dal dott. Marchesetti, non trova fondamento in una particolare colorazione, ma nel fatto che dal fondo della sala si scorge un lembo di cielo e il debole riverbero azzurrognolo della luce diurna rischiara la caverna di fondo.

Grotta Azzurra di Samatorza

Marchesetti rinvenne in questa grotta vari manufatti in osso. Superato il bel portale d’ingresso e seguendo un sinuoso sentiero che si snoda lungo il pendio detritico, si raggiunge dopo un centinaio di metri la base pianeggiante della sala principale. Da qui, sulla sinistra si prosegue per una sessantina di metri lungo una galleria che va progressivamente restringendosi fino ad incontrare un deposito calcitico che impedisce ogni ulteriore prosecuzione. Già in epoca preistorica l’uomo si inoltrò fin nella parte più interna della cavità e forse vi abitò saltuariamente, anche se mancano prove sicure in proposito.

Una numerosa comunità soggiornò invece per lunghissimo tempo nella dolina antistante la grotta e nell’atrio di questa, dando luogo all’accumulo di un potente deposito, spesso alcuni metri, nel quale vi sono abbondanti resti di ogni periodo. In un profondo scavo eseguito dal Radmilli, a ridosso della parete destra dell’ingresso, è stato raggiunto un livello contenente moltissimi oggetti di selce lavorata, di piccole dimensioni e di fattura particolare: si tratta di un’industria mesolitica che in questa grotta è stata per la prima volta accertata nell’ambito del Carso. Lo stesso livello è stato in seguito raggiunto da scavi sistematici effettuati in altre grotte carsiche. Nelle argille della zona più profonda della grotta, invece, deve giacere una grande quantità di ossa di animali, probabilmente trascinate dalle acque assorbite un tempo dalla caverna. Il gen. Lomi rinvenne, con qualche limitato assaggio, molti resti di Ursus spelaeus e di altri animali pleistocenici assieme ad un dente umano. Durante la prima guerra mondiale gli Austriaci eseguirono nella cavità notevoli lavori di adattamento, dei quali restano tutt’oggi evidenti tracce. Nella dolina ed all’imbocco sorsero baraccamenti per la truppa, lungo la china detritica venne tracciato un comodo sentiero rialzato, a tornanti, che raggiungeva la parte pianeggiante, mentre con scivoli appositamente costruiti si convogliò l’acqua di stillicidio in due capaci vasche di cemento. Com’era normale precauzione per le grotte di guerra, si scavò anche una galleria artificiale che raggiungeva l’esterno con una scalinata, onde assicurare la possibilità di fuga in caso di blocco dell’ingresso principale. Va rilevato che in questa grotta sono presenti numerosissimi resti di Orotrechus muellerianus, uno dei più interessanti troglobi del Carso. L”ingresso del ramo sud-ovest, poco frequentato, si apre a breve distanza dalla vasca per la raccolta dell’acqua che si incontra a destra, alla fine della discesa; si sviluppa sempre molto basso, in direzione Sud e quindi Sud Ovest ed Ovest. Il fondo, piano ed argilloso, non presenta possibilità di prosecuzione se si eccettua uno sprofondamento alla fine del ramo che parrebbe raccogliere le acque di stillicidio.

Nel 1895 Carlo de Marchesetti pubblica a pag. 249 degli Atti del museo civico di storia naturale di Trieste il seguente articolo:

