Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione

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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
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(particolari).

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Trinità e di San Spiridione
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Trinità e di San Spiridione
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Trinità e di San Spiridione
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Trieste: Via Giosuè Carducci 24. Casa Berlam.

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Trieste: Via Giosuè Carducci 24. Casa Berlam.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Giosuè Carducci 24. Casa Berlam.
Giovanni Andrea Berlam, nel 1879, realizzò questo edificio sul proprio fondo e con l’intervento anche del figlio Ruggero nell’ideazione della struttura, in particolare per quanto riguarda il prospetto principale. Nel 1886 fu presentato all’Ufficio tecnico comunale un progetto di ampliamento dello stabile con un corpo a due piani, indicato come “Edificio con Pinacoteca”. Dal 1887 l’edificio ospitò la sede del Circolo Artistico di Trieste e, fino alla prima guerra mondiale, il Conservatorio Giuseppe Verdi. Gli elementi architettonici riferibili ad esempi medievali e rinascimentali, quali la ricca decorazione della superficie parietale, si devono all’idea del venticinquenne Berlam. La facciata su Via Carducci è arricchita da colonne e lesene, archi a tutto sesto e motivi decorativi quali ghirlande, festoni e gruppi scultorei. /da: biblioteche.comune.trieste)

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Trieste: Via Giosuè Carducci 24. Casa Berlam.
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Giovanni Andrea Berlam, nel 1879, realizzò questo edificio sul proprio fondo e con l’intervento anche del figlio Ruggero nell’ideazione della struttura, in particolare per quanto riguarda il prospetto principale. Nel 1886 fu presentato all’Ufficio tecnico comunale un progetto di ampliamento dello stabile con un corpo a due piani, indicato come “Edificio con Pinacoteca”. Dal 1887 l’edificio ospitò la sede del Circolo Artistico di Trieste e, fino alla prima guerra mondiale, il Conservatorio Giuseppe Verdi. Gli elementi architettonici riferibili ad esempi medievali e rinascimentali, quali la ricca decorazione della superficie parietale, si devono all’idea del venticinquenne Berlam. La facciata su Via Carducci è arricchita da colonne e lesene, archi a tutto sesto e motivi decorativi quali ghirlande, festoni e gruppi scultorei. /da: biblioteche.comune.trieste)

Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.

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Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.
– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.

Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.

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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.

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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.

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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.

Trieste: Via del Coroneo 26. Carceri del Corneo.

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Trieste: Via del Coroneo 26. Carceri del Corneo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Coroneo 26. Carceri del Corneo.
Il Coroneo è un edificio che risale al 1911 progettato dell’architetto Spinnier dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg. I primi detenuti vi entrarono nel 1912 (capienza dell’epoca 535 reclusi). E’ una costruzione a tre piani, più un quarto piano mansardato, dei sotterranei e un cortile esterno. Nel complesso ha 11 sezioni di cui 7 maschili, compresa l’infermeria ed il tratto piano terra destinato agli imputati ed indagati, nonché all’isolamento disciplinare e sanitario, composto da stanze singole. La Direzione del carcere è dotata di una spaziosa sala per conferenze, allestita grazie ad una donazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste.

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Trieste: Via del Coroneo 26. Carceri del Corneo.
Il Coroneo è un edificio che risale al 1911 progettato dell’architetto Spinnier dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg. I primi detenuti vi entrarono nel 1912 (capienza dell’epoca 535 reclusi). E’ una costruzione a tre piani, più un quarto piano mansardato, dei sotterranei e un cortile esterno. Nel complesso ha 11 sezioni di cui 7 maschili, compresa l’infermeria ed il tratto piano terra destinato agli imputati ed indagati, nonché all’isolamento disciplinare e sanitario, composto da stanze singole. La Direzione del carcere è dotata di una spaziosa sala per conferenze, allestita grazie ad una donazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste.

Trieste: Foro Ulpiano 1. Il Palazzo di Giustizia.

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Trieste: Foro Ulpiano 1. Il Palazzo di Giustizia.
Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

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Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

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Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

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Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

Trieste: Foro Ulpiano 1. Il Palazzo di Giustizia.

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Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Foro Ulpiano 1. Il Palazzo di Giustizia.
Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

