Rotonda Pancera, piano nobile, affreschi di Giuseppe Gatteri.

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Rotonda Pancera, piano nobile, affreschi di Giuseppe Gatteri.

Rotonda Pancera, piano nobile, affreschi di Giuseppe Gatteri

Giuseppe Gatteri (Rivolto di Codroipo, 1799 – Trieste, 1878).

Padre di Giuseppe Lorenzo Gatteri, influenzato da Giuseppe Bernardino Bison, operò con successo come decoratore, dedito all’affresco a tempera. Poche le sue opere da cavalletto. Tra le prime opere triestine le decorazioni della Rotonda Pancera. Nel 1825/26 affrescò il Caffè di Tomaso Marcato, a cui seguirono numerosi interventi decorativi, in gran parte perduti (Palazzo Schwahofer, 1829; Teatro della Società Filarmonica, in via degli artisti, 1829; Casa Popovich, 1832; Teatro Grande, 1835). Nel 1840 si trasferì a Venezia con la famiglia, dove rimase fino al 1852. In quegli anni il figlio Giuseppe Lorenzo frequentò l’Accademia di Belle Arti. L’unica importante commissione di questo periodo fu la decorazione del teatro Alighieri di Ravenna (1846-1851).

Bibliografia di riferimento:
AFAT – Gino Pavan, Giuseppe Gatteri padre.

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Giuseppe Gatteri (Rivolto di Codroipo, 1799 – Trieste, 1878).

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Giuseppe Tominz, Ritratto di Giuseppe Gatteri con la moglie, 1830 ca.

 Giuseppe Tominz, Ritratto di Giuseppe Gatteri con la moglie, 1830 ca.

Padre di Giuseppe Lorenzo Gatteri, influenzato da Giuseppe Bernardino Bison, operò con successo come decoratore, dedito all’affresco a tempera. Poche le sue opere da cavalletto. Tra le prime opere triestine le decorazioni della Rotonda Pancera. Nel 1825/26 affrescò il Caffè di Tomaso Marcato, a cui seguirono numerosi interventi decorativi, in gran parte perduti (Palazzo Schwahofer, 1829; Teatro della Società Filarmonica, in via degli artisti, 1829; Casa Popovich, 1832; Teatro Grande, 1835). Nel 1840 si trasferì a Venezia con la famiglia, dove rimase fino al 1852. In quegli anni il figlio Giuseppe Lorenzo frequentò l’Accademia di Belle Arti. L’unica importante commissione di questo periodo fu la decorazione del teatro Alighieri di Ravenna (1846-1851).

Bibliografia di riferimento:
AFAT – Gino Pavan, Giuseppe Gatteri padre.

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Trieste – Fabbrica Vernici Sottomarine Veneziani con la villa di famiglia.

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Trieste - Fabbrica Vernici Sottomarine Veneziani con la villa di famiglia.

Fabbrica Vernici Sottomarine Veneziani con la villa di famiglia.

La fabbrica era ubicata sulla strada di Servola (oggi via Svevo) vicino alla villa della famiglia Veneziani,
Fondata nel 1863 da Giuseppe Moravia, inventore della famosa vernice sotto marina che evitava la proliferazione di alghe ed altri vegetali, chiamata “Moravia” ne affidò il segreto e la gestione alla figlia Olga Moravia ed al genero Gioachino Veneziani. Il colorificio si sviluppò notevolmente, nel 1888Tutte le carene delle navi del Lloyd Austriaco vengono trattate con la vernice antivegetativa Venezian. Nel 1896 Ettore Schmitz (Italo Svevo) sposa la cugina Livia Veneziani va a vivere nella villa dei suoceri accanto al colorificio, ed entra attivamente nell’azienda. Continua il grande successo dell’azienda, nel periodo prebellico per poter fornire i suoi prodotti alle diverse marine militari vengono aperte diverse filiali, fra le altre Londra dove, Svevo viene inviato a dirigere la nuova sede e Murano. L’industria e la villa vengono distrutte nei bombardamenti di febbraio 1945.
Seguono foto nei commenti.
Foto collezione privata. (M. Tauceri)

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Trieste – Piazza Unità imbandierata

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Trieste, Piazza Unità imbandierata

Due parole sull’Hotel Vanoli, nel 1873 le Assicurazioni Generali, proprietari del fondo, incaricarono l’ing. Eugenio Geiringer e l’architetto Giovanni Righetti, di riedificare quello che diverrà l’Hotel Garni. Agli inizi del novecento l’albergo prende il nome di Hotel Vanoli, e nel 1912 viene introdotta l’energia elettrica. Il Grand Hotel Duchi d’Aosta acquista la denominazione attuale nel 1972.(particolare nei commenti). Foto collezione privata. (M. Tauceri)

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Trieste – Piazza San Antonio e Canal Grande

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Trieste, Piazza San Antonio e Canal Grande

Trieste – Piazza San Antonio e Canal Grande

Dal timbro a secco leggo che la foto è stata realizzata in uno studio fotografico di Innsbruck.
Sulla testata del canale si può vedere la bella ringhiera in ferro battuto costruita nel 1824 con decreto del comune.
Il piazzale antistante la chiesa di San Antonio Taumaturgo, ebbe la denominazione ufficiale di “piazza Sant’Antonio” nel 1919, fino a quella data l’intitolazione era popolare. Con delibera del Podestà il 10.06.1944 il nome della piazza venne sostituito con “piazza Sant’Antonio Nuovo”, rendendo ufficiale anche il nome della chiesa, chiamata così per non confonderla con la chiesa della Beata Vergine del Soccorso vulgo Sant’Antonio Vecchio di piazza Lipsia (poi Hortis) e non come si crede erroneamente, per distinguerla dalla chiesa precedente edificata sullo stesso sito nel 1769. (Trampus)
Foto collezione privata. (M. Tauceri)

