La dedizione di Trieste all’Austria

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La dedizione di Trieste all’Austria

La dedizione all’Austria del 1382 avviene a un anno di distanza da un’altra “dedizione” che Trieste aveva dovuto giurare, nel 1381, al Patriarca di Aquileia a seguito della pace di Torino del 24 agosto.

Quella all’Austria si concretizzò a Graz, in Stiria, il 30 di settembre, inviati i rappresentanti di Trieste Andelmo Petazzi, Antonio di Domenico e Nicolò di Pica, al cospetto del duca Leopoldo III d’Asburgo. Dell’atto si conserva un diploma presso la Cancelleria austriaca da cui si evince che si trattò di una richiesta triestina, accolta dal duca quale difensore della città, dei suoi castelli e del suo distretto, in cambio di “placida oboedientia”, ovvero l’accettazione di sudditanza.
Rodolfo I, originario della Svizzera, nel Sec. XIII si era portato nell’Oesterreich e nella Stiria, dove nel 1335, i suoi discendenti avevano esteso i loro possessi alla Carinzia e alla Carniola. Nel 1350 Alberto II duca d’Austria aveva tentato di spingersi a sud, fino alla Carnia, a Gemona a Venzone, ma era stato costretto a ripiegare. Nel 1366 Ugo VI di Duino, fino allora vassallo del Patriarca, era passato al più potente duca d’Austria; e quest’ultimo, in questo modo, era di fatto divenuto confinante con Trieste.
Nel 1374 gli Asburgo ricevettero per successione i possedimenti di Alberto IV conte di Gorizia. A questo punto Trieste si trovò accerchiata dagli austriaci e, tradizionalmente avversa a Venezia, con un Patriarcato indebolito dalle lotte interne delle città friulane. Nel 1369, quando Trieste venne assediata dai veneziani e stava per capitolare, aveva chiesto aiuto a Leopoldo III, ricevendolo contro una piena e formale “dedizione”, motivata anche da un inesistente diritto ereditario asburgico.  Quando nello scontro furono i veneziani ad avere la meglio, Leopoldo concluse con essi la pace rinunciando ad ogni suo diritto su Trieste e ricevette dalla Serenissima 75.000 fiorini d’oro.
Nel 1386, a Leopoldo III succedette Alberto IV.
Con l’Atto di Dedizione, Trieste manterrà una completa autonomia di governo con il potere legislativo e un Capitano (succeduto poi dal Podestà), e non verrà aggregata a nessuna delle provincie austriache, ma non deve venir meno al giuramento di fedeltà ecclesiastico prestato al Patriarca d’Aquileia.

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I rapporti di Trieste con Venezia

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I rapporti di Trieste con Venezia

I rapporti fra Trieste e la Serenissima, fin dai primi decenni del X secolo, furono conflittuali, a causa dell’egemonia che quest’ultima esercitava per terra e per mare, non consentendo a Trieste una propria autonomia commerciale. Venezia aveva il suo territorio e i suoi confini sull’Adriatico, e in esso agiva con forte politica, onde controllare le rotte, imponeva le sue regole e i suoi dazi. Un tributo navale che le città istriane pagavano anche a difesa delle incursioni e dalle scorribande dei pirati. Queste regole, Trieste le contravveniva per necessità e per sistema. Ragioni commerciali rendevano  intenso il contatto tra le due città, ma Trieste era sfavorita rispetto a Capodistria, da quando Venezia, nel 932  ne aveva fatto di  il maggior porto delle sue rotte. La città di Trieste, nel X secolo, troppo piccola per una sua autonomia, riconobbe l’autorità del Sacro Romano Impero, rappresentato in essa dal vescovo, ma dovette accettare anche quella di Venezia. Nella prima metà del X secolo, pur avendo potere politico proprio sul suo territorio, la città era legata a due autorità.

Trieste potrà spingersi sull’Adriatico solamente quando l’Austria gliene darà la possibilità e i mezzi, nel sec. XVIII, con una Venezia ormai avviata verso il declino dopo l’avvento dei Turchi nel Mediterraneo, e per il mutare delle rotte commerciali a seguito delle nuove scoperte geografiche.

Bibliografia:

Nelli Elena Vanzan Marchini, Venezia e Trieste sulle rotte della ricchezza e della paura. Cierre Edizioni, 2016

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Trieste medievale – Dino Cafagna

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Qual era la composizione urbanistica della Trieste medievale?

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Modello della città di Trieste

C’è un affresco dell’abside di San Giusto che raffigura il Santo con il modello della città di Trieste in mano. Questo modello rappresenta in assoluto la prima raffigurazione di Trieste. Infatti la più importante testimonianza iconografica tramandataci, nonché la prima e quindi la più antica raffigurazione di Trieste, è quella fornita da un affresco della cattedrale di S. Giusto. Databile attorno al 1370, è attribuito al Secondo Maestro di San Giusto e rappresenta il Santo Patrono con in mano il modellino della città circondata da possenti mura merlate. Tale rappresentazione faceva parte di un ciclo di affreschi, che in origine ornavano l’abside della navata di San Giusto, ricoprendo un analogo ciclo duecentesco (fatto quindi dal Primo Maestro di San Giusto). Questi furono strappati e collocati poi su pannello nella cappella di San Giovanni (o Battistero), dove oggi sono custoditi e visibili.

Pur essendo un modellino e nonostante la prospettiva molto approssimativa, che dava maggior risalto agli edifici principali senza badare alle reali proporzioni, l’autore dimostra alla fine una particolare cura al dettaglio. Sono, infatti, ben riconoscibili in alto: gli stipiti del portone di entrata di S. Giusto con la stele della famiglia romana dei Barbi, il rosone della facciata, gli archetti rampanti sotto le falde del tetto, l’edicola del campanile con la statua di S. Giusto, la chiesa di San Michele al Carnale (1328) con l’entrata alla cripta, il Monastero delle Monache della Cella (1265), il Palatium episcopatus o vescovado (1187), il campanile con il tetto appuntito, ecc. Il tutto corrisponde a una descrizione urbanistica ancora valida ai giorni nostri.
In questo dipinto le antiche mura di Trieste sono dotate di torri (qui son disegnate dodici), bastioni e porte, e racchiudono la città all’interno di uno spazio triangolare con vertice in cima al colle e base al mare. L’affresco ci tramanda anche l’aspetto strutturale delle mura: la gran parte delle torri, escluse quelle con complessi fortificati sopra le porte, vengono rappresentate come “scudate”, cioè chiuse solo da tre lati. La cortina interna è aperta, mentre i cammini di ronda, costruiti in pietra, poggiano su archi di sostegno o contrafforti interni ampi e molto solidi, con la merlatura guelfa a proteggere il camminamento e i ballatoi.
La presenza di torri quadrate scudate, cioè aperte all’interno, rappresentava allora il modo più semplice ed elementare per la costruzione di una torre, facile da costruire ma soprattutto ricostruire in caso di assedio nemico. Infatti, in caso di parziale distruzione, per esempio dopo un bombardamento da parte delle catapulte nemiche, diventava facile ricostruirla, con il favore dell’oscurità della notte, utilizzando le pietre d’arenaria anche delle vicine case distrutte, dando così la precedenza alla ricostruzione delle mura e delle torri che rappresentavano in assoluto la prima e più importante difesa civica. Al contrario la presenza di una torre cilindrica avrebbe reso molto problematica, per ovvi motivi strutturali, la ricostruzione rapida della torre. La mancanza poi della parte interna di queste torri, oltre che rendere per ovvi motivi ancora più facile la ricostruzione del manufatto, permetteva anche di scoprire subito il nemico che eventualmente fosse riuscito a scavalcare le mura e si fosse installato in una torre; avvistato facilmente, sarebbe stato subito catturato.

 

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Le tre Torri del Porto e il Palazzo Comunale

L’artista dimostra un’attitudine così realistica da far considerare questa rappresentazione della città un documento iconografico unico e molto attendibile. Infatti, anche se gli edifici della parte inferiore dell’affresco non esistono più, il particolare realismo, dimostrato nella parte superiore, ci permette di considerare praticamente certo il racconto visivo riguardante le tre Torri del Porto e il Palazzo Comunale. Ovviamente non è disegnato il castello di S. Giusto, la cui costruzione inizierà appena nel 1470.

Il fronte del porto – lato mare – venne infatti munito di un poderoso sistema difensivo. In un tratto così breve s’innalzavano ben tre possenti torri fortificate, la cui funzione era prevalentemente quella di difesa di una zona particolarmente vitale per l’economia cittadina: il porto. Esse, inoltre, rappresentavano un colpo d’occhio di grande effetto per chi giungeva in città via mare.

Esse erano:

  • a sinistra: la Torre della Beccheria;
  • quella di mezzo o centrale: Torre del Porto o torre del Mandracchio, con l’apertura a mare;
  • a destra: la torre Fradella o della Confraternita.

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Sigillo Trecentesco di Trieste

 

Per la potenza, l’importanza e la notorietà, le tre torri vennero utilizzate, come immagine stilizzata, assieme all’alabarda, quale Simbolo (oggi si direbbe “logo”) della città stessa: il Sigillo Trecentesco di Trieste.
Infatti nel sigillo trecentesco della città sono rappresentate, in forma “stilizzata”, le tre torri con porta (Beccheria-Porto-Fradella). La Torre del Porto appare più alta delle altre due, i merli sono alla guelfa, le porte chiuse. Il disegno ai lati della torre di due alabarde vuole rafforzare il significato simbolico del sigillo.

Dietro alle tre torri del porto s’intravede il primo palazzo duecentesco del municipio o del comune (palacium comunis), nato dall’emancipazione della città dal dominio vescovile iniziata nel 1252 e completata, con la cessione al Comune di tutti i diritti sulla città, nel 1295 (Kandler, Storia del Consiglio). In quell’anno la città sentì pressante il desiderio di avere un proprio Palazzo Comunale e di reggersi da sé con propri Statuti.
La sua struttura la conosciamo proprio dall’affresco trecentesco nella cattedrale dì S. Giusto; sappiamo che venne costruito in due tempi, tant’è che in documenti antichi si trovano citati un palazzo “vecchio” e un palazzo “nuovo”, a sottolinearne la diversa epoca di costruzione. L’edificio a sinistra della torre, infatti, rappresenta la parte vecchia, duecentesca, del palazzo, cioè costruito attorno al 1250, di stile romanico, con monofore ad arco a tutto sesto, cioè finestre a semicerchio a una sola apertura di luce; in quello di destra, più nuovo, finito all’inizio del ‘300, si caratterizza per le eleganti bifore gotiche, ad arco acuto.
Nel 1295, appena acquistata la piena autonomia, fu alzata al fianco del primo edificio una torre, autoritario simbolo del Libero Comune di Trieste, con un orologio, una loggia e la campana dell’“arrengo” che serviva a richiamare i patrizi alle riunioni del Consiglio comunale. In seguito vennero aggiunte anche due figure bronzee che scandivano le ore e che furono soprannominati del popolo, per il loro colore, “i Mori di piazza”.