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Al finire dell’800 Trieste è una grande città emporiale che supera i 230.000 abitanti e costituisce il punto di riferimento economico e culturale di un territorio vastissimo. A tale, rilevante, processo espansivo fa però riscontro la mancanza di un grande Palazzo di Giustizia. E’ vero che, nel complesso, gli uffici giudiziari triestini dispongono di duecento stanze ma esse, oltre a risultare inadeguate ad accogliere le varie centinaia di magistrati, cancellieri, avvocati che quotidianamente vi lavorano e le frequentano, risultano frazionate in più plessi e quindi scomode e poco funzionali. Gli Uffici Giudiziari allora esistenti erano infatti distribuiti tra via Santi Martiri (ora via Duca d’Aosta), via della Sanità (attualmente via Diaz), mentre il vecchio palazzo Bordeaux ospitava l’archivio tavolare. E’ dal 1895, pertanto, che le istituzioni cittadine – Dieta Provinciale di Trieste e Magistrato Civico- iniziano a rappresentare al Governo austriaco l’esigenza della edificazione di una nuova, unitaria, sede giudiziaria a Trieste. A tale data (febbraio 1895) risale infatti il primo atto ufficiale in cui la Dieta chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri –tramite la Luogotenenza- la costruzione di un nuovo Palazzo con annesse carceri.
Il Ministero della Giustizia austriaco accolse la proposta ma, in considerazione degli elevati costi prevedibili, cercò di coinvolgere il Comune nell’impegno finanziario suggerendo – con lettera del settembre 1895 – che la Delegazione Municipale sostenesse una parte dell’ingente spesa o, quantomeno, destinasse gratuitamente un terreno. La localizzazione dell’area risultò abbastanza semplice. Esisteva tra le vie Fabio Severo, della Fontana, Coroneo e della Crociera (ora via Zanetti) una vasta area denominata piazza del Fieno o dei Foraggi, in gran parte sgombra o sottoutilizzata, trovandovi sede soltanto piccole costruzioni pubbliche o fondi affittati a privati. La trattativa tra Ministero austriaco ed Istituzioni cittadine (Ferdinando Pitteri era allora Podestà) non fu agevole. Tuttavia si giunse ad una soluzione i compromesso che prevedeva l’acquisto da parte del Governo viennese dei terreni comunali ad un prezzo agevolato. Il contratto di compravendita dei terreni fu quindi stipulato il 25 luglio 1898 ma l’inizio dei lavori fu ulteriormente ritardato dall’indisponibilità della guarnigione militare, che occupava una parte del fondo, a trasferirsi. Inoltre, nei confronti di una ditta di deposito legnami si dovette addirittura far ricorso ad una procedura di sfratto che si concluse appena all’inizio del 1912. Nel corso del 1912 fu quindi posata la prima pietra in base ad un progetto dell’architetto Spinnier, che, dalla Direzione Edile Giudiziaria presso Marburg, risultò progettista anche del vicino carcere. Tuttavia, al contrario dell’edificazione del carcere, che fu definitivamente ultimata nel 1913, la costruzione del Palazzo di Giustizia –sicuramente più complessa- risultò meno fortunata.
Il Ministero dei lavori pubblici austriaco diede inizio all’opera di costruzione nel corso del 1913 ma lo scoppio della prima guerra mondiale determinò un rallentamento dei lavori che furono poi definitivamente sospesi nel 1915. Alla fine della grande guerra le autorità cittadine avvertirono la necessità di rivedere il progetto austriaco, sicuramente per ampliare le dimensioni dell’edificio ma anche per rielaborarne l’impostazione rendendone più pronunciata l’impronta stilistica italiana. Il Governatore Italiano di Trieste bandì quindi – nel 1919 – un nuovo concorso che risultò vinto dall’architetto e docente triestino Enrico Nordio che riuscì a prevalere sugli altri due progetti presentati dagli studi Berlam e Braidotti.
Dal giorno di presentazione dei progetti – 17 luglio 1919 – si deve giungere al 26 febbraio 1921 perché l’Architetto Nordio riceva ufficialmente l’incarico e possa iniziare a tracciare il progetto esecutivo. La ripresa dei lavori in coerenza con il nuovo progetto comportò anche delle parziali demolizioni e ciò sicuramente influì sui costi e – quindi – sui tempi. Nel 1924 infatti i lavori furono nuovamente sospesi. Nel corso del 1927, inoltre, morì l’architetto Enrico Nordio e la direzione dei lavori proseguì sotto la guida del figlio Umberto. Nonostante ulteriori difficoltà tecniche (in particolare per la realizzazione delle complesse opere impiantistiche) i lavori procedono speditamente e nel corso del 1928 la massiccia ed armoniosa struttura bianca è ormai ben delineata. L’enorme massa di pietra impiegata fu fornita dalle cave di Aurisina mentre il rivestimento della facciata proviene dalle cave di Pola. La versione finale del Palazzo prevede quindi nella facciata principale (che delimita quella che era piazza del Fieno o dei Foraggi ma che dal 28 marzzo 1919 si chiama ormai Foro Ulpiano) una serie di colonne che dal primo piano si ergono fino a raggiungere un terrazzamento (non accessibile) posto al quarto piano sul quale sono collocate sei imponenti statue di giuristi romani. Tutte alte ben 3 metri e venti centimetri – e ricavate ciascuna da un singolo blocco di pietra del peso di oltre tre tonnellate – le statue sono opera degli scultori Marcello Mascherini (quelle di Ulpiano, Papiniano e Triboniano) e Franco Asco (Salvio Giuliano, Gaio e Paolo Giulio Aulo). A metà del 1929 il Palazzo è ormai quasi del tutto costruito ma non ultimato e, benchè manchino sia la scalinata centrale che gli ascensori e lo stesso rivestimento della facciata sia incompleto, la volontà di far coincidere l’inaugurazione con i festeggiamenti per l’anniversario della marcia su Roma fa fissare comunque la data della cerimonia.
Il 27 ottobre 1929 il Guardasigilli Alfredo Rocco inaugura quindi uno splendido Palazzo ma che sarà in grado di funzionare oltre cinque anni dopo. Il nuovo, monumentale, Palazzo sarà destinato però ad ospitare la sede degli uffici giudiziari triestini per pochi anni. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 il Palazzo di Foro Ulpiano venne requisito dalle truppe d’occupazione tedesche che, stabilendo a Trieste il capoluogo dell’Adriatisches Kusterland (cioè il Commissariato per il Litorale Adriatico: un’area che da Udine e Lubiana si sviluppa fino in Dalmazia ed è direttamente inglobata dal regime di Berlino) fanno del Palazzo la sede del proprio comando. Una articolata rete di cunicoli sotteranei viene quindi a collegare -attraversando via Fabio Severo- il Palazzo con le residenze degli alti ufficiali situate presso Villa Ara in corrispondenza della vicina via di Romagna. Presso sale udienze, studi di magistrati e cancellerie i tedeschi organizzano pertanto il proprio quartier generale non trascurando di realizzare anche un cinema nei locali del sottotetto. Durante l’ultima parte della guerra, quindi, gli Uffici giudiziari vengono forzosamente trasferiti presso l’edificio in via Donadoni, attualmernte occupato dalla scuola Gaspardis. L’occupazione tedesca del Palazzo di Giustizia non è però destinata a durare molto. All’alba del 30 aprile del 1945, quando ormai tutto il nord dell’Italia è insorto contro gli occupanti nazisti, il Palazzo di Foro Ulpiano è cinto d’assedio dai partigiani italiani del Comitato di Liberazione Nazionale sostenuti dalle truppe alleate. I tedeschi al comando del Generale Kubler, tuttavia, opposero una forte resistenza. Nel frattempo i reparti del IX Corpus Yugoslavo erano dilagati in città aumentando la pressione sui tedeschi che, alle ore 16 del 2 maggio 1945, si arresero definitivamente al Generale Freiberg dell’VIII armata inglese. Subito dopo la resa dei tedeschi il Palazzo fu imediatamente occupato dal Comando Yugoslavo che intendeva sostituire Tribunali e Preture con i “Tribunali del Popolo”. Tale forzatura dell’ordinamento ebbe però modo di concretarsi soltanto per gli ultimi due dei quarantadue giorni di occupazione yugoslava. Il 12 giugno 1945 – in base all’accordo di Belgrado tra Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia e Yugoslavia- Trieste fu affidata al controllo del Governo Militare Alleato la cui Sezione Affari Giuridici fece nuovamente trasferire gli uffici giudiziari nel Palazzo.
Seguì un’attività di ripristino dei locali ed anche la costruzione, nel cortile interno, della nuova aula di Corte d’Assise che fu ultimata appena nel 1960 avendone curato progetto di costruzione e disegno degli arredi l’Architetto Umberto Nordio. (da: corteappello.trieste.it)