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Trieste : San Giacomo, Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848).
Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848).
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Trieste – Barcola, viale Miramare, “Fabbrica di ghiaccio cristallino”

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Trieste – Barcola, viale Miramare, “Fabbrica di ghiaccio cristallino”

Questo edificio con il tetto così particolare da sembrare un campanile è la “Fabbrica di ghiaccio cristallino” a Barcola in viale Miramare.
Nel 1887 Enrico Ritter de Zahony (1815- 1903) sposato con Angelina baronessa Sartorio, comperò un terreno con il fine di costruire una fabbrica di ghiaccio, l’anno seguente su questa stessa area venne condotta la prima campagna di scavi delle ville romane.
Il 31.10.1894 venne creata la fabbrica Triestina di ghiaccio cristallino Enrico Ritter & C.o (o anche Triester Krystall-Eisfabrik Heinrich Ritter &C.o); al culmine della sua attività aveva 80 operai.
Nella guida del 1895 la fabbrica viene così descritta: “produce 280 quintali di ghiaccio ogni 24 ore. Su solide fondamenta è piantato un grande bacino di ferro, contenente una soluzione concentrata di sale: esso è il generatore. Un congegno di tubi in fondo a questo è posto in comunicazione con la macchina del ghiaccio. Le gru mobili, collocate in alto su rotaie, servono ad immergere i blocchi che passano nei depositi o sui carri. la macchina del ghiaccio è fatta col sistema Lindt, le caldaie con quello Pen Bruck. Elegantissimo è il salone delle macchine”.
Dal 1901 cambiò diverse ragioni sociali, nel 1926 S.A. per l’industria del Ghiaccio a Trieste, nel 1931 Frigoriferi Triestini S.A.. Nel 1936 la proprietà passò a Luigi Livellara.
Negli anni ’50 questo spazio sarà occupato dalla concessionari Fiat Antonio Grandi .
Foto collezione privata. (M. Tauceri)

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Trieste – Piazza San Giovanni

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Trieste, Piazza San Giovanni

Piazza San Giovanni

L’imponente palazzo Diana venne costruito nel 1882 dall’architetto Enrico Holzner per il commerciante Filippo Diana, al pianterreno era sito il “Modernissimo Teatro-Cine” inaugurato l’11 febbraio 1920. Lo scatto è successivo alla distruzione del monumento di Verdi (24 maggio 1915) e probabilmente in questo periodo nel giardino era stata installata una nuova fontana a due vasche.
Grazie al nuovo libro di Cafagna posso aggiungere una accurata descrizionedel cinema “Modernissimo”, il proprietario voleva portarlo ad essere il primo cinematografo della città, venivano proiettati film di prima visione, con apparecchiature d’avanguardia, era fornito di tre lussuose sale d’aspetto. Si tenevano con orario continuato, mostre d’arte, nelle quali esposero i pittori: Bolaffio, Grimani, Lucano, Sofianopulo, Flumiani ecc. Non ebbe fortuna e già nel 1925 venne trasformato in un ristorante. (Nei commenti la piazza con la prima fontana pubblica). (M. Tauceri)

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Trieste – San Giovanni, inizio secolo (ripresa dal Boschetto).

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San Giovanni, inizio secolo (ripresa dal Boschetto).

In fondo il castelletto Valerio e la Via Fabio Severo..
Sotto: la Rotonda del Boschetto. (D. Cafagna)

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Il Ferdinandeo, 1910.

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Il Ferdinandeo, 1910

Nel 1858, il Comune, sia per gratitudine verso l’Imperatore, sia soprattutto perché la zona era diventata molto frequentata, volle costruire un grandioso edificio monumentale in vetta al colle, che fu denominato, in onore dell’imperatore, “Ferdinandeo”. Divenne un albergo con ristorante, caffetteria, sala da ballo e da gioco, cucine, cantine e appartamenti ai piani superiori. Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo venne occupato prima da un Comando Tedesco, poi da partigiani slavi e successivamente dagli anglo-americani che si impossessarono di gran parte degli arredi. Dal 1993 è la sede del MIB (Master in International Business, la School of Management dell’Università degli Studi di Trieste).  (D. Cafagna)

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Largo Barriera Vecchia, notturno: 1957

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Largo Barriera Vecchia, notturno: 1957.

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Davanti a Donda i gabinetti pubblici sotterranei.
La grande insegna della Stock.
La stazione delle autocorriere (demolita nel 1984)
Calza S. Giusto, il Paradiso della Seta
Il Cinema Alabarda (a dx), il negozio di giocattoli Pagani, il Cinema Massimo (a sx), ..….
La super-luna….. (D. Cafagna)

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Muggia, Antico Ponte Palù

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Muggia, Antico Ponte Palù

Il ponte “de la palù” ( = della palude) costruito a Muggia dalla Repubblica Veneta nel 1462 e demolito nel 1914.
Il ponte in pietra arenaria, a un solo arco, di 16 m., serviva a unire le due sponde del torrente “Fugnan”.
A sinistra la “scorseria” cioè l’edificio dove venivano conciate le pelli e allevati i bachi da seta: la “Conceria de Seppi”.
Quest’area, subito oltre le mura, veniva chiamata “Palù” in quanto dopo l’abbandono delle saline, nel 1827, progressivamente era diventata una palude (insalubre). (D.Cafagna)

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Dreher – Maestri birrai

 

