Trieste: via Francesco Bonazza

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BONAZZA Francesco, via

San Giacomo. Prima laterale sinistra di via Rio Corgnoleto. C.A.P. 34149.
Risale alla Del. Cons. n. 1727 d.d. 20.7.1966 l’intitolazione della strada a Francesco Bonazza, nato probabilmente a Venezia nel 1695 c. da Giovanni, scultore rinomato. Scarse e non verificate sono le notizie biografiche ed artistiche su Francesco Bonazza, che avrebbe iniziato la propria attività come incisore di cammei e che viene menzionato come scultore nel 1729, anno in cui fu pagato per due statue di San Marco per il ponte nuovo della Giudecca. Nel 1730 c. eseguì l’altorilievo l’Angelo che appare in sogno a Giuseppe (cappella del Rosario, chiesa SS. Giovanni e Paolo in Venezia), nel 1730 fu autore di alcune decorazioni per la facciata della chiesa dei Gesuiti. Operò anche a Padova dopo il 1748 con le Quattro virtù cardinali, a Valloncello (Udine) con un S. Michele Arcangelo e Tobiolo e l’angelo per la parrocchiale, e a Treviso con la Visitazione (considerata la sua opera migliore) e due Angeli per il tempietto della villa Pastega-Manera in Villorba.
Membro dell’Accademia di Venezia dal 1756, morì in quella stessa città nel 1770.
Alcune statue di Francesco Bonazza, firmate con le iniziali «F.B.F.» (Francesco Bonazza fecit), già esistenti presso la villa dei Gradenigo sul «Terragio», furono trasportate a Trieste nei primi anni dell’Ottocento per decorare il giardino di villa Sartorio in strada per Fiume. Le statue erano: l’Abbondanza, Adone, Pudicizia, e Guerriero, oltre a quattro cavalli marmorei posti tuttora davanti alla gloriette. Del Bonazza erano ancora una Pomona, un Fauno e alcuni Amorini, tutti esistenti nel ricordato giardino.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento va al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Trieste: via Bonaparte

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BONAPARTE, via

San Vito-Città Vecchia. Da largo Papa Giovanni XXIII a viale III armata. C.A.P. 34123.

Con delibera del 29.1.1926 la via Necker assunse il nome di via Bonaparte, a ricordo del soggiorno in Trieste di Girolamo Napoleone Bonaparte. La precedente intitolazione di via Necker ricordava uno dei proprietari della settecentesca villa Cassis (oggi al n. civ. 2 di via dell’Università), Alfonso Teodoro Necker (Ginevra 1791-Satigny 1849), nipote del ministro di Luigi XVI, titolare a Trieste di una ditta commerciale, console svizzero in questa città dal 1822 fino al 1838, anno del suo rimpatrio.
Girolamo Bonaparte, fratello di Napoleone, nacque ad Aiaccio il 15.11.1784. Re di Westfalia dal 1807, fuggì in Austria dopo l’abdicazione di Napoleone (1814) e si rifugiò a Trieste fino al 1815. Ritornò in questa città nel 1819 prendendo in affitto palazzina Romano (oggi demolita) già in via A. Diaz; nel 1820 acquistò villa Cassis, ove risiedette fino al 1823, data del trasferimento a Roma e della cessione della villa al Necker. Morì nel 1860.

Nella palazzina Romano nacque suo figlio Napoleone Carlo (24.8.1814) e nella villa già Cassis nacquero Letizia Matilde (27.5.1820) e Napoleone Giuseppe (9.9.1822).

Napoleone Giuseppe detto il principe Girolamo («Plon Plon»), nacque infatti a Trieste il 9.9.1822; trascorse l’infanzia a Roma e sposò nel 1859, a seguito delle trattative di Cavour, la principessa Clotilde di Savoia. Di sentimenti amichevoli verso l’Italia e favorevoli alla politica antiaustriaca, morì a Roma nel 1891. Nel 1927 la Società Nazionale per la storia del Risorgimento fece apporre sul lato di villa Necker prospiciente via Bonaparte (n. civ. 1) l’iscrizione tuttora esistente: «IN QVESTA DIMORA I NACQVE I ADDI IX SETTEMBRE MDCCCXXII / IL PRINCIPE NAPOLEONE I DEL NOSTRO RISORGIMENTO I E DEI DESTINI DI QUESTA TERRA I COSTANTE GENEROSO FAVTORE I IL COMITATO PER LA VENEZIA GIVLIA E LA DALMAZIA I DELLA SOCIETÀ NAZIONALE PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO I XVII MARZO MCMXXVII /D.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Bonafata

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BONAFATA, via

Roiano-Gretta-Barcola. Laterale destra di viale Miramare, seconda dopo il cimitero di Barcola. C.A.P. 34136.
Toponimo che divenne il nome di questa strada il 13.2.1903, su proposta di Jacopo Cavalli, «a ricordo di un antico casolare notato anzi in antico bonafad». Si tratta di toponimo derivante da antroponimo trecentesco; al 28.2.1327 risale il testamento di Bonafata («Domina Bonafata») vedova di Giusto de Leo, che lascia tra l’altro al proprio nipote parte di una vigna in Gretta; risale al 27.9.1346 il testamento di Bonafede («Domina Bonafe») moglie di Pertoldo Burlo.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Vittorio Bolaffio

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BOLAFFIO Vittorio, via

Chiadino-Rozzol. Terza laterale destra di strada di Rozzol. C.A.P. 34139.
Il Consiglio Comunale di Trieste stabilì, con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956, di intitolare al pittore Vittorio Bolaffio una strada cittadina nel rione di Chiadino.
Nato a Gorizia il 3.6.1883, Bolaffio iniziò gli studi di pittura a Trieste che continuò a Firenze con Giovanni Fattori. Portatosi a Parigi, frequentò Amedeo Modigliani e Paul Cèzanne dalle cui opere fu in parte influenzato.
Tornò a Trieste (dove aveva già esposto nel 1906 alla «Permanente del Circolo Artistico») nel 1910, per allontanarsene due anni dopo, alla volta all’Estremo Oriente e dell’India, imbarcato come fuochista. Arruolato nell’esercito austriaco durante il I conflitto mondiale, Bolaffio espose saltuariamente a Trieste, a Padova e a Gorizia. Uomo schivo, modesto e dal temperamento un po’ bizzarro, Vittorio Bolaffio fu pittore apprezzato in vita ma l’interesse per la sua opera crebbe dopo la morte, avvenuta a Trieste il 26.12.1931, quando ebbe pure l’apprezzamento di De Pisis e di Montale. Nel 1932 il Comune di Trieste organizzò una retrospettiva e gli conferì una medaglia d’oro alla memoria.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Arrigo Boito

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BOITO Arrigo, via

Valmaura-Borgo San Sergio. Seconda laterale sinistra di via B. Benussi. C.A.P. 34148.
Arrigo Boito, al quale la strada venne intitolata nel 1956 (Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956), musicista e scrittore italiano, nacque a Padova nel 1842; studiò al Conservatorio di Milano (1853-1862). Nel 1862 scrisse il testo per l’Inno delle Nazioni di G. Verdi, per il quale nutrì grande ammirazione e del quale fu collaboratore. Considerato uno degli ultimi esponenti del romanticismo, fece parte della scapigliatura milanese; la sua prima opera teatrale, il Mefistofele, andò in scena alla Scala di Milano il 5.3.1868 ed ebbe esito infelice ma, rifatta, ebbe grande successo al teatro Comunale di Bologna il 4.10.1875. Seguì il Nerone che venne accolto con grande favore da parte del pubblico e della critica. Fu il librettista della Gioconda di A. Ponchielli e dell’Otello e del Falstaff di G. Verdi mentre tradusse dal tedesco il libretto di Tristano e Isotta di R. Wagner. Arrigo Boito fu autore, nel 1877, dell’ «inno-marcia» dell’Associazione Triestina di Ginnastica, poi Società Ginnastica Triestina e su di lui Alberto Boccardi pubblicò un’operetta, Arrigo Boito, noterelle a matita di Nino Nix (Appolonio, Trieste 1877).
Morì a Milano il 10.6.1918.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Alberto Bois de Chesne

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BOIS DE CHESNE Alberto, via

Chiadino-Rozzol. Da via E. Pospichal a via G. Kugy. C.A.P. 34142.
Ad Alberto Bois de Chesne, «botanico e mecenate», il Comune di Trieste intitolò questa strada cittadina con Del. Cons. n. 475 d.d. 22.12.1964.
Nato a Trieste nel 1871 da famiglia originaria della Svizzera, Bois de Chesne, compiuti gli studi al Politecnico di Vienna con specializzazione in scienze forestali, continuò l’attività del padre che commerciava in legname.
Studioso di scienze naturali e di botanica in particolare, creò un orto botanico in Val Trenta e costituì una ricca collezione naturalistica corredata da un’attenta documentazione grafica e fotografica, materiale che poi donò al Civico Museo di Storia Naturale di Trieste. Amico dello scrittore J. Kugy, che fu suo ospite nell’orto botanico in Val Trenta (battezzato «Juliana» e perduto durante il II conflitto mondiale), Bois de Chesne fu autore di articoli scientifici in età giovanile e di alcune conferenze pubblicate sugli atti del «Deutscher und Oesterreichischer Alpenverein», sezione del Litorale. Pubblicò inoltre un articolo Juliana in Angewandte Pflanzensoziologie, Atti dell’Istituto di Fitosociologia della Carinzia (1951).
Morì a Trieste nel 1953

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Luigi Boccherini

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BOCCHERINI Luigi, via

Valmaura-Borgo San Sergio. Seconda laterale destra di via P. Metastasio.
Luigi Boccherini, al quale la strada venne intitolata con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956, musicista e compositore, nacque a Lucca nel 1743; allievo del violoncellista D.F. Vannucci, studiò a Roma dove tenne il suo primo concerto all’età di tredici anni. Nel 1761 divenne primo violoncellista alla cappella di Lucca e iniziò in quel periodo l’attività di compositore. Cresciuta la sua fama oltre i confini nazionali, fu nominato nel 1769 compositore e virtuoso dell’infante Luigi di Spagna e si stabilì a Madrid, ove visse fino alla morte (1805). Concertista di fama, compositore fecondo considerato di livello pari a Haydn e Mozart (che trassero dalle sue opere parecchi spunti), Boccherini compose, tra l’altro, sinfonie, concerti e brani per complessi d’archi, trii, quartetti e quintetti con viole e violoncelli.
Scrisse la Messa, lo Stabat Mater (1801), la Cantata di Natale e i Canti Sacri per quattro voci con orchestra; ridotta fu invece la sua produzione operistica e teatrale, della quale si ricordano La Clementina (1778) e il Ballet espanol (1774); benché scomparsa a seguito di interventi edilizi recenti, la strada sopravvive nominalmente nello stradario ufficiale.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : Scala Ruggero Bonghi

