Alberto Rieger (Trieste, 1834 – Vienna, 1905), Trieste nel 1700.

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15241188_10Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905),Trieste, nel 1700.

Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905),Trieste nel 1700.

Rieger nasce a Trieste nel 1834. Formatosi presso lo studio del padre Giuseppe, entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia su sostegno economico del barone Pasquale Revoltella. Risiede a Trieste sino al 1870 dove tiene bottega, come buona parte dei pittori austriaci residenti nella città di Trieste, in quegli anni.
Si dedicò prevalentemente alle vedute cittadine e di paesaggio, anche a volo d’uccello, non prive di qualche fantasioso inserimento, sapendo ben cogliere gli angoli più suggestivi del territorio. Le sue opere verranno sovente riprodotte in edizioni litografiche di grande tiratura.

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Alberto Rieger (Trieste, 1834 – Vienna, 1905), Veduta di Trieste, 1850 ca.

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Alberto Rieger, Veduta di Trieste, 1850

Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905), Veduta di Trieste, 1850 ca.

Rieger nasce a Trieste nel 1834. Formatosi presso lo studio del padre Giuseppe, entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia su sostegno economico del barone Pasquale Revoltella. Risiede a Trieste sino al 1870 dove tiene bottega, come buona parte dei pittori austriaci residenti nella città di Trieste, in quegli anni.
Si dedicò prevalentemente alle vedute cittadine e di paesaggio, anche a volo d’uccello, non prive di qualche fantasioso inserimento, sapendo ben cogliere gli angoli più suggestivi del territorio. Le sue opere verranno sovente riprodotte in edizioni litografiche di grande tiratura.

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Alberto Rieger (Trieste, 1834 – Vienna, 1905), Pescatori nei pressi del Castello di Miramare

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Alberto Rieger, pescatori nei pressi di Miramare

Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905), Pescatori nei pressi del Castello di Miramare al tramonto.

Rieger nasce a Trieste nel 1834. Formatosi presso lo studio del padre Giuseppe, entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia su sostegno economico del barone Pasquale Revoltella. Risiede a Trieste sino al 1870 dove tiene bottega, come buona parte dei pittori austriaci residenti nella città di Trieste, in quegli anni.
Si dedicò prevalentemente alle vedute cittadine e di paesaggio, anche a volo d’uccello, non prive di qualche fantasioso inserimento, sapendo ben cogliere gli angoli più suggestivi del territorio. Le sue opere verranno sovente riprodotte in edizioni litografiche di grande tiratura.

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Alberto Rieger (Trieste, 1834 – Vienna, 1905)

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Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905), Trieste, Piazza Grande.

Alberto Rieger (Trieste, 1834 - Vienna, 1905), Trieste, Piazza Grande

Rieger nasce a Trieste nel 1834. Formatosi presso lo studio del padre Giuseppe, entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia su sostegno economico del barone Pasquale Revoltella. Risiede a Trieste sino al 1870 dove tiene bottega, come buona parte dei pittori austriaci residenti nella città di Trieste, in quegli anni.
Si dedicò prevalentemente alle vedute cittadine e di paesaggio, anche a volo d’uccello, non prive di qualche fantasioso inserimento, sapendo ben cogliere gli angoli più suggestivi del territorio. Le sue opere verranno sovente riprodotte in edizioni litografiche di grande tiratura.

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Alberto Rieger (Trieste, 1834 – Vienna, 1905).

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Alberto Rieger

Fotografia di Alberto Rieger, Vienna, Österreichische Nationalbibliothek.

Rieger nasce a Trieste nel 1834. Formatosi presso lo studio del padre Giuseppe, entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia su sostegno economico del barone Pasquale Revoltella. Risiede a Trieste sino al 1870 dove tiene bottega, come buona parte dei pittori austriaci residenti nella città di Trieste, in quegli anni.
Si dedicò prevalentemente alle vedute cittadine e di paesaggio, anche a volo d’uccello, non prive di qualche fantasioso inserimento, sapendo ben cogliere gli angoli più suggestivi del territorio. Le sue opere verranno sovente riprodotte in edizioni litografiche di grande tiratura.

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Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.

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 1241Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore. Cartellone pubblicitario per la Fiat.
Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.
Cartellone pubblicitario per la Fiat.
La formazione artistica di Dudovich avvenne presso l’istituto d’arte professionale, dove viene ricordato come un giovane indisciplinato, ma portato per il disegno. Cugino del pittore Guido Grimani, viene da questi inserito nell’ambiente del “Circolo Artistico Triestino”, entrando nelle grazie di Eugenio Scomparini e Arturo Rietti.
Nel 1897 si trasferisce a Milano, dove grazie a Leopoldo Metlicovitz, pittore e cartellonista, Marcello viene assunto come litografo alle Officine Grafiche Ricordi. In questo ambiente, l’artista ha modo di confrontarsi con i lavori di alcuni dei più apprezzati cartellonisti dell’epoca, come Adolf Hohenstein, Aleardo Villa, Leonetto Cappiello, Giovanni Maria Mataloni. Viene incaricato della realizzazione di bozzetti pubblicitari. Dal 1898 frequenta i corsi di disegno e di nudo presso la “Società Artistica Patriottica”; apre a Milano, assieme a Metlicovitz uno studio di pittura e inizia a produrre opere di grafica pubblicitaria per gli stabilimenti litografici Gualapini, Modiano, Cantarella, Edmondo Chappuis di Bologna. Nel capoluogo emiliano realizza cartelloni pubblicitari, copertine di libri, illustrazioni per varie riviste. Nel 1900 realizza manifesti che lo portano a vincere per tre anni consecutivi, dal 1900 al 1902, il concorso “Feste di primavera” bandito dalla Società per il Risveglio della Vita cittadina: diventa indiscusso caposcuola del cartellonismo italiano, arrivando a vincere anche la Medaglia d’Oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Leopoldo Metlicovitz è stato uno dei padri del moderno cartellonismo.
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Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.

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Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.
Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.
Cartellone pubblicitario.
La formazione artistica di Dudovich avvenne presso l’istituto d’arte professionale, dove viene ricordato come un giovane indisciplinato, ma portato per il disegno. Cugino del pittore Guido Grimani, viene da questi inserito nell’ambiente del “Circolo Artistico Triestino”, entrando nelle grazie di Eugenio Scomparini e Arturo Rietti.
Nel 1897 si trasferisce a Milano, dove grazie a Leopoldo Metlicovitz, pittore e cartellonista, Marcello viene assunto come litografo alle Officine Grafiche Ricordi. In questo ambiente, l’artista ha modo di confrontarsi con i lavori di alcuni dei più apprezzati cartellonisti dell’epoca, come Adolf Hohenstein, Aleardo Villa, Leonetto Cappiello, Giovanni Maria Mataloni. Viene incaricato della realizzazione di bozzetti pubblicitari. Dal 1898 frequenta i corsi di disegno e di nudo presso la “Società Artistica Patriottica”; apre a Milano, assieme a Metlicovitz uno studio di pittura e inizia a produrre opere di grafica pubblicitaria per gli stabilimenti litografici Gualapini, Modiano, Cantarella, Edmondo Chappuis di Bologna. Nel capoluogo emiliano realizza cartelloni pubblicitari, copertine di libri, illustrazioni per varie riviste. Nel 1900 realizza manifesti che lo portano a vincere per tre anni consecutivi, dal 1900 al 1902, il concorso “Feste di primavera” bandito dalla Società per il Risveglio della Vita cittadina: diventa indiscusso caposcuola del cartellonismo italiano, arrivando a vincere anche la Medaglia d’Oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Leopoldo Metlicovitz è stato uno dei padri del moderno cartellonismo.
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Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962).

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Marcello Dudovich
Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.
Cartellone pubblicitario.
La formazione artistica di Dudovich avvenne presso l’istituto d’arte professionale, dove viene ricordato come un giovane indisciplinato, ma portato per il disegno. Cugino del pittore Guido Grimani, viene da questi inserito nell’ambiente del “Circolo Artistico Triestino”, entrando nelle grazie di Eugenio Scomparini e Arturo Rietti.
Nel 1897 si trasferisce a Milano, dove grazie a Leopoldo Metlicovitz, pittore e cartellonista, Marcello viene assunto come litografo alle Officine Grafiche Ricordi. In questo ambiente, l’artista ha modo di confrontarsi con i lavori di alcuni dei più apprezzati cartellonisti dell’epoca, come Adolf Hohenstein, Aleardo Villa, Leonetto Cappiello, Giovanni Maria Mataloni. Viene incaricato della realizzazione di bozzetti pubblicitari. Dal 1898 frequenta i corsi di disegno e di nudo presso la “Società Artistica Patriottica”; apre a Milano, assieme a Metlicovitz uno studio di pittura e inizia a produrre opere di grafica pubblicitaria per gli stabilimenti litografici Gualapini, Modiano, Cantarella, Edmondo Chappuis di Bologna. Nel capoluogo emiliano realizza cartelloni pubblicitari, copertine di libri, illustrazioni per varie riviste. Nel 1900 realizza manifesti che lo portano a vincere per tre anni consecutivi, dal 1900 al 1902, il concorso “Feste di primavera” bandito dalla Società per il Risveglio della Vita cittadina: diventa indiscusso caposcuola del cartellonismo italiano, arrivando a vincere anche la Medaglia d’Oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Leopoldo Metlicovitz è stato uno dei padri del moderno cartellonismo.
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Dudovich Marcello (Trieste, 1878 – Milano, 1962).

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Marcello Dudovich, Cartellone pubblicitario per la Stock
Marcello Dudovich (Trieste, 1878 – Milano, 1962). Pubblicitario e pittore.
Cartellone pubblicitario per la Stock.
La formazione artistica di Dudovich avvenne presso l’istituto d’arte professionale, dove viene ricordato come un giovane indisciplinato, ma portato per il disegno. Cugino del pittore Guido Grimani, viene da questi inserito nell’ambiente del “Circolo Artistico Triestino”, entrando nelle grazie di Eugenio Scomparini e Arturo Rietti.
Nel 1897 si trasferisce a Milano, dove grazie a Leopoldo Metlicovitz, pittore e cartellonista, Marcello viene assunto come litografo alle Officine Grafiche Ricordi. In questo ambiente, l’artista ha modo di confrontarsi con i lavori di alcuni dei più apprezzati cartellonisti dell’epoca, come Adolf Hohenstein, Aleardo Villa, Leonetto Cappiello, Giovanni Maria Mataloni. Viene incaricato della realizzazione di bozzetti pubblicitari. Dal 1898 frequenta i corsi di disegno e di nudo presso la “Società Artistica Patriottica”; apre a Milano, assieme a Metlicovitz uno studio di pittura e inizia a produrre opere di grafica pubblicitaria per gli stabilimenti litografici Gualapini, Modiano, Cantarella, Edmondo Chappuis di Bologna. Nel capoluogo emiliano realizza cartelloni pubblicitari, copertine di libri, illustrazioni per varie riviste. Nel 1900 realizza manifesti che lo portano a vincere per tre anni consecutivi, dal 1900 al 1902, il concorso “Feste di primavera” bandito dalla Società per il Risveglio della Vita cittadina: diventa indiscusso caposcuola del cartellonismo italiano, arrivando a vincere anche la Medaglia d’Oro all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Assieme a Leonetto Cappiello, Adolf Hohenstein, Giovanni Maria Mataloni e Leopoldo Metlicovitz è stato uno dei padri del moderno cartellonismo.

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Crali Tullio (Igalo 1910 – Milano 2000).

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Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000), Autoritratto futurista

Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000), Autoritratto futurista

Album dedicato all’artista

Fino all’età di dodici anni visse a Zara, per stabilirsi dal 1922 con la famiglia a Gorizia, dove frequenterà l’Istituto Tecnico. Già in quegli anni aderirà al Futurismo, movimento al quale rimarrà legato per tutta la vita.
A Trieste nel 1931 incontrò Marinetti per la prima volta, col quale strinse un rapporto di amicizia.
Le sue opere, firmate con lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”, saranno ispirate da Balla, Boccioni e Prampolini. Nel 1929, entrò di fatto nel Movimento Futurista, realizzando opere a tema aereo, cosmico e architetture futuriste.

Espose a Trieste, Padova, Roma, Milano, e a Parigi alla Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani. Presenziò a diverse edizioni della Quadriennale romana e della Biennale di Venezia. Tra il 1950 e il 1958 visse a Parigi, dal 1962 al 1966 in Egitto. Rientrato in Italia si stabilì a Milano dove continuò ad operare sempre fedele ai temi del passato.

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Crali Tullio (Igalo 1910 – Milano 2000).

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Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Album dedicato all’artista

Fino all’età di dodici anni visse a Zara, per stabilirsi dal 1922 con la famiglia a Gorizia, dove frequenterà l’Istituto Tecnico. Già in quegli anni aderirà al Futurismo, movimento al quale rimarrà legato per tutta la vita.
A Trieste nel 1931 incontrò Marinetti per la prima volta, col quale strinse un rapporto di amicizia.
Le sue opere, firmate con lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”, saranno ispirate da Balla, Boccioni e Prampolini. Nel 1929, entrò di fatto nel Movimento Futurista, realizzando opere a tema aereo, cosmico e architetture futuriste.

Espose a Trieste, Padova, Roma, Milano, e a Parigi alla Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani. Presenziò a diverse edizioni della Quadriennale romana e della Biennale di Venezia. Tra il 1950 e il 1958 visse a Parigi, dal 1962 al 1966 in Egitto. Rientrato in Italia si stabilì a Milano dove continuò ad operare sempre fedele ai temi del passato.

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Crali Tullio (Igalo, 1910 – Milano, 2000).

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Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Album dedicato all’artista

Fino all’età di dodici anni visse a Zara, per stabilirsi dal 1922 con la famiglia a Gorizia, dove frequenterà l’Istituto Tecnico. Già in quegli anni aderirà al Futurismo, movimento al quale rimarrà legato per tutta la vita.
A Trieste nel 1931 incontrò Marinetti per la prima volta, col quale strinse un rapporto di amicizia.
Le sue opere, firmate con lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”, saranno ispirate da Balla, Boccioni e Prampolini. Nel 1929, entrò di fatto nel Movimento Futurista, realizzando opere a tema aereo, cosmico e architetture futuriste.

Espose a Trieste, Padova, Roma, Milano, e a Parigi alla Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani. Presenziò a diverse edizioni della Quadriennale romana e della Biennale di Venezia. Tra il 1950 e il 1958 visse a Parigi, dal 1962 al 1966 in Egitto. Rientrato in Italia si stabilì a Milano dove continuò ad operare sempre fedele ai temi del passato.

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Crali Tullio (Igalo 1910 – Milano 2000).

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Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Crali Tullio (Igalo 1910 - Milano 2000).

Album dedicato all’artista

Fino all’età di dodici anni visse a Zara, per stabilirsi dal 1922 con la famiglia a Gorizia, dove frequenterà l’Istituto Tecnico. Già in quegli anni aderirà al Futurismo, movimento al quale rimarrà legato per tutta la vita.
A Trieste nel 1931 incontrò Marinetti per la prima volta, col quale strinse un rapporto di amicizia.
Le sue opere, firmate con lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”, saranno ispirate da Balla, Boccioni e Prampolini. Nel 1929, entrò di fatto nel Movimento Futurista, realizzando opere a tema aereo, cosmico e architetture futuriste.

Espose a Trieste, Padova, Roma, Milano, e a Parigi alla Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani. Presenziò a diverse edizioni della Quadriennale romana e della Biennale di Venezia. Tra il 1950 e il 1958 visse a Parigi, dal 1962 al 1966 in Egitto. Rientrato in Italia si stabilì a Milano dove continuò ad operare sempre fedele ai temi del passato.

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Gino De Finetti ( Pisino d’Istria, 1877 – Gorizia, 1955) Pittore, cartellonista, vignettista.

De Finetti Gino

De Finetti Gino, cartellone pubblicitario 1938. Collezione Modiano

Album dedicato all’artista

Figlio dell’ingegnere Giambattista, di antica famiglia di Gradisca, e di Anna Radaelli, padovana, nacque a Pisino d’Istria il 9 agosto 1877. mentre il padre sovrintendeva alla costruzione della ferrovia di Pola. La professione patema condusse in seguito la famiglia a Tarvisio, Vienna, Gorizia, Innsbruck e, dal 1884, a Trieste. Qui il D., che aveva mostrato fin da bambino propensione per il disegno, frequentò ginnasio e liceo, esercitandosi nel contempo nell’illustrazione e nei disegni satirici. Cominciò anche a frequentare lo studio dei pittori E. Scomparini e A. Zuccaro. Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 33 (1987), di Maddalena Malni Pascoletti (collaboratore e cartellonista alla Modiano). (post di A. Spizzamiglio)


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Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929).

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Giorgio Carmelich

Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929).


Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929), nel 1923 fonda il Movimento Futurista Giuliano e sempre in questo periodo alcune sue opere vengono pubblicate sulla rivista “L’Aurora”. Artista inquieto, Carmelich fu attento all’internazionalismo delle avanguardie storiche del mondo nordico-tedesco di Grosz che lo vedrà anche partecipe del Costruttivismo giuliano di Augusto Černigoj.
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Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929).

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Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929).
Giorgio Carmelich (Trieste 1907 – Bad Nauheim 1929), nel 1923 fonda il Movimento Futurista Giuliano e sempre in questo periodo alcune sue opere vengono pubblicate sulla rivista “L’Aurora”. Artista inquieto, Carmelich fu attento all’internazionalismo delle avanguardie storiche del mondo nordico-tedesco di Grosz che lo vedrà anche partecipe del Costruttivismo giuliano di Augusto Černigoj.
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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930). Pittore

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Glauco Cambon, "Gabbiani sul golfo di Trieste", 1908, olio su tela, cm. 65 x 90. Collezione privata.

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930),"Gabbiani sul golfo di Trieste", 1908, olio su tela, cm. 65 x 90. Collezione privata.

Album dedicato all’artista

Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930). Pittore

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930).  "Trieste di notte" (Notte d'aprile),1909, olio su tela. Udine, Civici Musei.

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930),
"Trieste di notte" (Notte d'aprile),1909, olio su tela. Udine, Civici Musei.

Album dedicato all’artista

Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930). Pittore

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Glauco Cambon, Autoritratto, 1920

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930),
"Autoritratto", 1920, olio su cartone. Eredi Cambon

Album dedicato all’artista

Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930).  "Portorose di sera", 1909, olio su tela. Collezione privata.

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930),
"Portorose di sera", 1909, olio su tela. Collezione privata

Album dedicato all’artista

Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930).  "Trieste di notte",1929, olio su compensato. Collezione privata.-1

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930).
"Trieste di notte",1929, olio su compensato. Collezione privata.

Album dedicato all’artista

Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930). "Trieste di notte",1929, olio su compensato. Collezione privata.

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"Trieste di notte",1929, olio su compensato. Collezione privata.

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Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
Nel 1929 è ricoverato in clinica a Regoledo (Como), dove continua la sua produzione artistica.
Nel 1930 si reca a Biella per allestire una mostra personale. Vi muore il 7 marzo.

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Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930) Cartolina della serie "La collana della regina" 1916 ca. Edizioni d'Arte Bestetti e Tumminelli, Milano.

Glauco Cambon (Trieste 1875 – Biella 1930). Veduta di Trieste.
Cartolina della serie "La collana della regina" 1916 ca.
Edizioni d'Arte Bestetti e Tumminelli, Milano.

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Giovan Battista Glauco Cambon nasce a Trieste, il 13 agosto 1875, da Elisa Tagliapietra, dedita alla poesia, e da Luigi, avvocato e dirigente del partito Liberal-Nazionale, autore del romanzo storico “Marco Ranfo” e fondatore, nel 1894, assieme al genero Costantino Doria, della loggia massonica “Alpi Giulie” e dell’omonima rivista. Nella villa di famiglia, sul colle di San Luigi, i coniugi Cambon ogni mercoledì sera aprivano le porte all’intellettualità triestina; un’iniziativa che divenne un punto di riferimento per poeti e letterati triestini, ma anche per illustri personaggi di passaggio, quali Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa e Giosuè Carducci.

Glauco cresce quindi in un ambiente pregno di intensa attività artistica e culturale. Nel 1891, dopo aver interrotto gli studi nella città natia, lascia Trieste per iscriversi all’Accademia di Monaco di Baviera e contemporaneamente frequenterà la scuola privata di Knirr. In questo ambiente, meta di molti artisti triestini, Cambon assorbe il simbolismo classicheggiante di Böcklin e la pittura secessionista di Franz von Stuck. La sua prima opera documentata, “Il portatore di cero”, risale al 1889; nel 1893 espone a Trieste, presso Schollian, negozio d’arte in Via del Ponterosso, il “Ritratto di Attilio Hortis”. L’anno successivo riceve una menzione d’onore all’ Accademia di Monaco, con il dipinto “Il cieco e la musica”. Nel 1894 è ancora a Trieste con un ritratto e una figura allegorica, quest’ultima premiata a Monaco in un’esposizione dell’anno seguente. Nel 1896, terminato il pensionato romano vinto con il concorso Rittmeyer, rientra a Trieste, e nel 1897 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale di Venezia con due ritratti a pastello. Sempre nel 1897 è anche presente all’ Esposizione di Belle Arti al Circolo Artistico di Trieste. Dal 1901 soggiorna a Roma, dove partecipa alle esposizioni Amatori e Cultori di Belle Arti del 1902 e 1903. Nel 1906 espone a Milano e partecipa alla mostra d’apertura della Permanente di Trieste. Dal 1907 al 1908 espone a Venezia, Vicenza, Torino, Pisino e Parigi. Nel 1910 è presente a Monaco di Baviera, alla IX Esposizione Internazionale di Venezia, all’ Esposizione di Arezzo, alla Provinciale Istriana di Capodistria e all’ Esposizione di caricature alla Permanente di Trieste.
Nel 1911 è all’Esposizione Internazionale di Roma. Partecipa anche al concorso per i dipinti decorativi della Cassa di Risparmio di Trieste. Ancora a Venezia nel 1912 alla X Esposizione Internazionale e a Napoli all’Esposizione d’Arte Giovanile.
Il 1913 lo vede in Dalmazia. A Zara, presso la biblioteca Paravia, allestisce una personale. Espone al Palazzo di Vetro di Monaco di Baviera, quindi alla “Collettiva” Bevilacqua, alla Masa di Venezia e alla II Esposizione Nazionale di Belle Arti di Napoli.
Nel 1915 presenzia all’ Esposizione Internazionale di San Francisco (USA) e alla Mostra di Guerra alla Permanente di Milano, dove si trasferisce dopo la chiamata alle armi del suo contingente nelle file dell’esercito austroungarico.
Nel 1917 si reca in Toscana, ospite del conte Spannocchi nei castelli di Lucignano e Modanella; espone alla IV Mostra Internazionale della “Secessione” a Roma.
Dopo la Liberazione di Trieste, nel 1919, tiene una personale presso l’Albergo Savoia; partecipa inoltre alla Nazionale di Belle Arti a Torino e alla III Mostra della Federazione Artistica Lombarda a Milano. Da questo momento sarà presenza assidua alle Esposizioni di Venezia e Milano. Nel 1923 sposa la pittrice milanese Gilda Pansiotti, allieva di Ambrogio Alciati. Nel 1924 è alla prima Esposizione Biennale del Circolo Artistico di Trieste. Entra in rapporti di amicizia con Italo Svevo. Nel 1927, assieme ai pittori Barison, Bergagna, Croatto, Flumiani, Grimani, Lucano, Orell, Sambo, Zangrando, De Carolis, Beppe Ciardi e Nomellini, partecipa alla decorazione della motonave “Vulcania”.
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Bison Giuseppe Bernardino (Palmanova 1762 – Milano 1844). Pittore

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Giuseppe Bernardino Bison (Palmanova 1762 – Milano 1844), Piazza Vecchia a Trieste nel 1820

Giuseppe Bernardino Bison (Palmanova 1762 – Milano 1844), " Piazza Vecchia a Trieste nel 1820 ", tempera su cartone, cm 22,5 x 33.
Trieste, Civico Museo Revoltella (inv. 54)
L’opera, da cui fu tratta un’incisione pubblicata in " I nostri nonni " di Giuseppe Caprin, venne acquistata dal museo triestino nel 1874.

Album dedicato all’artista

Formatosi all’Accademia di Venezia sotto la guida di Costantino Cedini, Bison lavorò inizialmente come pittore di teatro con Antonio Mauro, dal quale apprese i fondamenti tecnici delle esecuzioni rapide e lo spiccato gusto scenografico, destinato a perdurare come elemento caratterizzante della cultura figurativa bisoniana. Nell’ultimo decennio del Settecento collaborò con l’architetto Giannantonio Selva (decorazioni del distrutto palazzo Bottoni di Ferrara [1787] e del “Casino Soderini” di Treviso [1798]) e, all’inizio dell’Ottocento, si trasferì a Trieste, forse a seguito dello stesso Selva impegnato nel concorso per il Teatro Nuovo. Nella città giuliana Bison ottenne commissioni prestigiose, come la decorazione del palazzo della Borsa e del palazzo Carciotti. Fra Trieste, Gorizia, Lubiana e l’Istria, l’artista si impose per la pittura rapida, che coniugava l’eredità dei frescanti veneti del Settecento alle doti di figurista e ornatista, scenografo e paesaggista. Nel 1824 l’Accademia veneziana lo nominò socio onorario con l’encomio di “pittore di bella immaginativa e spiritosa esecuzione”. Dopo una permanenza quasi trentennale a Trieste, Bison si trasferì a Milano (1831), dove fu appoggiato, sul piano economico e su quello dell’amicizia, dall’ingegnere Raffaello Tosoni di Cetona, esperto d’arte che fece ottenere all’artista il primo invito alla mostra di Brera (1833).
Giuseppe Bernardino Bison, operoso fino agli ultimi giorni, si spense a Milano il 28 agosto 1844.

Lo stile pittorico

“La vicenda artistica di Bison sembra essersi attivata sotto la spinta di una tensione sostenuta da uno stile che nella sensibilità per la buona pittura ricerca un assunto tale da preservarla dalle eleganze e dalla misura formale del gusto neoclassico, affermatosi in quegli anni, e che nella pratica artistica del maestro corrisponde ad una sostanziale divergenza nei confronti delle tendenze più moderne. L’impossibilità di identificare l’arte di Bison con le «avanguardie» del tempo parte, a ben guardare, sin dalle origini della sua formazione a Venezia.
L’Accademia veneziana al Fonteghetto della Farina non forniva in quegli anni le migliori occasioni per aggiornarsi sulle più avanzate tendenze classicistiche. Significativamente proprio nell’autunno del 1779, quando Bison si accingeva ad entrarvi, Canova lasciava l’Accademia e Venezia per raggiungere Roma, dove avrebbe trovato le manifestazioni più complete della cultura europea di quei decenni” (Magani 1993).
“Nel noto dipinto di Bison Gruppo di figure in un interno di palazzo Pola (Treviso, Museo Civico) risalta la doppia specialità dell’artista, che si applicò tanto alla produzione di genere (e la scenetta qui situata al centro della composizione ne è un esempio) quanto alla misura monumentale della decorazione ad affresco: l’interno qui raffigurato esibisce infatti pareti e soffitto interamente decorati da scene mitologiche e da rigogliosi motivi d’ornato a monocromo di gusto classicistico. […] È nella terraferma che l’artista ha le maggiori opportunità d’esprimersi in questo campo. Anzitutto a Padova, in palazzo Maffetti (poi Manzoni), dove lavora in due ambienti forse intorno al 1790. In città era tutto un fiorire di nuove decorazioni, a opera di figuristi come Novelli e Canal, e di ornatisti come Paolo Guidolini e Lorenzo Sacchetti. Specie certe invenzioni di quest’ultimo rivelano singolari affinità con quelle di Bison, come le sopraporte di palazzo Da Rio, con aquile poste a custodire antichi medaglioni. Nel salone di palazzo Maffetti l’artista combina la tradizione di ascendenza tiepolesca, palese nel brano di figura del soffitto – La Virtù incorona la Nobiltà – con i dettami del «moderno» decorare, recependo quelle istanze del classicismo tardosettecentesco già diffuse nei palazzi di città e negli interni di villa. […] Verso il 1791-92 lo troviamo impegnato nelle decorazioni di villa Raspi (poi Tivaroni) a Lacenigo, e nella villa di Jacopo Spineda a Breda di Piave, entrambe nel trevigiano. […] È il mondo della scenografia che si riversa in questi interni, quale era stato creato da Andrea Urbani, da Chiarottini, da Antonio Mauro III (Bison lo ebbe maestro dell’Accademia e con lui lavora a Padova nel Teatro Nuovo), da Francesco Fontanesi (il decoratore della sala teatrale della Fenice): un mondo manifestamente illusorio, che vive di riverberi di luce colorata, di sorprese, per sedurre lo sguardo e tener desta l’attenzione, in cui serpeggia liberamente lo spirito del capriccio, alla fine di un secolo che del capriccio aveva fatto una bandiera. […] Il ciclo di affreschi di Breda di Piave è certo il capolavoro di Bison, nel quale la fantasia inventiva e cromatica dell’artista si estrinseca felice, anche per la scelta di applicare alla pittura murale una tonalità minore, così da farne una pittura da stanza, equivalente alla musica da camera: proprio una delle esperienze più gratificanti è il passare di ambiente in ambiente lasciandosi sorprendere di continuo dal fuoco d’artificio delle trovate. Alla fine, dopo tanta eccitazione visiva, può restare nel ricordo, come dopo un sogno, «uno sbocciare fresco di petali, una liquida macchia d’ombra, il muoversi arioso d’un nastro»” (Pavanello 1997).
“Nonostante la sua formazione e permanenza a Venezia, circa fino allo scadere del secolo, finora si ha notizia di pochissimi interventi di tale natura nella Serenissima, e precisamente due stanze in coppia con Costantino Cedini nel mezzanino di palazzo Giustinian Recanati alle Zattere (1793) e alcune decorazioni a palazzo Dolfin Manin (1800)” mentre nel Palazzo Bellavite spetta, tra l’altro, a Bison anche “la continua teoria di coppie di animali affrontati, divisi da bucrani inghirlandati, da candelieri e da palmette e tutta collegata, senza soluzione di continuità, da sottili girali ingentiliti da racemi con foglie e bacche, capaci di rendere unitario un originalissimo e vario bestiario. Partorito da una fervida fantasia compositiva, non disgiunta da una vera passione zoologica, esso ribadisce che è nelle realizzazioni a ‘grottesca’, o comunque nei divertiti dettagli apparentemente secondari – tanto apprezzati nella sua grafica – che il Bison afferma i caratteri migliori del suo linguaggio” (De Feo 1997).
“Ma più che nella grande decorazione aulica ad affresco il Bison emerge, tra gli altri contemporanei, per la sua produzione di piccole tempere, quasi sempre di soggetto paesistico, eseguite con una bravura straordinaria e una fantasia inesauribile. Opere talvolta di carattere scenografico o ispirate ad altri pittori (Tiepolo, Canaletto, Zuccarelli, ecc.), ma più spesso d’invenzione propria. Pittura sovente descrittiva sì, ma realizzata sempre con una forma perfetta, con un tocco freschissimo e una tavolozza splendida, che non ha niente del «pittoresco», ma semmai dell’altamente «pittorico», sia che rappresenti una burrasca o un sereno paesaggio agreste. Una pittura spontanea e limpida, spesso aderente alla sostanza e ai fenomeni della natura, come osserviamo in certi paesaggi invernali o in altri raffiguranti l’estate sparsi d’abituri e di contadini ai lavori: paesaggi che ricordano quelli del lontano Marco Ricci, ai quali sovente sia per spirito che per qualità non sono inferiori” (Martini 1982).
“Il paesaggio idealizzato, in cui case, capanni, vegetazione, cielo e uomini convivono in una stagione senza tempo dove solamente una luce incontaminata li unisce, è il modo di Bison di proporre un’arcadia nella quale si profonde l’auspicio per il presente”. Altre volte invece “gigantesche architetture sprofondate nella natura circostante non appartengono ad una «veduta», ma costituiscono il pretesto per inventare una prospettiva illusionistica, seguendo gli insegnamenti della scenografia nel gioco dell’arco molto scorciato in primo piano che incrocia l’infilata di palazzi e antichi monumenti in cui si unificano stili diversi, così come avviene in una invenzione piranesiana” (Magani 1993).
L’arte di Bison attraversa il periodo neoclassico ma resta sostanzialmente legata a forme settecentesche dalle quali deriva quella tipica spontaneità e spigliatezza. Nel piccolo olio, Maschere, del Civico Museo Revoltella di Trieste, la scena d’intrattenimento “alimenta quello spirito nostalgico o il desiderio di confrontarsi con l’immaginario aristocratico del passato da parte della società borghese del primo Ottocento. La festa o, piuttosto, una «mascherata», è descritta nei più schietti modi veneziani settecenteschi ricordando, per la pungente e lucida osservazione, il contenuto della pittura di genere di Pietro Longhi, Francesco Guardi e Giandomenico Tiepolo, risolta dal maestro di Palmanova con sottili vibrazioni nel tratto…” (Magani 1997).
“È noto quanto fertile sia stata anche l’ultima pittura del Maestro, ormai anziano, operante a Milano: quadretti di maniera, ripensamenti giovanili ma anche quadretti di nuova, fresca, vena realistica, seppur cedenti alla moda corrente, al gusto dell’aneddoto, al prevalere di certa tematica – scene in conventi, frati in preghiera, vita claustrale – comune pure al Migliara (Zava Boccazzi 1971)”.

