Foto della vecchia Trieste molto conosciute

Anni fa il quotidiano locale il Piccolo regalò ai suoi lettori delle riproduzioni di fotografie della vecchia Trieste. Sono molto diffuse e riportate, le abbiamo raccolte in un Album che si può  anche vedere su facebook nel gruppo Trieste di ieri e di oggi https://www.facebook.com/media/set/?set=oa.1048583658498557&type=3

Sono riportate le didascalie presenti nell’immagine, a volte generiche e in qualche caso imprecise

 

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La Cappella dell’Arcivescovado

Cappella Arcivescovile

 
A Trieste esiste un gioiello architettonico che pochi conoscono. Si tratta della Cappella Arcivescovile dell’architetto di origini slovene Ivan Vurnik formatosi a Vienna (dove ha conosciuto la moglie Helene Kottler, validissima pittrice) negli anni della Secession austriaca e che rientrato a Trieste riceve l’incarico dall’Arcivescovo (Enzo Lorenzetti)
 
 
 

Visibile anche qua ( foto di Enzo Lorenzetti e Elisabetta Marcovich )

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Madonna dei Fiori o della Boccia o della Borella

Vicino alla cappella Conti c’era un’osteria con un campo di bocce, sul bordo del quale stava un busto di Madonna in marmo bianco alabastrino, trovato in una campagna dall’oste Ferdinando Patarga da Sinigaglia detto “Fior” e per questo motivo chiamata “Madonna dei fiori”. Si racconta che nel 1840 la Madonna venne colpita da una boccia scagliatale contro da un giocatore arrabbiato, sulla parte colpita apparve una macchia sanguigna, per questo il busto è conosciuto anche con il nome di “Madonna della Borela”. A seguito di questo evento i Calafati reclamarono il busto e lo posero nella loro cappella, su un altare in legno costruito appositamente, poi, con il permesso del vescovo, il 15 ottobre 1849, mentre infuriava un’epidemia di colera, la portarono in processione. L’epidemia cessò e la Vergine divenne oggetto di devozione popolare, il 21 novembre 1849 ci fu un importante corteo per le vie della città per grazia ricevuta.
La cappella fu demolita nell’ottobre del 1939 e la Madonna fu sistemata nella Cattedrale di San Giusto, l’8 settembre 1957, per iniziativa del Vescovo Antonio Santin, la Madonnina venne posta in una piccola cappella sotto il palazzo INAIL in via Teatro Romano, pressappoco dove un tempo si trovava la Cappella Conti. ( testo Margherita Tauceri)
La statua prima di essere inserita nella cappelletta attuale si trovava a san Giusto, come mostrano alcune vecchie cartoline

 

 

Altre immagini della cappella attuale

Il cancello in bronzo con le figure di San Sergio e San Giusto realizzate dallo scultore Marcello Mascherini.

Alle pareti i dipinti di Dino Predonzani relativi alla storia della statua

 

 

le immagini in album, cliccare per visualizzare le foto a dimensioni più grandi :

Madonna dei Fiori


La discussione nel Gruppo Trieste di ieri e di oggi:

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Bibliografia: 
Sergio Galimberti S Maria  Maggiore a Trieste- Parrocchia di S maria Maggiore 2003
Zubini Cittavecchia ed Italo Svevo 2006
Rutteri Trieste spunti dal suo passato Lint 1968
Rutteri Storia  e arte fra vie e piazze Lint 1981
Ruaro Loseri Guida di Trieste Lint 1985
Tamaro, Storia di Trieste

 

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Trieste : Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria – via S. Anastasio

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Chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria - via S. Anastasio
La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
SURREXERUNT FILII EIUS ET BEATISSIMAM PRAEDICAVERUNTFonte: F. Zubini
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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Chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria - via S. Anastasio
La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.

La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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Fonte: F. Zubini

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Trieste – Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste – Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon – Sarcofago di Pasquale Revoltella

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Sarcofago di Pasquale Revoltella

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
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Trieste - Altare della Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

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S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
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(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

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S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

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La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
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Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione

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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione.
(particolari).
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Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione

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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
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Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione

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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
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Trieste : Chiesa di San Spiridione Taumaturgo

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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Trieste : Chiesa di San Spiridione Taumaturgo

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortosossa)

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Trieste : Via San Spiridione con la chiesa Serbo Ortodossa viste da piazza Sant’Antonio. Anni ’30

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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Trieste : Chiesa di San Spiridione Taumaturgo

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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Trieste : Chiesa di San Spiridione Taumaturgo

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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Trieste : Canal Grande e Chiesa di S. Antonio, 1902

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Ponterosso, 1902. Collezione Dino Cafagna

La casa bassa a sinistra, che risaliva al 1795, ospitò dal 1816 al 1894 il primo ufficio postale della città (traslocarono poi nell’attuale sede di piazza Vittorio Veneto); da cui la denominazione di “Contrada della Posta” (oggi via G. Rossini). Sulla sua area fu eretto, nel 1903, l’attuale edificio della Direzione di Polizia. Attualmente ospita gli uffici della Guardia di Finanza e della Polizia di Frontiera.
A destra il palazzo Darwil, costruito in stile pseudo toscano, nel 1906. (Dino Cafagna)

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Trieste : Chiesa Greco Ortodossa di San Nicolò, pulpito

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Chiesa Greco Ortodossa di San Nicolò, pulpito

Sulla parete sinistra della chiesa si trova il pulpito ligneo con quattro pannelli a fondo d’oro raffiguranti gli Evangelisti, attribuiti al pittore greco Giovanni Trigonis (1817-1841). Sulla porta alta d’accesso al pulpito è rappresentato il Christos Basileus, sempre della stesso artista, la porta in basso è camuffata tra gli scanni di legno delle pareti.

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Trieste : San Giacomo, Chiesa di San Giacomo Apostolo

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Trieste : San Giacomo, Chiesa di San Giacomo Apostolo

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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