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BONGHI Ruggero, scala

Chiadino-Rozzol. Da via P. Revoltella a via dell’Eremo. C.A.P. 34139. La nuova scalinata costruita negli anni Venti per dare accesso ai caseggiati dell’I.C.A.M. reca dal 3.12.1927 (Del. Pod. N. 24/27-VII-31/27) il nome di Ruggero Bonghi, uomo politico e letterato. Nato a Napoli nel 1826, fu studioso di letteratura classica (a quindici anni aveva tradotto il Filebo di Platone) e partecipò alla vita politica dopo il 1846, inviando poi una petizione a Ferdinando II per ottenere la costituzione. Dopo un soggiorno a Firenze che vide la sua collaborazione a Il Nazionale, si trasferì a Torino e a Milano dove entrò in amicizia con A. Manzoni e con i patrioti lombardi. Dopo la liberazione della Lombardia dall’Austria ebbe la cattedra di filosofia all’Università di Pavia. Tornato a Napoli nel 1860, partecipò alla vita politica della propria città fondando il Nazionale e fu eletto deputato. Politico e studioso di alto ingegno, Bonghi fu direttore a Milano della Perseveranza, collaboratore del Politecnico e della Nuova Antologia, presidente della Società Nazionale Dante Alighieri; membro della commissione presieduta da A. Manzoni per l’esame di provvedimenti e metodi per il miglioramento della lingua italiana, Bonghi fu relatore del disegno di legge delle guarentigie (1871) e ministro dell’istruzione dal 1874 al 1876. Introdusse le cattedre universitarie di letterature neolatine, impose l’obbligo della dissertazione scritta di laurea. Esponente politico della destra, rivendicò nei suoi scritti l’italianità della Venezia Giulia, dichiarando, nella prefazione al volume di P. Fambri La Venezia Giulia. Studii politico-militari (Venezia 1880), che v’ha, sulla frontiera orientale del Regno, oltre il confine attuale di esso, una terra che parte della regione Italica, e che, se si aggiungesse allo Stato italiano, gli darebbe modo di difendersi quando fosse offeso, senza abbandonare all’inimico nessuna parte del proprio territorio.. Tra le opere di R. Bonghi: Cavour (1860), I partiti politici (1868), la Storia della finanza italiana dal 1864 al 1868 (1868) e Il congresso di Berlino (1878). Morì a Torre del Greco nel 1895.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Eugenio Boegan

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BOEGAN Eugenio, via

San Giovanni. Da strada di Guardiella a via Timignano. C.A.P. 34126.
Ad Eugenio Boegan questa strada venne intitolata con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956. Nato a Trieste nel 1875, giovanissimo si appassionò alla vita alpinistica ed escursionistica fondando, nel 1890, il Club Alpino dei Sette allo scopo di promuovere il turismo, l’alpinismo e l’esplorazione delle grotte. Iscritto alla Società Alpina delle Giulie, risultò vincitore di un concorso bandito nel 1898 dalla Società Geografica Italiana con uno studio sulla grotta di Trebiciano. Volontario durante il primo conflitto mondiale nelle file dell’esercito italiano, venne nominato nel 1921 Cavaliere del Regno d’Italia. Impiegato alla società «Aurisina», poi all’Ufficio Idrotecnico Comunale e infine al servizio acquedotti dell’Azienda Comunale Elettricità Gas Acqua e Tramvie di Trieste, fu presidente della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie dal 1904 per trentacinque anni. Pubblicò oltre 140 interventi scientifici in italiano, inglese e francese, tra i quali le sue opere principali, Duemila Grotte (in collaborazione con L.V. Bertarelli) (T.C.I., Milano 1926) e Il Timavo, studio sull’idrografia carsica subaerea e sotterranea (Stabilimento Tipografico Nazionale, Trieste 1938), opera che gli valse un premio dell’Accademia d’Italia. Lasciò inedita una Storia della speleologia e, in abbozzo, la Bibliografia speleologica mondiale. Promotore dell’Istituto Italiano di Speleologia, fu direttore della rivista Le Grotte d’Italia (1927-1939). Morì il 18.11.1939.
La sua attività scientifica, da alcune parti criticata perché giudicata di non rigorosa impostazione scientifica, poi ritenuta superata dai tempi e dall’evoluzione delle conoscenze scientifiche, è stata oggetto di riconsiderazione in tempi recenti, documentata dalla ristampa dell’opera Duemila Grotte (1986).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Giovanni Boccaccio

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BOCCACCIO Giovanni, via

Città Nuova-Barriera Nuova/Roiano-Gretta-Barcola. Da scala al Belvedere a via S. Somma. C.A.P. 34135.
«Dalla ripartizione, approvata nel 1899, della realità n. tav. 373 di Scorcola ora città al principio della via di Miramar» — spiega la relazione comunale del 1903 — «risultò la necessità di costruire, a spese dei proprietari dei livelli stabiliti», la strada cui fu attribuito con delibera Del. Mun. d.d. 13.1.1902 n. 83523 il nome di Giovanni Boccaccio. Nato a Parigi da padre toscano nel 1313 ma trasferito poco dopo con la famiglia a Firenze, Boccaccio venne avviato alla professione del mercante in Napoli. Dedicatosi agli studi, frequentò la corte di re Roberto d’Angiò e, tornato a Firenze nel 1340, partecipò alla vita pubblica della città e fu latore di ambasciate presso i papi Innocenzo IV e Urbano V ad Avignone e poi a Roma.
Amico di Petrarca, fu suo ospite per breve periodo a Venezia; morì a Certaldo nel 1375. Boccaccio scrisse opere in volgare e in latino: tra quelle del primo gruppo si ricordano il Filocolo (romanzo in prosa in sette libri), il Filostrato (poemetto in ottave), Fiammetta (breve romanzo in prosa), il Ninfale fiesolano (poema in ottave) e l’opera sua maggiore, il Decameròn, raccolta di cento novelle composta tra il 1349 ed il 1351. Tra le opere in lingua latina: De casibus virorum illustrium (serie di ritratti biografici in nove libri), De genealogis deorum gentilium (enciclopedia mitologica in quindici libri) e De montibus, silvis, fontibus, fluminibus, stagnis seu paludibus, de nominibus maris (dizionario geografico).
Rapporti diretti o indiretti tra Boccaccio e Trieste non esistettero, se si esclude la tradizione incontrollabile secondo la quale il convento di S. Francesco di Trieste, fondato nel 1229 da S. Antonio di Padova, avrebbe posseduto nella propria biblioteca un esemplare della Divina commedia con annotazioni autografe di Giovanni Boccaccio.
L’opera del Boccaccio, invece, fu studiata da notevoli letterati e umanisti triestini; anzitutto da Domenico Rossetti (1774-1842), petrarchista di valore, il quale diede alle stampe (Marenigh, Trieste 1828) il volume Petrarca, Giulio Celso e Boccaccio, illustrazione bibliologica del De viris illustribus di Petrarca, del De vita et rebus gestis C. J. Caesaris di Giulio Celso e de Della vita e dei costumi del signor Francesco Petrarca da Fiorenza di G. Boccaccio; opera che valse al Rossetti l’approvazione di V. Monti e di A. Mustoxidi, ricordati nella premessa.
L’opera maggiore di Attilio Hortis (1850-1926), che gli procurò l’ammirazione del mondo accademico internazionale, è quella intitolata Studj sulle opere latine del Boccaccio (Dase, Trieste 1879), volume di quasi mille pagine, giudicato da V. Branca, massimo studioso moderno del Boccaccio, «messaggio fondamentale ancora utilizzatissimo e utilissimo».
Lungo via G. Boccaccio, aperta al sorgere del nostro secolo, sorsero edifici prevalentemente ispirati allo stile liberty, come le case n. civ. 1 (ing. M. Sonz, 1903-1904), n. civ. 5 (ing. A. Wagner, 1902-1903), n. civ. 10 (ing. A. Bachschmid, 1905), n. civ. 13 (ing. A. Bradaschia, 1902-1903), n. civ. 31 (ing. A. Bachschmid, 1909-1911).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Bernardino Bison

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BISON Giuseppe Bernardino, via

Roiano-Gretta-Barcola. Da strada del Friuli a via A. Camaur. C.A.P. 34136.
Risale alla Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956 l’intitolazione della strada al pittore Giuseppe Bernardino Bison (Bisson), nato a Palmanova nel 1762 e trasferitosi bambino a Brescia e quindi a Venezia. In questa città continuò gli studi di pittura, già iniziati a Brescia, con Antonio Maria Zanetti; poi si iscrisse all’Accademia di pittura, avendo per maestri C. Cedini e A. Mauro (1779-1789). Lavorò dapprima come scenografo a Venezia (grazie all’aiuto dell’amico G. Selva), a Treviso, a Trieste e a Gorizia per i rispettivi teatri. Fu, per lavoro, a Ferrara (1787), nel Trevigiano (1791), a Treviso (1793), a Zara (1807) e infine a Trieste. In questa città operò per molti anni già dal 1800 (decorazioni di palazzo Carciotti); eseguì pure le decorazioni pittoriche della Borsa Vecchia (1805-1806) e della chiesa di S.M. Maggiore. Affreschista e pittore di vedute e di ritratti, Bison è legato alla tradizione dell’ambiente veneto e del quale raccoglie gli elementi migliori, vivendo in pieno neoclassicismo e pure attento alle istanze più progressiste. Considerato un epigono del Settecento, di Bison si è notato che «l’apparente disponibilità eclettica è spesso riscattata dall’inesauribile fantasia, dall’immediatezza espressiva, dalla franchezza del ‘tocco’ brioso, dalla trasparenza prodigiosa della tinteggiatura delle predilette tempere. La emulazione dei maestri del passato non lo irretì, in ogni modo, al punto da lasciarlo
sprovvisto di sensibilità moderna».
Trasferitosi a Milano nel 1831 (o 1833), lavorò intensamente e partecipò a molte esposizioni dell’Accademia di Brera. Morì in miseria, a Milano, il 24.8.1844.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via dei Bidischini

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BIDISCHINI (via dei)

Cologna-Scorcola. Dalla strada nuova per Opicina a via della Bellavista. C.A.P. 34016.