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Il Palazzo Comunale

Il palazzo sorto su un terreno rubato al mare da progressivi interramenti, aveva la facciata principale rivolta verso l’interno, sulla Piazza Grande.
Era dotato di porticato e logge date in affitto dal Comune (del resto come si fa ancora oggi) per ospitare le botteghe di panettieri e merciai. La demolizione del primo palazzo comunale avvenne nel 1375, quando i veneziani intrapresero la costruzione del castello Amarina, costruito allora nell’area compresa tra il Palazzo Comunale e le mura con le tre torri del porto.

Guardando l’attuale palazzo comunale, più familiarmente chiamato “Municipio”, costruito nel 1875 dall’arch. G. Bruni, colpisce la rassomiglianza che si è voluto mantenere col primo Palazzo Comunale: la presenza di due corpi architettonici ai lati di una torre centrale, la presenza di una loggia, l’orologio e le campane con i due Mori. In pieno irredentismo tale scelta voleva, ricordando il primitivo palazzo comunale e il Libero Comune, ricordare in particolare quel periodo di libertà, autonomia, indipendenza, temi da sempre molto cari ai triestini.

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Il Duecento a Trieste – Giulio Bernardi

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Il Duecento a Trieste – Giulio Bernardi


La storia di Trieste nel Duecento risente naturalmente della sua posizione geografica. Affacciata sull’Adriatico essa è oppressa alle spalle dal dilagare di marchesi, baroni e castellani tedeschi. Essi si disseminano sul Carso devastato dai Magiari, spingendo due tentacoli sul mare, l’uno al castello di San Servolo (a oriente oltre Zaule), l’altro a quello di Duino. Trieste è baluardo di italianità in un nuovo mondo estraneo, esotico ed eterogeneo che si forma alle spalle della città isolata. E’ un baluardo che vuole però mantenere la sua indipendenza da Venezia, che sempre più l’accerchia risalendo le coste adriatiche. Cerca così l’appoggio del Patriarca, cui è legata per il vincolo di vassallaggio del suo Vescovo.
Patriarcato e parlamento friulano, come l’episcopato e il comune triestino sono realtà politiche ed economiche italiane nel XIII secolo unite e assimilate nella lotta per mantenere la propria integrità territoriale e culturale, difendendosi da tedeschi e ungheresi a nordest, dai veneziani a sudovest.
Attorno al 1400 entrambe perderanno molto della loro identità: Trieste aggregata all’Austria nel 1382, il Patriarcato conquistato dei veneziani nel 1420. I secoli di dominazione successiva tenderanno, anche per cosciente proposito dei dominatori, a far cadere in oblio e a cancellare le tracce della complessa, tenace, a volte gloriosa vitalità civile di queste due organizzazioni statali del Duecento italiano ai confini nord-orientali. Il loro destino si diversificò poiché il Friuli venne assorbito, si fuse e divenne parte integrante di un suo remoto rampollo, lo Stato veneziano. Trieste invece continuò, in modo nuovo ma con immutato vigore, la sua più che mai solitaria battaglia per mantenere integrità culturale, lingua italiana, autonomia comunale, immediato e indipendente rapporto con il Sovrano.

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Trieste – Gli eventi in ordine cronologico – Giulio Bernardi

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Trieste – Gli eventi in ordine cronologico – Giulio Bernardi


Rapporti con Venezia, con le città istriane e con il Patriarca di Aquileia.


Riassumo in un elenco cronologico i principali avvenimenti, inserendovi una tavola sinottica dei vescovi (TS ), dei patriarchi (°AQ°), dei conti di Gorizia (-GO-), dei dogi veneziani (:VE:), dei papi(+RO+) e dei re e imperatori (*IM*).

902      Diploma di Berengario – Bonomo documento I
948      Diploma di Lotario – Kandler.
1040    Conferma di Enrico III – Bonomo documento II
1050    Donazione al vescovo Erberto – Bonomo documento III
-GO- 1090-1149 Mainardo I e Engelberto I
1115    Donazione al vescovo Hartuico – Bonomo documento IV
:VE: 1130-1148 Pietro Polani doge 36°
°AQ° 1132-1161 Pellegrino I von Sponheim
TS 1135-1145 Detemaro
1139    Concordio per la definizione di confini – Bonomo documento V
1142    Conferma al vescovo Detmaro – Bonomo documento VI
*IM* 1144-1152 Corrado III di Svevia
+RO+ 1145-1153 Eugenio III Bernardino Pagnanelli
1145    Capodistriani e Isolani prestano al Doge solenne giuramento di «fidelitas».

Nel dicembre dello stesso anno i Polesi prestano analogo giuramento.
:VE: 1148-1156 Domenico Morosini doge 37°
1148-1152   Patti di sottomissione a Venezia di alcune città istriane.

Guerra tra il vescovo di Trieste Wernardo e le città istriane per le decime dovutegli e rifiutategli da Muggia,
Capodistria, Isola, Pirano e Umago.
1149     Conferma al vescovo Wernardo – Bonomo documento VII
TS 1149-1186 Vernardo.
-GO- 1149-1187 Enrico I e Engelberto II
1150     Il doge Morosini si fregia , nel patto di fedeltà di Parenzo, del titolo «totius Istriae inclitus dominator».
*IM* 1152-1190 Federico I Barbarossa
+RO+ 1153-1154 Anastasio IV

+RO+ 1154-1159 Adriano VI Nicola Breakspeare
:VE: 1156-1572 Vitale II Michiel doge 38°
+RO+ 1159-1181 Alessandro III Rolando Baldinelli o Brandinelli
°AQ° 1161-1182 Ulrich II von Treffen
:VE: 1172-1178 Sebastiano Ziani doge 39°
:VE: 1178-1192 Orio Malipiero doge 40°
+RO+ 1181-1185 Lucio III Ubaldo Allucingoli

°AQ° 1182-1194 Gotifredo
+RO+ 1185-1187 Urbano III Umberto Crivelli
+RO+ 1187-1188 Gregorio VIII Alberto de Morra

TS 1187 Enrico Odorico da Treviso
TS 1187-1190 Liutoldo da Duino
-GO- 1187-1220 Mainardo II e Engelberto III
+RO+ 1188-1191 Clemente III Paolo Scolari
1190     Trieste promette sottomissione a Venezia, ma non
TS 1190-1199 Volscalco
*IM* 1191-1197 Arrigo VI
+RO+ 1191-1198 Celestino III Giacomo Boboni-Orsini
:VE: 1192-1205 Enrico Dandolo doge 41 °
1194-1202   Creazione del Grosso Veneziano.
°AQ° 1195-1204 Pellegrino II von Dornberg
*IM* 1198-1218 Ottone IV di Brunswick
+RO+ 1198-1216 Innocenzo III Lotario dei Conti di Segni
TS 1199-1201 Enrico pretendente
TS 1199-1212 Gebardo
1202     I triestini, temendo più grave punizione, mandano a Pirano una commissione per invitare il doge Enrico Dandolo a Trieste. Il doge ivi si trovava con una flotta poderosa di navi, vascelli e galee e moltitudine di militi e fanti pronto a salpare per quella IV crociata che porterà alla fondazione dell’Impero Latino e della supremazia veneziana in Levante. A
Trieste lo accolgono con grandi onori e gli giurano fedeltà.
°AQ° 1204-1218 Wolfker von Erla
:VE: 1205-1229 Pietro Ziani doge 42°
1209     Infeudazione (dieta di Augusta) dell’Istria al patriarca di Aquileia.

1210     Patti tra il patriarca Volchero e il Comune di Pirano.
TS 1213-1230 Corrado Tarsot da Cividale
+RO+ 1216-1227 Onorio III Cencio Savelli
°AQ° 1218-1251 Berthold von Andechs
*IM* 1220-1250 Federico II di Svevia
-GO- 1220-1258 Mainardo III e Alberto I
1220-1230     Tra le diverse città costiere dell’Istria si stringe una vera lega, l’ «universitas Histriae» con a capo un veneziano, Tommaso Zeno
1223     Arbitrato tra Comune e Ugo di Duino – Bonomo documento VIII
+RO+ 1227-1241 Gregorio IX Ugolino dei Conti di Segni
:VE: 1229-1249 Jacopo Tiepolo doge 43 °
TS 1231-1233 Leonardo
TS 1233-1254 Volrico de Portis da Cividale
TS 1233-1238 Giovanni, nominato dall’Imperatore
1223     Patti tra Venezia e Trieste
1238     A conclusione di lunga ribellione, pace tra Patriarca e Capodistria che gli si sottomette, salvi i diritti acquisiti dai veneziani sul porto.

+RO+ 1241 Celestino IV Goffredo Castiglioni
1241     Conversione di due pranzi in somma di denari – Bonomo documento IX
1242     Pola ribelle ai veneziani viene messa a ferro e fuoco. Sconfitta, subisce l’anno seguente umiliante pace a Rialto.

+RO+ 1243-1254 Innocenzo IV Sinibaldo Fieschi
:VE: 1249-1253 Marino Morosini doge 44°
*IM* 1250-1254 Corrado IV
°AQ° 1251-1269 Gregorio di Montelongo
:VE: 1253-1268 Ranieri Zeno doge 45°
1253     Vendita di privilegi al Comune – Bonomo documento X
+RO+ 1254-1261 Alessandro IV Rainaldo dei Conti di Segni
TS 1254-1281 Arlongo da Voitsberg
1254     Trieste ha un podestà veneziano. Guerra tra Capodistria e Trieste, Venezia interviene e fa da mediatrice.
TS 1255 Guarnerio da Cuccagna da Cividale
-GO- 1258-1304 Mainardo IV e Alberto II
+RO+ 1261-1264 Urbano IV Giacomo Pantaleon
1264     Valle si dà ai veneziani, il Patriarca la recupera.
+RO+ 1265-1268 Clemente IV Guido di Folquois
1266     Rovigno si dà ai veneziani, per breve.” 7
1267     Montona si dà ai veneziani, per breve. Capodistria muove contro Parenzo per assoggettarla, Patriarca Gregorio di Montelongo catturato dalle masnade del conte di Gorizia e imprigionato. Si rafforza grandemente il potere del Conte di Gorizia in Istria. Intimorita, Parenzo, prima tra le città istriane, si dà ai veneziani definitivamente e passa sotto la sua signoria.
*IM* 1268 Corradino di Svevia
:VE: 1268-1275 Lorenzo Tiepolo doge 46°
1268     L’Istria tumultua. Capodistria piglia e distrugge il castello di Montecavo, assalta Castelvenere e Rovigno. I veneziani intervengono, pigliano Montecavo e lo restaurano, pigliano Capodistria.
1269-1273     Anarchia e crisi gravissima del Patriarcato di Aquileia, dopo la morte di Gregorioe prima dell’ elezione di Raimondo della Torre. L’ influenza veneziana in Istria si rafforza per il timore dei liberi comuni di cadere nelle mani dei conti goriziani.
1269     Umago si dà ai veneziani.
1270     Cittanova si dà ai veneziani.
+RO+  1271-1276 Gregorio X Tebaldo Visconti
1271      San Lorenzo si dà ai veneziani.
*IM*     1273-1291 Rodolfo I (IV) d’Asburgo
°AQ°     1273-1298 Raimondo della Torre
1273     Capodistria si dà ai veneziani, senza effetto.1 24
1274     Guerra in Istria fra Patriarca e veneziani; scissure fra Patriarca e conte Alberto d’Istria; pace e concordanza. Capodistria e Trieste si ribellano ai veneziani.
:VE: 1275-1280 Jacopo Contarini doge 47°

1275     Patriarca Raimondo e conte Alberto riconciliati si collegano contro Capodistria. 126
+RO+ 1276 Innocenzo V Pietro di Champigny
+RO+ 1276 Adriano V Ottobono Fieschi
+RO+ 1276-1277 Giovanni XX detto XXI Pier Giuliani
1276     Le città istriane ad istigazione dei veneziani tentennano contro il Patriarca, Montona riconosce il Patriarca, Pola lo ripudia, il Patriarca tenta inutilmente di prender Pola. 127
+RO+ 1277-1280 Niccolò III Gian Gaetano Orsini
1277     Novelle rotture fra Patriarca e conte Alberto e novella pace. Patriarca Raimondo prepara spedizione nell’Istria tumultuante, per le nomine di Podestà che vuol far da sé.
1278     Lega tra Patriarca e conte Alberto per sottomettere l’Istria patriarchina. Breve guerra, il Patriarca trasporta la sua corte in Albona e Pietrapelosa. Capodistria ostile al Patriarca, si collega col conte Alberto, collegata cogli Isolani tenta pigliare Parenzo. Capodistria sceglie a podestà il conte Alberto, che si collega al Patriarca, fa pace coi veneziani, abbandona Capodistria che fa da sé. Il Conte recupera Capodistria, assalta San Lorenzo, Parenzo e Montona. I veneziani assaltano e pigliano Capodistria, atterrano le mura da Porta San Martino a Porta Bossedraga, costruiscono il Castel Leone. Montona si dà ai veneziani.
1279     Patriarca Raimondo assalta Pirano, viene a componimento. I veneziani vengono all’ assalto di Trieste, il Patriarca la soccorre. L’ Istria vuol darsi ai veneziani, conte Alberto restituisce a questi San Lorenzo (per breve) e fa pace.
:VE: 1280-1289 Giovanni Dandolo doge 48°
1280 Guerra fra Patriarca e veneziani per l’Istria.
+RO+ 1281-1285 Martino II detto IV Simone de Brie o Mompiti
TS 1281-1285 Ulvino de Portis
1282     Scomunica del Patriarca contro gli usurpatori delle terre patriarchine. Isola e San Lorenzo si dànno ai veneziani. Discordie tra Patriarca e conte Alberto, composte da Mainardo di Gorizia e da Gherardo da Camino. I veneziani assaltano Trieste. Pace tra veneziani, Patriarca, Conte d’Istria e Trieste.
1282     Trieste consegna al vescovo Ulvino il castello di Montecavo, il Vescovo promette di consegnarlo al Capitolo.
1283     Pirano si dà ai veneziani. Patriarca Raimondo fa lega con il Conte d’Istria, con Trieste e Muggia, coi padovani, coi trevisani contro i veneziani. Il Conte d’Istria capitano generale.
Capodistria presa. Trieste presa dai veneziani, fa pace umiliante, atterra le mura verso mare, dà ostaggi, paga i danni e consegna le macchine di guerra per venire abbruciate sulla piazza di San Marco. Rovigno si dà a Venezia. La «guerra Triesti» (Vergottini pag. 122 nota 27) continuerà fino al 1291, con un’interruzione 1285-87.

1284     I veneziani pigliano l’isola alla foce del Timavo che era bocca del porto, costruiscono fortilizio cogli avanzi di antica lanterna, ne cangiano il nome da Belguardo in Belforte.
1284     (31 ottobre). Creazione del Ducato d’oro veneziano.
TS 1285 Giacomo da Cividale, non confermato
TS 1285-1299 Brissa di Toppo
1285     Il Patriarca, i veneziani, il Conte d’Istria e Trieste fanno pace, che non dura, ed è causa di nuove questioni.
1286     Nuove trattative di pace. Compromesso in giudici arbitri.

1287     Istriani e triestini si ribellano ai veneziani, ritornano al Patriarca. I veneziani ripigliano Capodistria. L’esercito del Patriarca muove verso Trieste, poi verso Capodistria, e verso Montecavo che è preso; manca di viveri, retrocede. I veneziani ripigliano l’offesa, pigliano Montecavo, battono i patriarchini. Trieste resiste all’assedio dei veneti. Muggia presa (29 maggio).
+RO+ 1288-1292 Niccolò IV Girolamo Masci
1288     Muggia presa dai veneziani, si dedica a loro, ripudiando il Patriarca. Papa Nicolò IV esorta
i veneziani a non molestare il Patriarca per le sue ragioni in Istria.
:VE: 1289-1311 Pietro Gradenigo doge 49°
1289 Il Patriarca torna a tentare la sorte delle armi, in colleganza al Conte d’Istria, raduna in Monfalcone 50.000 pedoni e 5.000 cavalli, e viene all’impresa del forte di Romagna, da cui i veneziani assediano Trieste. Il Conte abbandona il Patriarca, il Patriarca si ritira. Torna all’assalto, i veneziani sono costretti ad abbandonare il castello loro, Trieste è liberata. Tregua fra Patriarca, triestini e veneziani. Compromesso mediato da papa Nicolò IV. Trattative.
1290     Altre trattative, cui partecipa il Conte d’Istria. Nuove rotture, i veneziani sono battuti dal
Patriarca, dal Conte d’Istria e dai triestini, capitanati dal Conte d’Istria.
1291     (11 novembre, Treviso) pace tra veneziani da una parte e Patriarca Raimondo, conte Alberto «et comune et homines Tergesti» dall’altra, sotto l’arbitrato e la promessa mediazione, remunerata in caso di lite, di papa Nicolò IV. I veneziani dànno una prima base giuridica globalmente a tutte le loro occupazioni istriane. Trieste si emancipa, ed istituisce Consiglio di 180 a reggere il Comune; viene a lei restituito Montecavo per darlo ai Vescovi.
1291     Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste.
*IM* 1292-1298 Adolfo di Nassau
+RO+ 1294 Celestino V Pietro da Morone
+RO+ 1294-1303 Bonifacio VIII Benedetto Caetani
1295     Concessione di diritti al Comune – Bonomo documento XII
1295     Il Comune di Trieste acquista temporaneamente durante la vita del vescovo Brissa di Toppo «officium gastaldionis, cruentam et lividam et regalia».
1295     Concessione del Castello di Moccò al Comune – Bonomo documento XI
1295     Bolla di conferma di diritti sul vino – Bonomo documento XIII
1296     Scambio di decime tra Muggia e San Canziano – Bonomo documento XIV
1296-1307 Tentativi del Patriarca di ottenere dal Papa, giusta gli accordi di Treviso, sentenze arbitrali per salvaguardare i suoi diritti in Istria.
*IM* 1298-1308 Alberto I d’Asburgo
°AQ° 1299-1301 Pietro Gera degli Egizi
TS 1299-1300 Giovanni della Torre
TS 1300-1302 Enrico Rapicio
°AQ° 1302-1315 Ottobono Robari
TS 1302-1320 Rodolfo Pedrazzani da Robecco
+RO+ 1303-1304 Benedetto IV detto XI Nicola Boccasini Conferma di strumenti dal Vescovo Rodolfo – Bonomo doc. XV
-GO- 1304-1323 Enrico II e Alberto IV

+RO+ 1305-1314 Clemente V Bertrando de Got o Gotone
1307     (12 ottobre) Cessione perpetua a Venezia di tutti i diritti e le giurisdizioni del Patriarca nell’Istria occupata dai Veneziani. L’Istria ora divisa in tre domini: veneziano, patriarchino e goriziano.
*IM* 1308-1313 Arrigo VII di Lussemburgo
:VE: 1311-1312 Marino Zorzi doge 50°
1311-1313 Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste.
:VE: 1312-1327 Giovanni Soranzo doge 51°
1313 Il doge di Venezia protesta contro il Comune di Trieste per le ambagi di quest’ultimo nel prestar giuramento di fedeltà. La famiglia Ranfi a Trieste viene sterminata.
*IM* 1314-1347 Ludovico IV il Bavaro
*IM* 1314-1322 Federico III d’Asburgo, competitore
1314     Spettanze della Chiesa Triestina sul feudo Sipar – Bonomo documento XVI
+RO+ 1316-1334 Giovanni XXII Giacomo Caturcense d’Euse
°AQ° 1316-1318 Gastone della Torre
°AQ° 1319-1332 Pagano della Torre
1320, 1322     Enrico, conte di Gorizia podestà a Trieste.
1329     Sul feudo Sipar della Chiesa Triestina – Bonomo documento XVII
1333 Investitura di feudi in Istria da parte di Pace da Vedano – Bonomo documento XVIII.