” Già da parecchi anni questa caverna aveva richiamato la mia attenzione per la sua bellezza e vastità, non meno che per le eccellenti condizioni, ch’essa doveva offrire all’uomo preistorico. Ed infatti la guida, che mi vi conduceva raccontavami che alcuni anni innanzi, scavando il proprietario nell’atrio della stessa, per trasportare la terra sull’attiguo campo, vi aveva trovato ossa e frammenti di pentole.
Già allora io l’ aveva segnata nella mia carta topografica delle caverne col nome di Grotta azzurra presentandoci essa la particolarità di lasciar scorgere attraverso l’apertura, allorché si giunge al suo fondo, un lembo di cielo di effetto veramente magnifico. Occupato però con altri lavori, non mi fu possibile di dedicarmi tosto all’esplorazione della stessa, e fui perciò molto lieto, allorché nella scorsa primavera alcuni giovani volonterosi, i signori Rodolfo e Camillo Seemann ed il signor Americo Hoffmann, si offersero di praticarvi degli scavi. In loro compagnia o solo mi recai più volte alla caverna e sebbene l’investigazioni non possano dirsi del tutto ultimate, restando da esplorare principalmente la parte interna, che forse ci rivelerà ancora l’esistenza di animali diluviali, procurerò di dare una breve descrizione dei resultati ottenuti, porgendo in pari tempo le più sentite grazie ai sullodati signori per le loro zelanti prestazioni. La caverna in discorso giace tra Nabresina ed il villaggio di Samatorza alle falde di una piccola collina all’altezza di circa 270 m. sul livello del mare. Essa trovasi al fondo di una vallecola, chiamata dai paesani Lescouza Dolina, che apresi in direzione di S. S. E, nel calcare cretaceo radialitico, formante l’ossatura della circostante regione. Il suo ingresso ci presenta una bella volta alta circa 6 m. e larga 25, che mette in un vestibolo quasi piano della superficie di circa 300 m. q. Questo era il tratto ove di preferenza soggiornavano i nostri trogloditi ed ove gli scavi vennero più estesamente praticati. Il vestibolo va a poco a poco restringendosi ed abbassandosi e si riduce a soli 10’5 m. alla sua estremità interna, ov’è tutto ingombro di sassi ammonticchiati, sicché non vi restò che uno stretto passaggio per penetrare nell’interno della caverna. Quivi comincia il tratto declive che misura in lunghezza quasi 100 m. discendendo per circa 35 fino alla parte più depressa, che è nuovamente piana. Esso mantiene sempre la direzione verso S, S. E. e presenta poche sinuosità, conservando una larghezza, che varia da 27 a 39 m. Il suolo è parte ingombro da pietre mobili, parte formato da roccie con incrostazioni stalagmitiche, mentre la volta che va gradatamente elevandosi fino a 12 m. è quasi totalmente priva di stalattiti. A 60 m. della sua lunghezza presso alla parete sinistra, evvi un largo bacino d’ acqua sormontato da un massiccio stalattite pendente dall’alto a guisa di enorme ombrello chiuso, mentre un po’ più basso, ma dalla parte opposta, le gocce cadendo sur uno strato di sabbia, vi hanno prodotto una successione di piccole ampolle, che ricordano, se anche in dimensioni ridotte, la famosa Grotta delle Fontane di S. Canziano.

Segue quindi un tratto piano di 40 m. di lunghezza, alla cui estremità la caverna va rapidamente restringendosi fino a 18 m., mettendo in un canale egualmente piano, lungo 38 m. e largo da 13 a 15, che presenta verso la metà a sinistra un allargamento a forma di nicchia. La sua altezza è di appena 2 – 4 m. ed è tutto occupato di terriccio. Chiude la caverna un breve tratto ascendente di 18 m., tutto ingombro di rocce e formazioni stalattitiche, che va restringendosi in ogni sua dimensione e finisce con due angusti cunicoli, ove la strettezza del passaggio non permette un’ ulteriore esplorazione.

Come in buon numero delle nostre caverne, anche in questa la parte che a preferenza veniva abitata era il vestibolo, potendovi penetrare liberamente la luce. Senza dubbio anche all’esterno della caverna, ove le rupi sporgono notevolmente ed offrono un eccellente ricovero, si avrebbero trovati resti dell’uomo, se il proprietario non vi avesse già anteriormente levato il terriccio, gettandovi un’ enorme quantità di sassi. L’ interno dell’antro non serviva probabilmente che di rifugio temporaneo, allorché i rigori del verno si facevano sentire troppo aspri nella parte anteriore. E difatti gli assaggi praticativi ci diedero solamente degli strati sottili di cenere con pochi cocci e resti d’ animali, laddove nel vestibolo il deposito di cenere oltrepassava un metro di spessore con copiosi avanzi dell’attività umana.
Lo strato antropozoico era coperto da un metro a un metro e mezzo di terriccio, salvo nei tratti ove il proprietario lo aveva, come si disse, già anteriormente levato, sostituendolo coi sassi del suo campo. Sebbene diffuso per tutta l’estensione del vestibolo, non era però dovunque uniforme, presentando differenze nello spessore e constando talora di una serie di straterelli sovrapposti, interrotti da terriccio. Più compatti e più grossi erano nella parte centrale, assottigliandosi sempre più che si procedeva verso le pareti. Ma se in prossimità di quest’ultime minore era l’agglomeramento delle ceneri, più copiosi si presentavano gli oggetti, che senza dubbio venivano gettati colà i rifiuti de’ pasti de’ nostri trogloditi, affinchè non ingombrassero la parte centrale del vestibolo. Al pari che in tutte le altre caverne abitate del nostro Carso, anche in questa la maggior parte dei resti è rappresentata dalle stoviglie, rispettivamente dai loro frammenti. Ve ne sono di grossolane e di dimensioni notevoli, come pure di pasta relativamente fina ed appartenenti a vasi minuscoli. Lavorate a mano furono cotte a fuoco aperto, sicché ci presentano nell’impasto od almeno nella parte centrale, un colorito nero. All’argilla fu costantemente mescolata sabbia calcare, al qual uopo avranno servilo per lo più stalattiti triturate, come accennano i cristalli trasparenti di calcite.