Il nome, attribuito con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956, intese ricordare, secondo la motivazione ufficiale, «uno dei quattro primi boschi comunali sorti per opera del Comitato del Rimboschimento intorno al 1882 in quella zona». Il bosco Burgstaller-Bidischini, in realtà, venne creato dalla Commissione d’Imboschimento del Carso nel 1881 su terreni donati da quella famiglia sull’altura dell’Obelisco di Opicina (altura denominata già durante la I guerra mondiale «Poggioreale del Carso»), presso il serbatoio dell’acqua. Colà si trova, atterrato, un cippo che ricorda il nome del bosco, l’anno di piantagione (1881) e l’anno di intitolazione alla famiglia triestina (1907). La famiglia nobile dei Bidischini, a Trieste nel XVIII secolo con Antonio qm. Domenico (Cormons 1723-Trieste post 1783), si estinse all’inizio del nostro secolo; era loro proprietà la cappella di San Floriano a Banne. Il ricordato Antonio Bidischini qm. Domenico, proprietario di una spezieria, ebbe per figli Francesco Antonio (Trieste 1759-ivi c. 1830), laureato all’Università di Vienna, medico fisico e veterinario; Andrea Giovanni (Trieste 1761-ivi 1848) e Giuseppe (Trieste 1757-ivi 1827), sacerdote. Giuseppe Burgstaller (Trieste 1840-ivi 1914) aggiunse al proprio il cognome Bidischini; possidente, fu consigliere comunale di Trieste e deputato al Parlamento di Vienna.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Bartolomeo Biasoletto

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BIASOLETTO Bartolomeo, via

Chiadino-Rozzol. Da campo San Luigi a via C. de Marchesetti. C.A.P. 34142.
Per onorare la memoria dello scienziato e naturalista Bartolomeo Biasoletto il Comune di Trieste stabilì di intitolare al suo nome una strada cittadina con Del. Pod. n. 817 d.d. 3.7.1937.

Biasoletto nacque a Dignano d’Istria il 24.4.1793 e fin dal 1807 entrò a far pratica nella farmacia del suo paese e poi a Fiume (1811) e a Trieste (1812). Si iscrisse all’Università di Vienna ove si diplomò in farmacia il 30.8.1814 e fu allievo di J. Jacquin, frequentando l’Orto Botanico di quella città. Rientrato a Trieste, divenne proprietario di una farmacia che fu punto d’incontro di studiosi regionali ed europei. Nel 1823 si laureò in filosofia all’Università di Padova; ebbe stretti rapporti scientifici con i maggiori naturalisti europei, fu corrispondente della Flora di Regensburg, partecipò come relatore a numerosi congressi a Regensburg, a Vienna e a Praga. Nel 1837 la Reale Società botanica bavarese di Regensburg gli dedicò il secondo numero del XX volume di Flora. Fondatore dell’Orto botanico di Trieste (1827), fu consigliere municipale di Trieste (1840-1848) e direttore del Gremio farmaceutico triestino. Membro dell’Accademia botanica di Regensburg, delle Accademie di orticoltura di Vienna e di Londra, della Società dei Naturalisti di Halle, dell’Accademia dei curiosi della natura di Mosca, Biasoletto legò il proprio nome a notevoli scoperte scientifiche; a quella di due nuove specie di rosa fatta nel 1826 assieme a K. Sternberg di Praga (Rosa gentilis Stern. e Rosa affinis Stern. ), fece seguito la scoperta del nuovo trifoglio a lui dedicato, il Trifolium Biasoletti. Il dott. R. de Visiani gli dedicò l’Artemisia Biasolettiana, il prof. C.A. Agardh la Hutchinsia Biasolettiana, il prof. F.T. Kiitzing la Draparnaldia Biasolettiana e il prof. G. Kunze la Malva Biasolettiana e molte altre. Morì a Trieste il 17.1.1858. Opere principali di B. Biasoletto: Bericht ubereine Reise durch Istrien, «Flora», n. 33, 7.9.1829, pp. 513-525 e n. 34, pp. 529-541; Di alcune alghe microscopiche, Weis, Trieste 1832; Relazione del viaggio fatto nella primavera dell’anno 1838 dalla Maestà del Re Federico Augusto di Sassonia…, Weis, Trieste 1841 (trad. ted., Gottschalck, Dresden 1842); Escursioni botaniche sullo Schneeberg (Monte Nevoso) nella Carniola, Papsch, Trieste 1846; Sull’Hydrodictyon graniforme…, «Atti della I riunione degli Scienziati italiani-1839», Pisa 1840, pp. 174-175. Lungo via B. Biasoletto sorgono le case dell’I.C.A.M. costruite nel 1912.

Al n. civ. 14 è il ricreatorio comunale «E. Lucchini», aperto nel 1914.

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Trieste : via del Biancospino

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BIANCOSPINO, via del

Altipiano Est (Villa Opicina). Dalla via di Prosecco alla via dei Cipressi. C.A.P. 34016.
Fitonimo attribuito alla strada con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956.

Il biancospino è un arboscello della famiglia delle rosacee (Crataegus oxyacantha), diffuso anche sul Carso, pur preferendo i terreni argillosi, freschi, le boscaglie e le pinete. Cresce ad altezze comprese tra il livello del mare e i 1200 metri. Fiorisce in marzo-giugno; le foglie essiccate, i fiori e i frutti freschi o essiccati hanno proprietà medicinali: ipotensiva, cardioregolatrice, febbrifuga e sedativa.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via San Biagio

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BIAGIO San, via

Altipiano Est (Villa Opicina). Seconda laterale destra di via S. Isidoro. C.A.P. 34016.
Con Del. Cons. n. 238 d.d. 24.6.1960 il Comune di Trieste volle ricordare, delle strade nella zona di Villa Carsia-Campo profughi istriani, i Santi protettori delle città dell’Istria passate sotto l’amministrazione jugoslava. San Biagio, patrono di Dignano, vescovo di Sebaste in Armenia fu martirizzato probabilmente all’epoca di Licinio (307-323). Allontanatosi infatti dalla sede vescovile venne arrestato e poi decapitato. E’ celebrato dagli orientali 1’11 febbraio, dagli occidentali il 3 o il 15 dello stesso mese. È invocato come taumaturgo per le malattie della pelle.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Pasquale Besenghi

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BESENGHI Pasquale, via

San Giacomo/San Vito-Città Vecchia.
Da via San Giacomo in monte a piazzale A. Rosmini. C.A.P. dal n. 1 al n. 27 e dal n. 2 al n. 8: 34131; dai nn. 29 e 10 a fine: 34143.
La Delegazione Municipale della città di Trieste decise nella seduta del 24.7.1896 (Del. n. 38611) di intitolare una via di San Vito al poeta istriano Pasquale Besenghi. La notizia venne accolta con favore nella regione e il Magistrato Civico ricevette numerosi telegrammi di plauso: dal Municipio di Isola che telegrafò il 3.8.1896 «ringrazia plaudente riconoscentissimo codesta inclita delegazione onorante memoria poeta isolano nominando Besenghi», dalla Gioventù Isolana che alla stessa data telegrafò: «Gioventù Isolana riconoscentissima ringrazia delegazione onorarne poeta nostro denominando via Besenghi» e dalla Società Corale Besenghi di Isola. La strada venne poi prolungata da via Montecucco a via San Giacomo in monte nel 1902-1903.
Pasquale Besenghi degli Ughi nacque a Isola d’Istria da nobile famiglia il 31.3.1797; studiò al collegio vescovile di Capodistria e si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova. I suoi interessi erano orientati però soprattutto alla letteratura: studente a Padova aveva scritto una tragedia Francesca da Rimini e nel 1820 pubblicò a Venezia una canzone in morte di Carlotta Taffoni. Spirito irrequieto, esuberante e romantico, Besenghi viaggiò attraverso la Grecia, durante la guerra di indipendenza, per due anni (1827-1829) partecipando pure ad azioni di guerra. Rientrato in Italia, visse in Friuli studiando e componendo poesie, poi si trasferì a Venezia e infine ritornò a Trieste, città nella quale aveva lavorato come impiegato al Tribunale Mercantile, in tempo per vivervi i moti del 1848. Morì di lì a poco, il 24.9.1849, di colera.
Considerato il maggiore poeta istriano e giuliano della prima metà dell’ Ottocento, Besenghi nelle sue liriche rivela l’ideale romantico pur perdurando in esse — è stato osservato — «alcune feconde istanze classiche, neoclassiche e tradizionali». Prosatore dal piglio polemico e satireggiante, pubblicò a Venezia nel 1826 il Saggio di novelle orientali, satira mordace nei confronti di Trieste e dei suoi abitanti, la prima indicata come «Cucibrech» e sottolineando dei secondi la «babuaggine». E un’impostazione critico-letteraria che si ritrova nella sua poesia degli Apologhi, dove si riallaccia «al favolismo settecentesco, ma con più corrosivo estro lucianesco compenetrato di aceti voltairiani».
Al n. civ. 8 di via P. Besenghi è la chiesa della Madonna della Provvidenza, eretta nel 1914 in stile gotico inglese dall’arch. Giuseppe Gualandi per conto delle Suore della Visitazione e dedicata alla Beata Vergine Ausiliatrice. Benedetta il 14.5.1914, divenne sede di parrocchia il 1.12.1958, riconosciuta civilmente il 27.8.1977. Al n. civ. 16, su fondo acquistato nel 1905 dalle Suore Scolastiche di Marburgo, venne eretto nel 1908 un ampio edificio (arch. Francesco Ferluga), destinato ad educandato femminile, che nel 1910 divenne proprietà del Sovrano Erario; fu destinato quindi a Liceo femminile e, dopo la guerra, a caserma dei R. Carabinieri. Distrutto durante il II conflitto mondiale (dal 1939 ospitava il seminario vescovile), venne ricostruito più ampio su progetto dell’arch. Vittorio Frandoli e inaugurato 1’11.10.1950 (annessa cappella della B.V. Immacolata).
Al n. civ. 23 è il villino Ganzoni-Livesey (arch. R. Berlam, 1884), al n. civ. 31 il villino Knipfer poi Mosco (arch. G.M. Mosco, 1903), con la caratteristica torretta; al n. civ. 46 era un villino sociale dell’arch. R. Berlam (1894) oggi demolito, mentre al n. civ. 48 è il villino Cantoni (arch. R. Berlam, 1897). In fondo alla strada, dirimpetto a un ingresso secondario dell’Osservatorio Astronomico, era villa Basevi, eretta dall’ing. E. Geiringer (1895), ristrutturata nel 1910 (arch. G. Polli) ad uso di «museo didattico», sede dal 1926 del Museo del Risorgimento e distrutta nel 1944.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Vittorio Bersezio

