Trieste: Piazza Giuseppe Garibaldi. Palazzo Polifemo.

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Trieste: Piazza Giuseppe Garibaldi. Palazzo Polifemo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Giuseppe Garibaldi. Palazzo Polifemo.
– La piazza prima di essere intitolata a Garibaldi, ha avuto più denominazioni: Piazza della Stranga (dal tedesco Schranke, dogana) per la presenza della dogana, Piazza della Marina per il palazzo dove avrebbe dovuto avere sede il Comando Supremo della Marina Militare e Piazza Elisabetta in onore dell’Imperatrice d’Austria che visitò Trieste per la prima volta nel 1856 e per la quale nel 1858 fu eretta la fontana posta al centro della piazza, opera dello scultore triestino Giovanni Depaul (1858) su disegno dell’Architetto Vallon.
– Palazzo Polifemo fu costruito nel 1882 con i capitali della Banca Union di Vienna. Avrebbe dovuto ospitare in un primo tempo il Comando Supremo della Marina Militare ed in un secondo tempo la sede centrale della banca stessa ma alla fine non si fece nulla. A quel punto fu ristrutturato internamente rendendolo adatto ad ospitare appartamenti. Originariamente, il foro nel gruppo scultoreo sulla facciata avrebbe dovuto contenere un orologio e i cittadini per burla chiamarono il palazzo Polifemo.
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– La piazza prima di essere intitolata a Garibaldi, ha avuto più denominazioni: Piazza della Stranga (dal tedesco Schranke, dogana) per la presenza della dogana, Piazza della Marina per il palazzo dove avrebbe dovuto avere sede il Comando Supremo della Marina Militare e Piazza Elisabetta in onore dell’Imperatrice d’Austria che visitò Trieste per la prima volta nel 1856 e per la quale nel 1858 fu eretta la fontana posta al centro della piazza, opera dello scultore triestino Giovanni Depaul (1858) su disegno dell’Architetto Vallon.
– Palazzo Polifemo fu costruito nel 1882 con i capitali della Banca Union di Vienna. Avrebbe dovuto ospitare in un primo tempo il Comando Supremo della Marina Militare ed in un secondo tempo la sede centrale della banca stessa ma alla fine non si fece nulla. A quel punto fu ristrutturato internamente rendendolo adatto ad ospitare appartamenti. Originariamente, il foro nel gruppo scultoreo sulla facciata avrebbe dovuto contenere un orologio e i cittadini per burla chiamarono il palazzo Polifemo.
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– La piazza prima di essere intitolata a Garibaldi, ha avuto più denominazioni: Piazza della Stranga (dal tedesco Schranke, dogana) per la presenza della dogana, Piazza della Marina per il palazzo dove avrebbe dovuto avere sede il Comando Supremo della Marina Militare e Piazza Elisabetta in onore dell’Imperatrice d’Austria che visitò Trieste per la prima volta nel 1856 e per la quale nel 1858 fu eretta la fontana posta al centro della piazza, opera dello scultore triestino Giovanni Depaul (1858) su disegno dell’Architetto Vallon.
– Palazzo Polifemo fu costruito nel 1882 con i capitali della Banca Union di Vienna. Avrebbe dovuto ospitare in un primo tempo il Comando Supremo della Marina Militare ed in un secondo tempo la sede centrale della banca stessa ma alla fine non si fece nulla. A quel punto fu ristrutturato internamente rendendolo adatto ad ospitare appartamenti. Originariamente, il foro nel gruppo scultoreo sulla facciata avrebbe dovuto contenere un orologio e i cittadini per burla chiamarono il palazzo Polifemo.
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– La piazza prima di essere intitolata a Garibaldi, ha avuto più denominazioni: Piazza della Stranga (dal tedesco Schranke, dogana) per la presenza della dogana, Piazza della Marina per il palazzo dove avrebbe dovuto avere sede il Comando Supremo della Marina Militare e Piazza Elisabetta in onore dell’Imperatrice d’Austria che visitò Trieste per la prima volta nel 1856 e per la quale nel 1858 fu eretta la fontana posta al centro della piazza, opera dello scultore triestino Giovanni Depaul (1858) su disegno dell’Architetto Vallon.
– Palazzo Polifemo fu costruito nel 1882 con i capitali della Banca Union di Vienna. Avrebbe dovuto ospitare in un primo tempo il Comando Supremo della Marina Militare ed in un secondo tempo la sede centrale della banca stessa ma alla fine non si fece nulla. A quel punto fu ristrutturato internamente rendendolo adatto ad ospitare appartamenti. Originariamente, il foro nel gruppo scultoreo sulla facciata avrebbe dovuto contenere un orologio e i cittadini per burla chiamarono il palazzo Polifemo.
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– La piazza prima di essere intitolata a Garibaldi, ha avuto più denominazioni: Piazza della Stranga (dal tedesco Schranke, dogana) per la presenza della dogana, Piazza della Marina per il palazzo dove avrebbe dovuto avere sede il Comando Supremo della Marina Militare e Piazza Elisabetta in onore dell’Imperatrice d’Austria che visitò Trieste per la prima volta nel 1856 e per la quale nel 1858 fu eretta la fontana posta al centro della piazza, opera dello scultore triestino Giovanni Depaul (1858) su disegno dell’Architetto Vallon.
– Palazzo Polifemo fu costruito nel 1882 con i capitali della Banca Union di Vienna. Avrebbe dovuto ospitare in un primo tempo il Comando Supremo della Marina Militare ed in un secondo tempo la sede centrale della banca stessa ma alla fine non si fece nulla. A quel punto fu ristrutturato internamente rendendolo adatto ad ospitare appartamenti. Originariamente, il foro nel gruppo scultoreo sulla facciata avrebbe dovuto contenere un orologio e i cittadini per burla chiamarono il palazzo Polifemo.
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Trieste: Via Cesare Battisti 18. Caffè San Marco.