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Nel 1760, Franz Anton Dreher, di origini boeme, la cui famiglia si occupava della produzione di birra fin dal XVII secolo, decise di recarsi in Austria in cerca di fortuna. Nel 1773 apre a Vienna una sua fabbrica di birra, ottenendo un ottimo successo commerciale, tanto che nel 1806 venne nominato “decano dei mastri birrai di Vienna”.
Nel 1841, il figlio Anton introdurrà la “Märtzen”, successivamente chiamata “Lagerbier”, di colore rossiccio, la prima birra al mondo a bassa fermentazione, più dissetante e digeribile.
Nel 1858, la Dreher lager vinse la medaglia d’oro per l’eccellenza alla fiera della birra di Vienna e, il 26 novembre 1861, l’imperatore visitò il birrificio, premiandolo con la croce dei cavalieri dell’ordine di Francesco Giuseppe.
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Dopo la morte del padre nel 1863, Anton Dreher iniziò l’esportazione in Olanda e in seguito in Germania. Nel 1865 aprì una fabbrica a Trieste e poi altre fabbriche in Boemia ed in Ungheria, all’epoca tutte parti di una stessa nazione: l’Impero Austro-Ungarico. La medaglia d’oro ricevuta in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1867 diede una forte spinta all’espansione del prodotto.
Nel 1869, il terzo Anton della dinastia, decise di acquistare a Trieste la prima fabbrica per la birra, riattivata poi l’anno successivo. Poiché nell’inverno del 1871 non ci fu ghiaccio, Anton Dreher costruì una macchina di refrigerazione per la produzione della birra. Dreher fu inoltre il primo a portare in una fabbrica austriaca l’utilizzo del vapore come forza motrice nella parte automatica della catena di produzione.
Dopo la morte dei Dreher, lo stabilimento austriaco fu trasformato in un consorzio, che passò ai Mautner-Markhof, già soci Dreher.
Nel 1945, il birrificio principale venne distrutto durante la seconda guerra mondiale e per la prima volta dopo un secolo non venne più prodotta birra. Vent’anni dopo, Dreher si unì al Birrificio Austriaco e al birrificio Steirer per creare l’Unione Austriaca dei birrifici.
L’azienda in Italia.
Nel 1870 nasce la fabbrica Dreher di Trieste, costruita ad opera del nipote di Franz Anton. Trieste, all’epoca, aveva lo status di città libera e porto franco all’interno dell’impero Austro-ungarico ed era una realtà economico finanziaria seconda solo a Vienna. Con l’annessione di Trieste all’Italia, a seguito degli eventi bellici della prima guerra mondiale che portarono alla firma del Trattato di Rapallo del novembre 1920, la birra Dreher di Trieste si fece conoscere anche dal consumatore italiano.
Negli anni sessanta del XX secolo, con lo scopo di decentrare la produzione al sud, venne realizzato un birrificio in Puglia, a Massafra, provincia di Taranto.
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Taverna della Birreria Dreher
Dal 1974, la produzione e la commercializzazione della birra Dreher in Italia viene gestita dalla Heineken Italia S.p.A., con sede amministrativa a Milano.
Nel 2013 Dreher lancia in Italia una birra di tipo Radler, ossia una bevanda a base di birra e succo di agrumi (limone o pompelmo), a bassa gradazione alcolica (Grado Alcolico: 2 % VOL.).
Dreher è stata sponsor nelle edizioni 2013 e 2014 di Battiti Live, la manifestazione musicale organizzata ogni estate in alcune piazze del Sud Italia da Radionorba istituendo il premio “Limone d’oro”, consegnato al cantante ospite della serata per i testi romantici delle sue canzoni.
Nel giugno del 2015 Dreher cambia il modello di bottiglia ed etichetta e lancia una nuova campagna pubblicitaria, ideata dall’agenzia Armando Testa.
Le caratteristiche
Birra Dreher è una birra Lager, quindi birra a bassa fermentazione, con una gradazione alcolica di 4.7%. Ha un colore giallo paglierino con riflessi dorati, una schiuma fine, compatta e aderente. Gli aromi sono delicati e riconducibili al cereale, con un gusto moderatamente luppolato con leggere note di miele.
(Fonti: Wikipedia e altre)
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Francesco Malacrea (Trieste 1813 – 1886), pittore

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Francesco Malacrea (Trieste 1813 – 1886)

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Friulano d’origine, Malacrea nacque a Trieste nel 1813. Pittore da leggenda che vestiva “alla fiamminga”, mise in circolo la voce di essersi diplomato all’Accademia di Venezia, dove tuttavia non è registrato. Fece il suo esordio alle mostre della società Triestina di Belle Arti nel 1843. Pittore di nature morte e quadri floreali, ebbe un carattere “sino velenoso e visse isolato” (Caprin 1891).
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Famosa la sua frase “per fare fiori viene prima Dio e poi Malacrea, ma per la frutta prima Malacrea poi Dio” (Caprin 1891). Venne totalmente dimenticato sino al 1941 quando una retrospettiva veneziana lo riportò in auge. Discontinuo nella qualità delle opere (il mercato ne ha assorbite molte di false) rimangono limpidi esempi delle sue capacità la Natura morta con la lepre del Museo Revoltella di Trieste e Le Pernici della Narodna Galerija di Lubiana. Si spegneva a Trieste nel 1886.

Matteo Gardonio

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Augusto Černigoj (Trieste, 1898 – Sesana, 1985)

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Augusto Černigoj (Trieste, 1898 – Sesana, 1985) – Walter Abrami

Nel 1927, fondò con gli amici Giorgio Carmelich ed Emilio Mario Dolfi il Gruppo Costruttivista di Trieste e ne pubblicò il manifesto.

«Noi attivisti arch. Carmelich Giorgio, prof. A. Cernigoj, G. Vlah, E. Stepancich abbiamo per meta l’arte + oggetto = funzione cioè sintesi totale del movimento nello spazio. Di fronte alla vecchia concezione della pittura, scultura letteraria, la nostra attività tende a una nuova pittura-scultura assoluta vibrazione di colore + spazio + tempo = forma ovvero funzione per se stessa esistente e vitale-pura. Noi combattiamo a priori la forma dell’arte di produzione naturalistica o fantastico mistica, e l’attuale letteraria individualista dell’ultima generazione decadente.
La nostra attività consiste nel dare oggetto al movimento con il colore, materia e forma, perciò i nostri elementi sono puri = astratti. La costruzione astratta esiste nella sua totale impronta per l’artista e per l’osservatore, ambidue devono estrarre ciò che è sensitività-espressione prodotta dall’oggetto. Perciò la formazione degli oggetti esposti consiste di materia + colore + forma = assieme tattile nel tempo e nello spazio, contribuendo con ciò lo stato sintetico = espressione vera e pura dell’Arte oggettiva (e non come per la pittura fino ad oggi «L’art pour l’art» soggettivistica). L’arte è distintamente il prodotto collettivo-multiplo = sintesi perfetta di tempo e spazio = contemporaneità.
Non più arte riproduttiva
non più arte figurativa
Bensì arte sintetica costruttiva
arte oggettiva tattile
arte utile collettiva.»

Cernigoj nacque a Trieste secondo di sette fratelli il 24 agosto 1898. Suo padre, Massimiliano, originario di Dobravlje nella Valle del Vipacco, era scaricatore di porto; sua madre, Maria Grgic, proveniva da Padriciano.
Frequentò la scuola elementare di via Belvedere e la ‘cittadina’ di via Giotto. Apprese le arti nelle Scuole Industriali sotto la guida del Torelli, del Mayer e del Wostry che egli, pur dopo disparate esperienze, continuò a considerare suo maestro.
Grazie alla borsa di studio della baronessa Marenzi potè continuare gli studi dopo l’interruzione bellica, che visse come soldato austriaco sul fronte rumeno.
Il suo talento di gran disegnatore si manifestò sin da giovane, ed egli non abbandonò la matita neanche negli ultimi giorni di vita trascorsi in una casa di riposo per anziani presso Lipizza.
Nel 1922 incontrò i futuristi a Bologna e conseguì l’abilitazione all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte. Insegnò al Ginnasio di Postumia e quindi si recò a Monaco dove studiò con Guntal-Becher ed a Weimar con Gropius, Kandinskij e Moholy-Nagy.
In un’intervista rilasciata al quotidiano di Trieste “Il Piccolo” nel 1981, così disse: “…Andai a studiare a Monaco, che noi consideravamo allora una specie di Parigi, solo per scoprire che a Monaco tutto era più conservatore. (…) Fui praticamente buttato fuori dall’Accademia perché facevo dei collages; il professore disse: non è il nostro genere.” Cominciò ad esporre nel 1927 e partecipò alla XVIII Biennale di Venezia del 1932 nella sezione arti decorative, alla Internazionale d’arte grafica di Lubiana, a importanti rassegne in Italia, fra le quali la Mostra Internazionale d’Arti Decorative a Monza, a Belgrado, New York, Vienna, Praga e altrove ottenendo ambiti riconoscimenti.
Oltre che alla pittura si dedicò anche all’incisione, alla grafica editoriale e alla decorazione navale; collaboratore dell’architetto Gustavo Pulitzer-Finali, fu tra i primi a Trieste ad occuparsi di questo settore della produzione artistica; ed è un vero peccato che i suoi pannelli decorativi siano andati dispersi, perché certamente erano tra le sue opere migliori.
Sempre nel 1927, fondò con gli amici Giorgio Carmelich ed Emilio Mario Dolfi il Gruppo Costruttivista di Trieste e ne pubblicò il manifesto.
Aprì una piccola scuola privata in uno scantinato di via della Fornace. Disegnò e costruì le scenografie per il teatro popolare di San Giacomo. Collaborò alla rivista “Tank” di Lubiana. Sono gli ultimi guizzi dell’avanguardia.
Dopo un secondo soggiorno lubianese, nel 1940 si stabilì in via Torrebianca 19, abitazione, studio e laboratorio dove resterà finché la vecchiaia non gli precluderà le molte e dure rampe di scale. Cavalletti, cornici impolverate, scatole vuote, tele, libri, pennelli e il modesto tavolo di lavoro a sinistra, sono i veri protagonisti di questo interno illuminato dalla luce dello spiovente abbaino. Sul lato destro il classico cavalletto da studio sul quale è appoggiato un paesaggio incompiuto, forse l’ultima opera pensata, schizzata, osservata per capirla e rimeditarla nel colore, nel silenzio della stanza. Sul pavimento di legno, in una semplice brocca di osteria, i pennelli.
C’è un disordine che piace, tipico di un uomo di felice fantasia che captava, sono parole di Silvio Benco, “attraenti sensazioni di colore”.
Durante gli anni della seconda guerra si dedica all’affresco nelle chiese dei centri minori del Carso, e in quelle di Caporetto (con Music), di Fontana del Conte, di Bac e Kosana.
La fine della guerra è per Cernigoj l’inizio di una seconda giovinezza. Dal 1946 insegna disegno al liceo scientifico a lingua d’insegnamento slovena a Trieste, ed è il primo maestro di Luigi Spacal. Le sue esperienze polimateriche, tachiste, informali, costruttiviste, pop, si sono sempre rinnovate, ed egli si è sempre distinto per il gusto raffinato e la perfezione esecutiva. L’itinerario di Cernigoj è complesso e laborioso: dall’impressionismo monacense, saltando a piè pari l’esperienza della Bauhaus, egli si porta ad un gusto figurativo, che nel dopoguerra assume forme neocubiste e si qualifica per il colore puro e piatto.
Così lo ricorda Luigi Spacal: “Come pittore era un pittore d’istinto: ha dipinto molto, ma distruggeva molti dei suoi lavori perché era incontentabile… Come uomo godeva grande simpatia negli ambienti artistici per il suo spirito sarcastico e le sue battute umoristiche… Non solo la minoranza slovena, alla quale è stato sempre orgoglioso di appartenere, ma tutta Trieste ha perso con Cernigoj uno dei suoi grandi uomini.” Una grande mostra antologica dell’artista è stata allestita nel 1977 dal Comune di Trieste. (Walter Abrami)

