I Castellieri

Per iscrivervi al Gruppo cliccate sull’immagine sottostante:Gruppo Facebook Trieste di ieri e di oggi


Tra il XV e il III secolo a.C., nella zona del Carso e dell’Istria, fanno la loro comparsa i primi “castellieri” ad opera della popolazione degli Istri.

schermata-2015-11-02-a-08-03-47

Castelliere in Istria

Sono piccoli insediamenti in posizioni elevate, caratterizzati da una o più cinte murarie realizzate con rocce sedimentarie, spesso realizzate a secco o cementate con terra e  sterpaglia. I castellieri, talvolta venivano fortificati maggiormente con palizzate in legno, per migliorare la difesa del villaggio dove vivevano nuclei di popolazione dedita all’allevamento, all’agricoltura, alla caccia e alla pesca. I castellieri possono variare molto di dimensione, a partire dai 200 metri di circonferenza, fino a raggiungere il chilometro e più.

Il castelliere preistorico è l’equivalente dell'”oppido” romano (insediamenti cittadini fortificati). Con il trascorrere del tempo, sui resti di alcuni castellieri vennero innalzate fortificazioni medievali, chiese, villaggi o intere città. Si trovano traccia di castellieri in tutta la Venezia Giulia e Friuli e nella sola Istria ve ne sono più di 500.

Carlo De Franceschi (Moncalvo di Pisino 1809 - 1893)

Per secoli essi furono ritenuti fortilizi romani, fino a quando lo storico e scrittore Carlo De Franceschi  (Moncalvo di Pisino 1809 – 1893), ne intraprese lo studio e li classificò come sedi degli abitanti preistorici dell’Istria; allo stesso De Franceschi spetta anche il merito di aver identificato la posizione di Nesazio, capitale degli Istri.

Carlo de Marchesetti (1850 - 1926)

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero. Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico. Nel corso di una serie di campagne di scavo e di ricognizione nell’Isontino e in Istria, intraprese dal Marchesetti tra il 1883 e il 1892,  vennero rinvenuti significativi reperti, ora conservati nei civici musei triestini. Le sue scoperte vennero pubblicate nel “Bollettino della società Adriatica di Scienze naturali”.

Negli atti del Museo Civico di Trieste del 1890, il Marchesetti scriverà: “Ricca messe di animali diluviali ci venne dalla Caverna di Gabrovizza, da quella di Sales, da quella del Diavolo di Monfalcone ecc… Ma la sezione ch’ebbe il massimo aumento nel nostro Museo fu quella che comprende l’Antropologia e la Preistoria, che fino a pochi anni fa constava unicamente di alcuni pochi oggetti dalle palafitte della Lombardia e di Lubiana. L’attiva esplorazione de’ numerosi castellieri che incoronano le vette de’ nostri monti e le ricerche fatte in parecchie delle innumeri caverne, che foracchiano il seno del nostro Carso, ci diedero una bella serie di oggetti paletnologici, illustranti lalba antropozoica delle nostre regioni. Più ricca ancora fu la messe, che venne tratta alla luce dagli estesi scavi praticati nelle nostre necropoli, le quali ci rivelarono una civiltà fiorentissima sparsa per le nostre contrade, molto prima che laquile romane spiegassero le loro ali verso la cinta gloriosa delle Alpi.” … “Ma l’uomo si è già arrestato al limitare delle caverne, gittando la suprema sfida alle fiere, che ne tenevano l’incontrastato dominio. Ma luomo ha già occupato il vertice dei colli circondandoli di forti muraglie e vi ha innalzato le sue case. Egli ha abbandonato la vita randagia ed è divenuto pastore. E la popolazione s’accresce, e già non v’è più grotta che non abbia i suoi abitanti. I castellieri si allargano, si moltiplicano: alla cinta primitiva se ne aggiungono delle altre più ampie per contenere le gregge e le mandrie. Ormai si contano nella nostra provincia più di cinquecento castellieri o villaggi fortificati, ed in essi si pigiano più di centomila abitanti. Troppa fatica costa la coltivazione della terra cogl’istrumenti primitivi di cui possono disporre quelle genti. Coll’accrescersi della popolazione sono grandemente diminuiti gli animali delle foreste, la pesca può offrire i suoi prodotti che agli abitanti in prossimità del mare. Essi sono quindi costretti a rivolgersi alla pastorizia, alla quale dedicano tutte le loro cure, … possedendo numerose gregge di capre e di pecore. Il bue ed il maiale venivano del pari allevati, se anche in minor numero.

____________

Sebbene i resti dei villaggi  e delle necropoli annesse a queste fortificazioni siano quasi totalmente scomparsi, nei più antichi sono state ritrovate ceramiche e utensili in pietra levigata, ossa di cervo; tra i rari oggetti metallici delle fibule di tipo la Certosa, risalenti al VI-V secolo a.C., scoperte nei castellieri di Trieste e del Carso. La ceramica è caratterizzata da un’impasto nero opaco, con varie tipologie di anse, base decorata a solchi circolari concentrici disposti attorno ad una rientranza concoidale. I manufatti di selce sono perlopiù martelli e accette di pietra verde, pietre da fionda, qualche macina.