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Trieste: Via Cesare Battisti 18. Caffè San Marco.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Cesare Battisti 18. Caffè San Marco.
– Palazzo realizzato il 1903 dall’Architetto Giorgio Polli, su commissione delle Assicurazioni Generali, tra Via Cesare Battisti, Via Gaetano Donizetti e Via Guido Zanetti. Via Cesare Battisti precedentemente si chiamava Corsia Stadion, dal nome del Conte Stadion che nel 1846 fu promotore dell’imbonimento del torrente detto dello Scoglio.
– Lo storico caffè San Marco, al cui posto precedentemente c’era la Latteria Trifolium, è stato inaugurato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich. il locale, in stile floreale Liberty, è decorato da stucchi dorati, specchi, diversi dipinti raffiguranti figure di maschere, opera di artisti come Giuseppe Barison, Glauco Cambon, Ugo Flumiani e Guido Marussig, Vito Timmel. Il locale viene ricordato come ritrovo degli irredentisti italiani e di letterati quali Italo Svevo, Gianni Stuparich, Virgilio Giotti, Giorgio Voghera. Umberto Saba e attualmente da Claudio Magris. Nel maggio 1915 un gruppo di soldati dell’esercito austroungarico penetrò nel locale, lo devastò e incendiò e ne decretò la chiusura. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al termine della Seconda, il Caffè giacque in uno stato di abbandono. E’ stato integralmente restaurato nel 1989.
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Trieste: Via Cesare Battisti 18. Caffè San Marco.
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– Palazzo realizzato il 1903 dall’Architetto Giorgio Polli, su commissione delle Assicurazioni Generali, tra Via Cesare Battisti, Via Gaetano Donizetti e Via Guido Zanetti. Via Cesare Battisti precedentemente si chiamava Corsia Stadion, dal nome del Conte Stadion che nel 1846 fu promotore dell’imbonimento del torrente detto dello Scoglio.
– Lo storico caffè San Marco, al cui posto precedentemente c’era la Latteria Trifolium, è stato inaugurato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich. il locale, in stile floreale Liberty, è decorato da stucchi dorati, specchi, diversi dipinti raffiguranti figure di maschere, opera di artisti come Giuseppe Barison, Glauco Cambon, Ugo Flumiani e Guido Marussig, Vito Timmel. Il locale viene ricordato come ritrovo degli irredentisti italiani e di letterati quali Italo Svevo, Gianni Stuparich, Virgilio Giotti, Giorgio Voghera. Umberto Saba e attualmente da Claudio Magris. Nel maggio 1915 un gruppo di soldati dell’esercito austroungarico penetrò nel locale, lo devastò e incendiò e ne decretò la chiusura. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al termine della Seconda, il Caffè giacque in uno stato di abbandono. E’ stato integralmente restaurato nel 1989.
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– Palazzo realizzato il 1903 dall’Architetto Giorgio Polli, su commissione delle Assicurazioni Generali, tra Via Cesare Battisti, Via Gaetano Donizetti e Via Guido Zanetti. Via Cesare Battisti precedentemente si chiamava Corsia Stadion, dal nome del Conte Stadion che nel 1846 fu promotore dell’imbonimento del torrente detto dello Scoglio.
– Lo storico caffè San Marco, al cui posto precedentemente c’era la Latteria Trifolium, è stato inaugurato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich. il locale, in stile floreale Liberty, è decorato da stucchi dorati, specchi, diversi dipinti raffiguranti figure di maschere, opera di artisti come Giuseppe Barison, Glauco Cambon, Ugo Flumiani e Guido Marussig, Vito Timmel. Il locale viene ricordato come ritrovo degli irredentisti italiani e di letterati quali Italo Svevo, Gianni Stuparich, Virgilio Giotti, Giorgio Voghera. Umberto Saba e attualmente da Claudio Magris. Nel maggio 1915 un gruppo di soldati dell’esercito austroungarico penetrò nel locale, lo devastò e incendiò e ne decretò la chiusura. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al termine della Seconda, il Caffè giacque in uno stato di abbandono. E’ stato integralmente restaurato nel 1989.
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– Palazzo realizzato il 1903 dall’Architetto Giorgio Polli, su commissione delle Assicurazioni Generali, tra Via Cesare Battisti, Via Gaetano Donizetti e Via Guido Zanetti. Via Cesare Battisti precedentemente si chiamava Corsia Stadion, dal nome del Conte Stadion che nel 1846 fu promotore dell’imbonimento del torrente detto dello Scoglio.
– Lo storico caffè San Marco, al cui posto precedentemente c’era la Latteria Trifolium, è stato inaugurato il 3 gennaio 1914 da Marco Lovrinovich. il locale, in stile floreale Liberty, è decorato da stucchi dorati, specchi, diversi dipinti raffiguranti figure di maschere, opera di artisti come Giuseppe Barison, Glauco Cambon, Ugo Flumiani e Guido Marussig, Vito Timmel. Il locale viene ricordato come ritrovo degli irredentisti italiani e di letterati quali Italo Svevo, Gianni Stuparich, Virgilio Giotti, Giorgio Voghera. Umberto Saba e attualmente da Claudio Magris. Nel maggio 1915 un gruppo di soldati dell’esercito austroungarico penetrò nel locale, lo devastò e incendiò e ne decretò la chiusura. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino al termine della Seconda, il Caffè giacque in uno stato di abbandono. E’ stato integralmente restaurato nel 1989.
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Trieste: Piazza Sant’Antonio Nuovo 6. Caffè Stella Polare.

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Trieste: Piazza Sant'Antonio Nuovo 6. Caffè Stella Polare.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Sant’Antonio Nuovo 6. Caffè Stella Polare.
Il palazzo sorge su Piazza Sant’Antonio Nuovo, già Piazza Umberto I, interrata nel 1934, su cui si affaccia la più recente chiesa di Sant’Antonio, consacrata nel 1842. L’area su cui viene eretto l’edificio è registrata in origine a nome di Aleksandar Vukasovic, dal 1765 è proprietà della Confraternita Greco-Illirica, in seguito della comunità serbo-ortodossa, separatasi da quella greca, a sua volta trasferita nella chiesa di San Nicola. L’edificio viene costruito sul sito occupato dall’originario palazzo ottocentesco disegnato da Antonio Buttazzoni e demolito nel 1902. Entro il 1904 viene eretta la nuova struttura su progetto dell’ingegnere Carlo Cambiagio, che modifica l’impianto dell’edificio preesistente con la creazione di un piano aggiuntivo. Il palazzo ospita dal 1867 il Caffè Stella Polare, inizialmente gestito da Antonio Carmelich e dal 1910 da Riccardo Leipziger e Mario Striscia. Durante i lavori di costruzione del nuovo stabile il Caffè viene provvisoriamente sistemato in un padiglione di legno e gesso, realizzato in stile Secession; le fonti dell’epoca ricordano la presenza di importanti esposizioni temporanee nelle sale superiori del Caffè, tra cui si segnala la grande mostra postuma di Umberto Veruda. Il Caffè Stella Polare, la cui nuova sede è inaugurata il 7 febbraio del 1904, un tempo era dotato di un bancone in legno di ciliegio, di sala biliardo e sala riunioni e lettura (conserva ancora grandi specchiere importate via mare agli inizi del 900) e viene frequentato da intellettuali triestini e stranieri, soprattutto tedeschi. Il 23 maggio 1915 il Caffè viene devastato da vandali anti italiani causando la perdita di una parte dell’arredamento originario. (da: biblioteche.comune.trieste.it),
Durante l’occupazione angloamericana era una famosa sala da ballo, complice, come altri locali, di numerosi matrimoni tra ragazze del luogo e soldati alleati. Attualmente all’interno del locale sono presenti gli specchi e le decorazioni in stucco originali ed è allestita permanentemente una mostra pittorica o fotografica che ospita un artista diverso ogni due settimane.
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Trieste: Piazza Sant'Antonio Nuovo 6. Caffè Stella Polare.
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Trieste: Piazza Sant’Antonio Nuovo 6. Caffè Stella Polare.
Il palazzo sorge su Piazza Sant’Antonio Nuovo, già Piazza Umberto I, interrata nel 1934, su cui si affaccia la più recente chiesa di Sant’Antonio, consacrata nel 1842. L’area su cui viene eretto l’edificio è registrata in origine a nome di Aleksandar Vukasovic, dal 1765 è proprietà della Confraternita Greco-Illirica, in seguito della comunità serbo-ortodossa, separatasi da quella greca, a sua volta trasferita nella chiesa di San Nicola. L’edificio viene costruito sul sito occupato dall’originario palazzo ottocentesco disegnato da Antonio Buttazzoni e demolito nel 1902. Entro il 1904 viene eretta la nuova struttura su progetto dell’ingegnere Carlo Cambiagio, che modifica l’impianto dell’edificio preesistente con la creazione di un piano aggiuntivo. Il palazzo ospita dal 1867 il Caffè Stella Polare, inizialmente gestito da Antonio Carmelich e dal 1910 da Riccardo Leipziger e Mario Striscia. Durante i lavori di costruzione del nuovo stabile il Caffè viene provvisoriamente sistemato in un padiglione di legno e gesso, realizzato in stile Secession; le fonti dell’epoca ricordano la presenza di importanti esposizioni temporanee nelle sale superiori del Caffè, tra cui si segnala la grande mostra postuma di Umberto Veruda. Il Caffè Stella Polare, la cui nuova sede è inaugurata il 7 febbraio del 1904, un tempo era dotato di un bancone in legno di ciliegio, di sala biliardo e sala riunioni e lettura (conserva ancora grandi specchiere importate via mare agli inizi del 900) e viene frequentato da intellettuali triestini e stranieri, soprattutto tedeschi. Il 23 maggio 1915 il Caffè viene devastato da vandali anti italiani causando la perdita di una parte dell’arredamento originario. (da: biblioteche.comune.trieste.it),
Durante l’occupazione angloamericana era una famosa sala da ballo, complice, come altri locali, di numerosi matrimoni tra ragazze del luogo e soldati alleati. Attualmente all’interno del locale sono presenti gli specchi e le decorazioni in stucco originali ed è allestita permanentemente una mostra pittorica o fotografica che ospita un artista diverso ogni due settimane.
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Trieste: Corso Umberto Saba 2. Casa Sordina.