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Il Costruttivismo a Trieste

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Il Costruttivismo a Trieste

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Trieste, Padiglione del Giardino Pubblico, progetto architettonico.

Le correnti d’avanguardia del fauvismo e cubismo francese, e del futurismo italiano, ispirarono in Russia un rinnovamento con tre movimenti d’avanguardia: il Raggismo, il Suprematismo e il Costruttivismo, in un progressivo affermarsi dell’astrattismo. Fino al 1905 l’arte e la letteratura russa erano rimaste fedeli al realismo dell’Ottocento. I primi artisti di avanguardia russa scelsero di chiamarsi cubo-futuristi, rifiutando ogni forma di rappresentazione dell’esperienza sensibile, cercando di eliminare il riferimento non soltanto agli oggetti, ma anche ai vari tipi di condizionamento contenutistico (religioso, politico, sociale). Molti artisti, traendo spunto anche dalle opere del connazionale Vladimir Tatlin (rilievi astratti di composizione polimaterica: cartone, gesso, legno, metallo, ecc.), utilizzarono materiali nuovi, insoliti, come l’acciaio e il vetro, mai considerati in precedenza nelle opere d’arte. Queste forme astratte e geometrizzanti venivano progettate per essere riproducibili applicando la meccanica industriale al fine di una distribuzione di massa. Rodchenko e Lissitsky in particolare, con il linguaggio suprematista, sfrutteranno la potenzialità industriale per comunicare con tutti i livelli della società.
Il Costruttivismo (in russo konstruktivizm), fondato da Vladimir Tatlin (1885-1953) e da Aleksandr Michajlovič Rodčenko, si sarebbe tradotto in un programma politico in cui tutte le arti venivano indirizzate verso scopi sociali e spiccatamente nella pianificazione urbanistica.
In seguito alla Rivoluzione del ’17, artisti, poeti e scrittori finirono con l’organizzarsi in vari gruppi di tendenza, forti, nei primi anni, dell’appoggio del governo sovietico che si dimostrava solidale nei confronti dell’avanguardia. L’allora commissario all’Istruzione, Lunaciarskji, nutriva un forte interesse per l’arte moderna e si prodigò per incoraggiarla e diffonderla, così le opere degli innovatori, fino al 1927, apparvero in tutte le maggiori esposizioni ufficiali, in patria come all’estero.
Tatlin e i suoi seguaci, dal canto loro, incitavano gli artisti a dedicarsi a un’attività direttamente utile alla società: pubblicità, architettura, produzione industriale (industrial design).
Non tutti concordarono però con l’impostazione tatliniana. Il rifiuto delle “strutture inutili,” la negazione dell’arte come pura attività estetica, non piaceva al gruppo di costruttivisti al quale afferivano i fratelli Gabo e Pevsner. In quei tempi molto si discuteva sul futuro dell’arte, da parte di pittori, letterati, critici e filosofi, durante incontri fissati presso l’Istituto d’Arte e mestieri di Mosca, dove alcuni di questi insegnavano. In quei tempi, in Russia, ci si poneva soprattutto il problema della diffusione delle idee socialiste attraverso l’arte, e vennero realizzati rapidamente grandi monumenti in materiale provvisorio per rappresentare gli artefici e i filosofi del movimento operaio, da collocare in paesi e città.

Dopo la morte di Lenin (1924), la linea culturale ufficiale nelle arti si indirizzò in una ripresa del realismo ottocentesco, il libero dibattito slittò sempre più sul politico e la critica estetica finì cоl dover fare i conti con la fedeltà nei confronti della Rivoluzione. Infine, il potere sovietico negò ogni autonomia di ricerca, riducendo l’arte ad uno strumento di propaganda politica che porterà al “Realismo Socialista” – un costruttivismo utilitaristico in cui l’oggetto, quale che fosse, era sempre il risultato di un progetto finalizzato a un prodotto utilizzabile nella vita quotidiana, secondo concetti funzionali.

In Italia e Jugoslavia il movimento Costruttivista venne introdotto e capeggiato da August Cernigoj, il quale era entrato in contatto con esso durante i suoi soggiorni di studio all’Accademia di Monaco e al Bauhaus di Weimar.
Il suo maestro, Moholy Nagy, sarà per lui il tramite diretto con il Costruttivismo russo, oltre che lo stimolo ad organizzare, nel 1925, al Padiglione Jakopic di Lubiana, una mostra didattica sullo sviluppo storico delle varie tendenze artistiche fino alle teorie costruttiviste.
A Trieste, ancora nel ’25, Cernigoj fondò in sodalizio con Emilio Dolfi e Giorgio Carmelich la “Scuola di Attività Moderna”, e il “Gruppo Costruttivista Triestino”, a cui aderirono Edvard Stepancic, Ivan Poliak, Zorko Lah, Ivan Vlah e Thea Cernigoj.