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Trieste – La Civitas – Giulio Bernardi

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Trieste – La Civitas – Giulio Bernardi


Civitas, nella terminologia latina, è una società di uomini liberi, organizzata a difesa in un singolo agglomerato urbano e ricavante i mezzi di sussistenza dal breve contado circonvicino.
Nelle prime monete triestine si nomina soltanto il vescovo: TRIES E PISCOP, come ad Aquileia soltanto il patriarca : AQUILEGIA.P. 
L’uso del nome TRIESE, che, osservando bene la forma dell’ultima E, può essere letto TRIESTE, prima dell’adozione del latineggiante TERGESTVM, è documentato da queste antiche monete e forse da poche altre fonti. Secondo A. Tamaro il «Chronicum Venetum», che è del X o dell’XI secolo, porta la forma neolatina cioè italiana di TRIESTE, in una carta del 1106 si legge IN EPISCOPATO TRIESTINO, nell’anno 1115 compare il nome di persona TRIESTO e Santa Maria de TRIESTO è detta l’ «ecclesia maior» un atto del 1172.
In epoca romana il nome della città, come si legge nelle lapidi, fu sempre TERGESTE indeclinabile.
Nelle monete immediatamente successive alle prime, viene nominata anche la CIVITAS TRIESTE, parallelamente alla comparsa sulle monete patriarcali dell’iscrizione CIVITAS AQUILEGIA. Non succede così nella vicina Gorizia, dove il nome della città è legato solo al titolo del COMES e al nome di Lienz, né a Latisana, designata come PORTUM. A Lubiana il nome della città definisce invece i denari: LEIBACENSES DE, ma esistono anche esemplari con CIVITAS LEIBACVN. Venezia non è mai Civitas nelle sue monete: il nome della città è sempre predicato del titolo dogale.
La CIVITAS è ricordata dalle monete aquileiesi fino al 1256, cioè per l’ultima volta nelle monete di Gregorio con il titolo di Electus, prima della sua consacrazione episcopale. A Trieste, invece, l’uso continua ancora all’epoca del vescovo Ulvino de Portis (1282-1285), mentre non c’ è più nei denari di Rodolfo (1302-1320), che si fregia del titolo di TERGESTINUS, come AQUILEGENSIS si nomava il Patriarca fin dall’epoca di Raimondo (1273-1298). Quale significato ha il riconoscimento, contemporaneo alla corte patriarcale e nella curia triestina, dell’esistenza della rispettiva CIVITAS? Quale la permanenza di questo riconoscimento a Trieste più a lungo che in Aquileia? Innanzitutto è prova della stretta interdipendenza iniziale tra le due monetazioni, ma nel contempo mostra che Arlongo vescovo di Trieste dal 1254 al 1280 eredita, dal periodo di coniazione comunale, una regia monetaria più autonoma, meno strettamente legata alla patriarcale. In secondo luogo testimonia la considerazione del Patriarca e del Vescovo per l’insieme dei cittadini, dei quali è presupposto in tal modo il consenso, anche nell’iniziativa monetaria che pure era, come abbiamo visto, finalizzata anzitutto ali’ accrescimento delle risorse finanziarie del sovrano.
Qui occorre una nota di carattere filologico, che andrebbe sviluppata in altra sede. Con una frequenza tale da non permettere di pensare che sia frutto di errore, il nome di Trieste è scritto, sulle monete dei tempi più antichi: ATRIESE. Atria, da cui il mare Adriatico, è una parola che deriva da atrium, che significava in dialetto italico un luogo ove si spandevano le acque, cosicché ATRIA veniva ad indicare la città di fondazione tusca che si trovava alle foci del Po. ATRIESE potrebbe essere espressione del desiderio di legare il nome di Trieste al nome del mare Adriatico, producendo anche nell’etimo un’affermazione d’italianità d’origine che pare si sentisse necessaria già nel 1200.

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I podestà istriani – Giulio Bernardi

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I podestà istriani – Giulio Bernardi

Ad onta degli screzi, che spesso nascevano, l’esser sede vescovile era considerato un onore e un fattore di potenza. Infatti Capodistria, da due secoli priva di un proprio antistite e riunita alla diocesi di Trieste, impetrò nel 1186 il ripristinamento del suo vescovado, e lo dotò del reddito di cinquecento vigne e d’altri fondi rustici e con la decima dell’olio. In quest’occasione ci si presenta il primo podestà istriano, con tre consoli. Autonomia sufficiente a fare patti direttamente con Venezia era stata conquistata già nel 1150 da Cittanova, Rovigno, Parenzo, Umago e Pola, retta da una balìa di nobili.
Nel 1192 il regime podestarile e consolare appare anche a Pirano, indi lo ritroviamo a Pola (1199), mentre Parenzo ha ancora un gastaldo con tre rettori. 
Trieste continua ad avere gastaldi per tutto il secolo: il Ripaldo del 1139 ricompare dopo tredici anni, e un Vitale è gastaldo nel 1184 e figura di nuovo tra coloro che giurano fedeltà a Enrico Dandolo, a nome di Trieste nel 1202. E anche nel duecento si notano gastaldi, Mauro (1233 e 1237) ed Ernesto (1257). 

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Trieste – Affermazione del Comune – Giulio Bernardi

 

Trieste – Affermazione del Comune.

Giulio Bernardi

 

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Precipuo carattere di rappresentante della «civitas», anzi già del «commune Tergestine civitatis», ha quel gastaldo di Trieste che incontriamo nel lòdo arbitrale pronunciato da Ditmaro, vescovo di Trieste, per la lite fra il comune di Trieste e Dieltamo (sic), signore di Duino nell’ anno 1139.
Tra le varie signorie formatesi dopo il mille in Istria e nella Carsia è notevole quella dei Duinati che dalla loro rocca dominavano la via litoranea. Molesta riusciva ai triestini quella rocca tedesca appollaiata come un falco e croniche furono le contese di confine. Il Comune e il signore di Duino, che si accusavano a vicenda di turbazioni di possesso, si accordarono infine di rivolgersi a Ditmaro. La città aveva quale procuratore il gastaldo Ripaldo, assistito da dodici «boni homines», i quali provarono con giuramento che tutte le terre dalla strada carreggiabile al mare, tra Sistiana e Longera, erano «possessio communitatis Tergestine civitatis». Le parti contendenti s’impegnarono a rispettare questa linea di confine, e il vescovo «posuit inter eos» la penale di cinque lire d’oro. In questo importantissimo lòdo ricorre per la prima volta il nome di «commune Tergestine civitatis». Szombathely richiama particolare attenzione sulla distinzione tra «civitas» e «commune». Questo appare come parte, avente una sua personalità, e investe di piena rappresentanza un suo procuratore: vanta diritto di proprietà sul territorio che è limitato dalla via pubblica tra Sistiana e Longera, e poi dalla catena dei monti Vena e dal mare. Non si tratta della zona di signoria del vescovo, ristretta a un cerchio di tre miglia di raggio, ma proprio dei beni dei cittadini. Il lòdo prova dunque che agli inizi del secolo XII i cittadini hanno già costituito l’associazione volontaria giurata, onde è nato e s’evolve il nuovo ente, e che questo ha ottenuto il riconoscimento, almeno tacito, del vescovo. Esso è ancora infante, ma già pieno di promettente vigore; e già si delinea preciso il territorio del futuro piccolo stato sovrano, in perfetta corrispondenza con la dicitura del suggello trecentesco: SISTILIANU PUBLICA CASTILIR MARE CERTOS DAT MICHI FINES.

 

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Trieste: Locopositi e Gastaldi – Giulio Bernardi

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Trieste, Locopositi e Gastaldi – Giulio Bernardi

In un documento del 933, Trieste è rappresentata da un «locoposito», forse designato o eletto dal vescovo. Primo tra gli «scabini» (rappresentanti della cittadinanza), egli forse corrisponde al primate che appare di questi tempi nelle città dalmatiche, però sembra prevalere in lui il carattere di primo rappresentante cittadino. Nel corso del secolo XI, il locoposito perde via via la sua importanza e il titolo si riduce a una qualificazione onorifica ed ereditaria. In sua vece spunta, nel secolo XII, il gastaldo che poco ha a che fare con il gastaldo longobardo o franco, ma invece sembra assumere anche nelle città istriane il posto di primo ufficiale, come magistrato elettivo, facente parte del collegio dei giudici, cioè delle supreme cariche cittadine perpetuanti quelle del municipio romano.
A Trieste il gastaldo, preposto dal vescovo signore della «civitas», riuniva in sé ai poteri amministrativi e giudiziari conferitigli dal vescovo, che egli esercitava in qualità di agente, anche la rappresentanza dei cittadini. A seconda della sua maggiore o minore potenza, la «civitas» designava al vescovo la persona dell’ eleggendo e talvolta addirittura forse lo imponeva.

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Trieste Inizi del Comune – Giulio Bernardi

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Trieste – Inizi del Comune

Giulio Bernardi


Torniamo al diploma di Lotario del 948. Esso segna una data importantissima nella storia, purtroppo lacunosa e oscura, della «civitas» triestina dell’alto medioevo. In pericolo d’esser travolti dal feudalesimo montante che li avrebbe aggregati a potenti principi d’oltralpe, i triestini si strinsero al loro vescovo, da loro stessi eletto e salutarono certo con gioia il privilegio che sottraeva la custodia delle mura, l’esazione delle imposte e dei dazi, l’amministrazione civile e la giudiziaria ad altro signore.
La vecchia classe degli «honorati», detti poi «boni homines et idonei» continua ad esercitare modeste funzioni amministrative, in posizione subalterna, ad esprimere dal suo seno i giudici di prima istanza nel civile, conservando e tramandando tenace il ricordo dell’antico municipio e della sua curia, le consuetudini, il sentimento di solidarietà economica e sociale. L’autorità vescovile non dava loro fastidio, finché il presule era eletto per lo più tra di loro o quantomeno con il loro concorso, ed essi avevano gran parte nel Capitolo e nella curia dei vassalli episcopali, finché, insomma, gli interessi e le persone del pastore, del clero e della classe dominante furono quasi i medesimi.
Ma pare che già Ricolfo (1007-1017) provenisse direttamente dalla chiesa di Eichstaett in Baviera e fosse investito dall’Imperatore. Così i suoi successori Adalgero (1031-1072) e Eriberto (1080-1082). Certo nei secoli XI e XII sempre più i vescovi assunsero il carattere di vassalli diretti dell’Impero. Ne conseguiva la partecipazione a campagne militari e politiche lontane che, stremando in gigantesche competizioni le loro energie e i redditi della diocesi, senza soddisfazione alcuna della città, interessavano solo pochi membri della «curia vassallorum». Ciò avviene in sintonia con la storia del patriarcato di Aquileia, il cui soglio pervenne in mano a famiglie tedesche, legate alla grande politica imperiale germanica, rimanendovi fino all’ elezione del patriarca Gregorio (1251-1269).
Il dissidio tra il vescovo e la cittadinanza si delinea, si acuisce e prende forma.
Destreggiandosi abilmente, i cittadini ottengono via via privilegi e riconoscimenti alla loro collettività, che, in pieno feudalesimo, è ormai un ente di fatto, non tutelato dai pubblici poteri.
In quest’oscuro periodo, nel quale cade il tramonto d’un assetto antico e rimpianto sempre, si formano e si stringono i nuovi interessi e i nuovi vincoli, si foggia e si rassoda la «civitas» novella. E’ peraltro noto che il Comune italiano non fu mai in possesso di tutti gli elementi originari che formavano la sovranità, ma che si appagava di un certo numero più o meno esteso di diritti sovrani, i quali garantivano lo sviluppo di un’ampia autonomia, senza raggiungere l’indipendenza assoluta: la piena sovranità fu conquistata solo tardi, da pochi Comuni e quando già il diritto comunale era in decadenza.
A Trieste già nel X secolo dunque accanto al vescovo signore esisteva una collettività abbastanza forte per essere apprezzata quale cooperatrice e fiancheggiatrice, con voce autorevole nel capitolo e nella curia dei vassalli vescovili. Negli scarsissimi documenti dell’epoca sono menzionati di solito il vescovo, o un suo ufficiale, e i rappresentanti della città.

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Trieste dal IX al XIII secolo – Giulio Bernardi

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Trieste dal IX al XIII secolo

Giulio Bernardi

 

All’inizio del IX secolo, allorché fu costituita la marca del Friuli, l’Istria le venne aggregata.

Trieste invece, già nel 948 venne a trovarsi in condizioni particolari e diverse. I re d’Italia avevano direttamente attribuito feudi e privilegi ai vescovi triestini. Secondo Kandler, Lotario e Lodovico avrebbero donato loro una baronia. Da Berengario nel 911 e da Ugo nel 929 ebbero, fuori dell’agro triestino, altre baronie minori, che non li sottraevano però all’imperio del governatore regio. Ma nel 948 (Pavia, 8 agosto) Lotario II concesse al vescovo di Trieste l’alto governo facendolo dipendere direttamente dalla corona.

Il re dona, concede, largisce ed offre alla chiesa di San Giusto «omnes res iuris nostri Regni atque districtus et publicam querimoniam et quidquid publice parti nostre rei pertinere videtur, tam infra eandem Tergestinam civitatem coniacentes, quam quod extra circuitum circa et undique versus tribus miliariis portentis. Nec non et murum ipsius civitatis totumque circuitum cum turribus portis et porterulis…» Continua accordando al vescovo tutte le rendite e i balzelli di spettanza regia, vietando a qualunque persona grande o piccola del suo regno l’esazione della « curatura» d’ogni « vectigal» o «publica functio», ed esentando i triestini dall’osservanza delle sentenze d’altre autorità: «nec custodiant placitum auctoritate alicuius principis». Tutto ciò « tamquam ante nos aut ante nostri comitis presentiam palatii».
Quale sia stata la forza usata dai triestini per ottenere prima degli altri una situazione privilegiata non ci è oggi dato di sapere. L’occasione sembra essere stata quella di una nuova invasione di Magiari lungo la via di Postumia, che si riversò sui Carsi e in Italia. Berengario, supremo consigliere di re Lotario, li arrestò con una forte somma di denaro, raccolto dalle Chiese.
Dentro le antiche mura romane, i triestini, mentre il nembo passava sul Carso, cooperarono a raccogliere la somma del riscatto richiesta da Berengario. Il diploma dell’ 8 agosto 948 seguì forse per riconoscimento e gratitudine. Certamente, nel promuoverne la stesura, fu decisiva l’anima della città, espressa in vivissima attenzione all’immediatezza dei rapporti con l’autorità centrale, che sembra peculiare a Trieste in tutte le epoche. Comincia così «de iure» nel 948 quella particolarità di sviluppi che contrassegnerà Trieste di fronte alle città istriane attraverso il medio evo e l’età moderna e creerà nella città una coscienza particolaristica insopprimibile.
Col progredire del X secolo s’indebolisce generalmente l’assetto dato dai Carolingi all’Italia, e venendo meno il potere dei conti s’accresce a mano a mano quello dei vescovi, intorno ai quali si stringono le cittadinanze abbandonate a se stesse: vescovo e cittadini sollecitano dai re il diritto di rinforzare mura e torri in propria difesa. In seguito i conti si riaffermano in qualche misura, non sono però come gli antichi e solo in parte ne riprendono le mansioni; i vescovi stessi invece, se non di diritto, divengono di fatto conti nelle loro città. Enrico II Imperatore sistema giuridicamente questo stato di fatto, volgendo ai propri fini l’attività dei vescovi-conti, ai quali delega o cede parte delle cure del governo. In Istria fioriscono nuove signorie vescovili e i vescovi, divenuti ricchi e potenti baroni, infeudano decime e immobili a famiglie di cittadini e a castellani, costituendo curie di vassalli, delle quali serbano memoria gli statuti cittadini e i documenti. D’accordo con le cittadinanze, i vescovi-conti si sforzano di far coincidere i confini della diocesi-signoria con quelli dell’antico municipio. Non pare peraltro che tra il Vescovo e la «civitas» triestina si sia instaurato già in quell’epoca un rapporto di tipo feudale, come ad esempio, secondo Tamaro, era tra il Patriarca e Muggia.
Dalle monete del Duecento, appare invece chiaro che un rapporto di dipendenza feudale ormai intercorreva tra il patriarca di Aquileia e il vescovo di Trieste. La storia non lo nega: Enrico IV infatti conferì nel 1081 al patriarca aquileiese Enrico (e li riconfermò nel 1082) i diritti che aveva come Re d’Italia (rex si dice egli stesso nel diploma) sui vescovati di Trieste e Parenzo.  Sul vescovado di Trieste, che gli appare in condizioni miserabili, richiama la particolare protezione del Patriarca. Il vescovo triestino quindi, alla fine del secolo XI, da vassallo imperiale, dipendente dal patriarca di Grado, divenne vassallo del patriarca di Aquileia.
Il passaggio fu confermato dalla transazione intervenuta nel 1180 fra i patriarchi di Grado e di Aquileia per le giurisdizioni metropolitiche.
Nel corso del Duecento il vescovo di Trieste riconobbe ripetutamente di avere in feudo dal patriarca di Aquileia il dominio della città di Trieste. Così in un protocollo del 1289, stilato dal notaio Gubertino da Novate, comunicato dall’abate D.G. Bianchi a Kandler, che lo inserì nel Codice Diplomatico Istriano.
Il dominio feudale del vescovo si estende su: «in primis Civitatem Tergesti cum muris, cintis, portis, vectigalibus, cum Muta, Moneta, Regalia, intus et extra circumquaque tribus miliaribus portentis. Item habet Umagum Siparum Castrum Vermes, et totam insulam Patiani usque ad Fontanam Georgicam. Item habet Castrum Calisendi cum omnibus pertinentiis suis, quod Castrum, quedam Comitissa nomine Azika contulit Ecclesiae Tergestinae».
Che Trieste non fosse compresa tra le città istriane infeudate al Patriarca nel 1209 ad Augusta potrebbe anche significare che la permanenza dell’antico vincolo feudale non aveva bisogno di riconferme.

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Carlo de Marchesetti (1850 – 1926)

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Carlo de Marchesetti (1850 – 1926)

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero. Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico.
Nel corso di una serie di campagne di scavo e di ricognizione nell’Isontino e in Istria, intraprese dal Marchesetti tra il 1883 e il 1892,  vennero rinvenuti significativi reperti, ora conservati nei civici musei triestini. Le sue scoperte vennero pubblicate nel “Bollettino della società Adriatica di Scienze naturali”.

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Trieste nel VI secolo

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Trieste nel VI secolo

Nel 489, Teodorico, re degli Ostrogoti  inflisse una pesante sconfitta ad Odoacre, re degli Eruli, in una battaglia sull’Isonzo, dopo che questi aveva deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano.

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I Castellieri

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Tra il XV e il III secolo a.C., nella zona del Carso e dell’Istria, fanno la loro comparsa i primi “castellieri” ad opera della popolazione degli Istri.

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Castelliere in Istria

Sono piccoli insediamenti in posizioni elevate, caratterizzati da una o più cinte murarie realizzate con rocce sedimentarie, spesso realizzate a secco o cementate con terra e  sterpaglia. I castellieri, talvolta venivano fortificati maggiormente con palizzate in legno, per migliorare la difesa del villaggio dove vivevano nuclei di popolazione dedita all’allevamento, all’agricoltura, alla caccia e alla pesca. I castellieri possono variare molto di dimensione, a partire dai 200 metri di circonferenza, fino a raggiungere il chilometro e più.

Il castelliere preistorico è l’equivalente dell'”oppido” romano (insediamenti cittadini fortificati). Con il trascorrere del tempo, sui resti di alcuni castellieri vennero innalzate fortificazioni medievali, chiese, villaggi o intere città. Si trovano traccia di castellieri in tutta la Venezia Giulia e Friuli e nella sola Istria ve ne sono più di 500.

Carlo De Franceschi (Moncalvo di Pisino 1809 - 1893)

Per secoli essi furono ritenuti fortilizi romani, fino a quando lo storico e scrittore Carlo De Franceschi  (Moncalvo di Pisino 1809 – 1893), ne intraprese lo studio e li classificò come sedi degli abitanti preistorici dell’Istria; allo stesso De Franceschi spetta anche il merito di aver identificato la posizione di Nesazio, capitale degli Istri.

Carlo de Marchesetti (1850 - 1926)

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero. Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico. Nel corso di una serie di campagne di scavo e di ricognizione nell’Isontino e in Istria, intraprese dal Marchesetti tra il 1883 e il 1892,  vennero rinvenuti significativi reperti, ora conservati nei civici musei triestini. Le sue scoperte vennero pubblicate nel “Bollettino della società Adriatica di Scienze naturali”.

Negli atti del Museo Civico di Trieste del 1890, il Marchesetti scriverà: “Ricca messe di animali diluviali ci venne dalla Caverna di Gabrovizza, da quella di Sales, da quella del Diavolo di Monfalcone ecc… Ma la sezione ch’ebbe il massimo aumento nel nostro Museo fu quella che comprende l’Antropologia e la Preistoria, che fino a pochi anni fa constava unicamente di alcuni pochi oggetti dalle palafitte della Lombardia e di Lubiana. L’attiva esplorazione de’ numerosi castellieri che incoronano le vette de’ nostri monti e le ricerche fatte in parecchie delle innumeri caverne, che foracchiano il seno del nostro Carso, ci diedero una bella serie di oggetti paletnologici, illustranti lalba antropozoica delle nostre regioni. Più ricca ancora fu la messe, che venne tratta alla luce dagli estesi scavi praticati nelle nostre necropoli, le quali ci rivelarono una civiltà fiorentissima sparsa per le nostre contrade, molto prima che laquile romane spiegassero le loro ali verso la cinta gloriosa delle Alpi.” … “Ma l’uomo si è già arrestato al limitare delle caverne, gittando la suprema sfida alle fiere, che ne tenevano l’incontrastato dominio. Ma luomo ha già occupato il vertice dei colli circondandoli di forti muraglie e vi ha innalzato le sue case. Egli ha abbandonato la vita randagia ed è divenuto pastore. E la popolazione s’accresce, e già non v’è più grotta che non abbia i suoi abitanti. I castellieri si allargano, si moltiplicano: alla cinta primitiva se ne aggiungono delle altre più ampie per contenere le gregge e le mandrie. Ormai si contano nella nostra provincia più di cinquecento castellieri o villaggi fortificati, ed in essi si pigiano più di centomila abitanti. Troppa fatica costa la coltivazione della terra cogl’istrumenti primitivi di cui possono disporre quelle genti. Coll’accrescersi della popolazione sono grandemente diminuiti gli animali delle foreste, la pesca può offrire i suoi prodotti che agli abitanti in prossimità del mare. Essi sono quindi costretti a rivolgersi alla pastorizia, alla quale dedicano tutte le loro cure, … possedendo numerose gregge di capre e di pecore. Il bue ed il maiale venivano del pari allevati, se anche in minor numero.

____________

Sebbene i resti dei villaggi  e delle necropoli annesse a queste fortificazioni siano quasi totalmente scomparsi, nei più antichi sono state ritrovate ceramiche e utensili in pietra levigata, ossa di cervo; tra i rari oggetti metallici delle fibule di tipo la Certosa, risalenti al VI-V secolo a.C., scoperte nei castellieri di Trieste e del Carso. La ceramica è caratterizzata da un’impasto nero opaco, con varie tipologie di anse, base decorata a solchi circolari concentrici disposti attorno ad una rientranza concoidale. I manufatti di selce sono perlopiù martelli e accette di pietra verde, pietre da fionda, qualche macina.

Negli atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste del 1903, ancora scriverà il Marchesetti: “Del pari gli sterri praticati in parecchi castellieri, come in quelli di Montebello, Contovello, Repentabor, Nivize presso Trieste, di Redipuglia, di Gradina a Cul di Leme, di Promontore, del M. Pollanza sull’isola di Lussino, ecc.., come pure in varie caverne, fornirono copioso materiale riferentesi principalmente all’epoca neolitica ed a quella del bronzo, alla qual’ultima sono da ascrivere pure in massima parte i nostri tumoli, la cui esplorazione, per la loro estrema povertà, non ci diede che parco ed inadeguato compenso.”


Dopo l’esplorazione scientifica, avviata nel 1925, sui castellieri di Monte Ursino e di Fontana del Conte, si giunse alla conclusione che il vallo non deriva sempre e soltanto dal crollo della cinta muraria, ma che può essere una tecnica più complessa di costruzione muraria, realizzata allo scopo di ottenere un livello orizzontale stabile. Venne stabilita anche l’esistenza di due tipi di castellieri: il tipo a muraglioni, comune nell’Istria meridionale e nelle isole del Carnaro, e il tipo a terrapieno, utilizzato nell’altipiano della Piuca, dove i più antichi appartengono all’età del bronzo e i più recenti a quella del ferro.
Oltre a difesa di un nucleo abitativo, i castellieri potevano essere utilizzati quale ricovero di animali, o in presenza di altari di pietra, destinati al culto votivo.

Per le loro caratteristiche, i castellieri sono stati riutilizzati, sia al tempo degli antichi romani, sia durante il Medioevo, alcune teorie fanno risalire Trieste e Pola ad antichi castellieri.

Castelliere di Rupinpiccolo, Veliko Gradišče. Comune di Sgonico

Presenta una cinta muraria di circa 250 metri (nel passato probabilmente 1 km), e due varchi d’ingresso. Credenze popolari indicano la sua cima come dimora di Attila, re degli Unni.

Alcune delle località dove sono presenti dei castellieri: Duino Aurisina “Castelliere Carlo De Marchesetti”, Cattinara, Conconello, Contovello, Elleri, Ermada, Gradez, Kluc’, Monrupino, Monte Castiglione, Monte Carso, Monte Coste, Monte d’Oro, Monte Grisa, Monte Grociana, Monte San Leonardo, Monte San Michele, Monte San Primo, Monte Spaccato, Montebello, Nivize, Prosecco, Rupingrande, Rupinpiccolo, San Giusto, San Leonardo, San Lorenzo, San Michele della Rosandra, Sales, San Polo a Monfalcone, San Servolo, Santa Croce, Slivia, San Vito, Sant’Elia, Slivia, Zolla…

Nel recente progetto ALTOADRIATICO sono stati censiti 280 siti archeologici nel territorio italiano e 50 nel territorio sloveno, dall’età dei castellieri alla tarda antichità, esclusi gli insediamenti preistorici in grotta. La ricerca sui castellieri di Trieste è stata curata da Ambra Betic, Federico Bernardini ed Emanuela Montagnari Kokelj.

Ne riportiamo una sintesi:

Il Carso Classico si estende dalla Slovenia sud-occidentale alla parte più orientale del Friuli Venezia Giulia affacciandosi sul mare Adriatico. Il Carso triestino occupa la parte sud-occidentale del Carso Classico e si estende per circa 40 km dal Monte S. Michele nel Goriziano alla Val Rosandra. Tutta la zona carsica si caratterizza per la scarsità di terreni coltivabili, limitati a depositi di terre rosse argillose concentrate per lo più sul fondo di doline, a differenza di quella marnoso arenacea, più fertile e attraversata da alcuni torrenti, non molto ampia.
I castellieri del Carso triestino sono distribuiti soprattutto sulle alture della catena costiera affacciata sul golfo di Trieste e di quella più orientale. Pochi insediamenti sono situati nell’area sub-pianeggiante compresa tra le due fasce parallele di rilievi. Allo stato attuale, per scarsezza di dati di scavo non è possibile proporre un quadro attendibile di quello che è stato lo sviluppo insediamentale dei castellieri durante la loro esistenza.
I siti distribuiti lungo il margine dell’altopiano carsico, ad alcune centinaia di metri di altezza, erano collegati da percorsi tuttora esistenti che portano al mare. Gli unici approdi costieri venuti alla luce sono quello di  Stramare di Muggia e nei pressi delle risorgive del Timavo.
Il sito di Stramare si trova a nord della parte terminale della valle del Rio Ospo, nel punto più interno e protetto della baia di Muggia, dove nell’immediato entroterra è documentata la presenza di una decina di castellieri posti per lo più in posizione dominante sulle alture, dove sono stati rinvenuti vari reperti.
Un raschiatoio di selce e una piccola lama d’ascia in pietra levigata, provenienti dagli scavi condotti negli anni Sessanta, sono attribuibili alla tarda preistoria e alla protostoria, un altro gruppo di reperti, più consistente, è invece riferibile all’età del Ferro. Fra le scodelle a orlo rientrante è da menzionare un frammento di orlo con solcatura orizzontale lungo il margine che trova analogie con materiali rinvenuti nei castellieri di Monrupino e Cattinara, attribuibili al VII-V sec. a.C., ovvero all’età del Ferro, documentata anche a Rupinpiccolo, Sales e Duino.

Altri reperti da segnalare, benché privi di chiare indicazioni di provenienza, sono un frammento di concotto probabilmente appartenente ad un forno, conservato in Soprintendenza; un frammento di intonaco decorato con motivi angolari, esposto al Civico Museo di Muggia; uno spillone a globetti in bronzo, genericamente inquadrabile nel VII secolo a.C. I materiali elencati fin qui sono gli unici che si possono riferire con sicurezza alla protostoria e sono quindi del tutto insufficienti per delineare un quadro attendibile e completo delle dinamiche di occupazione del promontorio di Stramare in questa fase. L’entroterra delle foci del Timavo è ricco di testimonianze archeologiche riferibili alla protostoria. Di questa zona del Carso si dispone di scarsi dati per l’assenza di indagini e per i danni causati dal primo conflitto mondiale. In età antica l’area delle foci del Timavo e dell’antistante piana del Lisert doveva essere in gran parte occupata dal mare, come le fonti antiche e i recenti studi dimostrano. Nel 1969, sono state intraprese delle ricerche subacquee da parte della Soprintendenza che hanno condotto alla scoperta di materiali attribuibili sia alla protostoria, sia al periodo romano. Fra i frammenti più antichi è da segnalare un unico orlo a corona con presa verticale sulla gola, attribuibile attribuibile all’età del Bronzo medio-recente. Altri frammenti sono pertinenti a orli di scodelle. Fra queste un frammento di teglia con vasca troncoconica e una serie di frammenti relativi a una scodella con cordoni lisci applicati. È interessante notare una certa standardizzazione delle forme e delle dimensioni, con fondi ascrivibili a tre differenti categorie: quelli compresi fra gli 8/8.5 cm, quelli fra i 9.5/10 e quelli fra gli 11/12 cm.  Allo stato attuale, i reperti rinvenuti nel Terzo Ramo del Timavo e a Stramare di Muggia sono le uniche testimonianze indirette di approdi protostorici nel golfo di Trieste: non sono infatti mai state individuate tracce di strutture o sistemazioni di sponda. La posizione dei due siti sopraccitati, in due tratti di costa bassa e protetta e in prossimità, in entrambi i casi, di acqua dolce, non sembra casuale. I dati archeologici a disposizione però sono purtroppo scarsi e confusi.  Solo l’avvio di nuove indagini stratigrafiche potrebbe consentire di sciogliere i numerosi nodi irrisolti relativi ai siti di Stramare e del Terzo Ramo del Timavo e più in generale alla protostoria del territorio triestino, in particolare per quanto riguarda le fasi più tarde prossime alla romanizzazione. (Ambra Betic, Federico Bernardini, Emanuela Montagnari Kokelj)

 

Articolo di approfondimento  (a cura di g.c.)

 

Bibliografia:

Battaglia R., I castellieri della Venezia Giulia, In: Le meraviglie del passato. A. Mondadori, 1958;

Andreolotti S., Duda S., Faraone E., I Castellieri della Regione Giulia nell’opera di Raffaello Battaglia,

Atti e Memorie della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, Trieste 1968;

Marchesetti (de) C., I Castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia. 1903, Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste – ristampa: Quaderno n. 3 della Società per la Preistoria e Protostoria della regione Friuli-Venezia Giulia. Ed. Italo Svevo, Trieste, 1981;

Cardarelli A., Castellieri nel Carso e nell’Istria: cronologia degli insediamenti fra media età del bronzo e prima età del ferro In: Preistoria del Caput Adriae, Catalogo della Mostra (Trieste, 1983). Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine 1983;

Maselli Scotti F., Le strutture dei castellieri di Monrupino e Rupinpiccolo (Trieste) In: Preistoria del Caput Adriae, Catalogo della Mostra (Trieste, 1983). Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine 1983;

Betic A., Bernardini F., Montagnari Kokelj E., I castellieri di Trieste tra Carso e mare In: Auriemma R., Karinja S. (a cura di): Terre di Mare. L’archeologia dei paesaggi costieri e le variazioni climatiche, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Trieste, novembre 2007). Università degli Studi di Trieste, Pomorski muzej Piran, Trieste 2008

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Origini della città di Trieste

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Origini della città di Trieste

     Incerte e controverse rimangono le origini di Trieste. Dopo il X secolo a.C. è documentata sul Carso la presenza dei primi nuclei di indoeuropei, gli Istri, e di alcuni castellieri da essi  edificati. Ma con ogni probabilità gli Istri non furono i primi abitanti della antica Trieste.

Il geografo greco Marciano ricorda che gli antichi abitanti della città avrebbero creduto, come molte delle città greche e italiche più antiche, che essa avesse preso il nome da un eroe o semidio, eponimo fondatore “Tergesto”, un Argonauta che l’avrebbe fondata in riva al mare.

Plinio, raccontando i miti di Giasone e Medea, narra come gli Argonauti, dopo aver conquistato il Toson d’Oro, avrebbero risalito il corso del Danubio e i suoi affluenti fino ai piedi delle Alpi Giulie, dove, caricando le navi sulle spalle, discesero a valle fino a raggiungere le spiagge del mar Adriatico (non procul Tergeste), non lontano da Trieste.

Erodoto racconta, come fosse già risaputo ai suoi tempi, che i Greci della Fòcide, già nel IX o nell’VIII secolo a.C., avrebbero risalito l’Adriatico avviando un intenso commercio tra le nostre terre e le colonie greche dell’Italia meridionale, dato supportato dai ritrovamenti di vasi greci arcaici (VI-V secolo), presenti nelle necropoli preistoriche della Regione Giulia. Virgilio narra la storia di Antenore, principe veneto, che con la sua gente, dopo la caduta di Troia, fuggi dai Greci risalendo l’Adriatico fino ad arrivare alle foci del Timavo, che divenne fiume sacro dei Veneti, presso le cui risorgive essi costruirono un tempio dedicato a Nettuno. Strabone menziona la costruzione di un tempio alle sorgenti del Timavo,  dedicato non a Nettuno ma a Diomede, il re trace domatore di cavalli.
” Tracce di un castelliere e oggetti di selce, di ceramica, d’osso e di corno, attribuiti allo strato «protovèneto», furono trovati sul colle di Montebello, ai limiti di Rozzòl. Rovine di castellieri furono vedute presso Cattinara, a Contovello, a Conconello, sul monte Spaccato e sul monte Grisa, lungo tutto il ciglione della Vena, nel circondario di Trieste. Il suo territorio fu dunque abitato in maniera relativamente intensa. Ma la collina che dà sul porto, dove oggi è la nostra città? ” (Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Vol. I)

Strabone fa risalire la fondazione di Tergeste al popolo celtico dei Carni.

“I più antichi abitanti di questi ultimi scoscendimenti delle Alpi Giulie dei quali ci sia pervenuta memoria erano Celti o Galli e propriamente di quel popolo ch’ebbe nome di Carni. Da Strabone si apprende che nella sua origine Trieste si chiamasse Pago Carnico. Dei fasti di questo popolo tace la storia, nè avanzarono monumenti in testimonianza del loro grado di civiltà. In epoca non bene precisabile, ma presumibilmente circa 700 anni innanzi l’ E.V., un popolo Trace cacciato a quanto sembra dalle sue sedi alle foci dell’ Istro, risalì il Danubio e la Sava, si ripiegò sulle Alpi presso Lubiana e venne a stabilirsi sulle rive dell’Adriatico. Egli respinse e sottomise gli abitanti Celti del paese e gittò lungo la costa, le fondamenta di parecchie città, tra le quali Trieste”. (Ettore Generini, Trieste Antica e Moderna, Trieste 1884)

Ma la fondazione del primo nucleo della romana Tergeste potrebbe anche risalire ai Veneti o Paleoveneti, come testimoniato dalle radici del nome “Terg” ed “Este”.

” Se Trieste non fu già castelliere «protovèneto», si dovrebbe considerare di fondazione veneta. L’argomento più probante sarebbe nel suo stesso nome di Tergeste, che è il più antico. Vale a dire nel suffisso -este, che si trova in Ateste e in Segeste, due sedi di Veneti protoitalici, delle quali la prima appare essere stata il massimo centro della civiltà diffusa allora nella Venezia Giulia, anche intorno a Trieste, e detta appunto atestina o veneta “. (Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Vol. I)

Purtroppo le fonti in proposito sono molto scarse e frammentate e scritti attendibili non sono giunti sino a noi. Per la sua posizione geografica piuttosto isolata, Trieste, rispetto al mondo classico dei Greci, era probabilmente poco conosciuta e questo spiegherebbe il motivo per cui le notizie su di essa sono molto vaghe.

Altre considerazioni su Carni e Càtali (popolazione celtica), i quali avrebbero occupato il territorio dell’attuale Friuli Venezia Giulia già nel X secolo a.C.: dai racconti della conquista romana, gli eserciti romani non trovarono al Timavo altre popolazioni se non gli Istri.

Per quanto riguarda il mito di Antenore, che l’Iliade lo menziona come saggio troiano adoperatosi per invano per scongiurare la guerra con gli Achei. Dal matrimonio con Teano Antenone ebbe numerosi figli maschi che presero parte alla difesa di Troia. Dopo la distruzione di Troia, Antenone con la moglie e i figli superstiti raggiunse le coste del nord Italia, fondando poi Antenorea, denominata in seguito Padova.

Questo spiegherebbe le opinioni degli studiosi i quali ritengono che i primi abitanti di Trieste fossero veneti. Il mito dimostrerebbe comunque che nella fondazione della città vi è stato l’apporto di una corrente egeo-anatolica, quale appunto poteva essere quella veneta. Quanto alla fondazione della città da parte di un eroe di nome Tergesto o Tregesto, di origine greca, il mito si limiterebbe alla contemporaneità della sua nascita con le altre città balcaniche, ad opera di quei primi gruppi di indoeuropei, che a partire dal XIV secolo a.C. si diffusero in tutta quest’area.

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Storia di Trieste in sintesi

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Storia di Trieste in sintesi

 

     Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entrò in contatto con un’altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale.

Il nome Tergeste è di origine preromana, con base preindoeuropea: terg = mercato, ed il suffisso -este, tipico dei toponimi venetici. In alternativa, si ritrova proposta l’origine latina del nome “tergestum” (riportata dal geografo di età augustea Strabone), legata al fatto che i legionari romani dovettero combattere tre battagle per avere ragione delle popolazioni indigene (“Ter-gestum bellum”, dal latino “ter” = tre volte e “gerere bellum” = far guerra, cui il participio passato da “gestum bellum”).

Con le conquiste militari dell’Illiria da parte dei Romani, i cui episodi più salienti furono la guerra contro la pirateria degli Istri del 221 a.C., la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. e la guerra istrica del 178-177 a.C., ebbe inizio un processo di romanizzazione ed assimilazione delle popolazioni preesistenti. La “Venetia et Histria”, di cui Aquileia divenne la capitale.

Dall’anno della sua fondazione, Aquileia si era sviluppata rapidamente ed aveva assunto sempre più il ruolo di città fortezza: vennero costruiti templi, fontane, obelischi, acquedotti, un circo, un anfiteatro e persino un palazzo imperiale.  I canali fluviali garantivano il carico scarico delle mercanzie e degli approvvigionamenti via mare; contava quasi 200.000 abitanti.

Tergeste fu colonizzata alla metà del I secolo a.C. in epoca cesariana (Regio X Venetia et Histria), ed è probabile che la fortezza principale fosse situata sulle pendici del colle di San Giusto. I Tergestini sono menzionati nel De bello Gallico di Giulio Cesare, a proposito di una precedente invasione forse di Giapidi: “Chiamò T. Labieno e mandò la legione quindicesima (che aveva svernato con lui) nella Gallia Cisalpina, a tutela delle colonie dei cittadini romani, per evitare che incorressero, per incursioni di barbari, in qualche danno simile a quello che nell’estate precedente era toccato ai Tergestini che, inaspettatamente, avevano subito irruzioni e rapine. (CAES. Gall. 8.24). Tergestum fu citata poi da Strabone, geografo attivo in età augustea, che la definì come phrourion (avamposto militare) con funzioni di difesa e di snodo commerciale.

Tergeste si sviluppò e prosperò in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti più importanti dell’alto Adriatico sulla via Popilia-Annia. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, la città passò sotto il controllo dell’impero bizantino fino al 788, quando venne occupata dai franchi. Nel 1098 risultava già diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum. Nel XII secolo divenne un Libero Comune e dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d’Austria conservando però una notevole autonomia fino al XVII secolo.
Nel 1719 divenne porto franco ed in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell’Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si sviluppò diventando, nel 1867, capoluogo della regione del Litorale Adriatico dell’impero (l'”Adriatisches Küstenland”). Nonostante il suo stato privilegiato di unico porto commerciale della Cisleithania e primo porto dell’Austria-Ungheria, Trieste conservò sempre in primo piano, nei secoli, i legami culturali con l’Italia; infatti, anche se la lingua ufficiale della burocrazia era il tedesco, l’italiano era la lingua del commercio e della cultura. Nel XVIII secolo il dialetto triestino (dialetto di tipo veneto) sostituì il tergestino, l’antico dialetto locale di tipo retoromanzo. Il triestino, parlato anche da scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l’idioma più usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all’italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.
Trieste fu, con Trento, oggetto e al tempo stesso centro di irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava ad un’annessione della città all’Italia. Ad alimentare l’irredentismo triestino erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialità ed aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all’interno dell’Impero austro-ungarico. Quest’ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo (verbali del consiglio dei ministri imperiali asburgici del 1866, dopo la perdita di Venezia, per ridurre dove possibile l’influenza dell’elemento italiano, in favore di quello germanico o slavo quando questi fossero presenti) che viveva sia in città che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che iniziò ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia).
L’imperatore Francesco Giuseppe ordinò infatti una politica di “germanizzazione” e “slavizzazione” che andava contro gli Italiani che vivevano nel suo impero. Il sovrano ordinò: “si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione [Germanisierung oder Slawisierung] di detti territori […], con energia e senza scrupolo alcuno”: così recitava il verbale del Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il termine “Litorale” era impiegato nell’amministrazione asburgica per indicare la Venezia Giulia, quindi anche Trieste. Fra le molte misure di germanizzazione e slavizzazione promosse dal governo e dall’amministrazione asburgica vi furono delle espulsioni di massa imposte dal governatore triestino, principe Hohenlohe, che provocarono la fuoriuscita forzata di circa 35.000 italiani da Trieste fra il 1903 ed il 1913. Nel 1913, dopo un altro decreto del principe Hohenlohe che prevedeva espulsioni d’Italiani, i nazionalisti slavi suoi sostenitori tennero un pubblico comizio contro l’Italia, per poi svolgere una manifestazione al grido di “Viva Hohenlohe! Abbasso l’Italia! Gli Italiani al mare!”, tentando poi di assalire lo stesso Consolato italiano.
Si ebbero inoltre altre iniziative repressive o discriminatorie nei confronti degli italiani, fra cui anche episodi di violenza e vittime. A Trieste tra il 10 e il 12 luglio 1868, si ebbero violenze sugli Italiani da parte di soldati asburgici arruolati fra gli sloveni locali, che provocarono diversi morti e un gran numero di feriti fra gli italiani. Una delle vittime, Rodolfo Parisi, fu massacrato con 26 colpi di baionetta. L’impero cercò inoltre di diffondere il più possibile scuole tedesche (esistevano scuole medie tedesche anche a Trieste, come in molte altre località limitrofe) od in alternativa slovene e croate, tagliando i fondi alle scuole italiane od anche proibendone la costruzione, proprio per cancellare la cultura italiana, così come avveniva negli stessi anni in Dalmazia. Gli stessi libri di testo furono sottoposti a rigide forme di censura, con esiti paradossali, come l’imposizione di studiare la letteratura italiana su testi tradotti dal tedesco o la proibizione di studiare la stessa storia di Trieste, perché ritenuta “troppo italiana”. L’autonomia triestina venne ad essere drasticamente ridotta dal “centralismo viennese” che “aveva attentato” sin dal 1861 “ai resti della vita autonomistica, specialmente a Trieste”. Infatti, era volontà del governo austriaco di “indebolire i poteri e la forza politica ed economica del comune di Trieste controllato dai nazionali-liberali Italiani, ritenendolo giustamente il cuore del liberalismo nazionale in Austria e delle tendenze irredentiste”. Questo prevedeva anche la recisione degli “stretti rapporti politici, culturali e sociali fra i liberali triestini e l’Italia”. Poiché all’interno della comunità ebraica triestina erano diffuse idee irredentiste e filotaliane, le autorità imperiali cercarono anche di diffondere l’antisemitismo in funzione antirredentista ed antitaliana.
In realtà agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il discusso censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell’intera popolazione triestina. Ciò spiega come l’irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realtà sociale di Trieste (e di Gorizia) subì, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.
Nel 1918 il Regio esercito entrò a Trieste acclamato dalla maggioranza della popolazione, che era di sentimenti italiani. La sicura imminente annessione della città e della Venezia Giulia all’Italia, fu però accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. A tale proposito furono emblematici, il giorno 13 aprile 1920, i disordini scoppiati a Trieste in seguito di un attentato contro l’esercito italiano di stanza a Spalato, che aveva causato due vittime fra i militari. Durante i disordini, contraddistinti da un marcato carattere anti-slavo, un gruppo di squadristi triestini presidiò l’Hotel Balkan, ove aveva sede il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni e delle altre nazionalità slave locali, che fu dato alle fiamme. «Il rogo…mostra con le fiamme, che ben si possono scorgere da diversi punti della città, la forza del fascismo in attesa».
Con la firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, Trieste passò definitivamente all’Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell’ex Contea di Gorizia e Gradisca, dell’Istria e della Carniola.
Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficoltà per Trieste. L’economia della città fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l’attività portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale; quasi la totalità della comunità germanofona lasciò infatti la città dopo l’annessione all’Italia; con l’avvento del fascismo l’uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito e vennero chiuse le scuole, i circoli culturali e la stampa della comunità slovena. Moltissimi sloveni così emigrarono nel vicino Regno di Jugoslavia.Un fenomeno analogo si era avuto, poco prima, ma in senso inverso, con la fuga dei dalmati italiani dalle loro ataviche terre, dinnanzi alle persecuzione attuate dai serbocroati, una volta che la Dalmazia era stata annessa al regno di Jugoslavia. Dalla fine degli anni venti, cominciò l’attività sovversiva dell’organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino.
Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della città crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all’immigrazione da altre zone dell’Italia. La prima metà degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell’ordine di circa l’1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici più rilevanti vanno ricordati il palazzo dell’Università e il Faro della vittoria. Con l’introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938, la vita culturale ed economica della città subì un ulteriore degrado dovuto all’esclusione della comunità ebraica dalla vita pubblica.
Nel periodo che va dall’armistizio (8 settembre 1943) all’immediato dopoguerra, Trieste fu al centro di una serie di vicende che hanno segnato profondamente la storia del capoluogo giuliano e della regione circostante e suscitano tuttora accesi dibattiti. Nel settembre del 1943 la Germania nazista occupò senza alcuna resistenza la città che venne a costituire, insieme a tutta la Venezia Giulia una zona di operazioni di guerra, l’OZAK (Operationszone Adriatisches Küstenland), alle dirette dipendenze del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Egli tollerò in città la ricostituzione di una sede del PFR, diretta dal federale Bruno Sambo, la presenza di un’esigua forza di militari italiani al comando del generale della GNR Giovanni Esposito e l’insediamento di un reparto della Guardia di Finanza. Si riservò però la nomina del podestà, nella persona di Cesare Pagnini, e del prefetto della provincia di Trieste, Bruno Coceani, entrambi ben accetti ai fascisti locali, alle autorità della RSI e allo stesso Mussolini, che conosceva personalmente Coceani. Durante l’occupazione nazista la Risiera di San Sabba – oggi Monumento Nazionale e museo – venne destinata a campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e per detenuti politici, partigiani italiani e slavi. La presenza del forno crematorio nella Risiera testimonia che non fu utilizzata solo come luogo di smistamento e di detenzione di prigionieri, ma anche come campo di sterminio. Si tratta dell’unico campo di concentramento nazista presente in territorio italiano. In seguito, nei primi anni cinquanta la Risiera fu usata come campo profughi per gli esuli istriani, fiumani e dalmati in fuga dai territori passati alla sovranità jugoslava.
L’insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu contraddistinta da uno svolgimento anomalo. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l’eccezione dei comunisti, proclamò l’insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani jugoslavi con l’appoggio del PCI attaccarono dall’altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull’altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l’arrivo del generale Freyberg. Le brigate partigiane jugoslave di Tito erano già giunte a Trieste il 1º maggio e i suoi dirigenti convocarono in breve tempo un’assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani. Questa assemblea proclamò la liberazione di Trieste, così presentando i partigiani di Tito come i veri liberatori della città agli occhi degli alleati spingendo i partigiani non comunisti del CLN a rientrare nella clandestinità.
Gli jugoslavi esposero sui palazzi la bandiera jugoslava, il Tricolore italiano con la stella rossa al centro e le bandiere rosse con la falce e martello. Le brigate jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo-americani nella liberazione della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità partigiana italiana inserita nell’Esercito jugoslavo, mandate invece a operare altrove, benché molti triestini (italiani e sloveni) vi fossero compresi. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in città), riconobbero che la liberazione era stata compiuta dai partigiani di Tito e in cambio chiesero e ottennero la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l’Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli angloamericani stavano preparando il passo ad un’invasione dell’Austria e quindi della Germania). L’esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominò un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall’autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Komanda Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli e prelevarono dalle proprie case numerosi cittadini, sospettati di nutrire scarse simpatie nei confronti della ideologia che guidava le brigate jugoslave. Fra questi non vi furono solo fascisti o collaborazionisti, ma anche combattenti della Guerra di Liberazione. Un memorandum statunitense dell’8 maggio recitava:
« A Trieste gli Jugoslavi stanno usando tutte le familiari tattiche di terrore. Ogni italiano di una qualche importanza viene arrestato. Gli Jugoslavi hanno assunto un controllo completo e stanno attuando la coscrizione degli italiani per il lavoro forzato, rilevando le banche e altre proprietà di valore e requisendo cereali e altre vettovaglie in grande quantità. »
L’otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal Tricolore italiano con la stella rossa al centro. La città visse momenti difficili, di gran timore, con le persone dibattute tra idee profondamente diverse: l’annessione alla Jugoslavia o il ritorno all’Italia. In questo clima si verificarono confische, requisizioni e arresti sommari. Vi furono anche casi di vendette personali, in una popolazione esasperata dagli eventi bellici e dalle contrapposizioni del periodo fascista. Invano i triestini sollecitarono l’intervento degli Alleati. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull’occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Josip Broz Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l’accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della Città e del suo hinterland.
Le rivendicazioni jugoslave e italiane nonché l’importanza del porto di Trieste per gli Alleati furono la spinta nel 1947, sotto l’egida dell’ONU, alla istituzione del “Territorio libero di Trieste” (TLT). Per l’impossibilità di nominare un Governatore scelto in accordo tra angloamericani e sovietici, il TLT rimase diviso in due zone d’occupazione militare: la Zona A amministrata dagli Angloamericani e la Zona B amministrata dagli jugoslavi.
Tale situazione si protrasse fino al 1954 quando il problema venne risolto confermando la spartizione del territorio libero di Trieste secondo le due zone già assegnate: anzi, furono incorporati alla Jugoslavia alcuni villaggi della zona A (Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, Elleri, Plavie, Ancarano e Valle Oltra) appartenenti al comune di Muggia, che vide in tal modo dimezzato il proprio territorio. La frontiera fra la zona assegnata all’amministrazione italiana e quella occupata dalla Jugoslavia venne così a passare sui rilievi che sovrastavano la periferia meridionale della cittadina istriana.
Tale situazione provvisoria fu resa definitiva nel 1975, col Trattato di Osimo stipulato tra l’Italia e la Jugoslavia, nel quale si dichiarava il definitivo ritorno della città all’Italia. Nel 1962 Trieste divenne capoluogo della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Nel 2004, assieme ad altri Paesi, la Slovenia entra a far parte dell’Unione Europea e solo 3 anni più tardi la vicina Repubblica aderisce ai trattati di Schengen, facendo perdere quindi a Trieste la sua decennale posizione di città di confine.

 

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