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Trieste: Corso Umberto Saba 2. Casa Sordina. 
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Corso Umberto Saba 2. Casa Sordina.
– L’immobile è collocato su Corso Umberto Saba, in origine denominata Barriera Vecchia, in riferimento all’ufficio daziario qui ospitato fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere trasferito in via dell’Istria. Il sito, originariamente occupato da una “ricca vegetazione boschiva…dei baroni de Fin” (Rutteri, 1950), venne interessato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento da un’intensa attività costruttiva con importanti ristrutturazioni e la costruzione di nuove fabbriche. A testimoniare il periodo di grande sviluppo urbanistico ottocentesco rimane l’edificio in esame; il progetto originale, datato 2 novembre 1855, reca la firma dell’architetto Giovanni Degasperi e il visto dell’allora ispettore edile Giuseppe Bernardi. Il disegno descrive un edificio a tre piani fuori terra, più soffitta abitabile, arricchito al pianoterra da un rivestimento a bugnato, su cui si aprono fori commerciali e finestre. L’ingresso principale, con portone il legno decorato a rilievo, è affiancato da semi pilastri a sostegno di una struttura lignea che sale fino la terzo piano. Al giugno del 1888 risale un progetto per la “riduzione delle chiuse e mostre delle finestre ” del prospetto principale a nome delle proprietarie “signore Onorina Contessa Sordina ed Emma Contessa Alberty”. Segue nel 1898 un ulteriore intervento sulle finestre del pianoterra. La struttura è stata interessata da diverse modifiche, in particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento; le principali variazioni riguardano la facciata principale, soprattutto il pianoterra per la creazione di spazi commerciali.
Tra gli ospiti più illustri del palazzo si ricorda il letterato James Joyce, come testimonia la targa affissa a lato del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– I proprietari del palazzo furono il Barone Giovanni Battista Scrinzi di Montecroce, avvocato, consigliere municipale, che stilò il testamento del barone Revoltella e curò l’istituzione della Scuola Superiore di Commercio (precursore della facoltà di Economia e Commercio) e della Galleria d’arte Revoltella. Alla sua morte la proprietà si trasferì alle figlie, Contessa Emma Alberty e Contessa Onorina Sordina. Tra i proprietari vi furono inoltre il Conte Francesco Sordina con la moglie, la Contessa Emma Alberta Poija entrambi appassionati collezionisti di cimeli napoleonici, tanto che la casa diventò sede di un museo napoleonico noto in tutta Europa. Il conte Sordina, esperto spadaccino raccolse anche una ricchissima collezione di spade. Alla sua morte la collezione napoleonica e quella di spade andarono disperse.
Nel palazzo ebbero sede anche il Caffè Amonia, le Calzature Venezia Giulia (attuale Calzaturificio Castiglioni), il Banco Cooperativo Giuliano, la Rinnovatrice (Reparol – centro per la riparazione immediata di calzature) e fu anche la storica sede della Lista per Trieste.
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– L’immobile è collocato su Corso Umberto Saba, in origine denominata Barriera Vecchia, in riferimento all’ufficio daziario qui ospitato fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere trasferito in via dell’Istria. Il sito, originariamente occupato da una “ricca vegetazione boschiva…dei baroni de Fin” (Rutteri, 1950), venne interessato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento da un’intensa attività costruttiva con importanti ristrutturazioni e la costruzione di nuove fabbriche. A testimoniare il periodo di grande sviluppo urbanistico ottocentesco rimane l’edificio in esame; il progetto originale, datato 2 novembre 1855, reca la firma dell’architetto Giovanni Degasperi e il visto dell’allora ispettore edile Giuseppe Bernardi. Il disegno descrive un edificio a tre piani fuori terra, più soffitta abitabile, arricchito al pianoterra da un rivestimento a bugnato, su cui si aprono fori commerciali e finestre. L’ingresso principale, con portone il legno decorato a rilievo, è affiancato da semi pilastri a sostegno di una struttura lignea che sale fino la terzo piano. Al giugno del 1888 risale un progetto per la “riduzione delle chiuse e mostre delle finestre ” del prospetto principale a nome delle proprietarie “signore Onorina Contessa Sordina ed Emma Contessa Alberty”. Segue nel 1898 un ulteriore intervento sulle finestre del pianoterra. La struttura è stata interessata da diverse modifiche, in particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento; le principali variazioni riguardano la facciata principale, soprattutto il pianoterra per la creazione di spazi commerciali.
Tra gli ospiti più illustri del palazzo si ricorda il letterato James Joyce, come testimonia la targa affissa a lato del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– I proprietari del palazzo furono il Barone Giovanni Battista Scrinzi di Montecroce, avvocato, consigliere municipale, che stilò il testamento del barone Revoltella e curò l’istituzione della Scuola Superiore di Commercio (precursore della facoltà di Economia e Commercio) e della Galleria d’arte Revoltella. Alla sua morte la proprietà si trasferì alle figlie, Contessa Emma Alberty e Contessa Onorina Sordina. Tra i proprietari vi furono inoltre il Conte Francesco Sordina con la moglie, la Contessa Emma Alberta Poija entrambi appassionati collezionisti di cimeli napoleonici, tanto che la casa diventò sede di un museo napoleonico noto in tutta Europa. Il conte Sordina, esperto spadaccino raccolse anche una ricchissima collezione di spade. Alla sua morte la collezione napoleonica e quella di spade andarono disperse.
Nel palazzo ebbero sede anche il Caffè Amonia, le Calzature Venezia Giulia (attuale Calzaturificio Castiglioni), il Banco Cooperativo Giuliano, la Rinnovatrice (Reparol – centro per la riparazione immediata di calzature) e fu anche la storica sede della Lista per Trieste.
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Trieste: Corso Umberto Saba 2. Casa Sordina.
– L’immobile è collocato su Corso Umberto Saba, in origine denominata Barriera Vecchia, in riferimento all’ufficio daziario qui ospitato fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere trasferito in via dell’Istria. Il sito, originariamente occupato da una “ricca vegetazione boschiva…dei baroni de Fin” (Rutteri, 1950), venne interessato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento da un’intensa attività costruttiva con importanti ristrutturazioni e la costruzione di nuove fabbriche. A testimoniare il periodo di grande sviluppo urbanistico ottocentesco rimane l’edificio in esame; il progetto originale, datato 2 novembre 1855, reca la firma dell’architetto Giovanni Degasperi e il visto dell’allora ispettore edile Giuseppe Bernardi. Il disegno descrive un edificio a tre piani fuori terra, più soffitta abitabile, arricchito al pianoterra da un rivestimento a bugnato, su cui si aprono fori commerciali e finestre. L’ingresso principale, con portone il legno decorato a rilievo, è affiancato da semi pilastri a sostegno di una struttura lignea che sale fino la terzo piano. Al giugno del 1888 risale un progetto per la “riduzione delle chiuse e mostre delle finestre ” del prospetto principale a nome delle proprietarie “signore Onorina Contessa Sordina ed Emma Contessa Alberty”. Segue nel 1898 un ulteriore intervento sulle finestre del pianoterra. La struttura è stata interessata da diverse modifiche, in particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento; le principali variazioni riguardano la facciata principale, soprattutto il pianoterra per la creazione di spazi commerciali.
Tra gli ospiti più illustri del palazzo si ricorda il letterato James Joyce, come testimonia la targa affissa a lato del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– I proprietari del palazzo furono il Barone Giovanni Battista Scrinzi di Montecroce, avvocato, consigliere municipale, che stilò il testamento del barone Revoltella e curò l’istituzione della Scuola Superiore di Commercio (precursore della facoltà di Economia e Commercio) e della Galleria d’arte Revoltella. Alla sua morte la proprietà si trasferì alle figlie, Contessa Emma Alberty e Contessa Onorina Sordina. Tra i proprietari vi furono inoltre il Conte Francesco Sordina con la moglie, la Contessa Emma Alberta Poija entrambi appassionati collezionisti di cimeli napoleonici, tanto che la casa diventò sede di un museo napoleonico noto in tutta Europa. Il conte Sordina, esperto spadaccino raccolse anche una ricchissima collezione di spade. Alla sua morte la collezione napoleonica e quella di spade andarono disperse.
Nel palazzo ebbero sede anche il Caffè Amonia, le Calzature Venezia Giulia (attuale Calzaturificio Castiglioni), il Banco Cooperativo Giuliano, la Rinnovatrice (Reparol – centro per la riparazione immediata di calzature) e fu anche la storica sede della Lista per Trieste.
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– L’immobile è collocato su Corso Umberto Saba, in origine denominata Barriera Vecchia, in riferimento all’ufficio daziario qui ospitato fino alla metà dell’Ottocento, prima di essere trasferito in via dell’Istria. Il sito, originariamente occupato da una “ricca vegetazione boschiva…dei baroni de Fin” (Rutteri, 1950), venne interessato tra gli anni Venti e Trenta del Novecento da un’intensa attività costruttiva con importanti ristrutturazioni e la costruzione di nuove fabbriche. A testimoniare il periodo di grande sviluppo urbanistico ottocentesco rimane l’edificio in esame; il progetto originale, datato 2 novembre 1855, reca la firma dell’architetto Giovanni Degasperi e il visto dell’allora ispettore edile Giuseppe Bernardi. Il disegno descrive un edificio a tre piani fuori terra, più soffitta abitabile, arricchito al pianoterra da un rivestimento a bugnato, su cui si aprono fori commerciali e finestre. L’ingresso principale, con portone il legno decorato a rilievo, è affiancato da semi pilastri a sostegno di una struttura lignea che sale fino la terzo piano. Al giugno del 1888 risale un progetto per la “riduzione delle chiuse e mostre delle finestre ” del prospetto principale a nome delle proprietarie “signore Onorina Contessa Sordina ed Emma Contessa Alberty”. Segue nel 1898 un ulteriore intervento sulle finestre del pianoterra. La struttura è stata interessata da diverse modifiche, in particolare, tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento; le principali variazioni riguardano la facciata principale, soprattutto il pianoterra per la creazione di spazi commerciali.
Tra gli ospiti più illustri del palazzo si ricorda il letterato James Joyce, come testimonia la targa affissa a lato del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– I proprietari del palazzo furono il Barone Giovanni Battista Scrinzi di Montecroce, avvocato, consigliere municipale, che stilò il testamento del barone Revoltella e curò l’istituzione della Scuola Superiore di Commercio (precursore della facoltà di Economia e Commercio) e della Galleria d’arte Revoltella. Alla sua morte la proprietà si trasferì alle figlie, Contessa Emma Alberty e Contessa Onorina Sordina. Tra i proprietari vi furono inoltre il Conte Francesco Sordina con la moglie, la Contessa Emma Alberta Poija entrambi appassionati collezionisti di cimeli napoleonici, tanto che la casa diventò sede di un museo napoleonico noto in tutta Europa. Il conte Sordina, esperto spadaccino raccolse anche una ricchissima collezione di spade. Alla sua morte la collezione napoleonica e quella di spade andarono disperse.
Nel palazzo ebbero sede anche il Caffè Amonia, le Calzature Venezia Giulia (attuale Calzaturificio Castiglioni), il Banco Cooperativo Giuliano, la Rinnovatrice (Reparol – centro per la riparazione immediata di calzature) e fu anche la storica sede della Lista per Trieste.
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Trieste: Via del Coroneo 15.