I vasi maggiori a pareti molto grosse avevano per lo più forma ventricosa di dogli ed andavano sforniti di qualsiasi ornamento, se si eccettuino dei cordoni rilevati, decorazione che in questa caverna è la più frequente, anche nelle pentole di minori dimensioni. Interessante riesce il rinvenimento di frammenti di un grande doglio a zone nere e rosse con cordoni interposti, che sembra il prototipo degli ossuari zonati, tanto frequenti nella necropoli di S. Lucia.

Anche le pentole minori erano solitamente più o meno panciute ed avevano sempre fondi piani. I loro labbri erano per la maggior parte diritti, più raramente ripiegati all’infuori. Alcuni orli presentano il labbro ingrossato e superiormente pianeggiante.

I manichi raccolti sono abbastanza numerosi, sebbene non offrano molte varietà. Più frequenti sono le piccole anse cana- licolate sia orizzontali che verticali. Le minori avranno proba- bilmente servito ad appendere il vaso mercè di una cordicella. Meritano speciale menzione alcune anse particolari nelle quali la branca superiore che va gradatamente assottigliandosi, decorre orizzontalmente o si rivolge alquanto all’insù, per poi ripiegarsi bruscamente ad angolo retto ed inserirsi inferiormente con una curva, ove si allarga nuovamente. Questa forma d’ ansa, che si trova assai comune nei castellieri e nelle grotte dell’Istria media ed australe, è piuttosto rara nei depositi neolitici e dell’ epoca del bronzo dei dintorni di Trieste e del Goriziano, ove viene sostituita per lo più dall’ansa auricolata. Né vi mancano stoviglie che presso l’orlo superiore vanno fornite di buchi. Una ciotoletta possedè un manico rilevato, un’ altra, di color nero molto lucido, mostra l’ inserzione dello stesso immediatamente alla base.

Le decorazioni non ci offrono grandi varietà: il più delle volte il figulo si accontentò di passare colla stecca sulla superficie del vaso, producendovi una lisciatura più o meno riuscita. Altre volte vi impresse piccoli solchi o fascetti di linee irregolari, talora le dispose con cert’ordine a determinate distanze, in direzioni diverse, tracciandovi triangoli, linee spezzate, reticolati, ecc. Vi aggiunse tal fiata quell’ornamento caratteristico dell’epoca della pietra e del bronzo, cioè l’impressione digitale, che non manca in alcuna delle nostre grotte né in alcun castelliere, e trovasi diffuso dalla Spagna fino nelle regioni più orientali della Russia e dell’Asia minore. Invece del polpastrello si servì in alcuni casi dell’unghia oppure anche di un pezzetto di legno.

D’argilla sono pure due fusajuole biconiche senza alcuna decorazione, di cui una molto grossa e pesante. A completamento delle stoviglie ritrovate, noterò ancora la presenza di alcune anfore romane di creta rossa purgatissima e di piena cottura, negli strati superiori, d’onde s’ebbero pure cocci di vasi, che sebbene di pasta oscura con granuli di calcite, ci si dimostrano di epoca posteriore per esser lavorati al tornio. Se anche la caverna di Samatorza non può stare a pari con quelle di Gabrovizza e di S. Canziano per la ricchezza e la varietà di selci lavorate, tuttavia pur essa ci offrì non ispregevole contributo di oggetti litici, tanto più ove si rifletta alla scarsità generale di questi manufatti nelle nostre caverne, che si spiega benissimo colla rarità della piromaca nei calcari eocenici e cretacei del nostro Carso,- ove si eccettuino gli arnioni silicei del calcare bituminoso, che del resto non fornivano che un materiale assai scadente alla fabbricazione di utensili. Oltre ad alcuni nuclei di selce, noterò parecchi coltellini, tra i quali uno di selce grigia della lunghezza di 112 mm. e due altri di selce bionda di 105 rispettivamente 90 mm. Vi sono pure alcune cuspidi e raschiatoi egregiamente lavorati.

All’incontro copiosissime come in tutti i nostri depositi neolitici sia all’aperto che sotterra, vi sono le coti d’arenaria di forme varie e spesso portanti tracce evidenti di lunga lavorazione. Mancando il nostro Carso di giacimenti d’ arenaria, esse vi furono trasportate dalla sottostante costiera di Contovello- Aurisina, ove affiorano strati arenosi, ed ove nei ciottoli della riva si offriva ai nostri trogloditi un materiale eccellente. Oltre alle coti si raccolsero alcuni pestelli le cui superfici consumate ci rivelano il loro lungo uso. E dalla spiaggia venivano pure sovente portati alla caverna piccoli ciottoli calcari arrotondati, che non saprei a quale scopo servissero, ove non si voglia pensare a qualche giuoco con cui i nostri bisavoli avranno forse scacciato la noia. È rimarchevole pure un ciottolo allungato per esser levigatissimo assomigliando ad un’ ascia.