Il Gruppo, nel 1927, all’interno della I Esposizione del Sindacato di Belle Arti, presentò la “Sala Costruttivista”, al Padiglione del Giardino Pubblico di Trieste.
(g.c.)

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Il Caffè Fabris

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L’aristocratico ed elegante “CAFFE’ FABRIS”, frequentato da intellettuali, con le tende a quadri, si presenta con un aspetto molto casalingo. Sito nella casa costruita nel 1853 dall’architetto Francesco Giordani per Giovanni Fabris in piazza della Caserma al n°4 (odierna piazza Dalmazia).
In attività dal 1857, assunse ben presto un ruolo di prestigio, anche grazie alla sua collocazione all’incrocio tra le strade che portano l’una a Miramare, l’altra all’altipiano. Nel 1888 è uno dei primi tre esercizi cittadini dotati di telefono. Dal 1967 è trasformato in ristorante pizzeria sotto la vecchia insegna.
In via Ghega, il palazzo Rittmeyer , che appare come lo vediamo oggi, ed è il risultato di un innalzamento e rimodernamento della casa di città della famiglia Rittmeyer (costruita nel 1823), voluto dal barone Carlo de Rittmeyer Il progetto fu affidato all’architetto Giuseppe Baldini, la costruzione, comprendeva un giardino pensile che si estendeva verso l’attuale Via Udine. Nel 1863 venne acquistata la vicina proprietà di Panajoti di Demetrio dando così il via ai lavori di ristrutturazione. Nel 1914 la baronessa Cecilia de Rittmeyer donò il palazzo al Comune il quale lo destinò, quarant’anni più tardi, al Conservatorio di Musica Giuseppe Tartini. Nel 1944, in seguito ad un sanguinoso attentato a danno del Deutsches Soldatenheim, che nel palazzo aveva la propria sede, fu attuata un’atroce ritorsione contro 51 ostaggi che vennero impiccati e lasciati come monito lungo le scale, i corridoi e le finestre dell’edificio.
A sinistra il palazzo fatto costruire nel 1785 dal greco Antonio Nussa prima delle modifiche.  (Margherita Tauceri.)
Foto collezione privata

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Trieste – Cimitero di Sant’Anna

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Dopo l’ampliamento del (1891), nel 1932 venne finalmente realizzato un nuovo ingresso monumentale (l’attuale), su disegno dell’ing. Vittorio Privileggi, che approntò il progetto dell’ingresso con la cancellata in ferro battuto, fiancheggiata da due corpi di fabbrica in pietra, dove trovano sistemazione gli uffici ed i servizi del cimitero. L ‘ingresso è ornato con tre figure dello scultore Marcello Mascherini (Udine 1906 – Trieste 1983) in pietra di Orsera, raffiguranti due Angeli ed una Resurrezione di Lazzaro. Foto del 1935, con le bancherelle per la vendita di fiori.

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Trieste – La Basilica paleocristiana della Madonna del mare

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La Basilica paleocristiana della Madonna del mare. Foto Elisabetta Marcovich

La zona oltre le mura romane e poi medievali verso il mare (attuale Borgo Giuseppino) fu zona cimiteriale su cui successivamente sorsero tante chiese, di cui rimane la sola chiesa della BV del Soccorso detta pure S Antonio vecchio, le altre essendo state fatte abbattere dai decreti di Giuseppe II nel 1785 e successivi anni.

In epoca antica era percorsa da una strada commerciale che seguendo la riva del mare (di allora) serviva il porto romano. A monte di essa era presente una grande Basilica paleocristiana che probabilmente era nata come basilica martiriale per ospitare le reliquie forse dello stesso san Giusto, ilc ui corpo, come dal racconto della Passio del santo, fu ritrovato sulla riva del mare proprio su quella spiaggia. La via continuava verso la necropoli fra tombe ed edifici funerari.
La chiesa di cui nel 1825 Domenico Rossetti vide i mosaici dell’abside, fu riscoperta e portata alla luce nel 1963.
Si trova sotto l’edificio che ospita il Carducci ed è visitabile una mattina alla settimana.

La Basilica, con impianto cruciforme con transetto, abside e presbiterio sopraelevati, conobbe due fasi principali corrispondenti a due pavimenti gettati a pochi centimetri l’uno dall’altro, alcuni pezzi sono stati staccati ed esposti nell’atrio.
Il primo più antico databile ai decenni iniziali del V secolo, è composto da un mosaico bianconero suddiviso in tre corsie decorato a motivi geometrici con le epigrafi degli offerenti, di cui rimangono quattro che riportano le dimensioni del tessellato offerto; il successivo mosaico policromo è più recente fose degli inizi del VI secolo decorato al centro con il motivo dell’onda marina” e ai lati da cerchi ottagoni e rombi coi nomi degli offerenti.
Interessanti i nomi dei Defensores ecclesiae funzionari laici a cui era affidata la tutela legale delle chiese di Aquileia e Tergeste in controversie civili e amministrative.
Nell’abside c’erano i subsidia, i sedili per il clero: davanti all’abside c’è il presbiterio leggermente sopraelevato, dove ancor oggi si vedono due sarcofagi interrati ed un pozzo per reliquie.
Tracce di incendio sul mosaico policromo potrebbero riferirsi ad un incendio forse catastrofico; fra il VI e il IX secolo non ci sono più notizie della chiesa, che ricompare nel 1150 con l’intitolazione a santa Maria del Mare.