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Trieste: Via del Coroneo 15.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Coroneo 15.
– Palazzo costruito su progetto dell’Ing. Krause dalla ditta Martellanz, ex sede del Goethe-Institut, costruito sul terreno dove tra il 1905 e il 1913 sorgeva l’Anfiteatro all’aperto Minerva. Prima del Goethe-Institut era la sede della Società Ginnastica Concordia Tedesca (Eintrecht) nata nel 1902.- Il bassorilievo sul finestrone al centro rappresenta FriedrichLudwig Jahn (1778-1852) “padre” della ginnastica tedesca. Il palazzo ospitò pure la Società Speleologica Hades e per un periodo fu anche un ospedale militare.
– L’etimologia di “Via del Coroneo” è piuttosto antica, risalendo ad almeno il XVII secolo, con tale termine si era soliti, infatti, indicare una contrada di proprietà del vescovo Tomaso Chrön di Lubiana, ricca di vigne e di orti, in posizione sopraelevata rispetto a tutte le altre, “servendo a queste di corona” da qui il nome Coroneo. Attorno al 1623 il vescovo donò i suoi fondi ai Gesuiti che lì rimasero fino all’avvenuta soppressione del loro ordine. L’intera contrada passò quindi di proprietà, venendo acquisita dai Padri Armeni. Nel 1796 il Comune venne in possesso di tutti i terreni della zona, destinandoli alla futura città Franceschina e aprendo quella via che proprio da quella contrada derivò il nome: Via del Coroneo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via del Coroneo 15.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Coroneo 15.
– Palazzo costruito su progetto dell’Ing. Krause dalla ditta Martellanz, ex sede del Goethe-Institut, costruito sul terreno dove tra il 1905 e il 1913 sorgeva l’Anfiteatro all’aperto Minerva. Prima del Goethe-Institut era la sede della Società Ginnastica Concordia Tedesca (Eintrecht) nata nel 1902.- Il bassorilievo sul finestrone al centro rappresenta FriedrichLudwig Jahn (1778-1852) “padre” della ginnastica tedesca. Il palazzo ospitò pure la Società Speleologica Hades e per un periodo fu anche un ospedale militare.
– L’etimologia di “Via del Coroneo” è piuttosto antica, risalendo ad almeno il XVII secolo, con tale termine si era soliti, infatti, indicare una contrada di proprietà del vescovo Tomaso Chrön di Lubiana, ricca di vigne e di orti, in posizione sopraelevata rispetto a tutte le altre, “servendo a queste di corona” da qui il nome Coroneo. Attorno al 1623 il vescovo donò i suoi fondi ai Gesuiti che lì rimasero fino all’avvenuta soppressione del loro ordine. L’intera contrada passò quindi di proprietà, venendo acquisita dai Padri Armeni. Nel 1796 il Comune venne in possesso di tutti i terreni della zona, destinandoli alla futura città Franceschina e aprendo quella via che proprio da quella contrada derivò il nome: Via del Coroneo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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– Palazzo costruito su progetto dell’Ing. Krause dalla ditta Martellanz, ex sede del Goethe-Institut, costruito sul terreno dove tra il 1905 e il 1913 sorgeva l’Anfiteatro all’aperto Minerva. Prima del Goethe-Institut era la sede della Società Ginnastica Concordia Tedesca (Eintrecht) nata nel 1902.- Il bassorilievo sul finestrone al centro rappresenta FriedrichLudwig Jahn (1778-1852) “padre” della ginnastica tedesca. Il palazzo ospitò pure la Società Speleologica Hades e per un periodo fu anche un ospedale militare.
– L’etimologia di “Via del Coroneo” è piuttosto antica, risalendo ad almeno il XVII secolo, con tale termine si era soliti, infatti, indicare una contrada di proprietà del vescovo Tomaso Chrön di Lubiana, ricca di vigne e di orti, in posizione sopraelevata rispetto a tutte le altre, “servendo a queste di corona” da qui il nome Coroneo. Attorno al 1623 il vescovo donò i suoi fondi ai Gesuiti che lì rimasero fino all’avvenuta soppressione del loro ordine. L’intera contrada passò quindi di proprietà, venendo acquisita dai Padri Armeni. Nel 1796 il Comune venne in possesso di tutti i terreni della zona, destinandoli alla futura città Franceschina e aprendo quella via che proprio da quella contrada derivò il nome: Via del Coroneo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste; Piazza Silvio Benco 4.

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Trieste; Piazza Silvio Benco 4. 
Foto Paolo Carbonaio
Trieste; Piazza Silvio Benco 4.
Palazzo realizzato sul sito di un preesistente palazzo settecentesco, su progetto di Domenico Corti, fu utilizzato fino al 1851 quale sede della scuola israelitica di Aaron Vivante. La struttura prevedeva al pianoterra gli spazi adibiti ad aule scolastiche, al primo piano le cucine, al secondo e terzo le stanze per gli scolari, appartamenti e la scuola di orazione.Nel 1824 furono apportate delle modifiche al palazzo, sempre su disegno di Domenico Corti, intervenendo in particolare sulla facciata principale. Pietro Somazzi intervenne nel 1853 con la ridistribuzione interna degli spazi e con la sopra elevazione dell’edificio. L’aspetto attuale del palazzo deriva da vari interventi completati intorno ai primi anni del Novecento. L’immobile, a quattro piani fuori terra, presenta una superficie muraria articolata da cornici marcapiano, fasce decorative, cornici a dentelli; le due facciate principale sono arricchite da 28 formelle a bassorilievo disposte su due registri, con motivi decorativi riferibili al tema dell’educazione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste; Piazza Silvio Benco 4. 
Foto Paolo Carbonaio
Trieste; Piazza Silvio Benco 4.
Palazzo realizzato sul sito di un preesistente palazzo settecentesco, su progetto di Domenico Corti, fu utilizzato fino al 1851 quale sede della scuola israelitica di Aaron Vivante. La struttura prevedeva al pianoterra gli spazi adibiti ad aule scolastiche, al primo piano le cucine, al secondo e terzo le stanze per gli scolari, appartamenti e la scuola di orazione.Nel 1824 furono apportate delle modifiche al palazzo, sempre su disegno di Domenico Corti, intervenendo in particolare sulla facciata principale. Pietro Somazzi intervenne nel 1853 con la ridistribuzione interna degli spazi e con la sopra elevazione dell’edificio. L’aspetto attuale del palazzo deriva da vari interventi completati intorno ai primi anni del Novecento. L’immobile, a quattro piani fuori terra, presenta una superficie muraria articolata da cornici marcapiano, fasce decorative, cornici a dentelli; le due facciate principale sono arricchite da 28 formelle a bassorilievo disposte su due registri, con motivi decorativi riferibili al tema dell’educazione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via del Monte 1e 3-5.

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Trieste: Via del Monte 1e 3-5.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Monte 1e 3-5.
Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, nella prima metà dell’Ottocento fu realizzato un gruppo di edifici. Nella parte iniziale della via del Monte la Comunità israelitica costruì all’incirca nel 1829 il Tempio Vivante. Quest’ultimo, chiuso nel 1912 dopo l’apertura della nuova Sinagoga, fu demolito nel 1926. Al suo posto una nuova costruzione, il fabbricato di Via del Monte 1, che fu completata nel 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing. Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi. L’edificio si integra strutturalmente con le vicine scuole israelitiche e si sviluppa per cinque piani, ancora collegati da un ascensore originario dell’epoca. La facciata principale è caratterizzata dalla suddivisione in fasce operata dagli evidenti marcapiani. La prima, in pietra arenaria a bugnato, è più ampia a causa del dislivello della strada. Lo stabile è stato interessato da lavori di ristrutturazione nel 2002.
Fabbricato di Via del Monte, 3-5: Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, all’inizio del Novecento sorgeva un gruppo di edifici costruiti nel 1827, poi demoliti nel 1928. Al loro posto una nuova costruzione, con destinazione scolastica per la Comunità Israelitica, fu completata nell’agosto del 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing.Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi.
L’edificio fu alla fine degli anni Trenta rifugio per profughi e emigranti che partivano per la Palestina al fine di sfuggire alle persecuzioni naziste. Al piano terra, in quegli anni, trovò posto una piccola sinagoga di rito polacco-ahkenazita. Gli edifici sono stati interessati da lavori di ristrutturazione nel 2002, a cui è seguita l’apertura del Lapidario e del Museo della Comunità Ebraica Triestina “Carlo e Vera Wagner”. La particolare conformazione delle pendici del colle di San Giusto e il lotto d’intervento lungo e stretto, costrinsero il progettista a prevedere un edificio molto particolare, con piani a livello strada in parte interrati e con giardini ricavati da terrazzamenti. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via del Monte 1e 3-5.
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Trieste: Via del Monte 1e 3-5.
Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, nella prima metà dell’Ottocento fu realizzato un gruppo di edifici. Nella parte iniziale della via del Monte la Comunità israelitica costruì all’incirca nel 1829 il Tempio Vivante. Quest’ultimo, chiuso nel 1912 dopo l’apertura della nuova Sinagoga, fu demolito nel 1926. Al suo posto una nuova costruzione, il fabbricato di Via del Monte 1, che fu completata nel 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing. Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi. L’edificio si integra strutturalmente con le vicine scuole israelitiche e si sviluppa per cinque piani, ancora collegati da un ascensore originario dell’epoca. La facciata principale è caratterizzata dalla suddivisione in fasce operata dagli evidenti marcapiani. La prima, in pietra arenaria a bugnato, è più ampia a causa del dislivello della strada. Lo stabile è stato interessato da lavori di ristrutturazione nel 2002.
Fabbricato di Via del Monte, 3-5: Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, all’inizio del Novecento sorgeva un gruppo di edifici costruiti nel 1827, poi demoliti nel 1928. Al loro posto una nuova costruzione, con destinazione scolastica per la Comunità Israelitica, fu completata nell’agosto del 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing.Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi.
L’edificio fu alla fine degli anni Trenta rifugio per profughi e emigranti che partivano per la Palestina al fine di sfuggire alle persecuzioni naziste. Al piano terra, in quegli anni, trovò posto una piccola sinagoga di rito polacco-ahkenazita. Gli edifici sono stati interessati da lavori di ristrutturazione nel 2002, a cui è seguita l’apertura del Lapidario e del Museo della Comunità Ebraica Triestina “Carlo e Vera Wagner”. La particolare conformazione delle pendici del colle di San Giusto e il lotto d’intervento lungo e stretto, costrinsero il progettista a prevedere un edificio molto particolare, con piani a livello strada in parte interrati e con giardini ricavati da terrazzamenti. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, nella prima metà dell’Ottocento fu realizzato un gruppo di edifici. Nella parte iniziale della via del Monte la Comunità israelitica costruì all’incirca nel 1829 il Tempio Vivante. Quest’ultimo, chiuso nel 1912 dopo l’apertura della nuova Sinagoga, fu demolito nel 1926. Al suo posto una nuova costruzione, il fabbricato di Via del Monte 1, che fu completata nel 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing. Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi. L’edificio si integra strutturalmente con le vicine scuole israelitiche e si sviluppa per cinque piani, ancora collegati da un ascensore originario dell’epoca. La facciata principale è caratterizzata dalla suddivisione in fasce operata dagli evidenti marcapiani. La prima, in pietra arenaria a bugnato, è più ampia a causa del dislivello della strada. Lo stabile è stato interessato da lavori di ristrutturazione nel 2002.
Fabbricato di Via del Monte, 3-5: Nell’area in origine occupata dall’antico cimitero ebraico, Bet ha-Hayìm, all’inizio del Novecento sorgeva un gruppo di edifici costruiti nel 1827, poi demoliti nel 1928. Al loro posto una nuova costruzione, con destinazione scolastica per la Comunità Israelitica, fu completata nell’agosto del 1929, su progetto dell’ingegnere Fabio Eppinigi, ad opera dell’Impresa Triestina di Costruzioni dell’ing.Beer & C e con direttore dei lavori l’ing. Luciano Levi.
L’edificio fu alla fine degli anni Trenta rifugio per profughi e emigranti che partivano per la Palestina al fine di sfuggire alle persecuzioni naziste. Al piano terra, in quegli anni, trovò posto una piccola sinagoga di rito polacco-ahkenazita. Gli edifici sono stati interessati da lavori di ristrutturazione nel 2002, a cui è seguita l’apertura del Lapidario e del Museo della Comunità Ebraica Triestina “Carlo e Vera Wagner”. La particolare conformazione delle pendici del colle di San Giusto e il lotto d’intervento lungo e stretto, costrinsero il progettista a prevedere un edificio molto particolare, con piani a livello strada in parte interrati e con giardini ricavati da terrazzamenti. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via Silvio Pellico 3. Civico Monte di Pietà.

