Trieste – Casa Chiozza

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Trieste: Casa Chiozza. Foto Paolo Carbonaio 
Trieste: Via Giosuè Carducci, Via Cesare Battisti, Largo Don Francesco Bonifacio.
Casa Chiozza. L’immobile sorge sull’area in origine occupata da terreni estesi al di là del ponte detto di Chiozza sul canale Torrente, dal cui interramento agli inizi dell’Ottocento si forma l’attuale Via Giosuè Carducci. La zona diventa già dalla fine del Settecento proprietà di Carlo Luigi Chiozza, industriale genovese, a capo di una importante fabbrica di saponi. Il ricco imprenditore estende le sue possessioni acquistando vasti latifondi limitrofi alla sua fabbrica, su cui decide di far erigere un complesso di edifici poi conosciuto con il nome di “Isola di Chiozza”, limitata dalle già vie Torrente, Acquedotto, Toro e Chiozza, quest’ultima livellata e regolata nel 1838. Il borgo Chiozza “comprende in tutto 12 case” tra cui “il palazzo domenicale” commissionato da Carlo Luigi Chiozza nel 1801 (Generini, 1968, pp. 146-147). L’immobile viene realizzato su progetto di Antonio Mollari “sopra 3 file d’arcata, due delle quali fino dalla costruzione del palazzo sono ad esercizio di caffetteria. Lo storico “Caffè Ferrari”, così chiamato dal nome del suo gestore Carlo Ferrari, viene ricordato come ritrovo di intellettuali ed artisti; il locale viene gravemente devastato il 23 maggio del 1915 causando la perdita delle opere dell’artista udinese Domenico Fabris. Il palazzo, restaurato già nel 1857, viene acquistato agli inizi del Novecento dalle Assicurazioni Generali. In tale contesto si decide la demolizione dell’intera struttura dell’Isola Chiozza per lasciare spazio all’edificazione del nuovo complesso, costituito da due grandi edifici contigui su Via Giosuè Carducci e un terzo al principio del Viale Venti Settembre, già Via dell’Acquedotto, rappresentato dalla fabbrica con il Teatro Excelsior.
L’immobile in esame fa parte del progetto di sistemazione urbanistica dell’area Chiozza, affidato all’architetto Giorgio Polli. La costruzione del palazzo, conosciuto come Casa Chiozza, prende avvio su progetto datato 1925, per essere completato solo nel 1927. Rispetto ai primi due disegni del 1914 e 1916, il progetto definitivo del 1925 recupera i moduli neoclassici impiegati nell’edificio preesistente del Mollari. Giorgio Polli interviene sulla nuova struttura con l’aggiunta di un piano su cui viene collocato l’originale fregio, alzando l’altezza delle arcate del pianoterra e inserendo colonne ioniche di ordine gigante al posto delle lesene doriche. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
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Casa Chiozza. L’immobile sorge sull’area in origine occupata da terreni estesi al di là del ponte detto di Chiozza sul canale Torrente, dal cui interramento agli inizi dell’Ottocento si forma l’attuale Via Giosuè Carducci. La zona diventa già dalla fine del Settecento proprietà di Carlo Luigi Chiozza, industriale genovese, a capo di una importante fabbrica di saponi. Il ricco imprenditore estende le sue possessioni acquistando vasti latifondi limitrofi alla sua fabbrica, su cui decide di far erigere un complesso di edifici poi conosciuto con il nome di “Isola di Chiozza”, limitata dalle già vie Torrente, Acquedotto, Toro e Chiozza, quest’ultima livellata e regolata nel 1838. Il borgo Chiozza “comprende in tutto 12 case” tra cui “il palazzo domenicale” commissionato da Carlo Luigi Chiozza nel 1801 (Generini, 1968, pp. 146-147). L’immobile viene realizzato su progetto di Antonio Mollari “sopra 3 file d’arcata, due delle quali fino dalla costruzione del palazzo sono ad esercizio di caffetteria. Lo storico “Caffè Ferrari”, così chiamato dal nome del suo gestore Carlo Ferrari, viene ricordato come ritrovo di intellettuali ed artisti; il locale viene gravemente devastato il 23 maggio del 1915 causando la perdita delle opere dell’artista udinese Domenico Fabris. Il palazzo, restaurato già nel 1857, viene acquistato agli inizi del Novecento dalle Assicurazioni Generali. In tale contesto si decide la demolizione dell’intera struttura dell’Isola Chiozza per lasciare spazio all’edificazione del nuovo complesso, costituito da due grandi edifici contigui su Via Giosuè Carducci e un terzo al principio del Viale Venti Settembre, già Via dell’Acquedotto, rappresentato dalla fabbrica con il Teatro Excelsior.
L’immobile in esame fa parte del progetto di sistemazione urbanistica dell’area Chiozza, affidato all’architetto Giorgio Polli. La costruzione del palazzo, conosciuto come Casa Chiozza, prende avvio su progetto datato 1925, per essere completato solo nel 1927. Rispetto ai primi due disegni del 1914 e 1916, il progetto definitivo del 1925 recupera i moduli neoclassici impiegati nell’edificio preesistente del Mollari. Giorgio Polli interviene sulla nuova struttura con l’aggiunta di un piano su cui viene collocato l’originale fregio, alzando l’altezza delle arcate del pianoterra e inserendo colonne ioniche di ordine gigante al posto delle lesene doriche. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
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L’immobile in esame fa parte del progetto di sistemazione urbanistica dell’area Chiozza, affidato all’architetto Giorgio Polli. La costruzione del palazzo, conosciuto come Casa Chiozza, prende avvio su progetto datato 1925, per essere completato solo nel 1927. Rispetto ai primi due disegni del 1914 e 1916, il progetto definitivo del 1925 recupera i moduli neoclassici impiegati nell’edificio preesistente del Mollari. Giorgio Polli interviene sulla nuova struttura con l’aggiunta di un piano su cui viene collocato l’originale fregio, alzando l’altezza delle arcate del pianoterra e inserendo colonne ioniche di ordine gigante al posto delle lesene doriche. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
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L’immobile in esame fa parte del progetto di sistemazione urbanistica dell’area Chiozza, affidato all’architetto Giorgio Polli. La costruzione del palazzo, conosciuto come Casa Chiozza, prende avvio su progetto datato 1925, per essere completato solo nel 1927. Rispetto ai primi due disegni del 1914 e 1916, il progetto definitivo del 1925 recupera i moduli neoclassici impiegati nell’edificio preesistente del Mollari. Giorgio Polli interviene sulla nuova struttura con l’aggiunta di un piano su cui viene collocato l’originale fregio, alzando l’altezza delle arcate del pianoterra e inserendo colonne ioniche di ordine gigante al posto delle lesene doriche. (da:biblioteche.comune.trieste.it)
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