Numerosi sono pure gl’istrumenti di osso, per i quali gli ammali di cui pascevansi, fornivano senza alcuna speciale fatica la materia prima più acconcia. Essi vengono in certa qual guisa a surrogare i manufatti di selce, prestandosi benissimo all’uopo. Per lo più ci si accontentava di scheggiare solamente le ossa, producendovi per tal modo spigoli acuti taglienti o punte acuminate. Le scheggiature non sono già accidentali per trarne il midollo, ma si dimostrano intenzionali per foggiare istrumenti. E difatti parecchie di queste ossa presentano tracce indubbie di esser state adoperate. Quali fossero i molteplici usi cui esse servivano, non è sempre possibile determinare nel caso concreto, ma è probabile che oltreché quali armi offensive e difensive, vi si traessero i differenti utensili dell’uso domestico. Appresso a quelle semplicemente scheggiate, vi sono alcune accuratamente lisciate, sia in tutta la loro estensione, sia soltanto verso l’estremità.

Prescelte erano specialmente le corna di cervo, delle quali si raccolsero molti pezzi lavorati, sia lisciati che tagliati. Di osso si raccolse inoltre un pettine spezzato, però nello strato superiore, identico a quelli che ci vennero forniti in copia dagli scavi nella caverna di S. Canziano e che sono da riferirsi ad un’epoca romana tarda, al tempo cioè della trasmigrazione de’ popoli.

Ma oltre alle ossa, che ci dimostrano di esser state lavorate, vi sono ed in maggior copia quelle che ci rappresentano solamente i rifiuti de’ pasti dei nostri trogloditi. Esse sono per lo più spezzate per estrarne il midollo ed appaiono spesso più o meno carbonizzate o ricoperte da incrostazioni di cenere raggrumatasi loro d’intorno. Anche quivi l’animale più frequente di cui si cibavano gli abitatori della caverna era la capra, meno comune la pecora. Si raccolsero pure resti di bue e di maiale, se anche in piccolo numero. Vi manca all’incontro il cane. Tra gli animali selvatici primeggia il cervo (C. Elaphus), del quale si trovarono corna colossali. Né vi fa difetto il capriolo, che al pari del precedente rinviensi, del resto, in quasi tutte le altre grotte del Carso. Del lepre non raccolsi che un’ unica mascella. Non erano però soli i mammiferi, ai quali il troglodita domandava il suo sostentamento, ma egli scendeva spesso al mare distante poco più d’un’ora a farvi raccolta dei molluschi, che popolavano i bassofondi della spiaggia e dei quali, al pari de’ suoi confratelli di altre caverne,- era ghiottissimo. Ed egli arrecava alla sua dimora grandi quantità di Monodonta tuberculata, alle volte frammischiata alla M. articulata, né sdegnava le umili patelle (P. aspera, scutellaris e tarentina) e le cozze (Mytilus galloprovincialis). Aveva pure una speciale predilezione per le ostriche, le cui valve lisciate ed arrotondate, gli servivano poscia quali utensili. Molto più raramente raccoglieva gaideri (Spondylus gaederopus).

Noi troviamo quindi anche in questa caverna esclusivamente molluschi che vivono alla sponda od a poca profondità. In generale i nostri cavernicoli dell’epoca neolitica non sembrano essersi occupati più di tanto della pesca, mancando di solito qualunque traccia di pesce nei loro depositi. Riesce perciò interessante il rinvenimento dell’aculeo caudale di una Raja in questa grotta, se anche non può disconoscersi che esso provenga forse da un animale gettato casualmente alla riva. Raccolsi inoltre una vertebra di pesce di mediocre grandezza, che non mi riesci ancora di determinare.

Abbiamo adunque nella caverna di Samatorza un’altra stazione, che per lungo tempo servì di dimora all’uomo neolitico. La mancanza di qualsiasi traccia di metallo, ci apprende ch’essa non venne più abitata nell’epoche posteriori, seppure talora deve aver servito da rifugio temporaneo, come ci dimostra la presenza dell’anfore romane e del frammento di pettine. “

(Testi dal Catasto Grotte FVG; La Grotta Azzurra di Samatorza, «Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste»; Carlo Marchesetti e i Castellieri – 1903/2003 Editreg 2005; Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste Vol.IX, 1895)