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Trieste: Via Silvio Pellico 3. Civico Monte di Pietà.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Silvio Pellico 3. Civico Monte di Pietà.
Il Palazzo del Civico Monte di Pietà venne eretto tra l’ottobre 1902 e l’agosto 1905, su disegno dell’ingegnere Giorgio Polli.
La costruzione dell’edificio comportò la demolizione della precedente casa del “Monte verde”.
Il Monte di Pietà, ricostituito a metà Ottocento, era ospitato nell’ex ospedale comunale sul colle di San Giusto. Posizione rivelatasi poco accessibile, per cui il Comune decise di trasferire l’istituto nell’attuale via Silvio Pellico, un tempo denominata Borgo della Fornace.
Il 20 luglio 1900 venne deliberato l’acquisto della casa e del giardino detti del “Monte verde”, già della famiglia Marenzi, allora trattoria e luogo di riunioni politiche per la costruzione della nuova sede del Monte di Pietà.
Nel 1929 fu sottoscritto un accordo per il trapasso di gestione del Monte dal Comune alla Cassa di Risparmio di Trieste.
Recentemente lo stabile è stato interessato da un intervento di restauro.
Descrizione morfo – tipologica: Il fabbricato è strutturato su cinque piani, con un basamento con pendenza accentuata. La facciata, tripartita, è contraddistinta da elementi classicheggianti e da qualche componente di origine nordica. Il piano terra è a bugnato, mentre la parte superiore è rivestita da intonaco trattato a bugnato. Le due parti laterali del prospetto, leggermente aggettanti, sono caratterizzate da una cornice che divide il primo piano dalla parte superiore decorata con triglifi e tondi e finestre timpanate al secondo piano. La parte centrale della facciata presenta ampie finestre fra nude lesene di ordine ionico. Alcune finestre del primo e dell’ultimo piano sono tripartite da colonnine in pietra.
A coronamento della facciata è collocata un’ iscrizione scolpita nella pietra. Sotto lo sporto di linda del tetto corre una cornice a dentelli. Il tetto culmina con delle terrazze con parapetto in pietra nelle parti laterali della facciata e una cornice con decorazioni geometriche in pietra nella parte centrale. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via Silvio Pellico 3. Civico Monte di Pietà.
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Il Palazzo del Civico Monte di Pietà venne eretto tra l’ottobre 1902 e l’agosto 1905, su disegno dell’ingegnere Giorgio Polli.
La costruzione dell’edificio comportò la demolizione della precedente casa del “Monte verde”.
Il Monte di Pietà, ricostituito a metà Ottocento, era ospitato nell’ex ospedale comunale sul colle di San Giusto. Posizione rivelatasi poco accessibile, per cui il Comune decise di trasferire l’istituto nell’attuale via Silvio Pellico, un tempo denominata Borgo della Fornace.
Il 20 luglio 1900 venne deliberato l’acquisto della casa e del giardino detti del “Monte verde”, già della famiglia Marenzi, allora trattoria e luogo di riunioni politiche per la costruzione della nuova sede del Monte di Pietà.
Nel 1929 fu sottoscritto un accordo per il trapasso di gestione del Monte dal Comune alla Cassa di Risparmio di Trieste.
Recentemente lo stabile è stato interessato da un intervento di restauro.
Descrizione morfo – tipologica: Il fabbricato è strutturato su cinque piani, con un basamento con pendenza accentuata. La facciata, tripartita, è contraddistinta da elementi classicheggianti e da qualche componente di origine nordica. Il piano terra è a bugnato, mentre la parte superiore è rivestita da intonaco trattato a bugnato. Le due parti laterali del prospetto, leggermente aggettanti, sono caratterizzate da una cornice che divide il primo piano dalla parte superiore decorata con triglifi e tondi e finestre timpanate al secondo piano. La parte centrale della facciata presenta ampie finestre fra nude lesene di ordine ionico. Alcune finestre del primo e dell’ultimo piano sono tripartite da colonnine in pietra.
A coronamento della facciata è collocata un’ iscrizione scolpita nella pietra. Sotto lo sporto di linda del tetto corre una cornice a dentelli. Il tetto culmina con delle terrazze con parapetto in pietra nelle parti laterali della facciata e una cornice con decorazioni geometriche in pietra nella parte centrale. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Il Palazzo del Civico Monte di Pietà venne eretto tra l’ottobre 1902 e l’agosto 1905, su disegno dell’ingegnere Giorgio Polli.
La costruzione dell’edificio comportò la demolizione della precedente casa del “Monte verde”.
Il Monte di Pietà, ricostituito a metà Ottocento, era ospitato nell’ex ospedale comunale sul colle di San Giusto. Posizione rivelatasi poco accessibile, per cui il Comune decise di trasferire l’istituto nell’attuale via Silvio Pellico, un tempo denominata Borgo della Fornace.
Il 20 luglio 1900 venne deliberato l’acquisto della casa e del giardino detti del “Monte verde”, già della famiglia Marenzi, allora trattoria e luogo di riunioni politiche per la costruzione della nuova sede del Monte di Pietà.
Nel 1929 fu sottoscritto un accordo per il trapasso di gestione del Monte dal Comune alla Cassa di Risparmio di Trieste.
Recentemente lo stabile è stato interessato da un intervento di restauro.
Descrizione morfo – tipologica: Il fabbricato è strutturato su cinque piani, con un basamento con pendenza accentuata. La facciata, tripartita, è contraddistinta da elementi classicheggianti e da qualche componente di origine nordica. Il piano terra è a bugnato, mentre la parte superiore è rivestita da intonaco trattato a bugnato. Le due parti laterali del prospetto, leggermente aggettanti, sono caratterizzate da una cornice che divide il primo piano dalla parte superiore decorata con triglifi e tondi e finestre timpanate al secondo piano. La parte centrale della facciata presenta ampie finestre fra nude lesene di ordine ionico. Alcune finestre del primo e dell’ultimo piano sono tripartite da colonnine in pietra.
A coronamento della facciata è collocata un’ iscrizione scolpita nella pietra. Sotto lo sporto di linda del tetto corre una cornice a dentelli. Il tetto culmina con delle terrazze con parapetto in pietra nelle parti laterali della facciata e una cornice con decorazioni geometriche in pietra nella parte centrale. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Il Palazzo del Civico Monte di Pietà venne eretto tra l’ottobre 1902 e l’agosto 1905, su disegno dell’ingegnere Giorgio Polli.
La costruzione dell’edificio comportò la demolizione della precedente casa del “Monte verde”.
Il Monte di Pietà, ricostituito a metà Ottocento, era ospitato nell’ex ospedale comunale sul colle di San Giusto. Posizione rivelatasi poco accessibile, per cui il Comune decise di trasferire l’istituto nell’attuale via Silvio Pellico, un tempo denominata Borgo della Fornace.
Il 20 luglio 1900 venne deliberato l’acquisto della casa e del giardino detti del “Monte verde”, già della famiglia Marenzi, allora trattoria e luogo di riunioni politiche per la costruzione della nuova sede del Monte di Pietà.
Nel 1929 fu sottoscritto un accordo per il trapasso di gestione del Monte dal Comune alla Cassa di Risparmio di Trieste.
Recentemente lo stabile è stato interessato da un intervento di restauro.
Descrizione morfo – tipologica: Il fabbricato è strutturato su cinque piani, con un basamento con pendenza accentuata. La facciata, tripartita, è contraddistinta da elementi classicheggianti e da qualche componente di origine nordica. Il piano terra è a bugnato, mentre la parte superiore è rivestita da intonaco trattato a bugnato. Le due parti laterali del prospetto, leggermente aggettanti, sono caratterizzate da una cornice che divide il primo piano dalla parte superiore decorata con triglifi e tondi e finestre timpanate al secondo piano. La parte centrale della facciata presenta ampie finestre fra nude lesene di ordine ionico. Alcune finestre del primo e dell’ultimo piano sono tripartite da colonnine in pietra.
A coronamento della facciata è collocata un’ iscrizione scolpita nella pietra. Sotto lo sporto di linda del tetto corre una cornice a dentelli. Il tetto culmina con delle terrazze con parapetto in pietra nelle parti laterali della facciata e una cornice con decorazioni geometriche in pietra nella parte centrale. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste. Piazza Venezia 3.