Negli atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste del 1903, ancora scriverà il Marchesetti: “Del pari gli sterri praticati in parecchi castellieri, come in quelli di Montebello, Contovello, Repentabor, Nivize presso Trieste, di Redipuglia, di Gradina a Cul di Leme, di Promontore, del M. Pollanza sull’isola di Lussino, ecc.., come pure in varie caverne, fornirono copioso materiale riferentesi principalmente all’epoca neolitica ed a quella del bronzo, alla qual’ultima sono da ascrivere pure in massima parte i nostri tumoli, la cui esplorazione, per la loro estrema povertà, non ci diede che parco ed inadeguato compenso.”


Dopo l’esplorazione scientifica, avviata nel 1925, sui castellieri di Monte Ursino e di Fontana del Conte, si giunse alla conclusione che il vallo non deriva sempre e soltanto dal crollo della cinta muraria, ma che può essere una tecnica più complessa di costruzione muraria, realizzata allo scopo di ottenere un livello orizzontale stabile. Venne stabilita anche l’esistenza di due tipi di castellieri: il tipo a muraglioni, comune nell’Istria meridionale e nelle isole del Carnaro, e il tipo a terrapieno, utilizzato nell’altipiano della Piuca, dove i più antichi appartengono all’età del bronzo e i più recenti a quella del ferro.
Oltre a difesa di un nucleo abitativo, i castellieri potevano essere utilizzati quale ricovero di animali, o in presenza di altari di pietra, destinati al culto votivo.

Per le loro caratteristiche, i castellieri sono stati riutilizzati, sia al tempo degli antichi romani, sia durante il Medioevo, alcune teorie fanno risalire Trieste e Pola ad antichi castellieri.

Castelliere di Rupinpiccolo, Veliko Gradišče. Comune di Sgonico

Presenta una cinta muraria di circa 250 metri (nel passato probabilmente 1 km), e due varchi d’ingresso. Credenze popolari indicano la sua cima come dimora di Attila, re degli Unni.

Alcune delle località dove sono presenti dei castellieri: Duino Aurisina “Castelliere Carlo De Marchesetti”, Cattinara, Conconello, Contovello, Elleri, Ermada, Gradez, Kluc’, Monrupino, Monte Castiglione, Monte Carso, Monte Coste, Monte d’Oro, Monte Grisa, Monte Grociana, Monte San Leonardo, Monte San Michele, Monte San Primo, Monte Spaccato, Montebello, Nivize, Prosecco, Rupingrande, Rupinpiccolo, San Giusto, San Leonardo, San Lorenzo, San Michele della Rosandra, Sales, San Polo a Monfalcone, San Servolo, Santa Croce, Slivia, San Vito, Sant’Elia, Slivia, Zolla…

Nel recente progetto ALTOADRIATICO sono stati censiti 280 siti archeologici nel territorio italiano e 50 nel territorio sloveno, dall’età dei castellieri alla tarda antichità, esclusi gli insediamenti preistorici in grotta. La ricerca sui castellieri di Trieste è stata curata da Ambra Betic, Federico Bernardini ed Emanuela Montagnari Kokelj.

Ne riportiamo una sintesi:

Il Carso Classico si estende dalla Slovenia sud-occidentale alla parte più orientale del Friuli Venezia Giulia affacciandosi sul mare Adriatico. Il Carso triestino occupa la parte sud-occidentale del Carso Classico e si estende per circa 40 km dal Monte S. Michele nel Goriziano alla Val Rosandra. Tutta la zona carsica si caratterizza per la scarsità di terreni coltivabili, limitati a depositi di terre rosse argillose concentrate per lo più sul fondo di doline, a differenza di quella marnoso arenacea, più fertile e attraversata da alcuni torrenti, non molto ampia.
I castellieri del Carso triestino sono distribuiti soprattutto sulle alture della catena costiera affacciata sul golfo di Trieste e di quella più orientale. Pochi insediamenti sono situati nell’area sub-pianeggiante compresa tra le due fasce parallele di rilievi. Allo stato attuale, per scarsezza di dati di scavo non è possibile proporre un quadro attendibile di quello che è stato lo sviluppo insediamentale dei castellieri durante la loro esistenza.
I siti distribuiti lungo il margine dell’altopiano carsico, ad alcune centinaia di metri di altezza, erano collegati da percorsi tuttora esistenti che portano al mare. Gli unici approdi costieri venuti alla luce sono quello di  Stramare di Muggia e nei pressi delle risorgive del Timavo.
Il sito di Stramare si trova a nord della parte terminale della valle del Rio Ospo, nel punto più interno e protetto della baia di Muggia, dove nell’immediato entroterra è documentata la presenza di una decina di castellieri posti per lo più in posizione dominante sulle alture, dove sono stati rinvenuti vari reperti.
Un raschiatoio di selce e una piccola lama d’ascia in pietra levigata, provenienti dagli scavi condotti negli anni Sessanta, sono attribuibili alla tarda preistoria e alla protostoria, un altro gruppo di reperti, più consistente, è invece riferibile all’età del Ferro. Fra le scodelle a orlo rientrante è da menzionare un frammento di orlo con solcatura orizzontale lungo il margine che trova analogie con materiali rinvenuti nei castellieri di Monrupino e Cattinara, attribuibili al VII-V sec. a.C., ovvero all’età del Ferro, documentata anche a Rupinpiccolo, Sales e Duino.