(testo di E.M. sulla base di documenti della Sovraintendenza)

le immagini di Paolo Coretti relative ad alcuni mosaici
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Istituto generale dei poveri

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L’Istituto generale dei poveri di Trieste nacque da un’idea di Domenico Rossetti nel 1818, venne accolto con questa denominazione nei locali di una ex caserma Steiner, sita nell’attuale viale Miramare. Con 400 posti e sale di lavoro poteva aiutare i bisognosi della città, ed arginare i fenomeni di mendicità molesta. Nel 1852 per far posto alla costruzione della stazione della Ferrovia meridionale, si trasferisce in una sede provvisoria in contrada di Chiadino (nell’attuale via Settefontane). Nel 29 giugno 1862 cambiò sede e denominazione, con l’inaugurazione del grande edificio della Casa dei poveri di Contrada Chiadino bassa, da allora via dell’Istituto e ora via Giovanni Pascoli. L’idea era quella di razionalizzare l’assistenza ai poveri, bambini e anziani, con il sostegno anche medico ai ricoverati e l’incremento della beneficenza esterna. Disponeva di 800 posti letto, refettori, aule scolastiche, sale di lavoro.
Nel 1925 Istituto viene intitolato a Re Vittorio Emanuele III, nel 25° anno di regno.
Dal 1940-41 Requisizione della Pia Casa ad uso Ospedale militare dal luglio del 1940 all’ottobre del 1941 e conseguente sfollamento dei ricoverati.
dal 1966 ci sarà il trasferimento dei minori nel Collegio San Giusto e la Pia Casa sarà riservata esclusivamente al ricovero degli anziani. (Margherita Tauceri)

L’edificio nei commenti
Collezione Sergio Sergas

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Trieste, il Teatro Romano

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni, secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento).

All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
 
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Corso Italia e vie limitrofe

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Casa Ananian in Corso
Il Corso è la principale arteria cittadina, vivacissima, piena di negozi e fiancheggiata da interessanti palazzi. Essa andò formandosi sulle prime saline interrate, dopo la demolizione delle mura cittadine. Nel 1749 le saline arrivavano almeno fino a via San Spiridione, la restante zona era ricoperta di prati e abbondante vegetazione, per coprire le saline furono impiegati i carcerati che portarono la terra dal colle di Montuzza, iniziando così a creare la “Contrada Grande”. Nel 1783 ebbe il nome di “Corso”, quando sotto il governatore conte Pompeo de Brigido, negli ultimi giorni di carnevale questa strada iniziò ad essere percorsa da eleganti carrozze riccamente addobbate, dalle quali venivano gettati confetti e petali di fiori, ai lati della strada la gente ammirava questo spettacolo che di anno in anno divenne …famoso, tanto da far concorrenza ai corsi carnevaleschi delle grandi città.
L’ultima parte del Corso, verso piazza Goldoni, era in quel tempo più larga, quasi simile ad una piazza, tanto che veniva indicata col nome di Piazza delle Pignate, perchè fin dal 1870 si teneva il mercato di stoviglie e pentole in metallo e terracotta.
Caratteristica del Corso e quasi tutte le strade della città, sono le colonnine di pietra che erano disposte lungo i marciapiedi per proteggere i pedoni dalle carrozze e dai cavalli, vennero tolte verso il fine del secolo. (M. T.)

 

I nomi delle vie mutate negli anni:
Via Dante Alighieri — “Via Sant’Antonio”
Via Imbriani — “Via San Giovanni”

Via Roma — “Via della Dogana” dal 1894 il primo tratto fino al Canale “Via Ponterosso” dal Canale “Via delle Poste”
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Corso Italia e vie limitrofe

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Il Corso è la principale arteria cittadina, vivacissima, piena di negozi e fiancheggiata da interessanti palazzi. Essa andò formandosi sulle prime saline interrate, dopo la demolizione delle mura cittadine. Nel 1749 le saline arrivavano almeno fino a via San Spiridione, la restante zona era ricoperta di prati e abbondante vegetazione, per coprire le saline furono impiegati i carcerati che portarono la terra dal colle di Montuzza, iniziando così a creare la “Contrada Grande”. Nel 1783 ebbe il nome di “Corso”, quando sotto il governatore conte Pompeo de Brigido, negli ultimi giorni di carnevale questa strada iniziò ad essere percorsa da eleganti carrozze riccamente addobbate, dalle quali venivano gettati confetti e petali di fiori, ai lati della strada la gente ammirava questo spettacolo che di anno in anno divenne …famoso, tanto da far concorrenza ai corsi carnevaleschi delle grandi città.
L’ultima parte del Corso, verso piazza Goldoni, era in quel tempo più larga, quasi simile ad una piazza, tanto che veniva indicata col nome di Piazza delle Pignate, perchè fin dal 1870 si teneva il mercato di stoviglie e pentole in metallo e terracotta.
Caratteristica del Corso e quasi tutte le strade della città, sono le colonnine di pietra che erano disposte lungo i marciapiedi per proteggere i pedoni dalle carrozze e dai cavalli, vennero tolte verso il fine del secolo.
I nomi delle vie mutate negli anni:
Via Dante Alighieri — “Via Sant’Antonio”
Via Imbriani — “Via San Giovanni”
Via Roma — “Via della Dogana” dal 1894 il primo tratto fino al Canale “Via Ponterosso” dal Canale “Via delle Poste”
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Franco Asco (Atschko) (Trieste 1903 – 1970).