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BERSEZIO Vittorio, via

Servola-Chiarbola. Da via del Roncheto a via dei Soncini. C.A.P. 34146.
Con Del. Cons. n. 60 d.d. 6.4.1956 questa strada di Servola assunse il nome di Vittorio Bersezio, nato a Cuneo nel 1828, novelliere e commediografo italiano. Autore prolifico, Bersezio ha il merito di avere riportato sulle scene teatrali il dialetto, nella specie quello piemontese, con la commedia Le miserie ‘d monsù Travet (1863), «capolavoro in vernacolo piemontese carissimo al pubblico ed applaudito con gioia perfino dal Manzoni». Oltre alle commedie I violenti, Una bolla di sapone, Da galeotto a marinaio e ai racconti La povera Giovanna e Il volontario di Palestro, Bersezio fu autore dell’opera in otto volumi Trent’anni di vita italiana. Morì a Torino nel 1900.
L’edificio al n. civ. 22 di via V. Bersezio venne costruito su progetto dell’arch. R. Depaoli datato 2.12.1905.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Lorenzo Bernini

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BERNINI Lorenzo, via

Barriera Vecchia/San Giacomo. Da piazza del Sansovino a scala Stendhal. C.A.P. dal n. 1 al n. 8: 34131; dal n. 9 a fine: 34137.

Lorenzo (rectius Gian Lorenzo) Bernini, al quale la strada venne intitolata nel 1909, nacque a Napoli nel 1598. Architetto, scultore e pittore, esordì come scultore presso la bottega del padre eseguendo, tra il 1619 ed il 1625, alcune opere per Scipione Borghese (Roma, Galleria Borghese). La sua notorietà crebbe sotto il pontificato di Urbano VIII (1623-1644), quando realizzò assieme a Francesco Borromini il baldacchino bronzeo di San Pietro (basilica di S. Pietro) una delle principali e più alte espressioni dell’arte barocca (1624-1633). Nel 1629 divenne architetto alla Fabbrica di S. Pietro affiancando pure alle attività di scultore e di architetto quella di pittore. Tra le sue opere scultoree: fontana dei fiumi (1648-1657, piazza Navona, Roma), tombe di Urbano VIII e di Alessandro VII (San Pietro, Roma).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via Giuseppe Bernardi

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BERNARDI Giuseppe, via

Roiano-Gretta-Barcola. Da strada del Friuli a via U. Moro. C.A.P. 34136.

Giuseppe Bernardi (o de Bernardi), il cui nome è ricordato con questa strada dal 14.7.1967 (Del. Cons. n. 605), nacque nel Canton Ticino nel 1807. Compì gli studi di architettura presso l’Accademia e il Politecnico di Vienna e poi, a Trieste, divenne ingegnere del comune e ispettore edile. In tale veste operò attivamente nella Trieste di metà Ottocento, costruendo numerosi edifici, tra i primi dei quali si colloca la casa di via S. Lazzaro 7 (1844, modificata 1859). La sua stagione più matura coincise con il decennio 1850-1860, che vide la costruzione del nuovo macello comunale, in stile neoclassico (1852, via dei Macelli n. 6), la casa in via S. Marco 17-19 (1853), l’Istituto dei Poveri (1858-1862, via G. Pascoli n. 31). Con riguardo all’architettura di edifici destinati al culto, Bernardi firmò il progetto della chiesa dei SS. Ermacora e Fortunato a Roiano (1862), oltre a quello per l’altare marmoreo di S. Giusto (1856), già posto nell’abside della navata destra della Cattedrale e oggi esistente presso la chiesa di Lanischie. Nel 1863 diresse i lavori per la ristrutturazione della chiesa della B.V. del Soccorso, che portarono alla costruzione del nuovo campanile. Al Bernardi è pure attribuita la fontana di piazza Garibaldi, risalente al 1859.
Giuseppe Bernardi fu anzitutto ingegnere e come tale addetto a costruzioni in cui difficilmente era dato spazio al suo personale intervento stilistico.
Prevale nelle sue opere, non ancora complessivamente studiate, l’impostazione razionalistico-neoclassica, con l’eccezione vistosa, dovuta totalmente, però, alle direttive del committente, della villa Bottacin costruita dal Bernardi nel 1855 c. in via S. Cilino, dal composito e inconsueto
stile architettonico.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste : via dei Berlam

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BERLAM (via dei)

Roiano-Gretta-Barcola. Laterale destra di strada del Friuli. C.A.P. 34136.
Con delibera Giun. Mun. del 9.11.1966 (n. 2822) si volle ricordare i nomi degli architetti triestini Giovanni e Ruggero Berlam.


Giovanni Andrea Berlam nacque a Trieste il 3.7.1823; studiò architettura a Venezia e fu allievo di Francesco Lazzari, architetto veneto di fama, discepolo di G. Selva. Successivamente continuò gli studi presso l’Accademia di Vienna, ove si laureò ingegnere civile. Rientrato a Trieste, entrò a far parte del cenacolo artistico che si riuniva in casa Artelli e alcuni anni dopo divenne segretario della Società per l’Arte e l’Industria, presieduta dal barone C. Reinelt. Sue realizzazioni principali, tuttora visibili, sono casa Gopcevich (1851 c., via G. Rossini n. 4), casa Zoratti poi Girardelli (1852, via C. Battisti n. 4), casa Bardeau (1854, via Milano n. 13) e poi ancora palazzina Ruzzier (1872, via C. Battisti 17), palazzo Morpurgo de Nilma (1875, via M.R. Imbriani 5), casa Caccia (1875, piazza C. Goldoni 11) e infine casa Herrmanstorfer (in collaborazione col figlio), da lui ricostruita nel 1876-78 essendo stata distrutta da un incendio (via C. Battisti 6). Tra i numerosi edifici costruiti nel circondario meritano menzione la sede della Società Triestina del Bersaglio al Cacciatore (1859) e villa Sigmundt (1861, via D. Rossetti 44-46). L’opera di Giovanni Berlam è stata giudicata in modo discorde dagli studiosi: «stilistica accademica, ora di pura maniera lombardesca, ora viziata da punte di eclettismo, che non può più riscuotere, oggi, un autonomo interesse critico»; oppure, piuttosto: «la comprensione profonda della spazialità che respira nelle cupole, nelle volte, nelle nicchie circolari, nel compenetrarsi di elementi curvilinei in forme volumetriche cubiche, è quella che predomina in G. Berlam, è la sua luce nella piatta adesione dei molti alla moda, quella che lo fa artista tra gli artisti migliori di Trieste ma quella che anche, purtroppo, non ne fa la fortuna».

Ruggero Berlam, figlio di Giovanni, nacque a Trieste il 20.9.1854; abbandonati giovanili studi di musica, frequentò l’Accademia di Venezia, ove fu allievo di Giacomo Franco, e poi la Regia Accademia di belle arti di Milano, avendo per maestro Camillo Boito. Tornato a Trieste, entrò nello studio del padre per continuare poi l’attività indipendentemente. Architetto valido e di chiara fama, realizzò importanti edifici a Trieste (casa Berlam, 1879, via G. Carducci 24; casa Leitenburg, 1887, via Giulia 2; villa Haggiconsta, 1890, viale R. Gessi), a Pola (Politeama Ciscutti, 1881) e nella regione (castello di Spessa, Spessa di Capriva, 1880) e poi a Udine e a Parenzo tra il 1887 ed il 1915, solo per citare alcune delle sue numerose opere. Fu tra i fondatori del Circolo Artistico Triestino (1884), consigliere municipale e componente della giunta (dal 1893) e membro del curatorio del Museo Revoltella. Dopo il 1904 lavorò assieme al figlio Arduino, realizzando a Trieste palazzo Vianello (1904, piazza G. Oberdan 1), la Scala dei Giganti (1905-07), il Tempio Israelitico (1906-12, piazza V. Giotti), il palazzo della R.A.S. (1909-13, piazza della Repubblica) e a Udine i padiglioni Pro Infanzia (1907, via A. Manzoni 7), palazzo Schiavi (1912, via Savorgnan) oltre al Municipio di Parenzo (1910, lungomare). «II suo merito principale» — si è notato — «è stato quello di aver a tal punto assimilato gli stili del passato da essere poi in grado di produrre opere del tutto originali, pur rimanendo sempre nell’ambito della tradizione».
Giovanni Berlam morì a Trieste nel 1892; Ruggero, pure a Trieste, nel 1920.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste. via del Bergamino

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BERGAMINO, via del

Chiadino-Rozzol. Da strada di Rozzol a via dei Cergna. C.A.P. 34139.
Risale al 6.4.1956 (Del. Cons. n. 60) l’imposizione a questa strada del nome «bergamino», motivato come toponimo. Deriverebbe, secondo alcune interpretazioni difficilmente controllabili, dal nome di una «campagna Bergamina», a sua volta fitonimo indicante una specie di vitigno conosciuto anche nella nostra regione. Nessun riferimento, quindi, al «bergamino» essenza artificiale simile al bergamotto.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Bergamasco

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BERGAMASCO, via

San Giacomo. Da via Molino a Vento a largo del Pestalozzi. C.A.P. 34137.
Denominazione ottocentesca suggerita, secondo la storiografia del secolo scorso, dal nome di un’antica famiglia Bergamasco, probabilmente originaria di Bergamo, alla quale sarebbero appartenuti alcuni terreni nella zona, ma della quale non sono rintracciabili notizie più precise.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Giovanni Berchet

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BERCHET Giovanni, via

Cologna-Scorcola. Da via dello Scoglio a via P. Ferrari. C.A.P. 34127.
Risale al 6.4.1956 (Del. Cons. n. 60) l’intitolazione della strada a Giovanni Berchet, poeta e critico. Nato a Milano nel 1783 da famiglia originaria della Svizzera francese, fu allievo di F. Parini e amico di U. Foscolo e di V. Monti. Studioso delle lingue moderne e traduttore valido di Gray, Goldsmith e di Schiller, Giovanni Berchet fu convinto propugnatore delle idee romantiche, sostenute specialmente nella Lettera semiseria di Grisostomo (Milano 1816). Collaborò al Conciliatore nel 1818-19, fu partecipe dell’attività di F. Confalonieri per la liberazione della Lombardia dall’ Austria e, all’arresto di questi (1821), si rifugiò prima a Parigi e poi a Londra dove visse, operando come traduttore, fino al 1848. Rientrato in Italia, partecipò al governo provvisorio della Lombardia che voleva unita al Piemonte. Ritornati gli austriaci, si rifugiò a Torino, ove fu eletto deputato del parlamento piemontese. Morì nel 1851.
L’Archivio Diplomatico della Biblioteca Civica di Trieste conserva (Raccolta Zajotti n. 117) una lettera di Giovanni Berchet a Gaetano Cattaneo, direttore del gabinetto numismatico in Milano, scritta dalla capitale lombarda il 2 giugno 1816 e riguardante il monumento Rossi.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Benussi Bernardo

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BENUSSI Bernardo, via

Valmaura-Borgo San Sergio. Da via Flavia a via Costalunga. C.A.P. dal n. 1 al n. 21 e dal n. 2 al n. 8:
34148; dai nn. 23 e 10 a fine: 34149.
Dello storico Bernardo Benussi la strada reca il nome dal 6.4.1956 (Del. Cons. n. 60).
Nato a Rovigno d’Istria nel 1846, Benussi frequentò dapprima il seminario arcivescovile di Udine e poi il ginnasio superiore di Capodistria; quindi si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università di Padova, che dopo poco abbandonò per andare a studiare a Vienna e a Graz, diplomandosi nel 1869 e laureandosi in filosofia nel 1871.
Dal 1869, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della storia e della geografia, insegnò al ginnasio di Capodistria; dal 1874 fu al ginnasio comunale di Trieste finché, nel 1894, venne nominato direttore del Liceo femminile nella stessa città. Fu direttore degli «Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria» dal 1899 al 1925, presidente dell’Università popolare di Trieste dal 1909 al 1913, tenne corsi di storia, di geografia commerciale, di filosofia pratica e di pedagogia alla Scuola superiore di commercio di fondazione Revoltella. Considerato il maggiore storico istriano attivo a cavallo del XIX secolo, Benussi fu autore della pregevole Storia documentata di Rovigno (Tip. del Lloyd, Trieste 1888); studioso preparato e documentato, sostenne con valore l’impostazione patriottica, anche in funzione polemica, della storiografia istriana ottocentesca; carattere che si ritrova anche nell’opera maggiore di Bernardo Benussi, Nel Medioevo. Pagine di storia istriana (Coana, Parenzo 1897) e nell’altro testo fondamentale L ‘Istria nei suoi due millenni di storia (Caprin, Trieste 1924) o, ancora, nel Manuale di geografia, storia e statistica della Regione Giulia (Litorale) (II a ed. Coana, Parenzo 1903). Benussi approfondì anche il periodo storico antico, dapprima con il giovanile Saggio d’una storia dell’Istria dai primi tempi sino all’epoca della dominazione romana («Atti dell’I.R. Ginnasio Superiore Statale di Capodistria», a. 1871-1872), poi con la più matura opera L’Istria sino ad Augusto (Herrmanstorfer, Trieste 1883), testi dei quali non sono sottaciuti i limiti scientifici in rapporto agli attuali risultati dell’indagine storica specialistica, ma comunque notevole documento dell’evoluzione della storiografia locale medievistica e romanistica di stampo liberale nazionale nell’Otto-Novecento.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via San Benedetto

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BENEDETTO SAN, via

Servola-Chiarbola. Da via Visinada a via del Carnaro. C.A.P. 34144.
Con Del. Cons. d.d. 9.2.1968 n. 178 la strada venne intitolata a San Benedetto, patrono d’Europa.

San Benedetto da Norcia, patriarca dei monaci d’occidente (ricorrenza 21 marzo), fondatore dell’ordine dei benedettini, padre d’Europa, nacque a Norcia intorno al 488 da famiglia agiata e studiò a Roma lettere e diritto. Dedicatosi alla vita ascetica e scoperta la vocazione, venne riconosciuto per le sue virtù ed ebbe ben presto notevole seguito. Tra il 525 ed il 529 fondò a Montecassino il noto monastero, costituito secondo le Regole scritte da lui stesso. Morì verso il 546 e le sue spoglie riposano a Montecassino.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

 

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Trieste: Scala al Belvedere

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BELVEDERE, scala al

Città Nuova-Barriera Nuova. C.A.P. 34135.
A questa scala venne esteso il 13 gennaio 1902 (delibera Del. Mun. n. 83523) il nome già attribuito al campo omonimo e alla via, poi Udine.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

 

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Trieste: via di Basovizza

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BASOVIZZA, via di

Altipiano Est (Villa Opicina). Da via Nazionale alla frazione di Basovizza. C.A.P. 34016.
La strada che collega la frazione di Villa Opicina con l’abitato di Basovizza, costruita su progetto di C. Dini nel 1780-1781, reca dall’8.11.1929 il nome di via di Basovizza (Del. Pod. n. 63/51-V-31/52-29).
L’antico villaggio di Basovizza, noto fin dal XIII e XIV secolo, si sviluppò all’incrocio di importanti strutture viarie esistenti fin dall’epoca romana, la strada del Carso e la strada del Monte Spaccato. Basovizza ebbe fin dal XIV secolo una cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, consacrata dal vescovo fra Pace da Vedano e amministrata da una confraternita. La chiesetta, sottoposta fino al 1785 alla parrocchia di Grozzana come filiale, venne ristrutturata nel 1660; abbattuta nel 1857 perché troppo angusta, venne ricostruita più ampia e consacrata il 27.7.1862. Cappellania dal 1785 e curazia dal 1864, venne eretta parrocchia indipendente nel 1892. All’interno fu collocato, oltre al marmoreo altare maggiore, l’altare ligneo dedicato a San Rocco proveniente dalla demolita chiesa omonima già esistente nell’odierna piazza Unità d’Italia (la campana era stata donata, invece, alla chiesa di Grozzana).
Al n. civ. 2 di via Basovizza è la sede (1967) della Cassa Rurale ed Artigiana di Opicina, fondata nel 1908; al n. civ. 5, in edificio inaugurato nell’anno 1957, si trova la Scuola Media Statale «Muzio de Tommasini», mentre al n. civ. 7 è la Scuola Media Statale di lingua slovena «Srecko Kosovel».

Al n. civ. 60 il complesso che ospita oggi la scuola elementare di Banne e la succursale della Scuola media statale M. de Tommasini venne inaugurato nel 1933 quale sede della Colonia feriale di Banne. Costruito mediante pubblica sottoscrizione a ricordo delle nozze dei principi Umberto di Piemonte e Maria Josè del Belgio, l’edificio venne progettato dall’arch. L. Braidotti e decorato da fregi scultorei di A. Canciani.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via dei Baseggio

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BASEGGIO (via dei)

Roiano-Gretta-Barcola. Da via del Cisternone a via Palmanova. C.A.P. 34136.
Il 13 febbraio 1903 con delibera della Delegazione Municipale venne dato a questa strada il nome di una delle famiglie patrizie delle XIII casade.
La famiglia dei Baseggio (Baséo, Basejo) fece parte della confraternita dei Nobili dal 1246; proprietaria di terreni nel circondario della città, e specialmente nella zona di S. Anna, disponeva di propria tomba nella chiesa della B.V. del Soccorso vulgo di S. Antonio Vecchio. Una delle torri scoperte della cinta muraria medioevale di Trieste era detta «dei Basegi». Il vicedomino Giovanni de Baseggio annotò nel 1551 che «Basiliam primam ponunt generosa propago Urbis a Basilio genito de stirpe Quirina consonant moros Urbis stricti Tures». La famiglia si estinse con Liberale Baseio (1671-1749). Lungo la via dei Baseggio sorsero a cavallo del nostro secolo abitazioni destinate al ceto popolare, specialmente operai, come il gruppo di quattro casette dell’arch. F. Ferluga (1898, fondo tav. 694) e altre case per operai costruite nel 1900-1901.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Salvatore Barzilai

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BARZILAI Salvatore (via)

Chiadino-Rozzol. Ottava laterale destra di via C. de Marchesetti. C.A.P. 34142.
Con Del. Cons. d.d. 9.7.1962 n. 369 venne dato nome alla nuova strada disimpegnante piazzale E. Popovich-D’Angeli. Salvatore Barzilai nacque a Trieste nel 1860; trasferitosi giovanissimo dalla città natale dopo essere stato processato e condannato a un anno di reclusione dal governo austriaco, fu collaboratore a Bologna de L’eco del Popolo, giornale redatto dai fuoriusciti triestini Giacomo Venezian e Giuseppe Picciola e dal trentino Albino Zenatti. Laureatosi in giurisprudenza nel 1882, Barzilai si dedicò all’avvocatura. Fu collaboratore da Roma del giornale triestino L’Indipendente e della Tribuna di Roma per la politica estera.
Eletto deputato nel 1890, si adoperò in favore dei territori di lingua italiana soggetti all’Austria; convinto repubblicano, si allontanò da quel partito nel 1911 e quattro anni dopo, nel 1915, venne nominato ministro per le terre liberate, essendo presidente del consiglio A. Salandra; nel 1919 fu delegato italiano alla Conferenza della pace. Per molti anni presidente dell’Associazione della Stampa, venne nominato senatore nel 1920. Morì a Roma nel 1939.
Dei legami sempre intensi con la città natale è interessante esempio una lettera datata Roma 1937 di Barzilai a Silvio Benco (Trieste, Archivio Diplomatico, segn. R.P. MS. MISC. 58/X161-80): «Illustre amico ma non ancora accademico d’Italia in quel Palazzo della Farnesina ove è pure entrato quell’ottimo Marinetti che io feci assolvere a Milano per un suo libro, alquanto si diceva, pornografico dal titolo Mafarka il futurista. Non ancora accademico ma, nella nostra città — ove qualche volta la realtà sembra meno radiosa del sogno — alta espressione del pensiero italiano che si manifesta nelle forme più degne ed elette. Onde ricevere da lui manifestazioni come quella recata oggi dal Piccolo, perché viene da lui e dal natio loco, è il maggiore compenso che potevo aspettarmi per la mia qualunque recente fatica. Anche perché Silvio Benco ha l’abitudine di leggere i libri dei quali crede di scrivere, mentre altri pure con molta benevolenza preferiscono scorrerli, riproducendone brani, inghirlandati di aggettivi laudatori. Purtroppo Ella deve anche ricordare tra le luci del libro l’ombra dei 77 anni (non ancora compiuti) del suo estensore; ma senza iattanza devo riconoscere che me ne accorgo solo per le implacabili notazioni dell’ufficio di stato civile mentre mi pare che il loro lungo decorso sia servito a schiarire molto le idee liberandole da molte scorie, anzichè a mortificarle. Io ricordo l’avvocato Benco suo padre che era intimo amico del mio nel comune rifugio della Minerva, e, pur di lontano, mi pare vi sia tra i nati da loro un vincolo spirituale, che non si spezza. E prima di chiudere il corso della esistenza io spero di assistere ad una giustizia resa a chi nel campo delle lettere, ha il primissimo posto nella città dei nostri sogni giovanili, a cui spetterebbe considerazione pari ai sagrifici fatti per acquistarla». Opere principali di S. Barzilai: Vita Internazionale (Quattrini, Firenze 1911); Vita parlamentare. Discorsi eprofili politici (Tip. Ed. Naz., Roma 1912), Contro la Triplice Alleanza (Ravà, Milano 1915), Luci e ombre del passato. Memorie di vita politica (Treves, Milano 1937), Nel mondo della giustizia. Memorie di vita forense (Treves, Milano 1939).

Bibliografia.: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 198

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Trieste: Strada pr Basovizza

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BASOVIZZA (strada per)

San Giovanni. Da via A. Valerio alla Strada Statale 14. C.A.P. numeri pari da 2 a 78 e dispari da 1 a 31: 34128; rimanenti: 34149.

Denominazione ottocentesca per la strada, aperta dopo la costruzione della strada commerciale nuova (oggi strada nuova per Opicina, 1830), che conduce all’abitato di Basovizza, frazione di Trieste. Il nome di Basovizza, attestato almeno dal 1297, deriva dallo sloveno dialettale bez (gen. bezà) con allargamento -ov e suffisso diminutivo -ica, «piccolo sambuco», toponimo derivante dalla presenza nella zona di questo tipo di flora. Il nome della località fu oggetto di discussione nella commissione speciale per lo studio dei nomi italiani delle frazioni di Trieste (1940); in quella sede vennero formulate diverse proposte per la sostituzione del toponimo con i nomi: «Sambucheto, Sambucheta» o «Bovolenta» o «Basovinia» (proposta Scocchi), «Basovinia» o «Villa Sambuco» o «Villapero» (proposta Rutteri), «Sambuco» o «Bovolenta» o «Bassavilla» (proposta Sticotti) Bovolenta (proposta Cesari). Prevalse comunque l’opinione del presidente di quella Commissione, che non ritenne necessario il cambiamento dell’antico nome.
La grande cava all’inizio della strada iniziò l’attività estrattiva della pietra calcarea nei primi anni del secolo; divenuta proprietà della ditta ing. Francesco Faccanoni sr. (iscritta alla Camera di Commercio 24.4.1925), venne data in affitto nel 1971 alla S.I.C.A.T. s.p.a. che l’acquistò poi nel 1974. Il lavoro di estrazione, sospeso nel 1977 per lo studio della situazione geologica, è ripreso nel 1985.Dalla presenza delle cave di pietra calcarea derivò il toponimo, diffuso nei primi decenni di questo secolo, «Alle Cave», frazione della località di Guardiella.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Belpoggio

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BELPOGGIO, via

San Vito-Città Vecchia. Da riva Grumula a via Franca. C.A.P. 34123.
Il toponimo ottocentesco, suggerito dall’amenità della zona, era apposto nel 1884 a un tratto di questa strada, da riva Grumula a salita al Promontorio (Generini). Tra il 1903 ed il 1905 assunse il nome di via Belpoggio solo il tratto da riva Grumula alla via Santi Martiri, più tardi fino alla curva a gomito nei pressi del parco di villa Necker; al secondo tratto venne riservato il nome di via Remota, esteso dall’omonima androna, mutato poi con delibera Giun. Mun. d.d. 19.3.1919 con quello del medico Moisè Luzzatto.
Con Del. Pod. n. 863 d.d. 6.7.1940 le vie Belpoggio e Luzzatto assunsero il nome di Italo Balbo (Guartesana presso Ferrara 1896 – Tobruk 1940), uomo politico, interventista nel 1915, fondatore e direttore a Udine de «L’Alpino», gerarca fascista; ministro dell’aereonautica (1929-1933), divenne governatore della Libia nel 1933 e vi morì nel 1940 con l’abbattimento per errore dell’aereo sul quale viaggiava. Con Del. Comm. Prefett. n. 648 d.d. 4.9.1943 vennero ripristinate le precedenti denominazioni, per il primo e per il secondo tratto, di via Belpoggio e di via M. Luzzatto; con delibera n. 407 d.d. 6.7.1946 l’intitolazione di via Belpoggio venne estesa a tutta la strada. Al n. civ. 1, angolo riva Grumula, si trova casa Stabile (arch. M. Fabiani, 1906) con lo scudo d’angolo recante le iniziali «E.S.S. 1906»; al n. civ. 21, nell’edificio ottocentesco in stile gotico quadrato, è la sezione staccata del Genio Militare cui segue, al n. civ. 27, una casa liberty del 1911-12 (ing. A. Bruna).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Bellosguardo

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BELLOSGUARDO, via

San Vito-Città Vecchia. Da via V. Locchi a via F. Dall’Ongaro. C.A.P. dal n. 1 al n. 33 e dal n. 2 al n. 16: 34123; dal n. 35 al n. 55 e dal n. 18 al n. 44: 34124; dai nn. 57 e 46 a fine: 34143.
Fino alla delibera del 25.4.1887, che appose alla strada il nome attuale, recava il toponimo di «vicolo delle Bombe». Bellosguardo è voce moderna di origine letteraria, dovuta alla posizione panoramica caratteristica della strada prima della moderna urbanizzazione. Con Del. Cons. d.d. 6.3.1961 n. 59 venne esteso il nome di via Bellosguardo «al nuovo tronco stradale compreso tra le vie Vittorio Locchi e Carlo Combi». Molti edifici e ville del Settecento che si trovavano nella zona, tipico soggiorno estivo della borghesia triestina del XVIII e XIX secolo, furono sottoposte a ristrutturazioni o vennero demolite nell’ultimo mezzo secolo. All’angolo con via N. De Rin l’edificio che vide trascorrere la giovinezza di Giuseppe Caprin fu trasformato nel 1884 in «casinetto con torre», quest’ultima demolita nel 1939 nel corso di una nuova ristrutturazione dovuta all’arch. A. Paladini. Al n. civ. 46 è l’ingresso di villa Homero (arch. L. Colnhuber, 1849), completamente ristrutturata, fino ad alterarne l’aspetto originario, nel 1912; al n. civ. 28 era villa già Tarnoldi poi Arnstein (arch. P. Palese 1850 c.), ingrandita nel 1911 e demolita nel 1963 per fare posto a moderni complessi condominiali. Al n. civ. 50 si trovava villa già Baraux poi Holt, costruita nel 1796-1797 per il commerciante di Anversa Francesco Emanuele Giuseppe Baraux, ristrutturata nel 1885 e demolita anch’essa nel 1966 per lasciare spazio a caseggiati moderni.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Vincenzo Bellini

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BELLINI Vincenzo, via

Città Nuova-Barriera Nuova. Da riva III novembre a piazza S. Antonio Nuovo, riva destra del Canal Grande. C.A.P. 34121.
Già denominata, dal Settecento, via del Canale, ebbe nuova intitolazione con delibera Del. Mun. del 13.1.1902 n. 83523, quando anche la città di Trieste volle rendere omaggio al grande italiano nell’occasione del centenario della nascita. La proposta di onorare Vincenzo Bellini era stata discussa nel Consiglio Comunale il 30.10.1901 e in quella sede era stato stabilito anche che il Podestà avrebbe inviato un telegramma al Sindaco di Catania nella ricorrenza dell’anniversario. Vincenzo Bellini nacque a Catania nel 1801; dimostrata precoce inclinazione per la musica, ebbe i primi insegnamenti dal padre e dal nonno materno. Nel 1819 si recò a studiare a Napoli presso il Conservatorio di S. Sebastiano e le sue prime esperienze di compositore risalgono agli anni 1824-25. L’opera Bianca e Fernando venne data con successo per la prima volta al teatro San Carlo il 30.5.1826, mentre Il Pirata venne rappresentato alla Scala di Milano il 27.10.1827. Sua fu l’opera data per l’inaugurazione del teatro Carlo Felice di Genova (7.4.1828); quindi la sua fama crebbe e negli anni successivi scrisse capolavori come I Capuleti e i Montecchi (La Fenice, Venezia, 11.3.1830), la Norma (La Scala, Milano, 26.12.1831), Beatrice di Tenda (teatro Fenice, Venezia 16.3.1833), I Puritani (Parigi, 25.1.1835). Morì a Puteaux presso Parigi il 24.9.1835 e le sue spoglie vennero accolte nella cattedrale di Catania nel 1876. Prime rappresentazioni delle opere di V. Bellini a Trieste presso il teatro Grande (oggi G. Verdi): Il pirata (28.12.1830), La straniera (22.2.1831), I Capuleti e i Montecchi (6.10.1831), Norma (5.11.1834), La sonnambula (1834). Il nome di via del Canale fu ripristinato per breve tempo dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria (1915).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Cristoforo Belli

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BELLI Cristoforo, via

San Giacomo. Prima laterale destra di via dell’Istria. C.A.P. n. 7/2, 7/3, 7/4: 34144; rimanenti: 34137.
Reca dal 1909 il nome di Cristoforo Belli, di famiglia appartenente alle XIII casade nobili. Personaggio dalla solida e, per quei tempi, vasta cultura (studiò il greco, il latino, poesia, calligrafia e, secondo le fonti, anche diritto), Belli fu esponente della vita politica cittadina nel Cinquecento. Nato a Trieste nel 1508, fu membro del Consiglio Maggiore della città nel 1528, divenne nel 1530 notaio dei Provvisori e nel 1531 notaio del Procuratore generale.
Convinto autonomista e difensore dell’intangibilità del particolarismo municipale (suo padre Boncino, all’entrata dei veneziani nel 1508, aveva spazzato la piazza maggiore con il vessillo imperiale per dimostrare il suo disprezzo nei confronti dell’Austria), Cristoforo Belli fece rapida carriera nelle magistrature cittadine; nel 1540 fu Provisore e nel 1541 Cancelliere di palazzo e notaio al Banco dei Malefici. Nel 1549 venne prescelto dalla città come proprio rappresentante a Vienna per la discussione dei nuovi statuti comunali e pure in quella sede si rivelò fermo assertore dell’autonomismo municipale, rifiutando l’imposizione di statuti non concordati e ribadendo che i triestini non dovevano essere considerati vassalli ma «confederati a Casa d’Austria o da essa protetti, formando una repubblica o una comunità libera». Incarcerato dal capitano Hoyos nel 1551 con l’accusa di essere «ammutinatore del popolo», Belli ricoprì la carica di vicedomino cinque volte (1544, 1548, 1552, 1556, 1560) e quella massima di giudice e rettore per sette volte (1553, 1554, 1555, 1557, 1558, 1563, 1564).
Esercitò la professione di pubblico notaio dal 1564 al 1585. Sposatosi nel 1533 con Maria di Giovanni Barilari da Genova, morì a Trieste nel gennaio 1586. Con Del. Cons. d.d. 6.3.1961 n. 59 la denominazione di via C. Belli venne parzialmente sostituita con quella di A. Gramsci nel tratto di strada compreso tra i numeri anagrafici 55 e 22 di Chiarbola.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via della Bellavista

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BELLAVISTA, via della

Cologna-Scorcola. Continuazione della salita di Conconello. C.A.P. 34134.
Nome imposto con Del. Cons. del 6.4.1956 n. 60. Toponimo suggerito dalla posizione panoramica della strada.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Beirut

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BEIRUT, via

Roiano-Gretta-Barcola. Da viale Miramare all’omonima stazione ferroviaria. C.A.P. 34013.
Alla «laterale destra della Strada Statale n. 14, disimpegnante la stazione ferroviaria di Miramare e l’erigenda scuola elementare di Grignano» venne il nome di via Beirut il 13.2.1967 (delibera Giun. Mun. n. 392). Beirut, dal 1946 capitale del Libano, conta oltre due milioni di abitanti; fondata secondo la leggenda da Crono, la città venne distrutta da un terremoto nel 529, poi ricostruita e conquistata dai Crociati; nel 1110 divenne capitale del regno franco di Gerusalemme. Occupata dai turchi nel 1516, conobbe una lenta decadenza per rifiorire nel nostro secolo. Rifugio dei palestinesi dopo la creazione dello stato di Israele (1948), fu oggetto di ritorsioni israeliane (1968) e venne a trovarsi al centro del conflitto tra guerriglieri palestinesi e milizia della destra cristiana (1975-1976). La guerra tra milizie cristiane e «forza interaraba di pace» riesplose nel 1978 e dura tuttora, a nulla essendo valso l’intervento (1983) del «contingente misto di pace» (U.S.A., Francia, Inghilterra, Italia). Dal febbraio del 1960 Trieste è gemellata con la città di Beirut; le cerimonie di gemellaggio ebbero inizio allorché, il 27.6.1956, l’Amministratore di Beirut, nella sala del Consiglio Comunale, consegnò al Sindaco G. Bartoli le chiavi della città quale simbolo di continua amicizia e fratellanza. Le cerimonie si conclusero con i festeggiamenti a Beirut (24-29.2.1960), quando il Sindaco di Trieste M. Franzil fu ospite dell’Amministratore della città di Beirut P. Boulos. Al n. civ. 7 di via Beirut si trova il Centro di Fisica teorica, prestigiosa istituzione scientifica internazionale, inaugurato il 4.6.1968 e donato da Trieste all’O.N.U. Per l’inaugurazione venne coniata una medaglia dallo stabilimento S. Johnson di Milano; reca sul recto l’immagine della facciata della sede con le parole INTERNATIONAL CENTRE FOR THEORETICAL PHYSICS e, nell’esergo, TRIESTE 1968 con, in basso a caratteri più piccoli, IMP. G. CANARUTTO (l’impresa costruttrice della sede); sul rovescio, entro due rami di alloro disposti a ghirlanda, è raffigurato il simbolo della fisica atomica, sovrastato dalle parole: INTERNATIONAL ATOMIC ENERGY AGENCY.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Francesco Beda

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BEDA Francesco, via

Chiadino-Rozzol. Laterale sinistra di strada di Rozzol. C.A.P. 34139.
Francesco Beda, cui la strada venne intitolata con Del. Cons. d.d. 6.4.1956 n. 60, nacque a Trieste il 29.11.1840. Pittore, studiò a Vienna avendo per maestro Karl von Blaas; iniziò come autore di ritratti e di soggetti storici ma poi, analogamente al concittadino Giuseppe Barison, preferì le scene di genere. Pittore di notevole notorietà a Trieste e anche in Austria, Ungheria e Croazia, ebbe commissioni da nobili, da prelati e dall’imperatrice Elisabetta. Tuttavia la sua opera, è stato scritto, non raggiunse «grandi risultati né con la prima (scene storiche e ritrattistica) né con la seconda maniera (pittura di genere), ma la sua era sempre una pittura pulita, attenta al disegno e non senza gusto nella distribuzione del colore: accademicamente corretta più che poeticamente originale.. Presso il Museo Revoltella di Trieste esiste un suo quadro Carlo VI riceve gli ambasciatori veneti (1868). Fece parte della direzione del Circolo Artistico Triestino. Morì a Trieste il 21.6.1900. Il figlio Giulio, pure pittore, visse e operò a Monaco di Baviera (Trieste 1879-Monaco di Baviera 1942).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via delle Beccherie Vecchie

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BECCHERIE VECCHIE, via delle

San Vito-Città Vecchia. Prima laterale destra di via dei Capitelli. C.A.P. 34121.
La strada prese nome dal macello qui trasferito dall’attuale piazza Unità d’Italia nel 1650, prima che fosse nuovamente trasferito nei pressi dell’attuale via delle Beccherie. Il tratto iniziale di via delle Beccherie Vecchie, con gli edifici angolo via dei Capitelli, è compreso nel piano di ristrutturazione urbanistica di Cittavecchia (1984-1987).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via delle Beccherie

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BECCHERIE, via delle 

San Vito-Città Vecchia. Prima laterale sinistra di via Malcanton. C.A.P. 34121.
Una delle più antiche strade della città, che correva a fianco delle mura medioevali, è la via delle Beccherie; prese nome allorché, nel 1754, venne costruito nei pressi un nuovo macello comunale e questa strada venne destinata ai venditori di carne. Beccherie (becheria) è termine dialettale di stampo veneto (a Padova nel 1146 beccaro) derivato da beco = maschio della capra.
L’ultimo tratto di via delle Beccherie, verso l’attuale largo Riborgo, venne cancellato nel 1934 con la demolizione degli edifici al cui posto sarebbe sorta, nel 1938, la Casa del Fascio, attuale Questura.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Cesare Beccaria

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BECCARIA Cesare, via

Città Nuova-Barriera Nuova. Da piazza G. Oberdan a largo Piave. C.A.P. 34133.
Ad una delle nuove strade risultanti dalla pianificazione urbanistica del cosiddetto quartiere Oberdan venne dato, con delibera Giun. Mun. d.d. 12.6.192 5 n. 54, il nome del letterato, giurista ed economista Cesare Beccaria. Nato a Milano nel 1738, Beccaria è l’autore celebre de Dei delitti e delle pene (apparso anonimo nel 1764), in cui tratta del diritto e della procedura penale riconducendo il concetto di giustizia alla teoria contrattualista e intendendo per giustizia «il vincolo necessario per tenere uniti gli interessi particolari, che senza di essa, si scioglierebbero nell’antico stato di insocialità»; affermando che la misura della responsabilità penale corrisponde all’entità del danno derivato alla società dall’illecito, Beccaria introdusse quindi il concetto, fondamentale per la storia del diritto penale italiano, della proporzionalità delle pene ai delitti, sancita dal legislatore espresso dalla società unita dal contratto sociale. Nel campo delle scienze economiche è importante, oltre alle Lezioni ed elementi di economia (apparso postumo nel 1804), il saggio Dei disordini e dei rimedi delle monete nello Stato di Milano nel 1762 (Lucca 1762), opera per la cui stesura ricevette consigli da Gian Rinaldo Carli da Capodistria, all’epoca presidente dell’amministrazione economica di Milano e già autore dei tre volumi Delle monete e dell’istituzione delle zecche d ‘Italia… (L ‘Aia-Pisa-Lucca, 1754-1760). Nel giovane Beccaria che lo ammirava, Carli riconobbe talento e acutezza di pensiero, pur se accompagnati da tendenza all’ideologismo e al ragionamento puramente matematico.
Su Cesare Beccaria, morto a Milano nel 1794, parlò a Trieste il 19.3.1871 presso il Gabinetto di Minerva il mazziniano milanese prof. Giacomo Oddo. Lungo via Beccaria sorgono edifici costruiti negli anni Trenta, come le case Ghira all’angolo con via Cicerone (ing. A. e G. Ghira, 1931- 32), e quelle progettate dagli arch. R. Battigelli (1932) e U. Nordio (1933).

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: Piazza Unità

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Piazza Unità d'Italia

Stampa di Rieger che ricostruisce di fantasia la Torre del Porto, coi due Mori all'orologio, la Madonna del porto sotto l'arco e a destra il Teatro san Pietro, prima sede del Comune, demolito. 

Piazza Unità d’Italia (già Piazza Unità, Piazza Grande o anche Piazza san Pietro o Piazza Francesco Giuseppe).

Piazza Unità d’Italia è la piazza principale della città, su cui fin dal Medioevo si affacciavano gli edifici pubblici comunali.