Altri reperti da segnalare, benché privi di chiare indicazioni di provenienza, sono un frammento di concotto probabilmente appartenente ad un forno, conservato in Soprintendenza; un frammento di intonaco decorato con motivi angolari, esposto al Civico Museo di Muggia; uno spillone a globetti in bronzo, genericamente inquadrabile nel VII secolo a.C. I materiali elencati fin qui sono gli unici che si possono riferire con sicurezza alla protostoria e sono quindi del tutto insufficienti per delineare un quadro attendibile e completo delle dinamiche di occupazione del promontorio di Stramare in questa fase. L’entroterra delle foci del Timavo è ricco di testimonianze archeologiche riferibili alla protostoria. Di questa zona del Carso si dispone di scarsi dati per l’assenza di indagini e per i danni causati dal primo conflitto mondiale. In età antica l’area delle foci del Timavo e dell’antistante piana del Lisert doveva essere in gran parte occupata dal mare, come le fonti antiche e i recenti studi dimostrano. Nel 1969, sono state intraprese delle ricerche subacquee da parte della Soprintendenza che hanno condotto alla scoperta di materiali attribuibili sia alla protostoria, sia al periodo romano. Fra i frammenti più antichi è da segnalare un unico orlo a corona con presa verticale sulla gola, attribuibile attribuibile all’età del Bronzo medio-recente. Altri frammenti sono pertinenti a orli di scodelle. Fra queste un frammento di teglia con vasca troncoconica e una serie di frammenti relativi a una scodella con cordoni lisci applicati. È interessante notare una certa standardizzazione delle forme e delle dimensioni, con fondi ascrivibili a tre differenti categorie: quelli compresi fra gli 8/8.5 cm, quelli fra i 9.5/10 e quelli fra gli 11/12 cm.  Allo stato attuale, i reperti rinvenuti nel Terzo Ramo del Timavo e a Stramare di Muggia sono le uniche testimonianze indirette di approdi protostorici nel golfo di Trieste: non sono infatti mai state individuate tracce di strutture o sistemazioni di sponda. La posizione dei due siti sopraccitati, in due tratti di costa bassa e protetta e in prossimità, in entrambi i casi, di acqua dolce, non sembra casuale. I dati archeologici a disposizione però sono purtroppo scarsi e confusi.  Solo l’avvio di nuove indagini stratigrafiche potrebbe consentire di sciogliere i numerosi nodi irrisolti relativi ai siti di Stramare e del Terzo Ramo del Timavo e più in generale alla protostoria del territorio triestino, in particolare per quanto riguarda le fasi più tarde prossime alla romanizzazione. (Ambra Betic, Federico Bernardini, Emanuela Montagnari Kokelj)

 

Articolo di approfondimento  (a cura di g.c.)

 

Bibliografia:

Battaglia R., I castellieri della Venezia Giulia, In: Le meraviglie del passato. A. Mondadori, 1958;

Andreolotti S., Duda S., Faraone E., I Castellieri della Regione Giulia nell’opera di Raffaello Battaglia,

Atti e Memorie della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, Trieste 1968;

Marchesetti (de) C., I Castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia. 1903, Atti del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste – ristampa: Quaderno n. 3 della Società per la Preistoria e Protostoria della regione Friuli-Venezia Giulia. Ed. Italo Svevo, Trieste, 1981;

Cardarelli A., Castellieri nel Carso e nell’Istria: cronologia degli insediamenti fra media età del bronzo e prima età del ferro In: Preistoria del Caput Adriae, Catalogo della Mostra (Trieste, 1983). Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine 1983;

Maselli Scotti F., Le strutture dei castellieri di Monrupino e Rupinpiccolo (Trieste) In: Preistoria del Caput Adriae, Catalogo della Mostra (Trieste, 1983). Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine 1983;

Betic A., Bernardini F., Montagnari Kokelj E., I castellieri di Trieste tra Carso e mare In: Auriemma R., Karinja S. (a cura di): Terre di Mare. L’archeologia dei paesaggi costieri e le variazioni climatiche, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Trieste, novembre 2007). Università degli Studi di Trieste, Pomorski muzej Piran, Trieste 2008

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *