La chiesa della Madonna del Mare in piazzale Rosmini

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Chiesa della Madonna del Mare, esterno, Foto di Elisabetta Marcovich

Costruita negli anni 50 in piazzale Rosmini, su progetto dell’architetto Forlati (1948-54).
Precedentemente nel 1937 il podestà di Trieste Salem aveva donato alla comunità dei frati minori un terreno per edificare un convento con chiesa annessa, il convento venne costruito subito mentre la chiesa venne iniziata il 14 maggio 1948.
Di stile ispirato al romanico, in particolare nella sua forma veneta, il suo alto campanile ( il più alto della città, 62 metri) completato nel 1958, svetta sul rione circostante.
Il materiale per la costruzione venne in parte ricavato da donazioni del fedeli e in parte da materiale abbandonato al termine della guerra: da questo, e dalla presenza di pietre volutamente dipinte in bianco ad imitare le chiese medievali in cui si reimpiegavano materiali preesistenti, è nata la leggenda della chiesa costruita con lapidi tombali riciclate.
L’interno misura 57 metri di lunghezza, 22 di larghezza e altrettanti di altezza ed è uno dei più vasti di Trieste e le colonne che dividono le navate sono monoliti di pietra di Aurisina pesano ciascuna 9 tonnellate.
L’altare è un monolito di peralba rosso, ai lati sotto gli amboni di pesco carsico, ci sono gli accessi alla cripta.
Al centro dell’abside un mosaico di Luciano Bartoli , autore anche dei simboli in marmo di Aurisina delle porta a bassorilievo.
Del medesimo autore le vetrate, eseguite fra il 1969 e il 1970, le tre vetrate della controfacciata rappresentano gli episodi della creazione mentre le vetrate laterali rappresentano simboli mariani.
Nella cripta la venerata immagine della Madonna del mare ed una Madonna di Tristano Alberti; per Natale la cripta ospita un noto e ricco presepio animato. ( E. M.)

Goffredo de Banfield in uniforme da cadetto di marina (1916)

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Goffredo de Banfield in uniforme da cadetto di marina (1916). Collezione Dino Cafagna

Goffredo de Banfield, (Castelnuovo di Cattaro, 6 febbraio 1890 – Trieste, 23 settembre 1986), aviatore austro-ungarico naturalizzato italiano.
Fu il più vittorioso pilota della k.u.k. Kriegsmarine nel corso della prima guerra mondiale, conosciuto con il soprannome di “Aquila di Trieste” e ultima persona ad essere decorata con l’Ordine militare di Maria Teresa. Dopo la guerra, nel 1926 divenne cittadino italiano diventando direttore di un’impresa di trasporti e recuperi marittimi. Foto originale: in uniforme da cadetto di marina (1916).

Il Castelliere di Gradez

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Il Castelliere di Gradez

 

L’altro Castelliere, un po’ più lontano, sulla vetta più alta (M. Dernovcah, 407 metri), nominato dai terrazzani Gradez (T. Il, f. 5) ha una doppia cinta, formata di grossi blocchi, di cui l’interna lunga appena 190 metri e quasi circolare, é in buonissimo stato; l’esterna di 240 metri é mancante invece in alcuni tratti ed un po’ meno grossa di quella. Anche questo é totalmente imboscato

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


San Nicolò dei Greci, museo della Comunità: Icona della Madonna

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Madonna della collezione di sacre icone della Comunità greco ortodossa, scuola Greco-cretese, foto Elisabetta Marcovich

La chiesa di san Nicolò dei Greci : la grande icona di san Nicolò

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Grande icona di san Nicola Foto di Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.)

La chiesa di san Nicolò dei Greci : gli Exapteryga

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Exapteryga disco  in forma di ventaglio processionale, con immagini di Cherubini a 6 ali. Foto di Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.)

La chiesa di san Nicolò dei Greci : una cerimonia

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Cerimonia nella chiesa di san Nicolò dei Greci: Crocifisso ed Exapteryga. Foto di Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.)

La chiesa di san Nicolò dei Greci : interno, iconostasi e soffitto

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Chiesa di san Nicolò dei Greci: la parte alta dell'iconostasi. Foto di Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.) ·

La chiesa di san Nicolò dei Greci : interno

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San Nicolò dei Greci: interno il Venerdì santo
Foto Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.)

La chiesa di san Nicolò dei Greci : esterno

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La chiesa di san Nicolò dei Greci: esterno.
Foto di Elisabetta Marcovich

Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una balconata per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema ( altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa , metà ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’ottocento. Presenti due note pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e san Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte il chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios , rappresentazione del S Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali .
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (E.M.) ·

Il Castelliere di Gradisce

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Il Castelliere di Gradisce

 

Procedendo più oltre ci si affacciano presso al villaggio di Salles due castellieri, uno ad oriente detto Gradisce (T. Il, f. 4), sopra una piccola eminenza, segnata sulla carta dello Stato maggiore con 316 metri, immediatamente sopra il villaggio; di forma quadrilatera arrotondata, ad una sola cinta della lunghezza di 410 metri, occupa il vertice del monte ed é al pari di questo imboscato, ad eccezione di un piccolo tratto ridotto a vigna. Il suo vallo, benissimo conservato, vi gira tutt’intorno ed é in alcuni punti alto tuttora 2 e più metri; la relativa spianata circolare misura in larghezza da 6 a 8 metri.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


I castellieri di Montebello e di Cattinara

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I castellieri di Montebello e di Cattinara, distanti poco tra di loro, giacciono sul largo dosso che chiude a mezzogiorno la valle di Rozzol, ad un’altezza di 269, rispettivamente di 255 metri sul livello del mare. Da quello fu levato il materiale occorrente alla costruzione dei terrapieni della sottostante strada ferrata, sicché venne profondamente inciso in più luoghi del suo versante meridionale, mettendo allo scoperto lo strato antropozoico di terriccio accumulatosi entro la cinta. Le gravi alterazioni subite non permettono una misurazione precisa dell’area occupata da questo castelliere, che pare esser stato di mediocre estensione ed abitato per lungo periodo di tempo, come lo indica la quantità e varietà delle stoviglie e di altri prodotti dell’industria umana.
Gli estesi scavi che vi praticai, diedero gran copia di cocci appartenenti a vasi di dimensioni per lo più considerevoli, ornati con impressioni digitali, con graffiti, con bugnette, con bitorzoli, ecc. Assai numerosi sonvi i resti d’animali tanto domestici che selvatici, quali il bue, il maiale, la capra, la pecora, il capriuolo e specialmente il cervo, le cui corna servivano, a molteplici istrumenti, che si raccolsero copiosi in tutti gli stadi di lavorazione (la copia di corna cervine parte tagliate o segate, parte ridotte a svariati utensili, come sgorbie, punteruoli, raschiatoi, impugnature di ascie, manichi di coltelli ecc. trovata quivi e nel propinquo castelliere di Cattinara, ci fa arguire che in quelle località esistessero officine di questa industria). Rari all’incontro apparvero gli avanzi del cavallo, dell’asino e del cane. Frequenti sono pure i molluschi marini, che servivano ai pasti dei nostri castricoli. Si raccolsero inoltre molte fusaiuole, pesi da telaio, grossi anelli di argilla, una grande quantità di cote e di pestelli d’arenaria, e vari oggetti di bronzo, come coltelli, spilloni, armille, anelli, bottoncini, saltaleoni, pendagli, ecc.


Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Carlo de Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926)

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 Carlo de Marchesetti

 

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero.

Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico.

“In un’epoca in cui mancava del tutto la conoscenza dei metalli e l’uomo era costretto a plasmare in argilla gli utensili  d’uso domestico, non è da stupirsi dell’enorme quantità di stoviglie rispettivamente dei cocci che ne risultarono, onde riboccano le nostre caverne ed i nostri castellieri. E sono appunto i cocci spesse volte gli unici avanzi che ci rivelano l’esistenza dell’uomo preistorico su qualche vetta denudata dei nostri monti od in qualche antro umido e di difficile accesso.” (Carlo de Marchesetti – Atti del 1890).