Per un periodo la piazza si chiamò San Pietro, dal nome di una chiesa ivi esistente fin dal XIV secolo e demolita nella seconda metà dell’Ottocento, ma era principalmente nota come Piazza Grande, anche per distinguerla dalla Piazza Piccola dietro l’antico palazzo del Comune. Durante la prima guerra mondiale, dal 1915 al 18 venne denominata Piazza Francesco Giuseppe, Con l’annessione di Trieste all’Italia, prese il nome di Piazza Unità, dal 1955 Piazza Unità d’Italia.

In origine la piazza era meno della metà di come si presenta oggi, delimitata dal Palazzo del Comune, chiusa dal lato verso il mare dalle mura e dalla Torre del Porto e si affacciava sull’antico porto detto Mandracchio: ai lati si alternavano diversi edifici ed al centro si trovava la Locanda Grande. I lavori ottocenteschi l’aprirono dal lato verso il mare, l’interramento del Mandracchio (1858-1863) ospitò per circa mezzo secolo un giardino ed i palazzi che l’attorniano vennero costruiti dal Settecento ai primi del Novecento.
La piazza ha assunto l’aspetto attuale dopo la ristrutturazione del 2001-2005, quando la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria che vogliono ricordare i masegni che lastricavano anticamente la piazza; la fontana dei Quattro Continenti è stata riportata quasi nella sua posizione originaria, allineata all’ingresso principale del Municipio. Un sistema di illuminazione con led blu, nella pavimentazione lato mare, ricorda fin dove il mare arrivava dentro l’antico porticciolo.


I palazzi che si affacciano sulla piazza sono in senso orario dal lato mare:

Il palazzo della Luogotenenza austriaca (1905 – architetto Emil Artmann), ora sede della Prefettura, che era andato a sostituire una precedente sede della Luogotenenza.

Il palazzo Stratti (1839 – architetto Antonio Buttazzoni, neoclassico ma poi rimaneggiato), dove si trova anche il caffè degli Specchi, un storico caffè triestino. Sulla sommità del palazzo un gruppo scultoreo raffigura Trieste con allegorie di fortuna e progresso, in quanto fu una delle prime sedi delle Assicurazioni Generali.

Il palazzo Modello (1871 – architetto Giuseppe Bruni)

Il municipio, dalla particolare architettura per unificare edifici preesistenti (1875 – architetto Giuseppe Bruni); sulla torre municipale due automi bronzei fanno udire i loro rintocchi allo scoccare delle ore.

Il palazzo Pitteri (1780 – architetto Ulderico Moro); è il più antico palazzo di piazza Unità.

Il Grand Hotel Duchi d’Aosta (1873 – ingegner Eugenio Geiringer e architetto Giovanni Righetti);

Il palazzo della compagnia di navigazione Lloyd Austriaco di Navigazione, poi Lloyd Triestino, ed ora sede della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (1884 – architetto Heinrich von Ferstel)


Altri manufatti in piazza:

Sul lato mare si trovano due pili portabandiera, donati nel 1932 dagli autieri della prima guerra mondiale, ove vengono effettuati gli alza e gli ammaina bandiera solenni.

La fontana dei Continenti del bergamasco Giovanni Battista Mazzoleni.
Tra il 1751 e il 1754 nell’allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana alimentata dal nuovo acquedotto teresiano, che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all’istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d’Austria.
Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America).
L’acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti.
Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame.

Statua di Carlo VI
La statua di Carlo VI, del veneto Lorenzo Fanoli
A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti (avendo il mare alle spalle e osservando il municipio) una colonna in pietra bianca sorregge una statua di un imperatore. Essa è la colonna di Carlo VI d’Asburgo.
Figlio di Leopoldo I d’Austria (la cui statua si trova nell’attuale piazza della Borsa) e padre di Maria Teresa d’Austria, Carlo VI nel 1719 istituì il porto franco a Trieste, dando un notevole impulso al commercio e allo sviluppo cittadino.
La statua raffigura l’Imperatore in piedi che indica il mare, con il porto franco da lui istituito. (Elisabetta Marcovich)

Trieste: via del Beato Angelico

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BEATO ANGELICO, via del

San Giovanni. Quinta laterale sinistra di via S. Cilino. C.A.P. 34128.
Ebbe questa denominazione con delibera della Del. Mun. dd. 13.6.1905 n. 14811/05. Frate Giovanni da Fiesole, detto il Beato Angelico, nacque a Vicchio di Mugello (Firenze) intorno al 1380. Pittore attivo già nel 1417 (all’inizio anche miniatore), fu esponente della cultura artistica domenicana del tempo, attento alla lezione tardogotica e sensibile alle novità stilistiche rinascimentali. Eseguì numerose opere a Firenze ( Trittico di S. Marco 1425-28 c., Tabernacolo dei Linaioli, stessi anni) dove visse la sua stagione artistica più matura; celebre l’Incoronazione del Louvre (1434-35), il Trittico di Cortona (1435-36), il Trittico di Perugia (1437 c.). Trasferitosi a Roma, lavorò alle decorazioni della Cappella Niccolina in Vaticano (1448). Rientrato a Firenze, venne nominato priore al convento di S. Marco. Morì a Roma nel 1455.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

Un sentito ringraziamento al Prof. Antonio Trampus, per aver acconsentito all'utilizzo dei suoi testi.

Trieste: via alle Beatitudini

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BEATITUDINI, via alle

San Giovanni. Prima laterale destra della strada nuova per Opicina. C.A.P. 34016.
Il nome della nuova strada deriva (Del. Cons. d.d. 15.7.1969 n. 551) dalla presenza della Casa per esercizi spirituali «Beatam me dicent», detta «Casa delle Beatitudini». Venne costruita dall’arch. M. Melan nel 1966 su fondi donati dalla benefattrice prof.ssa De Rin. Venne inaugurata dal vescovo mons. A. Santin il 9.7.1966 e affidata alle suore Figlie della Chiesa. Casa canonicamente eretta il 10.7.1966.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Bazzoni

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BAZZONI Riccardo, via

San Vito-Città Vecchia. Seconda laterale sinistra di via Navali. C.A.P. 34124.


A Riccardo Bazzoni si volle intitolare, il 23.12.1926 (Del. Comm. Prefett. n. 43-117-VIII-31/80-26) la via «che congiunge via Rossetti a via dell’Eremo, di fianco alle nuove caserme». Senonché la figlia del Bazzoni fece istanza affinché fosse intitolata a suo padre una strada a San Vito, quanto più possibile vicina alla villa che aveva visto trascorrere la sua vita. Con Del. Comm. Prefett. d.d. 4.6.1927 (n. 39/44-VII-31/36-27), quindi, si diede il nome di via Bazzoni a un tratto della già via San Vito. Riccardo Bazzoni nacque a Trieste nel 1827, figlio di Gracco, facoltoso commerciante proveniente da famiglia di patrioti milanesi. Accostatosi alla vita politica assumendo posizioni moderate, Riccardo Bazzoni fece parte del Comitato dei liberali, detto anche Comitato del Monteverde dal nome del locale in cui avvenivano le riunioni. Nel 1878, dopo un periodo di tensione politica che aveva visto l’opposizione del governo austriaco all’elezione a primo cittadino del nazionale-liberale Massimiliano D’Angeli, Riccardo Bazzoni venne eletto podestà di Trieste, incarico che mantenne fino al 1890. Studioso di letteratura italiana, francese e tedesca oltre che di scienze giuridiche, morì a Trieste il 17.11.1891.
Il ritratto ad olio di Riccardo Bazzoni, collocato nella galleria dei ritratti dei Podestà e Sindaci di Trieste nel Municipio, venne eseguito appena nel 1933 dal pittore triestino Erminio Loy. Al n. civ. 4 di via Riccardo Bazzoni è il terzo villino Bazzoni, costruito nel 1888 dall’arch. Ruggero Berlam. Al n. civ. 15 si trova la casa natale di Scipio Slataper con lapide recante incise alcune parole de Il mio Carso.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste: via Bazzarini

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BAZZARINI Antonio, via

San Giacomo. Prima laterale destra di via Campanelle. C.A.P. 34137.
Reca, dal 6.4.1956 (Del. Cons. n. 60) il nome di Antonio Bazzarini, nato a Rovigno d’Istria nel 1782 e trasferitosi fin da giovane a Venezia, ove trascorse quasi tutta la sua vita. Al primo, curioso saggio dal titolo Piano di sostituzione al cioccolato e al caffè (Venezia 1813) Bazzarini fece seguire uno studio sull’opera del Metastasio, Lettere drammatico-critiche sopra la Didone abbandonata di P. Metastasio (Padova 1816) che lo pone tra i primi autori italiani di una revisione critica dell’opera di Pietro Metastasio.
Autore, nel 1819, di una raccolta di drammi per teatro, Bazzarini si atteggiò a deciso classicista e antiromantico; tradusse e pubblicò in lingua italiana i Commenti alle Pandette di J. Vost (Venezia 1837) e diede alle stampe, nel 1839, il suo Vocabolario usuale tascabile della lingua italiana, destinato a grande successo editoriale. Collaboratore assieme a Cesare Balbo e a Cesare Cantù, nel 1841, della Nuova Enciclopedia Popolare (Torino 1841), Bazzarini si trasferì a Torino nel 1843 e in quella città compilò, su commissione dell’editore Pomba, il Vocabolario universale latino-italiano e italiano-latino, pubblicato postumo. L’interesse del Bazzarini per la cultura classica è testimoniato, anche nel campo della storia del diritto, dall’edizione parziale che curò nel 1834 a Venezia di G. Domat, Scelta di leggi tratte dai Digesti e dal Codice… con le citazioni delle Pandette riordinate da G. Pothier.
Morì a Torino nel 1850.

Bibliografia: A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989.

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Trieste – Vicolo dei Calafai, anni Ottanta

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Trieste - Vicolo dei Calafai, anni Ottanta
Foto Giorgio Giorgetti

Da viale III armata a via E. De Amicis.

Così intitolato nel 1901 a ricordo degli addetti al calafataggio delle navi, operanti nei vicini cantieri. Calafà è voce dialettale per calafato = operaio addetto al calafataggio, operazione atta a rendere stagna una struttura metallica o di legno. Dal greco bizantino kalapbâtes.
A Trieste una confraternita dei calafati esisteva già prima del XVIII secolo ed ebbe sede, dal 1830, nella demolita cappella Conti in via di Rena. (A. Trampus – Vie e Piazze di Trieste Moderna, 1989)