Daniele D’Anza

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Barison Giuseppe (Trieste 1853 – 1931). Pittore.

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Barison Giuseppe (Trieste 1853 – 1931). Autoritratto

Barison Giuseppe (Trieste 1853 – 1931). Autoritratto

L’artista nacque a Trieste il 5 settembre del 1853 da Francesco, di professione sarto e Caterina Frausin.
Notato sin da giovane per le capacità nel disegno, fu sostenuto dalla nobile Anna De Rin la quale, lo avviò dapprima all’arte frequentando lo studio del pittore Karl Emil Haase a Trieste ed in seguito gli permise di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Qui a partire dal 1872 Barison prese a seguire le lezioni del nazareno Karl Von Blaas, Eduard Von Engerth e soprattutto di August Eisenmenger che accostò il giovane alla pittura di storia.
Dai taccuini del periodo accademico presso gli eredi del pittore, possiamo stabilire quanto l’iter formativo fosse rigido sia dal punto di vista pratico che teorico con Barison pronto ad appuntarsi i volumi da leggere per proseguire negli studi.
Tornato a Trieste nel 1876 egli si impose l’anno seguente, nel 1877, partecipando alla Nona Esposizione di Belle Arti con il dipinto a carattere storico Isabella Orsini e il suo paggio che gli consentì di ottenere dal Comune di Trieste un ricco pensionato da poter usufruire per due anni a Roma.
Così Barison giunse nella città eterna fissando su carte e tele i luoghi che andava visitando e che aveva visto nelle opere del suo primo maestro a Trieste, Karl Haase. Tuttavia il soggiorno romano non fu proficuo a causa delle critiche piovute sul dipinto Muzio Attendolo Sforza (Museo Civico Revoltella di Trieste) che si accanivano sulla postura del cavallo definita “non naturale”. In realtà il gusto dell’epoca era cambiato e Barison si trovava a proporre un dipinto di matrice storicista in una città, Roma, che aveva ormai abbandonato tali soggetti. Eppure la tela, sebbene anacronistica, vede Barison sganciarsi da un rigido accademismo e aprirsi, se pur timidamente, ad ariosi scorci naturalistici.
Conclusa l’amara parentesi romana, egli tornò a Trieste ed iniziò a dedicarsi a quello che fu indubbiamente il pezzo forte del suo repertorio pittorico, vale a dire il ritratto; un genere, questo, che gli consentì non solo di esprimersi al meglio ma di sostenersi economicamente.
Eppure la parentesi romana aveva lasciato qualcosa di buono nel pittore; egli infatti aveva capito di doversi sintonizzare sulle nuove tendenze artistiche dell’epoca. Si indirizzò quindi verso Venezia e la pittura di Giacomo Favretto che lo influenzò in modo decisivo. Iniziò a partecipare alle esposizioni organizzate dalla Società Veneta Promotrice di Belle Arti a partire dal 1880 e copiò Il Farmacista del maestro veneziano oltre a carpire i segreti di quella tradizione coloristica veneziana, mai passata di moda.
Prima di trasferirsi in pianta stabile a Venezia, però, egli si era innamorato di Giulia Rosa Desman una ragazza di famiglia alto borghese di Trieste; nonostante la diversità di ceto egli la sposò nel 1883 e ne fu legato con estremo affetto sino alla morte, avvenuta, per Giulia, nel 1926.
Domiciliato quindi a Venezia, dove vi rimase sino al 1887, si dedicò alla pittura di genere riportando notevoli successi, anche di critica che sfociarono nel 1886 in occasione della mostra di Brera a Milano con la Pescheria a Rialto (Alessandria, Pinacoteca Civica). Il dipinto vinse il premio Principe Umberto ma, a causa della nazionalità non italiana di Barison, venne revocato. Ma al di là dell’increscioso episodio, la tavolozza di Barison si era arricchita tra le lagune, aveva trovato nuova linfa e una sua connotazione ben precisa tra i pittori veneziani. Tuttavia la moglie Giulia, che poco si era ambientata a Venezia e che già aveva dato a Giuseppe ben tre figli (Arnaldo, Cesare ed Ester), chiese al marito di rientrare a Trieste e Barison acconsentì. Tornò dunque a Trieste, accolto dai circoli artistici con rispetto ma anche con una certa freddezza, dovuta in parte al sua carattere certo non facile e malleabile ed in parte da questa sua dichiarata pittura veneziana. Ma che pittura fu quella di Barison dal 1887 al 1931, anno della sua morte? Ancora una volta ci viene incontro Venezia; questa volta non per un clima generale ma per l’esposizione nazionale del 1887. Barison, in quell’occasione, poté vedere alcuni dipinti di primo piano nel panorama artistico italiano dell’epoca. Furono due i quadri che lo colpirono maggiormente; uno, del napoletano Michele Cammarano dal titolo La Rissa, caratterizzato da accenti patetici, un forte dinamismo e una assoluta teatralità nei gesti, l’altro, del genovese Nicolò Barabino dal titolo Quasi oliva speciosa, dal forte impatto sacrale rivisto in chiave simbolista che diede il la per il capolavoro nella produzione di Giuseppe Barison.
La rissa venne ripreso poco tempo dopo l’esposizione veneziana da Barison e tramutata in Dopo una rissa, mentre Quasi oliva speciosa in campis vide una sua personale e poetica versione nel 1899, a distanza di ben dodici anni.
La tela – che ha rivisto la luce con il volume edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio e si presenta entro una ricca e monumentale cornice dell’epoca intagliata e dipinta dallo stesso Barison – trova nelle parole di introduzione del professor Giuseppe Pavanello la giusta descrizione: “sospesa fra realtà e idealità, da cui si sprigiona l’incanto, o, meglio, l’incantesimo dell’apparizione divina, accostante e, al tempo stesso, ieratica”.
Un momento unico il 1899 per il pittore (ben testimoniato anche dal piccolo e prezioso autoritratto) com se, idealmente, egli sprigionasse gli ultimi bagliori della sua arte e volesse rifuggire l’arrivo del nuovo secolo. Con il ‘900 infatti, la sua pennellata perde in fluidità e sebbene la sua fama a Trieste cresca notevolmente sino a portarlo a realizzare i pannelli per la Cassa di Risparmio di Trieste nel 1912 raffiguranti I Costruttori (dove ci offre un autoritratto nell’uomo in primo piano caratterizzato dalla svolazzante veste rossa) e I Mercanti egli non ha più quella forza di fine XIX secolo.
Protagonisti indiscussi delle sue tele nei primi del secolo sono i cavalli realizzati con estrema cura e meticolosità come nel dipinto Antica Canzone (Comune di Trieste) che sebbene utilizzati a cornice del dipinto divengono il fulcro della composizione facendo finire la scena degli innamorati in secondo piano.
Molti i dipinti rintracciati di formato fortemente verticale di tale filone che, con ogni probabilità, permettevano a Barison di creare quell’effetto della corsa a cavallo in maniera il più possibile veritiera.
Barison, ormai maturo, poteva così pensare ad una onesta vecchiaia fra le mura domestiche ed invece arrivò la guerra che lo costrinse ad emigrare in terra italiana e più precisamente a Pegli, in Liguria. Qui vi soggiornò dal 1915 al 1918 in casa del genero Roberto Amadi e della figlia Ester e iniziò ad accostarsi con continuità alla pittura di paesaggio e di marine.
Tornato a Trieste infatti, non abbandonò più tali soggetti e divenne con Guido Grimani e Ugo Flumiani uno dei massimi cantori di Trieste e del suo mare.
Nel raffigurare il mare di Trieste riuscì a raggiungere a volte un gusto post-impressionista come ben evidenziano le ultime ed estreme tavole realizzate en plein air; una volta a settimana egli chiudeva lo studio e si recava con i pennelli e queste piccole tavole in giro per la città posizionandosi ore ed ore nell’attesa di vedere con un particolare effetto luministico un’immagine nuova di Trieste e del suo mare.
In questi ultimi anni Barison non aveva chiuso del tutto le porte alle nuove istanze pittoriche ben esemplificate dai dipinti di Umberto Veruda, che aveva avuto modo di ritrarre Giuseppe nella sua breve esistenza, che sebbene superato faceva ancora presa per quella sua pittura sfarfallante “alla Boldini” e contraddistinta da larghe campiture di colore.
Ne sono un chiaro esempio l’Autoritratto del 1925 ed il Ritratto di donna (Trieste, collezione privata) creduto proprio di mano di Veruda.
Purtroppo la scomparsa di Giulia nel 1926 diede una spallata notevole al modus operandi di Barison che su volere dei figli, non abbandonò del tutto la pittura; gli ultimi ritratti mostrano chiaramente solo l’ombra del grande mestierante quale fu alla fine dell’Ottocento, un secolo che non aveva mai abbandonato.
Era uomo comunque dall’animo curioso anche in piena maturità tanto da cimentarsi con la musica (il figlio Cesare era un affermato violinista) e con le lingue per le quali era particolarmente portato.
Chiuse la sua parabola esistenziale nel 1931.
Matteo Gardonio
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Adolfo Levier (Trieste 1873 – 1953), pittore

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Adolfo Levier (Trieste 1873 - 1953). Castelletto rosso, post 1940

Adolfo Levier (Trieste 1873 – 1953).
Castelletto rosso, post 1940


Album sull’artista

Egli nacque a Trieste nel 1873 e i cognomi dei suoi genitori parlano delle discusse origini (Levi il padre e Pakiz la madre).
Il padre ostacolò la sua passione di dipingere e dopo anni di studi condotti in modo ribelle, alla morte del genitore (era un commerciante), affittò due stanze in Acquedotto nella casa in cui abitava Giovanni Zangrando: fu proprio da lui che a ventisei anni prese le prime lezioni di pittura e fu sollecitato a recarsi a Monaco, viaggio che intraprese immediatamente senza pensarci su due volte. Frequentò pochissimo l’Accademia e preferì pagare lezioni private a Heinrich Knirr un ritrattista del quale si sono perse molte tracce; pur non soddisfatto, Levier desunse dal tedesco certa suggestione della pittura nordica. Knirr trattò pure scene di genere, paesaggi e nature morte e presso il suo studio, nello stesso periodo, sostò anche Paul Klee…
Levier debuttò nella città bavarese nel 1900 (o 1901?) e fu nominato socio della Secession: bruciò le tappe e fu presto considerato uno dei migliori ritrattisti “tedeschi” nell’opera poderosa del “Meister Archiv” dove fu associato a Lembach, Kaulbach, von Keller e von Stuck. Inquieto, curioso e benestante si trasferì a Parigi fin dal 1903 per rimanervi quasi undici anni: abitò al Boulevard Montparnasse e in seguito in Rue Jacob nel Quartiere Latino. Qui per certo conobbe lo scultore Rodin e venne a contatto con le opere di Cezanne, Matisse, Roualt e Dufy (pittori che predilesse) e di altri post impressionisti che imparò a conoscere nella Galleria di Durant Rouent.
Nel 1905 la sua fama era già notevole e in quell’anno espose alla Secession di Vienna (si era pure recato a Berlino per soddisfare le esigenze di alcuni facoltosi committenti), di nuovo alla Secession di Monaco, alla VI Biennale d’Arte a Venezia dove portò il ritratto del pittore Otto von Gutenegg e il famosissimo Mimì e zar che furono esposte accanto ad Un giorno di festa in Bretagna di Charles Cottet e al Salone d’Automne di Parigi.
Continuò a partecipare a Mostre importanti: nel 1906 fu presente a Pittsburg, nel 1907 alla VII Biennale Veneziana con Ritratto di Madame Boileau e Signora di lusso, l’anno seguente a Roma e nuovamente alla Biennale nel 1910 (Padiglione della Baviera accanto a Knirr, Hummel, Otto Reiniger, Franz Stuck nel quale presentò una Marina ), a Parigi nel 1913 e ad Amsterdam, Francoforte e Rotterdam.
I timori dello scoppio della prima guerra mondiale allontanarono Levier dalla capitale francese (1911) ed egli soggiornò per parecchio tempo prima a Zurigo, poi a Milano.
Nel 1918 ritornò a Trieste e vi rimase senza interruzioni degne di nota, fino alla morte; continuò tuttavia ad inviare sue opere ad importanti rassegne e vanno almeno segnalate le partecipazioni del 1923 a Ca’ Pesaro, quella del 1923 a Milano, la XIV Biennale Veneziana, la Mostra Internazionale di Barcellona del 1928.
Dopo un’entusiasmante mostra del 1932 presso la Galerie Billiet – Pierre Vorms a Parigi, le sue Case di Trieste con un altro dipinto vennero acquistate dal signor Dezarrois direttore del Museo del Lussemburgo e ora fanno parte delle ricche collezioni del Centre George Pompidou. Fu ancora a Udine dove ebbe un riconoscimento nel 1933, a Firenze (I Mostra Nazionale del Sindacato Belle Arti, a Pola, alla XIX e Biennale Veneziana del 1934 e a quella del 1935 per il quarantennale, a Milano presso la Galleria Gianferrari nel 1938 e a Ca’ Pesaro nel 1943. Nello stesso anno della sua scomparsa una mostra retrospettiva ricordò la sua intensa attività; nel 1954 fu allestita una Mostra postuma presso la Galleria Trieste e alcuni dipinti furono presenti alla XXVII Biennale.
Nel 1956 un’altra mostra postuma fu presentata a Milano dov’era assai conosciuto, presso il Centro Artistico san Babila. Moltissimi coloro che si sono interessati alla sua notevole produzione in Italia e all’estero, ricche le note critiche espresse nei suoi confronti in vari periodi, diverse le schede e gli studi recenti in varie pubblicazioni: Simbolismo Secessione (Gorizia 1992), Punti di Vista (1994), Pittura triestina tra ‘800 e ‘900 nelle Collezioni del Museo Revoltella (1999) Va senz’altro segnalata la tesi di laurea in Storia dell’Arte intitolata Adolfo Levier che venne portata a compimento nell’anno accademico 1986/1987 dalla dott.ssa Paola Tamborini: essa risulta lo studio più completo svolto sull’artista e non è stata pubblicata.
Fu una delle ultime tesi proposte dal professor Gioseffi prima di lasciare l’Istituto universitario che dirigeva. Nel 1951 l’illustre cattedratico così scrisse di Levier:

”Egli è dovunque nella propria opera, anche se in nessuna tela egli abbia infuso tanto del proprio spirito, da farne il capolavoro assoluto: E’ una esuberante tempra di creatore, un temperamento sanguigno; e si sente fratello dei Renoir, dei Mestrovich, dei Rodin, dei Roualt: di quei maestri che hanno prodotto molto e che hanno preferito peccare per mancanza di misura che per troppa povertà.”

Un pittore discusso.