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Trieste. Piazza Venezia 3.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste. Piazza Venezia 3.
L’edificio sorge sul sito occupato fino agli inizi del XIX secolo dalla proprietà della famiglia Dubane, confinante con Piazza Venezia già Ganza all’interno del Borgo Giuseppino, interessato tra gli anni Venti e Trenta da un fase di espansione urbanistica che favorisce l’edificazione di numerosi palazzi di stile neoclassico concentrati in particolare sulle rive. L’edificio in esame rappresenta uno degli esiti più importanti nella produzione dell’architetto neoclassico Valentino Valle, che firma il progetto l’8 marzo 1834 (ACT_583). Rispetto al disegno originale l’edificio presenta un piano aggiuntivo progettato da Valle nello stesso anno; la struttura dell’immobile viene modificata già nel 1861 con l’aggiunta di un poggiolo a balaustra su disegno dell’architetto Feliciano Vittori. L’edificio ospita l’antica farmacia “Al S. Andrea”, in origine di proprietà del farmacista Raoul Pozzetto in Via del Lazzaretto Vecchio. Nel 1900 Giovanni Mizzan acquista la farmacia, inaugurata il 1 gennaio 1903 nella sede attuale, che rimane fino al 1973 di proprietà del figlio Ettore Mizzan. La farmacia, conosciuta anche come “Mizzan” in onore del suo primo proprietario, conserva al suo interno le originali decorazioni e gli arredi, tra cui la boiseries intagliata e le vetrate lavorate a fuoco con immagini mitologiche.
La struttura è costituita da quattro livelli fuori terra con unico affaccio su Piazza Venezia. Il prospetto, seguendo la configurazione del fondo, si piega ad angolo ottuso per un breve lato verso Via Torino. Il pianoterra presenta un rivestimento a bugnato liscio su cui si aprono fori commerciali ad arco a tutto sesto; l’accesso ai piani superiori è consentito da un portone rettangolare in legno collocato sul lato breve. Ad arricchire la superficie muraria sono collocate quattro lesene doriche lisce di ordine gigante, poggianti su di una alta fascia in pietra bianca; i fori finestra del secondo piano presentano una cimasa lineare sostenuta da volute in pietra bianca. Il lato breve si distingue per un balcone con parapetto a balaustra in pietra bianca. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste. Piazza Venezia 3.
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L’edificio sorge sul sito occupato fino agli inizi del XIX secolo dalla proprietà della famiglia Dubane, confinante con Piazza Venezia già Ganza all’interno del Borgo Giuseppino, interessato tra gli anni Venti e Trenta da un fase di espansione urbanistica che favorisce l’edificazione di numerosi palazzi di stile neoclassico concentrati in particolare sulle rive. L’edificio in esame rappresenta uno degli esiti più importanti nella produzione dell’architetto neoclassico Valentino Valle, che firma il progetto l’8 marzo 1834 (ACT_583). Rispetto al disegno originale l’edificio presenta un piano aggiuntivo progettato da Valle nello stesso anno; la struttura dell’immobile viene modificata già nel 1861 con l’aggiunta di un poggiolo a balaustra su disegno dell’architetto Feliciano Vittori. L’edificio ospita l’antica farmacia “Al S. Andrea”, in origine di proprietà del farmacista Raoul Pozzetto in Via del Lazzaretto Vecchio. Nel 1900 Giovanni Mizzan acquista la farmacia, inaugurata il 1 gennaio 1903 nella sede attuale, che rimane fino al 1973 di proprietà del figlio Ettore Mizzan. La farmacia, conosciuta anche come “Mizzan” in onore del suo primo proprietario, conserva al suo interno le originali decorazioni e gli arredi, tra cui la boiseries intagliata e le vetrate lavorate a fuoco con immagini mitologiche.
La struttura è costituita da quattro livelli fuori terra con unico affaccio su Piazza Venezia. Il prospetto, seguendo la configurazione del fondo, si piega ad angolo ottuso per un breve lato verso Via Torino. Il pianoterra presenta un rivestimento a bugnato liscio su cui si aprono fori commerciali ad arco a tutto sesto; l’accesso ai piani superiori è consentito da un portone rettangolare in legno collocato sul lato breve. Ad arricchire la superficie muraria sono collocate quattro lesene doriche lisce di ordine gigante, poggianti su di una alta fascia in pietra bianca; i fori finestra del secondo piano presentano una cimasa lineare sostenuta da volute in pietra bianca. Il lato breve si distingue per un balcone con parapetto a balaustra in pietra bianca. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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L’edificio sorge sul sito occupato fino agli inizi del XIX secolo dalla proprietà della famiglia Dubane, confinante con Piazza Venezia già Ganza all’interno del Borgo Giuseppino, interessato tra gli anni Venti e Trenta da un fase di espansione urbanistica che favorisce l’edificazione di numerosi palazzi di stile neoclassico concentrati in particolare sulle rive. L’edificio in esame rappresenta uno degli esiti più importanti nella produzione dell’architetto neoclassico Valentino Valle, che firma il progetto l’8 marzo 1834 (ACT_583). Rispetto al disegno originale l’edificio presenta un piano aggiuntivo progettato da Valle nello stesso anno; la struttura dell’immobile viene modificata già nel 1861 con l’aggiunta di un poggiolo a balaustra su disegno dell’architetto Feliciano Vittori. L’edificio ospita l’antica farmacia “Al S. Andrea”, in origine di proprietà del farmacista Raoul Pozzetto in Via del Lazzaretto Vecchio. Nel 1900 Giovanni Mizzan acquista la farmacia, inaugurata il 1 gennaio 1903 nella sede attuale, che rimane fino al 1973 di proprietà del figlio Ettore Mizzan. La farmacia, conosciuta anche come “Mizzan” in onore del suo primo proprietario, conserva al suo interno le originali decorazioni e gli arredi, tra cui la boiseries intagliata e le vetrate lavorate a fuoco con immagini mitologiche.
La struttura è costituita da quattro livelli fuori terra con unico affaccio su Piazza Venezia. Il prospetto, seguendo la configurazione del fondo, si piega ad angolo ottuso per un breve lato verso Via Torino. Il pianoterra presenta un rivestimento a bugnato liscio su cui si aprono fori commerciali ad arco a tutto sesto; l’accesso ai piani superiori è consentito da un portone rettangolare in legno collocato sul lato breve. Ad arricchire la superficie muraria sono collocate quattro lesene doriche lisce di ordine gigante, poggianti su di una alta fascia in pietra bianca; i fori finestra del secondo piano presentano una cimasa lineare sostenuta da volute in pietra bianca. Il lato breve si distingue per un balcone con parapetto a balaustra in pietra bianca. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Piazza della Borsa 14. Palazzo della Camera di Commercio.

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Foto Paolo Carbonaio
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Il committente dell’edificio fu la Deputazione di Borsa, che nel 1799 acquistò un fondo paludoso per realizzarvi la sede della Borsa. Nel 1800 vennero presentati i progetti di Matteo Pertsch e di Antonio Mollari. L’Accademia di Belle Arti di Parma, a cui venne delegata la decisione finale, scelse il progetto del marchigiano Mollari. La costruzione del Palazzo della Borsa ebbe inizio il 17 maggio 1802, giorno della posa della prima pietra, e terminò nel 1806. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 6 settembre 1806. La decorazione scultorea dell’edificio venne affidata, nel 1805, a tre artisti veneti: Antonio Bosa, Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti. Le ultime statue per la facciata vennero consegnate nel 1820. Gli affreschi all’interno dell’edificio furono commissionati a Giuseppe Bernardino Bison, che li eseguì tra il 1805 e il 1806. In particolare nella Gran Sala del primo piano dipinse una scena raffigurante la proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte di Carlo VI.
Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Il committente dell’edificio fu la Deputazione di Borsa, che nel 1799 acquistò un fondo paludoso per realizzarvi la sede della Borsa. Nel 1800 vennero presentati i progetti di Matteo Pertsch e di Antonio Mollari. L’Accademia di Belle Arti di Parma, a cui venne delegata la decisione finale, scelse il progetto del marchigiano Mollari. La costruzione del Palazzo della Borsa ebbe inizio il 17 maggio 1802, giorno della posa della prima pietra, e terminò nel 1806. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 6 settembre 1806. La decorazione scultorea dell’edificio venne affidata, nel 1805, a tre artisti veneti: Antonio Bosa, Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti. Le ultime statue per la facciata vennero consegnate nel 1820. Gli affreschi all’interno dell’edificio furono commissionati a Giuseppe Bernardino Bison, che li eseguì tra il 1805 e il 1806. In particolare nella Gran Sala del primo piano dipinse una scena raffigurante la proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte di Carlo VI.
Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Trieste: Piazza della Borsa 14. Palazzo della Camera di Commercio.