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Franco Atschko nacque nel 1903 a Trieste da madre polacca e padre triestino che lo abbandonò poco dopo la nascita.
Ospitato dalla Pia casa dei Poveri nel 1916, dato che la madre, attenta alla sua istruzione, non poteva curarsene per le difficoltà finanziarie, dette immediatamente prova di precoce talento nella scultura tanto che, nel 1917, realizzò un busto dell’imperatore Francesco Giuseppe. Grazie all’interessamento del Direttore dell’Istituto si iscrisse all’Accademia di Vienna. In seguito fu a Venezia e a Roma ove ottenne, nel 1921, il secondo premio al Concorso Internazionale per la Medaglia. Dopo il passaggio di Trieste all’Italia e l’avvento del fascismo, il suo nome venne italianizzato in Asco e la sua figura venne accostata al più giovane Marcello Mascherini, di cui fu amico prima che maestro.

 

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A Trieste realizzò le figure a bassorilievo per il coronamento della Stazione Marittima e per la Capitaneria di Porto, mentre assieme a Mascherini, ma sempre con interventi individuali e stilisticamente contrapposti, completò le statue di giuristi romani sul palazzo del Tribunale e i bassorilievi sul nuovo portale del cimitero triestino di Sant’Anna. Sempre nel camposanto si rese protagonista della realizzazione di numerosi monumenti funebri, tra cui vanno menzionati il sepolcro Salvadori, Grego e Ceretti, quello per il musicista Visnoviz e la cappella votiva per la famiglia De Rosa-Poniz. Nei primi anni Trenta abbandonò Trieste per approdare a Milano, ove divenne uno dei principali artefici della decorazione scultorea del Cimitero Monumentale di Milano con numerosi interventi, tra cui vanno ricordati almeno il monumento alla famiglia Borrani, la cappella Canto e i lavori per le famiglie Rota, Frada e Pozzi-Paganelli in cui reinterpreta la figura isolata della dolente.

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Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1941, si ritirò in un lungo isolamento dal quale uscì con l’esposizione triestina del 1949. Personalità schiva e artista isolato nel tumulto artistico del dopoguerra, compì, nella sua città natale, la figura della Vergine dorata sulla sommità della colonna di Piazza Garibaldi. Si spense a Trieste, ai margini della cronaca, nel 1970. (Luca Bellocchi)

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Trieste – Giardino Pubblico Muzio Tommasini

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Una immagine un po' rovinata dell'ingresso del giardino pubblico, con la scritta "Giardino Pubblico Muzio Tommasini". Foto collezione Sergio Sergas.

Nel 1880 il giardino fu intitolato con il nome del suo creatore, Muzio Tommasini, il quale era un naturalista, preside e podestà di Trieste dal 1839 al 1861.
Il giardino venne costruito su un fondo che si trovava al temine della corsia Stadion, acquistato sette anni prima dalle monache benedettine, nel 1854 venne creata quest’area verde che venne inaugurata il 1° maggio 1855 con la denominazione di “Giardino Popolare”, era più piccolo di quanto sia oggi, terminava con la palazzina detta “casetta svizzera”, c’era un gazebo nel quale si esibiva abitualmente la banda militare. In quel periodo venne edificata una palazzina con caffetteria, nella quale annualmente veniva allestita un’esposizione di floricoltura a cura di Nicolò Bottacin. Negli anni 1920-30 nella stessa palazzina, ci furono le esposizioni del Sindacato Regionale Fascista degli artisti.
In una descrizione di fine ‘800 del giardino, si legge…”un tappeto d’erba, gruppi di fiori, fontane con getti d’acqua e molte specie di alberi gli conferiscono un incanto particolare”. Il giardino fu restaurato nel 1999. Il padiglione con caffetteria oggi è sede dell’Associazione Ricreativa Dipendenti Comunali. (Margherita Tauceri)

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Trieste – La piscina Bianchi

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Nei primi mesi del 1948 da parte di un privato, giunge all’Ufficio Tecnico del Comune la richiesta, di utilizzare un edifico esistente a San Giovanni, per farne una piscina pubblica. Nello stesso anno la delegazione provinciale del Coni, attraverso il suo rappresentante Edoardo Strudthoff, presenterà al Sindaco il progetto di massima di una piscina nell’area fra l’Ippodromo e l’ex campo sportivo della Triestina; la piscina avrebbe dovuto essere coperta soltanto in un periodo successivo, entrambe le proposte non avranno seguito.
La piscina rimane negli obiettivi del Coni e del Comune sino al 15 novembre del 1950 quando, nel corso di una seduta della Commissione edilizia presieduta dal sindaco Bartoli, si decide di approvare la nuova localizzazione in riva T. Gulli con il progetto firmato dall’architetto Ezio Cosolo della direzione centro studi impianti sportivi del Coni. Iniziano i lavori e nel ’54, prima che gli angloamericani lasciassero la città la piscina viene completata e intitolata al nuotatore olimpico Bruno Bianchi (1943-1966). Un busto bronzeo dell’atleta, opera di Tristano Alberti era stato collocato nell’atrio.
La vasca lunga 33 metri e larga 18, divisibile in due vasche più piccole, le dimensioni insufficienti hanno escluso la piscina da competizioni nazionali nell’edificio operava anche il Centro di Medicina dello Sport.
Nel cinquantenario della piscina, prima della demolizione, l’edificio diventa la sala espositiva di una mostra con disegni e foto intitolata “Trieste anni cinquanta”(foto nei commenti)
Nel 2004 sarà demolita. (M.T.)
(Foto collezione Sergio Sergas)

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