Nella capitale delle Baviera il triestino venne a contatto con l’impressionismo di Max Liebermann e con i dipinti di Kokoschka; del secondo, in particolare modo, ammirò la forza espressiva. I suoi ritratti di questo primo periodo tendono tuttavia a nobilitare l’eleganza dei suoi soggetti nel movimento del corpo, a renderli somiglianti nel portamento, ma seguono le mode e si adeguano al gusto tedesco. Il triestino fu suggestionato dalle forti linee di contorno e le mantenne a lungo, anche negli anni post parigini, per caratterizzare figure, ma anche altri soggetti. Con il colore più scuro voleva ‘bloccare’ le folgoranti energie degli altri pigmenti?
Pochi i tocchi audaci, le accensioni cromatiche, timidi i colori stesi preferibilmente a paste larghe. E’ datato 1902 il ritratto più volte esposto dello scultore Alfonso Canciani (che gli fu amico), ma sono assai meno noti quelli più tardi che eseguì ai pittori Nathan (1923), allo stesso Canciani (1924), a Parin (opera esposta in una personale da Michelazzi nel 1933), a Hermann Lamb (1933), a Mascherini, a Campitelli, a Meng, al noto professor de Tuoni e chissà a quanti altri ancora. Nel 1923 Canciani eseguì un busto di Levier che fu acquistato una decina di anni dopo dal Museo Revoltella di Trieste e oggi fa parte delle collezioni.
Parigi segnò la svolta decisiva della sua vita di pittore; differentemente da Veruda egli, a Montparnasse, abbandonò matite e carboncini, disegnò direttamente sulla tela con i colori puri (cosa che fece poi per tutta la vita!) senza mescolarli, senza velarli per mantenere le tinte più lucenti e aggressive, i toni accesi.
Fece tesoro degli insegnamenti degli impressionisti, trovò punti di contatto con l’arte popolare, sveltì la sua azione, divenne ‘stenografico’, ardito e fin violento. Diceva che con i colori non si deve aver mai paura, che si deve osare. La pittura mobile, vibrante, (quasi una musica!) e priva di pentimenti di Raoul Dufy lo esaltò: ammirò gli accostamenti arditi dei colori fondamentali nelle sue vedute, le case rosse nelle inquadrature semplificate, le corse di cavalli ad Ascot e a Deauville (dov’era stato anche Carlo Wostry), le bagnanti e i fari atlantici.
Tornato in riva all’Adriatico ascoltò indifferente, con nobile distacco, le voci della critica quando divenne protagonista (suo malgrado!?) di “un caso”; irrispettoso delle ‘regole’, moderno, spregiudicato, fauve, non abbandonò mai quella sua nuova pittura (per lui rilassante come la scherma che praticava!), completamente diversa dalle lezione monacense e conquistata a fatica, liberatoria per il suo spirito.
Sopportò parole severe, più tardi qualcuno (Giulio Montenero) pose arguto accento sulla sua ‘umanità casalinga’ e sul ‘francese in dialetto’ che egli aveva introdotto nella tradizione dell’arte figurativa locale, ma Levier trovò pure molti estimatori: a Trieste dipinse i caffè, le dinamiche balere, i giardini alberati e i luoghi amati (Barcola, Roiano, Muggia); a Venezia vedute mai banali. Questi soggetti sono oggi assai più ricercati dei ritratti (numerosissimi) e segnano inevitabilmente il mutamento di gusto dei collezionisti. Levier portò pure a compimento diversi autoritratti, nature morte e raramente affrontò i temi dell’arte sacra.
Fu validissimo acquerellista (tecnica che gli fu congeniale per la velocità di esecuzione) e non disdegnò prendere qualche spunto dalle fotografie per dipingere.
L’ultima sua tela fu un paesaggio scarno, verdissimo, con un grande albero nel mezzo”.

Walter Abrami

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Giuseppe Gatteri (Rivolto di Codroipo, 1799 – Trieste, 1878).

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Giuseppe Tominz, Ritratto di Giuseppe Gatteri con la moglie, 1830 ca.

 Giuseppe Tominz, Ritratto di Giuseppe Gatteri con la moglie, 1830 ca.

Padre di Giuseppe Lorenzo Gatteri, influenzato da Giuseppe Bernardino Bison, operò con successo come decoratore, dedito all’affresco a tempera. Poche le sue opere da cavalletto. Tra le prime opere triestine le decorazioni della Rotonda Pancera. Nel 1825/26 affrescò il Caffè di Tomaso Marcato, a cui seguirono numerosi interventi decorativi, in gran parte perduti (Palazzo Schwahofer, 1829; Teatro della Società Filarmonica, in via degli artisti, 1829; Casa Popovich, 1832; Teatro Grande, 1835). Nel 1840 si trasferì a Venezia con la famiglia, dove rimase fino al 1852. In quegli anni il figlio Giuseppe Lorenzo frequentò l’Accademia di Belle Arti. L’unica importante commissione di questo periodo fu la decorazione del teatro Alighieri di Ravenna (1846-1851).

Bibliografia di riferimento:
AFAT – Gino Pavan, Giuseppe Gatteri padre.

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Francesco Malacrea (Trieste 1813 – 1886), pittore

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Francesco Malacrea (Trieste 1813 – 1886)

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Friulano d’origine, Malacrea nacque a Trieste nel 1813. Pittore da leggenda che vestiva “alla fiamminga”, mise in circolo la voce di essersi diplomato all’Accademia di Venezia, dove tuttavia non è registrato. Fece il suo esordio alle mostre della società Triestina di Belle Arti nel 1843. Pittore di nature morte e quadri floreali, ebbe un carattere “sino velenoso e visse isolato” (Caprin 1891).
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Famosa la sua frase “per fare fiori viene prima Dio e poi Malacrea, ma per la frutta prima Malacrea poi Dio” (Caprin 1891). Venne totalmente dimenticato sino al 1941 quando una retrospettiva veneziana lo riportò in auge. Discontinuo nella qualità delle opere (il mercato ne ha assorbite molte di false) rimangono limpidi esempi delle sue capacità la Natura morta con la lepre del Museo Revoltella di Trieste e Le Pernici della Narodna Galerija di Lubiana. Si spegneva a Trieste nel 1886.

Matteo Gardonio

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Augusto Černigoj (Trieste, 1898 – Sesana, 1985)

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Augusto Černigoj (Trieste, 1898 – Sesana, 1985) – Walter Abrami

Nel 1927, fondò con gli amici Giorgio Carmelich ed Emilio Mario Dolfi il Gruppo Costruttivista di Trieste e ne pubblicò il manifesto.

«Noi attivisti arch. Carmelich Giorgio, prof. A. Cernigoj, G. Vlah, E. Stepancich abbiamo per meta l’arte + oggetto = funzione cioè sintesi totale del movimento nello spazio. Di fronte alla vecchia concezione della pittura, scultura letteraria, la nostra attività tende a una nuova pittura-scultura assoluta vibrazione di colore + spazio + tempo = forma ovvero funzione per se stessa esistente e vitale-pura. Noi combattiamo a priori la forma dell’arte di produzione naturalistica o fantastico mistica, e l’attuale letteraria individualista dell’ultima generazione decadente.
La nostra attività consiste nel dare oggetto al movimento con il colore, materia e forma, perciò i nostri elementi sono puri = astratti. La costruzione astratta esiste nella sua totale impronta per l’artista e per l’osservatore, ambidue devono estrarre ciò che è sensitività-espressione prodotta dall’oggetto. Perciò la formazione degli oggetti esposti consiste di materia + colore + forma = assieme tattile nel tempo e nello spazio, contribuendo con ciò lo stato sintetico = espressione vera e pura dell’Arte oggettiva (e non come per la pittura fino ad oggi «L’art pour l’art» soggettivistica). L’arte è distintamente il prodotto collettivo-multiplo = sintesi perfetta di tempo e spazio = contemporaneità.
Non più arte riproduttiva
non più arte figurativa
Bensì arte sintetica costruttiva
arte oggettiva tattile
arte utile collettiva.»

Cernigoj nacque a Trieste secondo di sette fratelli il 24 agosto 1898. Suo padre, Massimiliano, originario di Dobravlje nella Valle del Vipacco, era scaricatore di porto; sua madre, Maria Grgic, proveniva da Padriciano.
Frequentò la scuola elementare di via Belvedere e la ‘cittadina’ di via Giotto. Apprese le arti nelle Scuole Industriali sotto la guida del Torelli, del Mayer e del Wostry che egli, pur dopo disparate esperienze, continuò a considerare suo maestro.
Grazie alla borsa di studio della baronessa Marenzi potè continuare gli studi dopo l’interruzione bellica, che visse come soldato austriaco sul fronte rumeno.
Il suo talento di gran disegnatore si manifestò sin da giovane, ed egli non abbandonò la matita neanche negli ultimi giorni di vita trascorsi in una casa di riposo per anziani presso Lipizza.
Nel 1922 incontrò i futuristi a Bologna e conseguì l’abilitazione all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte. Insegnò al Ginnasio di Postumia e quindi si recò a Monaco dove studiò con Guntal-Becher ed a Weimar con Gropius, Kandinskij e Moholy-Nagy.
In un’intervista rilasciata al quotidiano di Trieste “Il Piccolo” nel 1981, così disse: “…Andai a studiare a Monaco, che noi consideravamo allora una specie di Parigi, solo per scoprire che a Monaco tutto era più conservatore. (…) Fui praticamente buttato fuori dall’Accademia perché facevo dei collages; il professore disse: non è il nostro genere.” Cominciò ad esporre nel 1927 e partecipò alla XVIII Biennale di Venezia del 1932 nella sezione arti decorative, alla Internazionale d’arte grafica di Lubiana, a importanti rassegne in Italia, fra le quali la Mostra Internazionale d’Arti Decorative a Monza, a Belgrado, New York, Vienna, Praga e altrove ottenendo ambiti riconoscimenti.
Oltre che alla pittura si dedicò anche all’incisione, alla grafica editoriale e alla decorazione navale; collaboratore dell’architetto Gustavo Pulitzer-Finali, fu tra i primi a Trieste ad occuparsi di questo settore della produzione artistica; ed è un vero peccato che i suoi pannelli decorativi siano andati dispersi, perché certamente erano tra le sue opere migliori.
Sempre nel 1927, fondò con gli amici Giorgio Carmelich ed Emilio Mario Dolfi il Gruppo Costruttivista di Trieste e ne pubblicò il manifesto.
Aprì una piccola scuola privata in uno scantinato di via della Fornace. Disegnò e costruì le scenografie per il teatro popolare di San Giacomo. Collaborò alla rivista “Tank” di Lubiana. Sono gli ultimi guizzi dell’avanguardia.
Dopo un secondo soggiorno lubianese, nel 1940 si stabilì in via Torrebianca 19, abitazione, studio e laboratorio dove resterà finché la vecchiaia non gli precluderà le molte e dure rampe di scale. Cavalletti, cornici impolverate, scatole vuote, tele, libri, pennelli e il modesto tavolo di lavoro a sinistra, sono i veri protagonisti di questo interno illuminato dalla luce dello spiovente abbaino. Sul lato destro il classico cavalletto da studio sul quale è appoggiato un paesaggio incompiuto, forse l’ultima opera pensata, schizzata, osservata per capirla e rimeditarla nel colore, nel silenzio della stanza. Sul pavimento di legno, in una semplice brocca di osteria, i pennelli.
C’è un disordine che piace, tipico di un uomo di felice fantasia che captava, sono parole di Silvio Benco, “attraenti sensazioni di colore”.
Durante gli anni della seconda guerra si dedica all’affresco nelle chiese dei centri minori del Carso, e in quelle di Caporetto (con Music), di Fontana del Conte, di Bac e Kosana.
La fine della guerra è per Cernigoj l’inizio di una seconda giovinezza. Dal 1946 insegna disegno al liceo scientifico a lingua d’insegnamento slovena a Trieste, ed è il primo maestro di Luigi Spacal. Le sue esperienze polimateriche, tachiste, informali, costruttiviste, pop, si sono sempre rinnovate, ed egli si è sempre distinto per il gusto raffinato e la perfezione esecutiva. L’itinerario di Cernigoj è complesso e laborioso: dall’impressionismo monacense, saltando a piè pari l’esperienza della Bauhaus, egli si porta ad un gusto figurativo, che nel dopoguerra assume forme neocubiste e si qualifica per il colore puro e piatto.
Così lo ricorda Luigi Spacal: “Come pittore era un pittore d’istinto: ha dipinto molto, ma distruggeva molti dei suoi lavori perché era incontentabile… Come uomo godeva grande simpatia negli ambienti artistici per il suo spirito sarcastico e le sue battute umoristiche… Non solo la minoranza slovena, alla quale è stato sempre orgoglioso di appartenere, ma tutta Trieste ha perso con Cernigoj uno dei suoi grandi uomini.” Una grande mostra antologica dell’artista è stata allestita nel 1977 dal Comune di Trieste. (Walter Abrami)

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Il Costruttivismo a Trieste

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Il Costruttivismo a Trieste

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Trieste, Padiglione del Giardino Pubblico, progetto architettonico.