Marchesetti fu uno studioso eclettico, dedito a molte discipline naturalistiche: eccelse nella botanica, antropologia,  geologia, paleontologia e paletnologia. Fu autore di validissime pubblicazioni scientifiche. Nato a Trieste il 17 gennaio 1850, Carlo dimostrò un precoce interesse per gli studi botanici e naturalistici che approfondì dall’età di diciotto anni sotto la guida di Muzio de Tommasini, già botanico di fama europea. Col Tommasini collaborò alla classificazione della flora di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia, ma anche delle Alpi Giulie. Nel 1868 Marchesetti divenne membro della Società agraria di Trieste, e l’anno successivo s’iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Vienna, dove inoltre frequentò i corsi di zoologia, botanica, mineralogia, chimica e fisica,  allora tenuti dal Reuss, Fenzl e Brühl. Conseguita la laurea nel 1874, fece ritorno a Trieste, dove ottenne l’abilitazione professionale in medicina. Fu in quel periodo che decise di approfondire l’interesse per le scienze naturali e abbandonò la carriera medica. Il 1875 lo vide prima a Roma, e successivamente in alcune regioni italiane, dove si dedicò allo studio della vegetazione locale, pubblicando alcune sue scoperte in Botanische Wanderungen in Italien, (1875), e sul primo numero del Bollettino della Società Adriatica di scienze naturali di Trieste, sempre del 1875. L’anno successivo si imbarcò assieme allo scrittore inglese R.F. Burton, per alcuni studi da effettuarsi sull’isola di Pelagosa. Il 20 ottobre di quell’anno ricevette la nomina a direttore del Museo Civico di storia naturale di Trieste. Per sua volontà venne ripresa la pubblicazione degli Atti del Museo civico di antichità di Trieste, nelle quali venivano rendicontate le attività svolte, come gli scavi, i ritrovamenti e le nuove collezioni, che davano corpo alle varie sezioni. Molto del suo impegno di quel primo periodo venne rivolto allo studio della botanica. Nel 1881 venne incaricato di studiare la situazione di pesca lungo il Litorale austriaco da cui nacque La pesca lungo le coste orientali dell’Adria, Trieste 1882. Agli studi botanici, andava sempre più sviluppando le indagini di archeologia preistorica e protostorica. Nel 1889 divenne membro della Società botanica italiana e nel 1890 pubblicò La flora di Parenzo, in cui venivano descritte più di 1000 specie. Del 1896 è Flora di Trieste e de’ suoi dintorni, edita in occasione del cinquantenario di fondazione del Museo Civico di storia naturale. I suoi studi sulle grotte del Carso, i Castellieri e le necropoli, attraverso indagini di superficie e scavi, vennero incrementati dal 1883, quando riuscì a scoprire a Cattinara, sul colle della Chiusa, un abitato che dall’Età del bronzo finale – si protrasse fino all’epoca romana, di cui fece una relazione “Il castelliere di Cattinara, nel Bollettino della Società Adriatica di scienze naturali, Trieste, 1883. Durante gli scavi a Santa Lucia di Tolmino venne scoperta una delle più grandi necropoli dell’Età del ferro, che impegnarono il Marchesetti per quasi vent’anni, portando alla luce circa 4000 tombe. Sua l’esplorazione delle necropoli di Caporetto (1886-1904), di San Pietro al Natisone (1889), di Brežec, di Redipuglia (1901) di Ponikve (1903-04), di San Canziano (1908-09), per citarne alcune. A questi studi affiancò quelli sui Castellieri, eseguendo ricognizioni di superficie e scavi, che produssero in un ventennio di instancabile lavoro, quasi totalmente documentato, il volume I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia (Atti del Museo civico di storia naturale di Trieste, nuova serie Vol. IV, 1903). Al Marchesetti si deve anche il primo riconoscimento della presenza dell’uomo sul Carso fin dal Paleolitico, grazie alle indagini condotte nelle grotte di Gabrovizza (grotta dell’Orso), Samatorza (Azzurra), San Canziano, San Daniele, Povir e Pocala. Nel 1903 venne nominato direttore del Civico Orto botanico, carica che mantenne fino al 1921, quando per raggiunti limiti d’età gli vennero conferiti i titoli onorari di Direttore del Museo di storia naturale e Prefetto del Civico Orto botanico. Nel 1924 pubblicò la sua ultima opera Isole del Quarnero: ricerche paletnologiche. Si spegnerà a Trieste il 1° aprile 1926.
Le sue principali pubblicazioni:
La pesca lungo le coste orientali dell’Adria. Trieste, 1882;
La necropoli di Vermo presso Pisino dell’Istria. Trieste, 1884;
Ricerche preistoriche nelle caverne di S. Canziano presso Trieste. Trieste, 1889;
La caverna di Gabrovizza presso Trieste, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste, 1890;
La flora di Parenzo. Trieste, 1890;
Scavi nella necropoli di S. Lucia presso Tolmino (1885-1892). Trieste, 1893;
Catalogo delle pubblicazioni intorno alla flora del litorale austriaco. Trieste, 1895;
Flora di Trieste e de’ suoi dintorni, Museo Civico di Storia Naturale. Trieste, 1896;
I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903;
Appunti sulla flora egiziana, Museo Civico di Storia naturale. Trieste, 1903;
Preistoria in Egitto, in Bollettino della Società adriatica di scienze naturali, 1912;
Flora dell’isola di Cherso, in «Archivio botanico», 1930;
Aggiunte alla bibliografia botanica della Venezia Giulia, in Atti del Museo civico di storia naturale di Trieste, 1931.

(g.c.)

Per chi volesse saperne di più, suggerisco questa mia ricerca, ancora in progresso:

I Castellieri di Trieste e della Regione Giulia

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I Castellieri

Tra i monumenti lasciatici dai nostri maggiori, posto ragguardevolissimo occupano i castellieri, sebbene assai poco venissero studiati. Eppure anch’essi, al pari delle palafitte e delle terramare, hanno diritto a tutta la nostra attenzione, contenendo documenti di grande importanza per ricostruire la storia di epoche lontanissime, delle quali nessun autore ci ha tramandato notizie. Secondo la natura del paese che sceglieva a sua dimora, l’uomo doveva adattare le sue costruzioni: ove c’erano laghi si sviluppavano le palafitte, che essendo circondate dall’acqua, porgevano il duplice vantaggio della sicurezza contro gli attacchi nemici e della facilità di procurarsi i necessari mezzi di sussistenza nei molteplici prodotti acquatici sia animali che vegetali; ove stendevansi vaste pianure, soggette talora ad inondazioni, si ricorreva ad analoghe costruzioni, ma all’asciutto, alle terramare, e per difenderle maggiormente, si circondavano d’un fosso; ove, come da noi, la regione era montuosa, si presceglievano le vette emergenti, cingendole di robuste mura e rendendole per tal modo atte a resistere agli urti più formidabili. E su questi monti fortificati, su questi castellieri, i nostri progenitori trassero la loro esistenza per migliaia e migliaia di anni: le generazioni si succedettero alle generazioni, depositando le loro reliquie nel grembo della terra, quasi in sacro volume, scritto a caratteri indelebili, che noi appena ora cominciamo a sfogliare e comprendere.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Trieste: Via Barbaro

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BARBARO Aldo (via)

Valmaura-Borgo San Sergio. Da via R. Rosani a via R. Batagely. C.A.P. 34148.
Aldo Barbaro, del quale la via reca il nome dal 9.7.1962 (Del. Cons. n. 370), medaglia d’oro al valor militare.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento va al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Trieste: Via Barbariga

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BARBARIGA (via)

Roiano-Gretta-Barcola. Da via Udine a piazza Tra i Rivi. C.A.P. 34135.
La denominazione della strada, risalente al 28 marzo 1919 (Giura. Mun. n. IX-3115-19) derivò, secondo O. Ravasini, «un’antica illustre famiglia proveniente da Venezia).


Quella dei Barbarigo fu una grande casata veneta i cui membri ebbero spesso rapporti con le regioni più orientali d’Italia, anche se legami particolari con Trieste non sono sufficientemente documentati. Si ha notizia di un canonico Libero Barbarica a Trieste (1427) mentre si conoscono le imprese di alcuni membri della famiglia Barbarigo in epoca anteriore; un Pietro Barbarigo comandante della flotta veneta venne chiamato in difesa dell’Istria e rappacificò l’Adriatico. Esiste una medaglia che ricorda le gesta di Arrigo Barbarigo che verso 1’880, preso possesso della città di Muggia, l’avrebbe difesa valorosamente contro i Saraceni.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Banelli

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BANELLI Carlo (via)

Servola-Chiarbola. Da via di Servola a via del Roncheto. C.A.P. 34146.

La strada reca il nome di questo patriota giuliano dal 4.2.1969 (Del. Cons. n. 89). Carlo Banelli nacque a Trieste nel 1858; vicino fin da giovane alla Società Ginnastica Triestina, fu membro del partito liberale nazionale di Trieste alla fine del secolo e dal 1886 al 1901 componente del Direttivo della stessa Società Ginnastica Triestina. Attivo propagandista e organizzatore di campagne politiche, contribuì ai successi del partito liberalenazionale nelle elezioni politiche del 1911. Nel 1921 si adoperò per il recupero dei documenti riguardanti il processo contro Guglielmo Oberdan, di cui era stato compagno d’infanzia, che servirono poi a Francesco Salata per il suo volume su Oberdan (Zanichelli, Bologna 1924). Grazie alle indagini del Banelli, inoltre, si rinvennero nel 1922 i resti mortali dell’Oberdan, occultati nel cimitero militare. Fu poi presidente della Commissione per gli asili d’infanzia di Servola mentre già nel 1908 era stato a capo della spedizione triestina di soccorso per le vittime del terremoto di Messina.
Componente del Consiglio Comunale di Trieste dal 1888, Banelli occupò le cariche di Vicecomissario e di Presidente della Congregazione di carità. Dopo il congiungimento di Trieste all’Italia (1918), divenne vicepresidente della Federazione fra italiani irredenti. Morì nel 1938.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Balbo

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BALBO Cesare (via)

Cologna-Scorcola. Seconda laterale destra di via F. Guicciardini. C.A.P. 34134.
Risale al 6.4.1956 (Del. Cons. n. 60) l’intitolazione di questa strada alle falde del colle di Scorcola.
Cesare Balbo nacque a Torino nel 1789, figlio del conte Prospero, scienziato e uomo politico (1762-1837), e di Elisa Taparelli d’Azeglio. Ricoprì incarichi nel governo napoleonico e si ritirò dalla vita politica una prima volta con la Restaurazione, entrando nell’esercito piemontese. Coinvolto nei moti rivoluzionari del 1821 e propugnatore delle riforme costituzionali, Balbo fu dimesso dall’esercito e confinato a Camerana (1824-26). Appartenente alla corrente politica moderata cattolico-liberale, Balbo fondò nel 1847 assieme a Cavour il giornale Il Risorgimento. Fu nominato Presidente del Consiglio e ministro della guerra nel primo governo costituzionale del regno di Sardegna (16.3-27.7.1848); deputato per quattro legislature, sedette alla Camera fino al 1852 quando, fallitogli il tentativo di formare un nuovo governo, si ritirò a vita privata. Morì a Torino nel 1853.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Baieno

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BAIENO Quinto (via)

Cologna-Scorcola. Da via F. Severo a via Cologna. C.A.P. 34127.

La strada venne intitolata, con delibera Giun. Mun. n. 1727 d.d. 20.7.1966, a «Quinto Baieno, mecenate II sec. d.C.».
Quinto Baieno Blassiano, eques Romanus appartenente alla cittadinanza tergestina, fu, come è stato osservato, «probabilmente la personalità di maggior rilievo politico espressa dalla colonia di Tergeste». È ritenuto comunemente il costruttore della grande basilica forense sul colle di San Giusto, anche se a rigore non sembrano sussistere elementi probanti di questa ipotesi. Il nome di Quinto Baieno si ritrova nelle epigrafi mutile di tre basi onorarie rinvenute a San Giusto, oltre che in una di Aquileia e in altra di Ostia; da quest’ultima risulta che, probabilmente nel 133, il nostro personaggio ebbe la prefettura d’Egitto, alta carica nella carriera equestre e di notevole importanza considerata la particolare posizione dell’Egitto, legato all’Impero romano da una specie di unione personale poiché il principe si considerava come successore dei Tolomei.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via dei Baiardi

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BAIARDI (via dei)

Cologna-Scorcola. Da via C. Cantù alla Strada Nuova per Opicina. C.A.P. 34127.

Già tratto di vicolo Castagneto, trasse la nuova denominazione, apposta con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956, dalla villa appartenuta a quella famiglia e già esistente al termine della strada.

La famiglia Baiardi si stabilì a Trieste prima del XIV secolo e si estinse alla metà dell’Ottocento. Diede alla città notai e vicedomini, giudici, uomini di chiesa tra cui un vescovo, Nicolò (m. 1451). Francesco Baiardi (1772-1827) fu Consigliere Magistratuale e Giudice del Giudizio Civico Provinciale.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Baiamonti

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BAIAMONTI Antonio (via)

Servola-Chiarbola. Da via I. Svevo a via dell’Istria. C.A.P. dal n. 49 al n. 89: 34146; rimanenti: 34145.
Con Delibera del Podestà del 15.4.1933 n. 741 si diede nome alla nuova strada aperta ai piedi del colle di Servola attraverso i fondi già Angeli e con inizio da passeggio S. Andrea prolungato, poi via I. Svevo. La via A. Baiamonti venne prolungata fino a via dell’Istria nel 1934 e fino al secondo dopoguerra mantenne l’aspetto di strada periferica. Negli anni Cinquanta sorsero, lungo tutto il lato a sinistra, i caseggiati dell’Opera Assistenza Giuliani e Dalmati.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Baciocchi

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BACIOCCHI Elisa (via)

Roiano-Gretta-Barcola. Prima laterale sinistra di via dei Moreri. C.A.P. 34135.

La strada privata a fondo cieco, compresa tra palazzo Vivante e palazzo già Morpurgo oggi sede della Camera Confederale del Lavoro, venne intitolata con Del. Pod. n. 439 d.d. 17.4.1937 ad Elisa Baciocchi.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Bachino

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BACHINO Villan de (via)

Roiano-Gretta-Barcola. Prima laterale sinistra di via dei Moreri. C.A.P. 34135.


Risale al 6 aprile 1956 (Del. Cons. n. 60) l’intitolazione di questa via a Villan de Bachino, antico possidente di terreni nella zona nel Quattrocento.
Nato sul finire del Trecento, Villan de Bachino apparteneva a una famiglia che secondo la tradizione discendeva dai Villani di Firenze, esuli a Gemona e trasferitisi in Trieste all’alba del XIV secolo. Di Villan de Bachino si ha notizia già nel 1406, quando vendette una casa nel quartiere di Mercato; sposato nel 1410 con tale Giovanna, ebbe due figli: Gianantonio, che sposò poi Caterina de Leo, e Caterina sposata in prime nozze con Pietro Giuliani nel 1438 e rimaritatasi nel 1454 con Antonio de Bonomo. Villan de Bachino morì a Trieste dopo il 1445 e gli sopravvisse la moglie, il cui decesso è annotato in un quaderno pergamenaceo compilato da ecclesiastici e conservato oggi presso il Museo della Fondazione Scaramangà di Altomonte (segn. E 31): «Obiit dona Johane uxoris quondam domini Bilani de Bachini. Domus in qontrata Rene sub via Cumuni» (c. 19 r.).
Da una antica casa dominicale sita in Roiano, già Baiardi poi de Fecondo e infine Feltrinelli, venne asportato e donato ai Civici Musei nel 1904 uno stemma lapideo, collocato nel 1936 all’interno del Castello di San Giusto; reca l’arma del de Bachino con l’iscrizione soprastante: «IESUS CHRISTUS. QUESTA ARMA DEI SER VILAN DE BACHIN DE TRIESTE BON CITADINI 1438» .

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Le lapidi di san Giusto: la lapide di fra Pace da Vedano

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Lapide di fra Pace da Vedano a san Giusto navata sinistra. Foto di Elisabetta Marcovich

La lapide di fra Pace da Vedano vescovo dal 1330 al 1341. Si trovava per terra nella cappella di s Caterina ora dedicata a san Carlo Borromeo, detta pure dei Borboni per le sepolture dei Carlisti, c’è per terra una lapide che ricorda che era sepolto qua, ma questa è addossata ad un muro della buia navata destra.

Non ha senso distinguere fra lapidi interne ed esterne in quanto all’origine: in chiesa venivano seppelliti Vescovi e notabili e le loro lapidi tombali erano sparse su tutta la pavimentazione, come ben descrive Pietro Kandler in un suo prezioso articolo: nei lavori del 1842 vennero tutte tolte dal pavimento e messe a decorare la base esterna della chiesa, assieme a qualche altra lapide proveniente dalla chiesa del Rosario, allora assegnata alla Comunità evangelica. I restauri degli anni trenta riportarono dentro, al loro posto, grazie al lavoro di Kandler, la maggior parte delle lapidi, tranne quelle dei Vescovi che erano nel presbiterio. Una parte rimane esposta esternamente alla chiesa, sul retro. (E. Marcovich)

Le lapidi di san Giusto: la lapide dei Bonomo

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La lapide della tomba dei Bonomo a san Giusto.
Foto Elisabetta Marcovich

Non ha senso distinguere fra lapidi interne ed esterne in quanto all’origine: in chiesa venivano seppelliti Vescovi e notabili e le loro lapidi tombali erano sparse su tutta la pavimentazione, come ben descrive Pietro Kandler in un suo prezioso articolo: nei lavori del 1842 vennero tutte tolte dal pavimento e messe a decorare la base esterna della chiesa, assieme a qualche altra lapide proveniente dalla chiesa del Rosario, allora assegnata alla Comunità evangelica. I restauri degli anni trenta riportarono dentro, al loro posto, grazie al lavoro di Kandler, la maggior parte delle lapidi, tranne quelle dei Vescovi che erano nel presbiterio. Una parte rimane esposta esternamente alla chiesa, sul retro.

la lapide della famiglia Bonomo. 1635. Esterno della chiesa. I Bonomo furono una delle famose Tredici Casade e diedero in particolare a Trieste un importante vescovo

(E. Marcovich)

Le lapidi di san Giusto : la lapide della famiglia Locatelli

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Lapide della famiglia Locatelli, un tempo al Rosario ora esposta sul retro della Cattedrale.
Foto Elisabetta Marcovich

 

Non ha senso distinguere fra lapidi interne ed esterne in quanto all’origine: in chiesa venivano seppelliti Vescovi e notabili e le loro lapidi tombali erano sparse su tutta la pavimentazione, come ben descrive Pietro Kandler in un suo prezioso articolo: nei lavori del 1842 vennero tutte tolte dal pavimento e messe a decorare la base esterna della chiesa, assieme a qualche altra lapide proveniente dalla chiesa del Rosario, allora assegnata alla Comunità evangelica. I restauri degli anni trenta riportarono dentro, al loro posto, grazie al lavoro di Kandler, la maggior parte delle lapidi, tranne quelle dei Vescovi che erano nel presbiterio. Una parte rimane esposta esternamente alla chiesa, sul retro.

La lapide della famiglia Locatelli, 1638, dalla chiesa del Rosario, quando la chiesa passò al culto augustano, alcuni elementi cattolici vennero recuperati . (E. Marcovich)

Trieste: Via Gioacchino Rossini 14 e 16. Case Hierschel-Di Lenardo.

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Trieste: Via Gioacchino Rossini 14 e 16.
Case Hierschel-Di Lenardo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Gioacchino Rossini 14 e 16. Case Hierschel-Di Lenardo.
Nel 1825, subito dopo la progettazione di Palazzo Vucetich, sempre l’arch. Antonio Buttazzoni eseguiva queste case attigue che si trovano lungo il Canale. Sono due edifici di identica fattura che costituiscono un unico blocco; la sola differenza è data dalla maggior ampiezza di quella verso sinistra, che comprende due finestre in più. Si tratta di una delle opere che contribuirono al rinnovamento della zona e che non si limita al fondale, dove di lì a pochi anni sorgerà la chiesa di Sant’Antonio, ma si estende anche alle quinte laterali. L’attuale aspetto non corrisponde, però, al progetto del Buttazzoni, ma rappresenta il risultato di ripetute modifiche apportate dal Vittori (1882) e dal Geiringer (1897), che hanno aggiunto ai palazzi decorazioni di sapore eclettico, celandone l’originaria impostazione neoclassica. (da: members.xoom.it)

Trieste: Via dell’Annunziata

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ANNUNZIATA (via dell’)

San Vito-Città Vecchia. Da Riva N. Sauro a piazza A. Hortis. C.A.P. 34124.

Questa non lunga strada, dall’antico toponimo derivato dall’ospedale dell’Annunziata, ha subìto poche alterazioni nell’ultimo secolo. Il palazzo all’angolo via dell’Annunziata-via A. Diaz, costruito nel 1794 (n. tav. 1036) dal negoziante Francesco Sante Romano e già residenza degli esiliati Gerolamo Bonaparte e Carolina Murat nel 1814-1815, ospitò successivamente il Museo Zoologico, poi Civico Museo di Storia Naturale, dal 1846 al 1856.Venne demolito nel 1936 e al suo posto sorsero magazzini e alcune casupole, atterrate in questo dopoguerra per la costruzione del moderno palazzo ad uso condominiale.
Al n. civ. 7 si trova un ingresso, oggi in disuso, all’ampio edificio (arch. G. Righetti e G. Gallacchi, 1877) che ospita alcune scuole cittadine; all’interno è la targa: AD OPERA / DEL PODESTÀ GIORGIO PITACCO / IL MUSEO DEL MARE E LA SOCIETÀ ADRIATICA I DI SCIENZE NATURALI I EBBERO QUI DEGNA SEDE / 28 OTTOBRE 1932 I. Il Museo del Mare vi trovò sede fino al 1967, quando venne trasferito e temporaneamente ricoverato in via Diaz nell’edificio dell’ex anagrafe, in attesa che fosse resa agibile la palazzina in Campo Marzio (1969).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Passeggio Sant’Andrea

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ANDREA Sant’ (passeggio)

San Vito-Città Vecchia. Da via Campo Marzio a via San Marco. C.A.P. dai nn. 1 e 2 a n. 6: 34123; da nn. 10 e 7 a fine 34134.

L’attuale passeggio Sant’Andrea riprende il toponimo già apposto all’attuale viale Romolo Gessi e derivante dalla dedicazione di un’antica cappella oggi scomparsa, della quale si conserva la campana (fusa nel 1643) nel Convento dei Cappuccini presso Santa Maria Maggiore. Il sito percorso dall’attuale passeggio venne ricavato tra il 1882 ed il 1888 con il progressivo interramento del tratto di mare prospiciente viale R. Gessi; all’altezza del sovrastante belvedere venne costruita, nel 1887, la prima stazione ferroviaria della linea Trieste-Erpelle, un modesto edificio demolito verso il 1906 con la costruzione della nuova stazione ferroviaria di Campo Marzio. La costruzione del molo VI cominciò all’inizio del secolo e allo scoppio del primo conflitto mondiale erano stati compiuti tre quarti dell’opera progettata, completata nel primo dopoguerra dall’amministrazione italiana che aveva pure dedicato il nuovo porto al Duca d’Aosta. I nuovi Magazzini Generali, destinati prevalentemente all’immagazzinamento dei cereali, vennero costruiti nel 1937 sotto la direzione dell’ing. Aldo Suppani e dell’arch. Antonio Benussi. La Fabbrica Macchine di S. Andrea, che si trovava al n. civ. 2, venne demolita quasi completamente nel 1983-1984 ad eccezione di qualche edificio di secondaria importanza come ad es. l’ex Mensa. Sull’ampia area così risultante è stato costruito il nuovo palazzo del Lloyd Adriatico, ora al n. civ. 1 di largo Ugo Irneri. L’area a destra, ancora vuota, dovrebbe essere riservata alla nuova sede della Friulia (Finanziaria Regionale del Friuli-Venezia Giulia) e dell’Italcantieri, come da progetti degli arch. Celli-Tognon (1979-1982). Quasi di fronte a via G.R. Carli esisteva la chiesetta dei SS. Luigi Gonzaga e Pazienza, demolita nel 1904. Al termine di passeggio S. Andrea si trova il comprensorio dell’Arsenale Triestino. Le ultime navi colà impostate fu rono gemelle «Wien» e «Helouan», consegnate nel gennaio 1912, ma già nel 1910 da un accordo tra il Lloyd e lo Stabilimento Tecnico Triestino era nata una nuova società «Cantiere Navale San Rocco» e gran parte dell’area dell’Arsenale, ad eccezione della zona attorno ai bacini, era stata ceduta al demanio. Nel primo dopoguerra passò alla Società Anonima «Arsenale Triestino» e nel 1944-1945 venne notevolmente danneggiato negli impianti dai bombardamenti. In questo dopoguerra è stato dotato di un terzo bacino di carenaggio e l’attività è ripresa. Tra le ultime realizzazioni è la posatubi «Castoro 6». Nel giugno 1988, alla presenza del ministro on. A. Fanfani, è stato inaugurato il nuovo tronco autostradale con sbocco in passeggio S. Andrea.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Le mura di Augusto: le lapidi

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(Epigrafe dedicatoria delle mura di Augusto: Lapidario tergestino. Foto di Elisabetta Marcovich)

Le lapidi delle mura di Augusto ( non ancora imperatore, era ancora Caio Giulio Cesare Ottaviano triumviro). Sono state trovate utilizzate in diverse zone di cittavecchia.
Il testo: co(n)s(ul) desig(natus) tert(ium) c( constituendae) iter(um)murum turreque fecit
Console designato per la terza volta costituenda ( la repubblica) di nuovo fece le mura e le torri. La scritta è monca perché mancano parti, il testo completo si desume da un’altra iscrizione. In altra lapide il testo è “imp(eratore) Caesare imperatore V III ( )viro.. cos(tituendae) de(signato)..
Durante il secondo triumvirato per la costituzione dello stato dell’imperatore Cesare ( Ottaviano) figlio del Divino ( Cesare) comandante per la quinta volta console designato per la terza volta”

Queste due lapidi si trovano al Lapidario Tergestino al Castello d i san Giusto. All’Orto Lapidario si trova invece la stele più tarda,  una copia dei tempi dell’imperatore Federico III, il testo completo è Imp(erator) Caesar co(n)s(ul) design(atus) tert(ium) IIIvir r(ei) p(ublicae) c(costituendae) iterum murum turresque fecit
L’imperatore Cesare ( Augusto) console designato per la terza volta triumviro per la costituzione dello stato per la seconda volta fece le mura e le torri.

Più sotto: Fri(dericus) Ter(tius) Ro(manorum) imp)erator) dux Austr(riae) et(cetera)do(minus)q(ue) Tergesti quarta vice muru(m reedi) ficari iussit

ossia Federico III imperatore dei romani, duca d’Austria etc e signore di Trieste ordinò che per la quarta volta le mura fossero ricostruite.

Questa lapide di Federico III che si riferisce al 1470 ricopia la prima presentando Federico come successore di Augusto.

(testo E.M. lettura epigrafi da Lapidario Tergestino e Orto lapidario)

Le statue del Teatro Romano: il Sileno

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Il Sileno del teatro romano (foto di Elisabetta Marcovich)

Fra le statue trovate al  Teatro romano in occasione degli scavi c’è una acefala di un sileno, che probabilmente era una fontana. Notare  la pelle di leone sotto il braccio. Si possono visitare al Lapidario tergestino al Castello di san Giusto ( E.M.)

Le lapidi di san Giusto: la lapide del vescovo Frangipani

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La lapide del vescovo Frangipani, una delle più belle delle non molte opere rinascimentali a Trieste, del  1574: venne nominato vescovo, ma morì prima di assumere la cattedra (foto E. Marcovich).

Non ha senso distinguere fra lapidi interne ed esterne in quanto all’origine: in chiesa venivano seppelliti Vescovi e notabili e le loro lapidi tombali erano sparse su tutta la pavimentazione, come ben descrive Pietro Kandler in un suo prezioso articolo: nei lavori del 1842 vennero tutte tolte dal pavimento e messe a decorare la base esterna della chiesa, assieme a qualche altra lapide proveniente dalla chiesa del Rosario, allora assegnata alla Comunità evangelica. I restauri degli anni trenta riportarono dentro, al loro posto, grazie al lavoro di Kandler, la maggior parte delle lapidi, tranne quelle dei Vescovi che erano nel presbiterio. Una parte rimane esposta esternamente alla chiesa, sul retro. (E. Marcovich)

Questa lapide è stata ripetutamente spostata, ma è sempre visibile all’esterno della chiesa.

Trieste: Via Ananian (Gregorio)

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ANANIAN Gregorio (via)

Barriera Vecchia. Dalla chiesa di S. Vincenzo de’ Paoli a via D. Rossetti. C.A.P. 34141. Così intitolata con delibera Del. Mun. d.d. 13.6.1905 n. 4945.

Gregorio Ananian, armeno cattolico di Costantinopoli, nato nel 1770 e morto nel 1865 a 95 anni, studioso e benefattore, lasciò al Comune di Trieste una cospicua somma per la creazione di una fondazione che destinasse borse di studio a studenti del Ginnasio, istituita però soltanto il 26.2.1881. Col suo patrimonio venne riedificata la casa in corso Italia n. 12. La tomba, oggi proprietà Tomazie, si trova sotto i portici del cimitero comunale di S. Anna.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Amendola (Giovanni)

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AMENDOLA Giovanni (via)

Cologna-Scorcola. Undicesima laterale destra di via Commerciale. C.A.P. 34134.

Risale al 7.4.1970 (Del. Cons. n. 221) l’intitolazione di questa strada a Giovanni Amendola. Filosofo, giornalista e uomo politico, l’Amendola (Salerno 1882-Cannes 1926) fu interventista nel 1914-15. Dopo la guerra divenne Sottosegretario alle Finanze e poi Ministro per le colonie (1922); oppositore del governo fascista, morì a Cannes a seguito di un’aggressione.
Al n. civ. 1 si trova il Campo Sportivo Comunale G. Draghicchio. Costruito nel 1920 dalle autorità militari del Comando di Corpo d’Armata su fondi incolti, l’impianto divenne proprietà comunale nel 1932 e da allora fu riservato quasi esclusivamente all’istruzione fisica giovanile; dal 1965 venne prescelto dal CONI per le proprie manifestazioni sportive e nel 1985 venne intitolato a Gregorio Draghicchio (1851-1902), istruttore e autore di pubblicazioni di carattere sportivo. Nei pressi (oggi al n. civ. 162 di via Commerciale), sorse la Scuola all’aperto di Cologna, su progetto dell’arch. L. Braidotti, inaugurata nel 1922. Promossa dalla Società per la lotta contro la tubercolosi, venne ampliata nel 1931 con l’aggiunta di un padiglione.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via degli Alti Forni

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ALTI FORNI (via degli)

Servola-Chiarbola. Laterale destra di via I. Svevo C.A.P. 34145. 

Intitolazione disposta con Del. Cons. d.d. 6.4.1956 n. 60 in luogo della precedente «via della Ferriera» e resa necessaria «in quanto a Trieste esisteva già una via con tale nome (ora via Pio Riego Gambini) e, poiché persiste tuttora il ricordo, si teme che l’omonimia possa dare adito a disguidi postali, di notifica, ecc.». Il nome venne tuttavia eccepito dalla Soprintendenza ai Monumenti e dalla Società di Minerva, ma il Comune, su parere della Commissione Toponomastica, confermò la denominazione con Del. Cons. d.d. 24.6.1960 n. 90. Il toponimo ricorda lo stabilimento inaugurato nel 1897. Già nel 1895 la Krainische Industrie Gesellschaft di Lubiana chiese ed ottenne il permesso di costruire sui fondi a mare già Angeli e cantiere San Lorenzo una ferriera ad alti forni con acciaieria ed annesso stabilimento per la preparazione del coke. I lavori di costruzione iniziarono nel 1896 e il 24.11.1897 venne inaugurato il primo altoforno. L’impianto venne potenziato nel 1906 e rimodernato nel primo dopoguerra quando venne assorbito dall’ILVA. Nel 1961 divenne parte dell’Italsider (oggi Terni S.p.A.), azienda del gruppo IRI. Contro la definitiva chiusura dello stabilimento, prospettata nella primavera del 1988 a motivo della scarsa redditività dell’impianto, sono sorte le ferme reazioni delle autorità politiche e della cittadinanza.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Via Aldraga

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ALDRAGA, (via)

San Vito-Città Vecchia. Laterale di via Riccardo. C.A.P. 34121.

Già Androna Aldraga, deve il nome a Aldrago de Piccardi, studioso e vescovo di Pedena, che vi costruì la casa ora al n. civ. 5. Nell’anno 1911 il Comune di Trieste deliberò l’acquisto degli edifici posti sull’angolo androna Aldraga – via Riccardo, destinati alla demolizione per l’isolamento dell’arco di Riccardo. Le costruzioni vennero demolite nel 1913 e l’androna Aldraga venne privata del suo lato sud-orientale. Gli scavi archeologici misero in luce resti di edifici romani.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento va al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Trieste: Via Alberti (Leon Battista)

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ALBERTI, Leon Battista (via).

San Giacomo. Dalla Galleria San Vito a via B. d ‘Alviano. C.A.P. 34144.
Aperta con la costruzione della galleria di San Vito (1909) e già parte della via B. d’Alviano, ebbe denominazione propria con Delibera Consiliare d.d. 11.3.1975 n. 202.
Leon Battista Alberti (Genova 1404-Roma 1472), architetto e trattatista italiano, ricevette gli ordini sacri a Roma dove iniziò gli studi di architettura.
A Firenze scrisse e pubblicò numerose opere di carattere morale e politico, e come architetto fu realizzatore delle maggiori costruzioni classico-rinascimentali del Quattrocento. Ricordiamo l’incompiuto Tempio Malatestiano di Rimini (1446), la facciata di Palazzo Rucellai a Firenze (1451) e la chiesa di San Sebastiano a Mantova (1459).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento va al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Trieste: La Fontana di Montuzza.

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Trieste: La Fontana di Montuzza.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: La Fontana di Montuzza.
La fontana, sopra la Galleria Sandrinelli con la Scala dei Giganti, è stata realizzata nel 1938 dall’impresa Buttonaz e Ziffer su progetto dell’Ufficio tecnico comunale e su disegno dell’Ing. Vittorio Privileggi, in occasione della visita del duce a Trieste.
La struttura si sviluppa su una vasca circolare del raggio esterno di 6,50 metri, con fondo rivestito in graniglia di cemento levigata, ed un corpo centrale ad obelisco pentagonale con costrolature, realizzato in cemento armato e rivestito in lastre di marmo d’Orsera.
Alla base dell’obelisco è collocata una seconda vasca, concentrica alla prima, dalla quale scendono cinque cascate illuminate che si riversano nella vasca principale. Destinata ad avere una vita breve (avrebbe dovuto essere smontata al termine delle celebrazioni) sopravvisse non funzionante al secondo conflitto mondiale e alle successive vicende del dopoguerra.
L’ultimo intervento di ripristino funzionale è del 2006, mentre precedentemente risale agli inizi degli anni ’70.

Trieste: Via XXX Ottobre 4.Palazzo Pimodan.

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Trieste: Via XXX Ottobre 4.
Palazzo Pimodan: Nel 1820 il negoziante Giovanni Giorgio Eckhel acquistò un palazzo nel Borgo Teresiano, che era stato costruito nel 1784. Eckhel fece demolire il fabbricato e nel 1833 fece erigere un nuovo palazzo, affidando il progetto all’architetto Antonio Buttazzoni. L’immobile fu oggetto di successivi interventi. Nel 1953 venne modificata la facciata al pianterreno, mentre tra il 1995 e il 1997 l’intero fabbricato fu sottoposto ad un intervento di restauro su progetto dell’architetto Giovanni Paolo Bartoli. L’edificio è noto come Palazzo Pimodan, perché attorno alla metà Ottocento gli Eckhel vendettero il palazzo alla famiglia aristocratica francese Pimodan de Rarècourt de la Vallèe, che ne mantennero la proprietà per molti anni. Nel 1933 il palazzo venne acquistato da Alfred Pollitzer de Pollenghi. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste – Bagno Excelsior anni Venti

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Trieste, Bagno Excelsior anni Venti. Coll. Elisabetta Marcovich

Stabilimenti balneari della Riviera di Barcola


BAGNO FERROVIARIO
Nasce nel 1925 come colonia marina. Fino agli anni ’70 era riservato ai dipendenti delle Ferrovie dello Stato e alle loro famiglie.


“Lo stabilimento balneare è situato in viale Miramare n.30 ed ha la fermata degli autobus immediatamente all’entrata (all’altezza del semaforo). Offre una piccola spiaggia di ghiaia per i bambini, una zona della piattaforma per tuffi nonché la spiaggia che, come in quasi tutti i bagni di Trieste, è costruita in cemento. Nello stabilimento vi sono spogliatoi e cabine per le varie esigenze, vi è una zona bar – ristorazione sempre aperta durante la stagione e dotata di una vasta tettoia che consente di stare comodamente all’ombra. L’accesso è consentito ai soci D.L.F.”  (Dino Cafagna)

Nel 1925 nacque il “Circolo Marina Mercantile” fondato da un gruppo di capitani marittimi con il Dopolavoro Interaziendale Marina Mercantile D.I.M.M.

EXCELSIOR
Nel 1886 la famiglia Cesare di Salvore, che possedeva dei terreni a Barcola, ottenne la concessione della spiaggia, sorse così il primo nucleo del futuro stabilimento balneare Excelsior. Nel 1890 incaricò l’architetto Edoardo Tureck della costruzione del palazzetto neogotico, lo stesso architetto ampliò e dotò di attrezzature l’impianto balneare. Nel 1895 verrà edificato l’omonimo albergo dall’altra parte della strada. Lo stabilimento balneare, negli anni successivi passerà ad altri proprietari, sarà alzato e più volte ampliato. Nel 1909 verrà dotato di un teatrino e di un ristorante, l’anno seguente di una pista di pattinaggio, divenendo un ritrovo alla moda molto frequentato. Oggi la struttura balneare è stata trasformata in appartamenti con spiaggia privata.

GANZONI
Si sa poco su il Bagno GANZONI, sorgeva accanto al castelletto della famiglia Cesare era noto ai Barcolani come “bagno Megari” dall’omonima distilleria. Ebbe vita breve, in quanto venne assorbito dallo stabilimento balneare Excelsior.

CEDAS
Con la costruzione della nuova strada costiera (1921-28) venne aperto nel 1926 il bagno popolare CEDAS, nel 1934 fu ingrandito con l’aggiunta di un padiglione riservato agli uomini. Nonostante questo molti bagnanti continuarono ad “andar sulla scoiera”, dove al tempo era vietata la balneazione. Lo stabilimento balneare era molto esteso e circondato su tre lati da un muro di cinta; la parte più alta di questo chiudeva la casa del custode e due terrazze dove si prendeva il sole. Era un bagno comunale, e non si pagava alcun ingresso. Per la cura dei bagni di mare durante il periodo invernale, l’ufficio tecnico rilasciava dei permessi, nei quali veniva specificato che si sollevava il comune per eventuali incidenti. Il permesso valeva sia per il bagno alla Lanterna (“Pedocin”) che per i bagni comunali a Barcola . Il 4 novembre del 1966, una violenta mareggiata spazzò via gran parte delle strutture del Cedas, lo stabilimento non fu più ricostruito, i muri che lo dividevano dalla strada non furono più rialzati. Venne lasciata la piattaforma con le docce, e restaurarono le scale che portavano al mare.

TOPOLINI                                                                                         Il Cedas si rivelò insufficiente per soddisfare la voglia di mare dei triestini, nel 1935 il comune fece costruire quattro padiglioni (due per gli uomini e due per le donne), con terrazze semicircolari. Questi nuovi stabilimenti furono chiamati “TOPOLINI”. Vennero costruiti al di sotto del livello stradale, in modo da non impedire a chi transitava sulla strada la visuale del golfo. In quell’occasione venne istituito un servizio di autobus per migliorare i collegamenti con i bagni comunali; con un biglietto unico veniva offerto un servizio combinato tram più autobus. Negli anni successivi furono costruiti altri padiglioni e vennero fatte altre modifiche, trasformando la riviera barcolana, sino a Miramàr, in uno spazio balneare pubblico gratuito. Riguardo l’origine del nome si trovano due ipotesi, potrebbe derivare da “Topo”, un’ imbarcazione originaria della laguna veneta, ma molto usata nel mare di “Barcola, oppure dal fatto che questi stabilimenti balneari sono costituiti da dieci terrazzamenti semicircolari accoppiati a due a due e dall’alto ricordano la forma delle orecchie di Miky Mouse, il nostro Topolino.

BAGNO STICCO Il Bagno Miramare Castello è conosciuto da tutti come Bagno Sticco dal nome del suo fondatore, Antonio Sticco, che lo inaugurò nel 1955.

(Margherita Tauceri)

Trieste – Piazza Giuseppe Garibaldi

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Piazza Giuseppe Garibaldi (Google Maps)

 

GARIBALDI Giuseppe (piazza)

Piazza Giuseppe Garibaldi: Barriera Vecchia. Al termine di via A. Oriani, all’inizio di viale G. D’Annunzio. C.A.P. 34131.
Già piazza della Barriera Vecchia, ebbe nuova denominazione con delibera Giunumero Mun, d.d. 28. 3. 1919 numero IX-31/5-19. Giuseppe Garibaldi, generale e uomo politico italiano, nacque a Nizza nel 1807; membro della Giovine Italia dal 1832, visse rifugiato nell’America del Sud dal 1835 al 1847, dopo il fallimento dell’insurrezione a Genova (1834). Rientrato in Italia, partecipò alla prima guerra di indipendenza al comando di gruppi di volontari; deputato della città di Macerata, fu tra i fautori e difensori della Repubblica Romana, dopo la sua caduta visse in Sardegna e dal 1857 si stabilì nell’isola di Caprera. Partecipò alla seconda guerra di indipendenza (1859) e, divenuto generale dell’esercito sardo, fu a capo del gruppo di volontari denominato «Cacciatori delle Alpi». Nel 1860 organizzò la celebre «Spedizione dei Mille» e, sbarcato a Marsala, assunse la dittatura della Sicilia iniziando la marcia alla volta di Roma, interrotta a Teano per volontà di Vittorio Emanuele II. Ritiratosi a Caprera, tentò nuovamente la presa di Roma, senza successo, nel 1862 e nel 1867.
Combattente in Trentino durante la terza guerra di indipendenza (1866), difese la Francia nella guerra franco-prussiana conquistando Digione. Ritiratosi nuovamente a Caprera, vi trascorse gli ultimi anni di vita, morendo nel 1882. Benché mai giunto a Trieste, Garibaldi esercitò notevole fascino e influenza sugli irredentisti della regione, atteggiandosi a vate profetico della sua redenzione. Notevoli furono quindi gli echi garibaldini nella regione Giulia specialmente a partire dal 1860, rafforzati da una visita del generale a Udine nel marzo 1867, occasione nella quale ricevette una delegazione di giuliani ed istriani; in una lettera ((Ai Triestini» del 1 ° aprile 1876 ebbe a scrivere della «amata nostra Trieste – preziosa gemma di cui tuttora trovasi vedovata l’Italia – e le Romane imponenti rovine di Pola, monumenti che attestano la maggiore delle grandezze romane. Oh! si! io patrocinerò la causa dei fratelli oppressi sino all’ultimo soffio di vita». In piazza G. Garibaldi, la colonna con la statua in bronzo dorato dello scultore F. Asco venne eretta in occasione dell ‘Anno Mariano, il 12 settembre 1954. La fontana, opera attribuita all’architetto G. Bernardi (scultore G. Depaul) fu restaurata dallo scultore numero Spagnoli e poi riattivata nel 1951.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento va al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Riva Grumola e Via Ottaviano Augusto

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Bellissima (e rara) fotografia che ritrae l’area di Sant'Andrea, nel 1908. Post Dino Cafagna

Riva Grumula o Grumola o Grumulla.
Nome ottocentesco di etimo incerto con varie indicazioni da parte degli studiosi:
Ireneo della Croce (1698) – grande mula per la vicinanza dei pascoli.
Pietro Kandler (1862) – groma o gruma dal latino, misura campestre.
Ettore Generini (1884) – grumulus, monticello.
Giovanni Lettich (1979) – grumus, gruma, piccola altura.
Alfieri Seri – Sergio Degli Ivanissevich (1980) – idronimo, indicante un basso fondale con un naturale accumulo di detriti.

Riva Grumola


Inizialmente andava da piazza Giuseppina (p.zza Venezia), poi da riva T. Gulli a via Economo.
La morfologia del terreno era molto diversa da oggi, la sponda era più arretrata il mare arrivava fino alle vie Lazzaretto Vecchio, Economo e lambiva l’inizio della via Hermet.
La riva non aveva argini e formava un arco molto ampio, quasi alla fine si trovava una piccola sacca, che successivamente sarà protetta da due moli, chiamata appunto Sacchetta. 
(Margherita Tauceri)

Palazzo Aedes. Il Primo Grattacielo a Trieste

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Trieste Palazzo Aedes. Via Rossini e Riva Tre Novembre.
Arch. Arduino Berlam.
Stile: Art Deco New Yorkese. Foto Roger Seganti

Palazzo Aedes, comunemente chiamato grattacielo Rosso, è un palazzo novecentesco di Trieste, fu costruito fra il 1926 e il 1928 a fianco di palazzo Gopcevich da un progetto dell’architetto Arduino Berlam. L’edifico trae ispirazione dai nuovi grattacieli di New York in mattoni rossi, ed è noto come il primo vero grattacielo costruito a Trieste.

Palazzo Aedes. Particolare Decorazioni

Il progetto principale si basava su un’idea molto ambiziosa, la creazione di edificio in stile americano. L’ufficio tecnico comunale, però, rifiutò il progetto poiché lo riteneva di “eccezionale altezza, numero di piani, eccezionale in difetto l’area del cortile interno ed eccezionale la larghezza della facciata laterale su via Machiavelli”. La commissione chiese dunque di modificare i piani che divennero nove, cambiare la cima dell’edificio e portare l’altezza a 50 metri, rafforzando i pilastri al piano terra.

Palazzo Aedes. Lato Frontale

Fu espressamente richiesto che il bugnato al piano terra venisse lavorato in modo da accrescere l’impressione di robustezza affinché conferisse una sicurezza ai cittadini, non abituati a quel nuovo modello di palazzo.

Palazzo Aedes. Terrazze lato Canale Ponterosso

Così il palazzo venne inaugurato il 31 agosto 1928 e venne acquisito dalle Assicurazioni Generali nel 1932.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Aedes

Trieste – Riva Nazario Sauro, Salone degli Incanti e Aquario

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Trieste - Riva Nazario Sauro, Salone degli Incanti e Aquario - Foto Paolo Carbonaio
L’ex-Pescheria Centrale edificata nel 1913 dall’architetto Giorgio Polli. Per la sua forma che ricorda una chiesa i Triestini la chiamano ironicamente “Santa Maria del Guato”, tipico pesce locale.
Fu edificata nel 1913 dall’ architetto Giorgio Polli, che escogitò un tipo di costruzione funzionale ed esteticamente accettabile che si integrasse con lo stile neoclassico delle Rive.
Caratteristiche della costruzione sono i muri in mattoni con strutture in cemento armato e ampi finestroni.
Abbelliscono l’edificio, dando risalto alla sua funzione originaria, sculture a bassorilievo di prore di bragozzi da pesca, pesci e crostacei (si dice che le prore riprodotte sul basamento dell’edificio ricordano i bragozzi di Grado e di Chioggia che rifornivano di pesce la città. Le stelle a cinque punte sulle prore rappresentavano la Stella d’Italia ed erano una sfida all’autorità austriaca).
La torre a campanile conteneva, mascherandolo, il serbatoio dell’ acqua marina sopraelevato per servire i banchi di vendita. Sul lato a mare i pescherecci scaricavano il pescato; sul pronao si tenevano le aste del pesce, mentre dentro fungeva da mercato al dettaglio.
Oggi, cessata l’attività di pescheria, l’edificio è stato ristrutturato e ospita, con la denominazione Salone degli Incanti, il Centro Espositivo d’Arte Moderna e Contemporanea.
Sul lato della torre c’è l’Aquario che è stato inaugurato nel 1933.
L’acquario dispone di 25 vasche, che ricostruiscono diversi ambienti marini, nelle quali ospita specie prevalentemente adriatiche (celenterati, anellidi, molluschi, echinodermi e crostacei). Al piano terra sono presenti anche una grande vasca ottagonale che ospita squali e razze ed una che ospitava alcuni pinguini (Spheniscus demersus) provenienti dal Sudafrica. Un esemplare di pinguino, noto con il nome di Marco, è vissuto nell’acquario per ben 31 anni. Il primo piano è occupato dal vivarium dove sono ospitate numerose specie di anfibi, rettili e pesci d’acqua dolce. È presente anche un grande terrario dove è ricostruito uno stagno carsico nel quale si riproducono rospi comuni, rane verdi ed ululoni. È infine presente un piccolo terrario tattile dove i bambini possono accarezzare le salamandre ed i rospi. 

Piazza della Zonta

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Piazza della Zonta, "Restaurant alla città di Francoforte". Collezione Iure Barac
Piazza della Zonta, “Restaurant alla città di Francoforte”, dal 1880 illuminata da lampadine elettriche, nel 1914 diviene “Trattoria ai porchetti” (via Mercadante n. 4). Il nome indica la Fontana della Zonta (aggiunta in triestino, dal latino “iuncta“), posta qui nel’400. Con questo termine si indicava l’acqua versata sulle vinacce durante la vendemmia per allungare il vino.  (Collezione Iure Barac)

 

Riva Carciotti dopo l`imbonimento

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riva Carciotti dopo l`imbonimento

Riva Carciotti dopo l’imbonimento

Le Rive non sono solo dei luoghi caratteristici della città, ma dei punti nevralgici per il traffico sia veicolare che commerciale. Riva Carciotti prese il nome dall’omonimo bel palazzo neoclassico che Matteo Pertsch costruì per il commerciante greco Demetrio Carciotti i lavori iniziarono nel 1799 e furono conclusi nel 1805. Prima dell’allargamento e l’interramento del mare avvenuto nel 1906, la riva risultava molto stretta e si potevano vedere le imbarcazioni quasi a ridosso alle case.
In seguito la denominazione della riva venne mutata in “Riva III Novembre”a ricordo dello sbarco dei bersaglieri avvenuto il 3 novembre 1918
Sulla destra dopo il palazzo Carciotti, si trova il palazzo neoclassico già sede dell’ Hotel et de la Ville, progettato da Giovanni Degasperi, inaugurato il 1 giugno 1841, con il nome di Albergo principe di Metternich, nel’48 un gruppo di rivoltosi distrusse l’insegna ritenendo il nome, un simbolo dell’impero e in quell’occasione cambiò in Hotel de la Ville. In questo albergo fu installato il primo ascensore della città 1884 e fu il primo ad essere dotato di riscaldamento centralizzato. Rimase in esercizio fino al 1975. Segue la chiesa dedicata alla SS. Trinità ed a San Nicolò di rito greco-ortodosso consacrata il 18 febbraio 1787 . La facciata fu successivamente abbellita ad opera dell’architetto Matteo Pertsch nel periodo 1818-1821.
——-
CORSO CAVOUR già “via della Stazione” divenne nel 1919 “Corso Cavour” a ricordo del noto statista piemontese: Camillo Benso conte di Cavour (Torino 1810 – ivi 1861). Ufficiale del genio (1827-31), fece il suo ingresso in politica nel 1847, fondando il giornale Il Risorgimento. Deputato, fu più volte ministro (1850, 1851) e presidente del consiglio (1852). Nel 1860 assunse il pieno controllo diplomatico dell’impresa garibaldina. Inoltre gettò poi le premesse di un’azione volta a sanare i rapporti tra Stato e Chiesa ma morì prima di essere riuscito a portarla a compimento. Fu ospite a Trieste della famiglia Morpurgo dal 17 al 21 aprile 1836.
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RIVA DEL MANDRACCHIO – (mandrakion dal greco piccolo recinto) da Piazza Unità d’Italia a Riva Nazario Sauro, il toponimo deriva dal nome dell’antico porto di Trieste, interrato nel 1863 e corrispondente alla metà, lato mare, della piazza Unità. Dal 1865 si inizia a costruire la riva a cui viene dato il nome nel 1883. (M. Tauceri)

Riva Tre Novembre (già riva Carciotti) – le Rive con la chiesa greco ortodossa

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Trieste, le Rive con la chiesa greco ortodossa

Le Rive con la chiesa greco ortodossa

Le Rive non sono solo dei luoghi caratteristici della città, ma dei punti nevralgici per il traffico sia veicolare che commerciale. Riva Carciotti prese il nome dall’omonimo bel palazzo neoclassico che Matteo Pertsch costruì per il commerciante greco Demetrio Carciotti i lavori iniziarono nel 1799 e furono conclusi nel 1805. Prima dell’allargamento e l’interramento del mare avvenuto nel 1906, la riva risultava molto stretta e si potevano vedere le imbarcazioni quasi a ridosso alle case.
In seguito la denominazione della riva venne mutata in “Riva III Novembre”a ricordo dello sbarco dei bersaglieri avvenuto il 3 novembre 1918
Sulla destra dopo il palazzo Carciotti, si trova il palazzo neoclassico già sede dell’ Hotel et de la Ville, progettato da Giovanni Degasperi, inaugurato il 1 giugno 1841, con il nome di Albergo principe di Metternich, nel’48 un gruppo di rivoltosi distrusse l’insegna ritenendo il nome, un simbolo dell’impero e in quell’occasione cambiò in Hotel de la Ville. In questo albergo fu installato il primo ascensore della città 1884 e fu il primo ad essere dotato di riscaldamento centralizzato. Rimase in esercizio fino al 1975. Segue la chiesa dedicata alla SS. Trinità ed a San Nicolò di rito greco-ortodosso consacrata il 18 febbraio 1787 . La facciata fu successivamente abbellita ad opera dell’architetto Matteo Pertsch nel periodo 1818-1821.
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CORSO CAVOUR già “via della Stazione” divenne nel 1919 “Corso Cavour” a ricordo del noto statista piemontese: Camillo Benso conte di Cavour (Torino 1810 – ivi 1861). Ufficiale del genio (1827-31), fece il suo ingresso in politica nel 1847, fondando il giornale Il Risorgimento. Deputato, fu più volte ministro (1850, 1851) e presidente del consiglio (1852). Nel 1860 assunse il pieno controllo diplomatico dell’impresa garibaldina. Inoltre gettò poi le premesse di un’azione volta a sanare i rapporti tra Stato e Chiesa ma morì prima di essere riuscito a portarla a compimento. Fu ospite a Trieste della famiglia Morpurgo dal 17 al 21 aprile 1836.
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RIVA DEL MANDRACCHIO – (mandrakion dal greco piccolo recinto) da Piazza Unità d’Italia a Riva Nazario Sauro, il toponimo deriva dal nome dell’antico porto di Trieste, interrato nel 1863 e corrispondente alla metà, lato mare, della piazza Unità. Dal 1865 si inizia a costruire la riva a cui viene dato il nome nel 1883. (M. Tauceri)

Muggia, Campanile del Duomo

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 Muggia, Campanile del Duomo
 

La chiesa, dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, edificata sui resti di un precedente edificio di culto, venne consacrata nel 1263 dal Vescovo di Trieste Arlongo dei Visgoni. Nel XIV secolo subì lavori di ingrandimento e verso la metà del XV secolo, la facciata, che presenta la parte superiore trilobata, venne rivestita in lastre di pietra bianca d’Istria. Nella parte superiore venne collocato un imponente rosone sorretto da sedici raggi in marmo rosso e pietra bianca, in stile gotico, al cui centro si trova l’immagine della Madonna con il Bambino. Lo contornano tre epigrafi: quella di destra menziona il podestà Pietro Dandolo (1466-1467), che seguì il completamento dell’opera, quella di sinistra ricorda il restauro del 1865 e quella sopra l’inizio dei lavori della facciata sotto il Vescovo Nicolò. Nel 1873, venne costruito l’abside per allungare il presbiterio. Nella parte inferiore della facciata, due eleganti e slanciate finestre gotiche spiccano ai lati del portale a cui è sovrapposta una lunetta ad arco con la Santissima Trinità e i Santi Giovanni e Paolo.
L’interno, diviso in tre navate, separate con quattro archi a tutto sesto e copertura a capriate, alla fine del 1930, ha subito sostanziali consolidamenti e restauri, compresa l’asportazione degli altari barocchi laterali. Rimane un frammento dell’affresco del XIV secolo che occupava la navata centrale. Il tesoro del duomo conserva alcuni lavori in argento. Il campanile è in stile veneziano, a base quadrata con cuspide ottagonale.

Duomo di Muggia

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 Muggia, Il Duomo, dedicato ai Santi Giovanni e Paolo
 

La chiesa, dedicata ai Santi Giovanni e Paolo, edificata sui resti di un precedente edificio di culto, venne consacrata nel 1263 dal Vescovo di Trieste Arlongo dei Visgoni. Nel XIV secolo subì lavori di ingrandimento e verso la metà del XV secolo, la facciata, che presenta la parte superiore trilobata, venne rivestita in lastre di pietra bianca d’Istria. Nella parte superiore venne collocato un imponente rosone sorretto da sedici raggi in marmo rosso e pietra bianca, in stile gotico, al cui centro si trova l’immagine della Madonna con il Bambino. Lo contornano tre epigrafi: quella di destra menziona il podestà Pietro Dandolo (1466-1467), che seguì il completamento dell’opera, quella di sinistra ricorda il restauro del 1865 e quella sopra l’inizio dei lavori della facciata sotto il Vescovo Nicolò. Nel 1873, venne costruito l’abside per allungare il presbiterio. Nella parte inferiore della facciata, due eleganti e slanciate finestre gotiche spiccano ai lati del portale a cui è sovrapposta una lunetta ad arco con la Santissima Trinità e i Santi Giovanni e Paolo.
L’interno, diviso in tre navate, separate con quattro archi a tutto sesto e copertura a capriate, alla fine del 1930, ha subito sostanziali consolidamenti e restauri, compresa l’asportazione degli altari barocchi laterali. Rimane un frammento dell’affresco del XIV secolo che occupava la navata centrale. Il tesoro del duomo conserva alcuni lavori in argento. Il campanile è in stile veneziano, a base quadrata con cuspide ottagonale.

Piazza Unità d’Italia, già piazza San Pietro, piazza Grande, piazza Francesco Giuseppe

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Piazza Unità d'Italia, già piazza San Pietro, piazza Grande, piazza Francesco Giuseppe

Piazza Unità d'Italia, già piazza San Pietro, piazza Grande, piazza Francesco Giuseppe
Piazza Unità d’Italia, la più grande d’Europa sul mare, è da sempre luogo di ritrovo, spettacoli, celebrazioni, processioni e manifestazioni.
Di pianta rettangolare, con i suoi 12.280 m², si affaccia da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi ed edifici pubblici: il Municipio di Trieste, il Palazzo della Giunta regionale, la Prefettura, il Palazzo Modello…
Per un lungo periodo la piazza si chiamava San Pietro, dal nome di una chiesetta esistente fin dal XIV secolo – per un breve periodo venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, ma veniva comunemente chiamata Piazza Grande. Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome attuale di Piazza Unità.
In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Magistrato, dove oggi si trova il palazzo municipale.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria simili ai masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportandola nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare lambiva l’antico mandracchio.

Sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore. Proseguendo sul lato del municipio si giunge al sito archeologico del teatro romano.
Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.
Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);
Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)
Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

Il palazzo del Comune. Opera dell’arch. Giuseppe Bruni
Subito dopo la decisione di interrare il vecchio mandracchio (1858-1863), la piazza fu oggetto di una riprogettazione totale. Prevalse allora l’idea di uno spazio completamente aperto sul mare, attorniato da edifici e con il municipio posto come base frontale, con il conseguente abbattimento delle mura e degli edifici che allora chiudevano la piazza dal lato mare. Sul posto designato per far sorgere il palazzo Comunale sorgevano diverse casette, una loggia ed alcuni edifici.

Nel 1875 l’architetto triestino Giuseppe Bruni vinse la gara per la progettazione del nuovo palazzo. Il nuovo edificio era formato da un corpo unico monumentale sovrastato, nella parte centrale, da una torre. Bruni mise tutta la sua bravura per richiamare in quest’opera diverse forme architettoniche, conciliando monumentalità e imponenza, senza in qualche modo turbare l’armonia con gli altri edifici già costruiti.

Il palazzo del municipio è sovrastato dalla torre campanaria sulla quale sono installati due mori, chiamati amichevolmente dai triestini Micheze e Jacheze (dallo sloveno Mihec e Jakec), anche questi progettati da Bruni, che dal 1876 scandiscono il trascorrere del tempo ogni quarto d’ora, nonché la campana civica con l’alabarda cittadina.

Gli automi originali della torre campanaria del comune di Trieste
Le due figure che oggi rintoccano sul municipio, non sono le statue originali, esposte attualmente al castello di San Giusto dopo il restauro cui sono state sottoposte nel 2006 a causa dell’intenso logoramento, ma fedeli copie identiche alle precedenti.

Il palazzo non piacque subito ai triestini, che iniziarono ad etichettarlo con nomi buffi e originali. Il più famoso, e ancora oggi comunemente usato, è palazzo Cheba, ovvero palazzo Gabbia, per la forma che ricorda una enorme gabbia per gli uccelli, ma anche palazzo Sipario, poiché con la sua mole imponente riusciva a nascondere i ruderi e le brutture delle case della Cittavecchia che si trovavano alle sue spalle.

Fu proprio dal balcone centrale del municipio di Trieste che il 18 settembre 1938 Benito Mussolini, parlando alla gente in piazza Unità, annunciò la promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia.

Palazzo Modello
L’edificio si trova tra il municipio e il palazzo Stratti e fu costruito sempre dall’architetto Giuseppe Bruni tra il 1871 e il 1873, prendendo il posto delle vecchie chiese di San Pietro e San Rocco che si trovavano ivi in loco. Il palazzo fu progettato dietro indicazioni del Comune e venne soprannominato Modello perché doveva servire come esempio architettonico per la ristrutturazione che stava avvenendo nell’allora piazza Grande.

All’inizio il palazzo fu adibito ad albergo, denominato Hotel Delorme, che però smise di operare verso il 1912. Al suo posto trovarono spazio gli uffici del Comune. Nel 2007, in seguito alla devastazione da parte di un incendio, il Comune di Trieste lo ha venduto all’allora azienda municipalizzata AcegasAps, ora AcegasApsAmga, col fine di realizzare la nuova sede direzionale.

Nell’ultimo piano dell’edificio si notano dei telamoni (statue maschili) intenti a reggersi la tunica.

Palazzo del Lloyd Triestino

La fontana del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.

L’opera venne realizzata dallo scultore bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.

Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).

L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti. La rappresentazione del Nilo ha il volto velato, le sorgenti infatti allora erano sconosciute.

Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame. Come immagine simbolica di una città che accoglieva i commercianti provenienti da tutto il mondo e, in maggior misura, dall’area orientale.

Nel 1938, in occasione di una visita di Benito Mussolini a Trieste, la fontana venne rimossa per liberare la piazza, e custodita all’Orto Lapidario. Venne ricollocata nella piazza appena nel 1970, in una posizione leggermente più a lato (verso ovest) rispetto all’attuale. Il 10 ottobre 2000, nell’ambito della ristrutturazione dell’intera piazza, la fontana è stata spostata nuovamente al centro, riponendola in asse con il municipio.

La fontana negli ultimi tempi è stata oggetto di atti di vandalismo che hanno danneggiato tre delle quattro statue che la circondano. Solo l’Europa si è salvata da questi scempi. L’ultimo episodio risale al 15 maggio 2008 quando, durante la notte, un ignoto ha decapitato la testa della statua rappresentante l’Africa, lasciandola semplicemente appoggiata al resto del corpo. Il 30 giugno 2009 sono terminati i lavori di restauro alle statue danneggiate.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.

Tra tutte le modifiche a cui la piazza ha assistito nel corso dei secoli, questo elemento è presente e costante fin dal 1728, anno in cui fu deciso di erigere la statua in occasione della visita dell’imperatore a Trieste.

Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.

La statua raffigura l’Imperatore in piedi che osserva il vecchio nucleo cittadino (verso piazza della Borsa) e indica il mare, con il porto franco da lui istituito. Data la fretta dovuta all’imminenza della visita, la statua fu provvisoriamente realizzata in legno e dorata, e sostituita quindi nel 1756 dall’attuale in pietra.

(Fonte Wikipedia e altre)

Trieste – Piazza Oberdan

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Trieste - Piazza OberdanPiazza Oberdan poco trafficata con tram ed un carro

Dopo la demolizione della caserma grande, nel 1925 il comune indice un concorso per la sistemazione della futura piazza oberdan che seguirà un disegno architettonico che è quello della cosiddetta “Esedra Oberdan”, con i palazzi disposti a semicerchio dai quali si dipartono tre assi viari, uno di questi porterà al palazzo di Giustizia. Il primo edificio realizzato è il palazzo dell’INA, che vediamo nella foto, i primi disegni presentati nel 1926, sono dell’architetto Ugo Giovanozzi , l’anno successivo parteciperà anche l’ingegnere Giuseppe Baldi, il quale effettuerà qualche modifica sulla facciata, i lavori vengono conclusi nel 1930. Si vede conclusa anche la Casa del Combattente (Umberto Nordio 1929-1934), manca la Casa del Lavoro (ex ONB) che verrà iniziata nel 1934, se le date corrispondono al vero, in questa immagine, i lavori dovrebbero già essere iniziati. (M. Tauceri)
Foto collezione privata.

Trieste – Fabbrica Automobilistica Alba

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Trieste - Fabbrica Automobilistica Alba

L’azienda venne fondata a Trieste il 27 dicembre 1906, con la doppia ragione sociale di Alba Fabbrica Automobili S.A. e Alba Automobilwerke Aktiengesellschaft, da un gruppo di appassionati degli automobili, appartenenti a importanti fra i primi azionisti ci furono l’ing Richetti (segretario gen. delle Assicurazioni Generali), e il fratello Ettore, Augusto Cavallar, Ettore Modiano (figlio del fondatore dell’industria cartotecnica), Nicola Sevastopulo (Console di Romania), Gioachino Geiringer. Giovanni de Scaramangà.
La fabbrica sita in zona Valmaura, venne progettata dai Berlam, gli uffici furono aperti in via Cecilia de Rittmeyer 7. La fabbrica con 150 operai sembra fosse ben organizzata anche dal lato tecnologico, fornita con macchinari all’avanguardia.
Progettarono due modelli di macchine 18/24 Hp e 35/40 Hp, quest’ultima fu proposta al Salone di Parigi del 1907. Riscosse un grande successo di critica e fu molto apprezzata dai visitatori, ma non ci furono commissioni sufficienti. L’azienda non riuscì a decollare e dovette chiudere, la società venne messa in liquidazione il 25 luglio 1908, dopo aver costruito una quarantina vetture. Le macchine erano di buona qualità, e furono acquistate fra gli altri dell’ing Osvaldella, il notaio Giulio Paolina, l’ing Faccanoni, Ettore Modiano e dal figlio di Saul. La K1296 fu acquistata dal Comune per il comando dei pompieri, le macchine rimaste, in parte furono requisite per l’esercito durante la guerra e continuarono ad essere utilizzate nel dopoguerra.
Fra i motivi del fallimento, dicono: scarso addestramento degli operai, la difficoltà di approvvigionamento di macchinari che furono acquistati all’estero, importanti divergenze fra i proprietari e il direttore Samuele Bauer, che venne licenziato dopo la costruzione di sole 5 automobili.
Seguono foto nei commenti. (M. Tauceri)
Collezione Antonio Paladini

Istituto generale dei poveri

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L’Istituto generale dei poveri di Trieste nacque da un’idea di Domenico Rossetti nel 1818, venne accolto con questa denominazione nei locali di una ex caserma Steiner, sita nell’attuale viale Miramare. Con 400 posti e sale di lavoro poteva aiutare i bisognosi della città, ed arginare i fenomeni di mendicità molesta. Nel 1852 per far posto alla costruzione della stazione della Ferrovia meridionale, si trasferisce in una sede provvisoria in contrada di Chiadino (nell’attuale via Settefontane). Nel 29 giugno 1862 cambiò sede e denominazione, con l’inaugurazione del grande edificio della Casa dei poveri di Contrada Chiadino bassa, da allora via dell’Istituto e ora via Giovanni Pascoli. L’idea era quella di razionalizzare l’assistenza ai poveri, bambini e anziani, con il sostegno anche medico ai ricoverati e l’incremento della beneficenza esterna. Disponeva di 800 posti letto, refettori, aule scolastiche, sale di lavoro.
Nel 1925 Istituto viene intitolato a Re Vittorio Emanuele III, nel 25° anno di regno.
Dal 1940-41 Requisizione della Pia Casa ad uso Ospedale militare dal luglio del 1940 all’ottobre del 1941 e conseguente sfollamento dei ricoverati.
dal 1966 ci sarà il trasferimento dei minori nel Collegio San Giusto e la Pia Casa sarà riservata esclusivamente al ricovero degli anziani. (Margherita Tauceri)

L’edificio nei commenti
Collezione Sergio Sergas