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Trieste: Piazza della Borsa 14. Palazzo della Camera di Commercio.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa 14. Palazzo della Camera di Commercio.
Il committente dell’edificio fu la Deputazione di Borsa, che nel 1799 acquistò un fondo paludoso per realizzarvi la sede della Borsa. Nel 1800 vennero presentati i progetti di Matteo Pertsch e di Antonio Mollari. L’Accademia di Belle Arti di Parma, a cui venne delegata la decisione finale, scelse il progetto del marchigiano Mollari. La costruzione del Palazzo della Borsa ebbe inizio il 17 maggio 1802, giorno della posa della prima pietra, e terminò nel 1806. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 6 settembre 1806. La decorazione scultorea dell’edificio venne affidata, nel 1805, a tre artisti veneti: Antonio Bosa, Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti. Le ultime statue per la facciata vennero consegnate nel 1820. Gli affreschi all’interno dell’edificio furono commissionati a Giuseppe Bernardino Bison, che li eseguì tra il 1805 e il 1806. In particolare nella Gran Sala del primo piano dipinse una scena raffigurante la proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte di Carlo VI.
Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Il committente dell’edificio fu la Deputazione di Borsa, che nel 1799 acquistò un fondo paludoso per realizzarvi la sede della Borsa. Nel 1800 vennero presentati i progetti di Matteo Pertsch e di Antonio Mollari. L’Accademia di Belle Arti di Parma, a cui venne delegata la decisione finale, scelse il progetto del marchigiano Mollari. La costruzione del Palazzo della Borsa ebbe inizio il 17 maggio 1802, giorno della posa della prima pietra, e terminò nel 1806. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 6 settembre 1806. La decorazione scultorea dell’edificio venne affidata, nel 1805, a tre artisti veneti: Antonio Bosa, Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti. Le ultime statue per la facciata vennero consegnate nel 1820. Gli affreschi all’interno dell’edificio furono commissionati a Giuseppe Bernardino Bison, che li eseguì tra il 1805 e il 1806. In particolare nella Gran Sala del primo piano dipinse una scena raffigurante la proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte di Carlo VI.
Nel 1820 venne realizzata, dal famoso orologiaio Antonio Sebastianutti, una meridiana sul pavimento della Loggia al pianterreno. Per la sua precisione, con la Linea meridiana venivano sincronizzati anche i cronometri marini delle navi.
Nel 1828 gli uffici della Borsa furono trasferiti nell’attiguo Palazzo Dreher. L’edificio subì dei danni durante la seconda guerra mondiale, a cui seguirono dei restauri eseguiti tra il 1949 e il 1955 sotto la direzione della Soprintendenza. Dal 1966 al 1980 il Palazzo della Borsa fu sottoposto a nuovi restauri. In particolare nel 1972 le facciate vennero restaurate, su progetto dell’architetto Vittorio Frandoli; mentre, nel 1973 all’architetto Giampaolo Bartoli fu affidato l’incarico per il progetto di restauro dei locali al pianterreno. Al 1988 risale il restauro delle decorazioni esterne. Gli ultimi interventi di restauro alle facciate esterne sono stati eseguiti nel 2005. Attualmente è la sede della Camera di Commercio.
Sulla facciata principale, sopra all’ingresso, è collocata una lapide di marmo bianco con un iscrizione in latino di Labus. I quattro pannelli ad altorilievo, eseguiti da Antonio Bosa, raffigurano le allegorie del Commercio, dell’Industria, della Navigazione e dell’Industria. Nelle metope sono dipinti i simboli del Commercio. Le statue nelle nicchie del pian terreno raffigurano: l’Asia, scolpita da Domenico Banti, l’Africa e l’Europa, opera di Bartolomeo Ferrari e l’America, del Bosa. Nelle nicchie del primo piano le statue rappresentano Vulcano e Mercurio.
La prima fu realizzata da Banti, mentre la seconda da Ferrari. Le statue sulla balaustra, tutte eseguite da Antonio Bosa, raffigurano il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno. Sul timpano sono presenti due figure alate raffiguranti la Fama , del Bosa. Nella loggia al pianterreno, sul pavimento c’è una meridiana lunga 12 metri, che riceveva luce da un foro nel muro perimetrale e segnava il mezzogiorno locale. Fu realizzata da Sebastianutti nel 1820. La volta della Gran Sala, al primo piano, è affrescata con una scena evocativa della proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI. L’affresco fu realizzato dal pittore Bison tra il 1905 e il 1906. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
Una targa di bronzo, collocata sulla facciata dell’edificio della Camera di commercio prospiciente la via Einaudi, ricorda la visita compiuta nel maggio del 1922 nella Venezia Giulia da Vittorio Emanuele III accompagnato dalla sua consorte. Il viaggio fu definito dal quotidiano locale un «sacro rito per il quale nel nome della Nazione egli prende solenne possesso delle frontiere naturali della Patria».
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Trieste: Via Ruggero Timeus 4.

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Trieste: Via Ruggero Timeus 4.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Ruggero Timeus 4.
Sulla facciata della casa ci sono sei statue tra le quali alcune rappresentano la Primavera, l’Inverno, San Rocco e forse San Sebastiano. Sul portone c’è un bassorilievo, opera di Antonio Bianchi da Follina, che raffigura una scena della santa inquisizione con due condannati al rogo, il loro carnefice, contornati da vari personaggi tra i quali giudici togati dell’ordine dei Gesuiti, oltre ad una figura femminile con un seno scoperto ed una giovane in atteggiamento supplicante, forse due altri martiri. (Fonte: L. Veronesi)
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Sulla facciata della casa ci sono sei statue tra le quali alcune rappresentano la Primavera, l’Inverno, San Rocco e forse San Sebastiano. Sul portone c’è un bassorilievo, opera di Antonio Bianchi da Follina, che raffigura una scena della santa inquisizione con due condannati al rogo, il loro carnefice, contornati da vari personaggi tra i quali giudici togati dell’ordine dei Gesuiti, oltre ad una figura femminile con un seno scoperto ed una giovane in atteggiamento supplicante, forse due altri martiri. (Fonte: L. Veronesi)
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Sulla facciata della casa ci sono sei statue tra le quali alcune rappresentano la Primavera, l’Inverno, San Rocco e forse San Sebastiano. Sul portone c’è un bassorilievo, opera di Antonio Bianchi da Follina, che raffigura una scena della santa inquisizione con due condannati al rogo, il loro carnefice, contornati da vari personaggi tra i quali giudici togati dell’ordine dei Gesuiti, oltre ad una figura femminile con un seno scoperto ed una giovane in atteggiamento supplicante, forse due altri martiri. (Fonte: L. Veronesi)
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Trieste: Via Udine 43.

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Trieste: Via Udine 43.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Udine 43.
La casa del marinaio inglese (British Seamen Home) in Via Udine 43, costituisce una testimonianza significativa dell’articolata realtà cosmopolita di Trieste tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo, in un momento di grande espansione del porto e della città. L’edificio venne costruito per interessamento del Comitato d’amministrazione della Chiesa Anglicana con il contributo finanziario della locale colonia inglese e delle benefattrici Eliza e Sarah Davis che donarono anche il terreno.
La costruzione, iniziata nel 1893 su progetto dell’architetto triestino Isidoro Piani, venne inaugurata nel 1895 ed era destinata ad accogliere i marittimi britannici in temporanea sosta in città. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la struttura venne fatta chiudere dalle Autorità Austriache, riaperta temporaneamente nel l919 venne definitivamente chiusa nel 1926, quando l’immobile venne ceduto al Consorzio antitubercolare di Trieste.
Le caratteristiche architettoniche dell’edificio lo configurano come un tipico esempio di architettura eclettica di gusto neogotico. La facciata è caratterizzata da ampie aperture squadrate e appare movimentata nella parte superiore da un coronamento merlato e da torrette. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
L’edificio è stato restaurato ultimamente.
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Trieste: Via Genova 23.

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Trieste: Via Genova 23.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Genova 23.
La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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Trieste: Via Genova 23.
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Trieste: Via Genova 23.
La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.

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Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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