Le correnti d’avanguardia del fauvismo e cubismo francese, e del futurismo italiano, ispirarono in Russia un rinnovamento con tre movimenti d’avanguardia: il Raggismo, il Suprematismo e il Costruttivismo, in un progressivo affermarsi dell’astrattismo. Fino al 1905 l’arte e la letteratura russa erano rimaste fedeli al realismo dell’Ottocento. I primi artisti di avanguardia russa scelsero di chiamarsi cubo-futuristi, rifiutando ogni forma di rappresentazione dell’esperienza sensibile, cercando di eliminare il riferimento non soltanto agli oggetti, ma anche ai vari tipi di condizionamento contenutistico (religioso, politico, sociale). Molti artisti, traendo spunto anche dalle opere del connazionale Vladimir Tatlin (rilievi astratti di composizione polimaterica: cartone, gesso, legno, metallo, ecc.), utilizzarono materiali nuovi, insoliti, come l’acciaio e il vetro, mai considerati in precedenza nelle opere d’arte. Queste forme astratte e geometrizzanti venivano progettate per essere riproducibili applicando la meccanica industriale al fine di una distribuzione di massa. Rodchenko e Lissitsky in particolare, con il linguaggio suprematista, sfrutteranno la potenzialità industriale per comunicare con tutti i livelli della società.
Il Costruttivismo (in russo konstruktivizm), fondato da Vladimir Tatlin (1885-1953) e da Aleksandr Michajlovič Rodčenko, si sarebbe tradotto in un programma politico in cui tutte le arti venivano indirizzate verso scopi sociali e spiccatamente nella pianificazione urbanistica.
In seguito alla Rivoluzione del ’17, artisti, poeti e scrittori finirono con l’organizzarsi in vari gruppi di tendenza, forti, nei primi anni, dell’appoggio del governo sovietico che si dimostrava solidale nei confronti dell’avanguardia. L’allora commissario all’Istruzione, Lunaciarskji, nutriva un forte interesse per l’arte moderna e si prodigò per incoraggiarla e diffonderla, così le opere degli innovatori, fino al 1927, apparvero in tutte le maggiori esposizioni ufficiali, in patria come all’estero.
Tatlin e i suoi seguaci, dal canto loro, incitavano gli artisti a dedicarsi a un’attività direttamente utile alla società: pubblicità, architettura, produzione industriale (industrial design).
Non tutti concordarono però con l’impostazione tatliniana. Il rifiuto delle “strutture inutili,” la negazione dell’arte come pura attività estetica, non piaceva al gruppo di costruttivisti al quale afferivano i fratelli Gabo e Pevsner. In quei tempi molto si discuteva sul futuro dell’arte, da parte di pittori, letterati, critici e filosofi, durante incontri fissati presso l’Istituto d’Arte e mestieri di Mosca, dove alcuni di questi insegnavano. In quei tempi, in Russia, ci si poneva soprattutto il problema della diffusione delle idee socialiste attraverso l’arte, e vennero realizzati rapidamente grandi monumenti in materiale provvisorio per rappresentare gli artefici e i filosofi del movimento operaio, da collocare in paesi e città.

Dopo la morte di Lenin (1924), la linea culturale ufficiale nelle arti si indirizzò in una ripresa del realismo ottocentesco, il libero dibattito slittò sempre più sul politico e la critica estetica finì cоl dover fare i conti con la fedeltà nei confronti della Rivoluzione. Infine, il potere sovietico negò ogni autonomia di ricerca, riducendo l’arte ad uno strumento di propaganda politica che porterà al “Realismo Socialista” – un costruttivismo utilitaristico in cui l’oggetto, quale che fosse, era sempre il risultato di un progetto finalizzato a un prodotto utilizzabile nella vita quotidiana, secondo concetti funzionali.

In Italia e Jugoslavia il movimento Costruttivista venne introdotto e capeggiato da August Cernigoj, il quale era entrato in contatto con esso durante i suoi soggiorni di studio all’Accademia di Monaco e al Bauhaus di Weimar.
Il suo maestro, Moholy Nagy, sarà per lui il tramite diretto con il Costruttivismo russo, oltre che lo stimolo ad organizzare, nel 1925, al Padiglione Jakopic di Lubiana, una mostra didattica sullo sviluppo storico delle varie tendenze artistiche fino alle teorie costruttiviste.
A Trieste, ancora nel ’25, Cernigoj fondò in sodalizio con Emilio Dolfi e Giorgio Carmelich la “Scuola di Attività Moderna”, e il “Gruppo Costruttivista Triestino”, a cui aderirono Edvard Stepancic, Ivan Poliak, Zorko Lah, Ivan Vlah e Thea Cernigoj.

Il Gruppo, nel 1927, all’interno della I Esposizione del Sindacato di Belle Arti, presentò la “Sala Costruttivista”, al Padiglione del Giardino Pubblico di Trieste.
(g.c.)

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Trieste – La Basilica paleocristiana della Madonna del mare

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La Basilica paleocristiana della Madonna del mare. Foto Elisabetta Marcovich

La zona oltre le mura romane e poi medievali verso il mare (attuale Borgo Giuseppino) fu zona cimiteriale su cui successivamente sorsero tante chiese, di cui rimane la sola chiesa della BV del Soccorso detta pure S Antonio vecchio, le altre essendo state fatte abbattere dai decreti di Giuseppe II nel 1785 e successivi anni.

In epoca antica era percorsa da una strada commerciale che seguendo la riva del mare (di allora) serviva il porto romano. A monte di essa era presente una grande Basilica paleocristiana che probabilmente era nata come basilica martiriale per ospitare le reliquie forse dello stesso san Giusto, ilc ui corpo, come dal racconto della Passio del santo, fu ritrovato sulla riva del mare proprio su quella spiaggia. La via continuava verso la necropoli fra tombe ed edifici funerari.
La chiesa di cui nel 1825 Domenico Rossetti vide i mosaici dell’abside, fu riscoperta e portata alla luce nel 1963.
Si trova sotto l’edificio che ospita il Carducci ed è visitabile una mattina alla settimana.

La Basilica, con impianto cruciforme con transetto, abside e presbiterio sopraelevati, conobbe due fasi principali corrispondenti a due pavimenti gettati a pochi centimetri l’uno dall’altro, alcuni pezzi sono stati staccati ed esposti nell’atrio.
Il primo più antico databile ai decenni iniziali del V secolo, è composto da un mosaico bianconero suddiviso in tre corsie decorato a motivi geometrici con le epigrafi degli offerenti, di cui rimangono quattro che riportano le dimensioni del tessellato offerto; il successivo mosaico policromo è più recente fose degli inizi del VI secolo decorato al centro con il motivo dell’onda marina” e ai lati da cerchi ottagoni e rombi coi nomi degli offerenti.
Interessanti i nomi dei Defensores ecclesiae funzionari laici a cui era affidata la tutela legale delle chiese di Aquileia e Tergeste in controversie civili e amministrative.
Nell’abside c’erano i subsidia, i sedili per il clero: davanti all’abside c’è il presbiterio leggermente sopraelevato, dove ancor oggi si vedono due sarcofagi interrati ed un pozzo per reliquie.
Tracce di incendio sul mosaico policromo potrebbero riferirsi ad un incendio forse catastrofico; fra il VI e il IX secolo non ci sono più notizie della chiesa, che ricompare nel 1150 con l’intitolazione a santa Maria del Mare.

(testo di E.M. sulla base di documenti della Sovraintendenza)

le immagini di Paolo Coretti relative ad alcuni mosaici
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Trieste, il Teatro Romano

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni, secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento).

All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
 
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Franco Asco (Atschko) (Trieste 1903 – 1970).

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Franco Atschko nacque nel 1903 a Trieste da madre polacca e padre triestino che lo abbandonò poco dopo la nascita.
Ospitato dalla Pia casa dei Poveri nel 1916, dato che la madre, attenta alla sua istruzione, non poteva curarsene per le difficoltà finanziarie, dette immediatamente prova di precoce talento nella scultura tanto che, nel 1917, realizzò un busto dell’imperatore Francesco Giuseppe. Grazie all’interessamento del Direttore dell’Istituto si iscrisse all’Accademia di Vienna. In seguito fu a Venezia e a Roma ove ottenne, nel 1921, il secondo premio al Concorso Internazionale per la Medaglia. Dopo il passaggio di Trieste all’Italia e l’avvento del fascismo, il suo nome venne italianizzato in Asco e la sua figura venne accostata al più giovane Marcello Mascherini, di cui fu amico prima che maestro.

 

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A Trieste realizzò le figure a bassorilievo per il coronamento della Stazione Marittima e per la Capitaneria di Porto, mentre assieme a Mascherini, ma sempre con interventi individuali e stilisticamente contrapposti, completò le statue di giuristi romani sul palazzo del Tribunale e i bassorilievi sul nuovo portale del cimitero triestino di Sant’Anna. Sempre nel camposanto si rese protagonista della realizzazione di numerosi monumenti funebri, tra cui vanno menzionati il sepolcro Salvadori, Grego e Ceretti, quello per il musicista Visnoviz e la cappella votiva per la famiglia De Rosa-Poniz. Nei primi anni Trenta abbandonò Trieste per approdare a Milano, ove divenne uno dei principali artefici della decorazione scultorea del Cimitero Monumentale di Milano con numerosi interventi, tra cui vanno ricordati almeno il monumento alla famiglia Borrani, la cappella Canto e i lavori per le famiglie Rota, Frada e Pozzi-Paganelli in cui reinterpreta la figura isolata della dolente.

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Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1941, si ritirò in un lungo isolamento dal quale uscì con l’esposizione triestina del 1949. Personalità schiva e artista isolato nel tumulto artistico del dopoguerra, compì, nella sua città natale, la figura della Vergine dorata sulla sommità della colonna di Piazza Garibaldi. Si spense a Trieste, ai margini della cronaca, nel 1970. (Luca Bellocchi)

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Trieste nell’Ottocento – Alessandra Doratti

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Trieste nell’Ottocento – Alessandra Doratti

 

Nel primo Ottocento la città conta ormai 65.000 abitanti, compresi i 5.000 contadini che gravitano nei dintorni e che giornalmente si riversano in città per vendere verdure, frutta e ortaggi e per procacciarsi il sostentamento quotidiano. Alcuni sono piccoli proprietari terrieri, altri affittuari o semplicemente braccianti delle campagne e sono chiamati con il nome generico di mandrieri. Essi si distinguono per il pittoresco costume che portano (i giovani formano un corpo militare speciale detto Milizia Territoriale) con la giubba corta e bordata di vario colore, grossi bottoni di metallo, calzettoni bianchi e scarpe con fibbia. Hanno il moschetto ed il loro ornamento più bello è un capello in feltro a larga tesa alla guisa dei Lanzichenecchi.

Nei sobborghi cerimonie fastose

Anche le donne del contado si presentano piacevolmente con la testa avvolta di bianco, come le donne della Carniola, però al posto dell’usuale cuffia imbottita si sostituisce un leggero fazzoletto. Le maniche della camicia sono di fine lana bianca e le calzature sono degli stivaletti di pelle nera fortemente chiodati sia nella suola che nel tacco. La gente è abbastanza alta, con un bel volto e, a differenza di come si parla in città, usa il dialetto sloveno.


Molto pittoresche nella campagna sono le cerimonie nuziali: già parecchi giorni prima delle nozze viene mobilitato l’intero vicinato dai paraninfi (coloro che con bastoni fioriti e nastri bussano alle porte di amici e parenti per partecipare l’invito a nozze). La sposa in abito nuziale fa il giro delle case dei parenti già due giorni prima: essa ha il corpetto scuro o rosso, le maniche e il copricapo bianchi e finemente ricamati e la gonna ricca di nastri, infine una corona di fiori e nastri intrecciati. La musica e i banchetti accompagnano sempre i matrimoni e così anche i doni in denaro che vengono messi durante la cerimonia in un dolce a ciambella detto buzzolà. Anche i più poveri festeggiano l’evento con banchetti meno ricchi, ma nei quali il vino non manca mai. In città le spose usano coprire il capo con un velo bianco e i viaggi di nozze non sono ancora molto di moda. Nel 1833 un panorama della città mostra il borgo teresiano ormai completato: esso ha inizio nella contrada del Canal Piccolo e prosegue per piazza della Borsa e lungo la contrada del Corso fino a piazza della Legna (ora piazza Goldoni).

 
Nasce il centro moderno

Da qui i confini si spiegano lungo il torrente che scorre a cielo aperto, proveniente dalla Stranga vecchia (piazza Garibaldi), attraversato da sette ponti e che giunge fino alla caserma. Qui una contrada fiancheggia il canale che, dopo un tratto coperto, si riapre nell’attuale via Ghega. Due dei ponti principali sono uno sulla contrada della Wauxhall (via Roma) e l’altro sulla contrada del Ponte Nuovo (via Trento).
Sorge una casa pubblica di beneficenza (Pio Istituto dei Poveri) e dalla piazza del Macello si dà inizio alla contrada del Lazzaretto nuovo che prosegue fino al torrente Roiano. La strada è fiancheggiata da un porticato aperto verso il mare dove vi è la corderia Bozzini. Lo strano nome della contrada Wauxhall deriva da un caffè concerto fondato nel 1786 in via Ghega, nella casa fronteggiante la contrada che porta questo nome. La contrada della Jeppa (Geppa) si forma là dove il corso d’acqua delle saline è ormai scomparso. In via Galatti sorge la contrada della Pesa e nel centro dell’odierna piazza Vittorio Veneto vi è una fontana che funge da abbeveratoio per quadrupedi. La Posta è sistemata nella contrada della Caserma (via XXX Ottobre), ma prima si trovava all’imbocco del Canal Grande; perciò esiste ora anche una riva delle Poste (via Rossini). Dietro alla Dogana si apre il quartiere Panfili e tra di loro c’è un grande spazio detto contrada dei Carradori (via Trento). La contrada della Dogana sormonta il Canal Grande e arriva fino al Corso passando per Ponterosso, mentre via Filzi è denominata contrada per Vienna.
Le vie longitudinali sono: la contrada del Balderin (via Valdirivo), la contrada di Carinzia (via Torrebianca), la contrada dei Forni (via Macchiavelli), la contrada del Canal Grande (via Cassa di Risparmio), la lunga contrada Nuova (via Mazzini) che va da piazza della Legna al mare, e la contrada S. Nicolò. In corrispondenza della contrada di Vienna ha inizio la nuova strada commerciale. In fondo al canale, nel 1849 verrà consacrata la nuova chiesa di S. Antonio Taumaturgo, patrono del borgo teresiano. In contrada S. Spiridione sorge la chiesa degli Illirici (serbo-ortodossi). Il campanile di destra dà nome alla contrada del Campanile, ora via Genova alta, che manterrà tale nome anche quando si procederà alla demolizione dell’opera per difetti fondazionali.

Ponterosso come la Concorde

Nella piazza Ponterosso sorge una fontana a tre bocche, è alimentata dall’acquedotto teresiano. La riva Carciotti prende il nome dal palazzo omonimo, opera prestigiosa del triestino Matteo Pertsch. Più in là il tempio greco-ortodosso costruito nel 1786 ed abbellito poi nel 1819 sempre da Pertsch in forme classiche. La contrada laterale era detta dei Bottai per le numerose botteghe dei bottai, che dopo la costruzione della chiesa si chiamerà S. Nicolò.
Sta sorgendo inoltre il nuovo borgo franceschino tra la contrada del Corono e quella del Molin Grande che corre al fianco del ruscello proveniente da S. Giovanni. La parte superiore è tagliata dalla contrada del Ronco, mentre sulla contrada del Coroneo è stato allestito un nuovo pubblico lavatoio e un orto botanico.
Sulla passeggiata dell’Acquedotto (viale XX Settembre) nuovi edifici sorgono nel borgo Chiozza e nella via Chiozza (via Crispi), terreno donato al Comune da Carlo Luigi Chiozza, genovese che aveva un saponificio nei pressi del Ponterosso. Parallele alla spina centrale della contrada Chiozza corrono le contrade del Farneto (via Ginnastica) e quella del Boschetto (via Slataper), al di là vi è l’aperta campagna e il terreno della famiglia Conti sul quale nel 1833 sorgerà l’ospedale Maggiore, progettato da Domenico Corti. Il borgo Maurizio si estende dalla contrada del Tintore (via Tarabocchia) a quella del Solitario (via Foschiatti), che raccoglie diverse piccole industrie: dalla fabbrica della maiolica, alla concia dei pellami, e alla fonderia. Anche la zona della Stranga Vecchia si va arricchendo di numerosi edifici.
Intorno al Mandracchio ci sono il nuovo teatro comunale e la Borsa, il palazzo governatoriale, residenza dal 1776 del primo governatore di Trieste, il conte Zinzendorf.
La piazza Grande è ora più larga con la porta sul Mandracchio, attraverso la quale i triestini nelle afose sere estive vanno a prendere il fresco sul lungomare. Sulla piazza dello Squero vecchio, dove sorgeva la Confraternita di S. Nicolò è stato trasferito il mercato del pesce che durerà sino al 1878, e poi si sposterà tra la via della Stazione e la riva del Sale, fintantoché nel 1913 verrà eretto l’attuale edificio a forma di chiesa detto S. Maria del Guato. Una doppia fila di belle ed eleganti case è sorta anche in piazza Giuseppina (piazza Venezia), molto alte e massicce intervallate dalla contrada della Sanità Nuova (via Cadorna). La riva del Lazzaretto vecchio (via Diaz) prosegue verso lo stabilimento contumaciale.

In periferia ancora contrasti

Le zone periferiche di Chiarbola sono ampiamente coltivate a vigneti, frutteti, giardini e orti; vi è qualche grossa villa padronale e alcune case rurali. Tra i monumenti più notevoli vi è la villa di Campo Marzio, meglio conosciuta con il nome di Villa Murat, per essere passata in possesso alla vedova del re di Napoli. La villa venne demolita ai giorni nostri per dar spazio ad una pileria di riso che venne poi abbandonata e bruciata. Un’altra famosa villa è quella di Giovanni Risnich nell’attuale piazza Carlo Alberto, demolita per far spazio alla via Franca.
L’edificio di Anna Voinovich sta sul primo passeggio di S. Andrea e guarda dall’alto della costa la spiaggia sottostante. La stupenda costruzione dell’architetto francese Champion è la villa di Girolamo Bonaparte (villa Necker). Sul colle, alla fine della contrada della Sanza sta la Villa Economo, abbellita da quattro colonne e un timpano. Sotto la Sanza di S. Vito le ville Budigna e de Dolcetti.
È questa la zona dove i ricchi vanno a villeggiare e i poveri coltivano gli orti e i vigneti che si allineano floridi nei dintorni.

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