Trieste: Piazza Virgilio Giotti 4. Il Tempio Isrealitico. La Sinagoga.

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Trieste: Piazza Virgilio Giotti 4. Il Tempio Isrealitico. La Sinagoga.
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Trieste: Piazza Virgilio Giotti 4. Il Tempio Isrealitico. La Sinagoga.
– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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Trieste: Piazza Virgilio Giotti 4. Il Tempio Isrealitico. La Sinagoga.
– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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Trieste: Piazza Virgilio Giotti 4. Il Tempio Isrealitico. La Sinagoga.
Foto Paolo Carbonaio
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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

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– Piazza Virgilio Giotti 3 ; Via Gaetano Donizetti 4 ; Via Guido Zanetti 5 ; Via San Francesco 19.
– La comunità ebraica di Trieste ha una storia antichissima. Infatti, il primo documento che testimonia un insediamento israelitico in città reca la data 1236. Alla fine del Settecento a Trieste si contavano quattro sinagoghe. Nel 1903 la Comunità israelitica di Trieste bandì un concorso internazionale per la realizzazione di una nuova grande sinagoga. Vennero presentati 42 progetti, ma nessuno era effettivamente realizzabile. Così, nel 1906, la Comunità israelitica si affidò direttamente a Ruggero Berlam, a cui si affiancò il figlio Arduino, per il progetto definitivo. Per l’edificazione del nuovo tempio, gli ebrei triestini acquistarono un fondo nell’allora piazza San Francesco d’Assisi, oggi piazza Giotti. L’area, alla fine dell’Ottocento, era occupata dalla falegnameria di Carlo Cante. La costruzione del tempio iniziò nel 1908 e la copertura fu portata a termine nel 1910, ma la consegna ufficiale alla comunità e l’inaugurazione avvennero nel giugno del 1912. Il 18 luglio 1942 l’interno della Sinagoga fu devastato dalle squadre fasciste. Nel 2000 vennero sostituite alcune vetrate del tempio danneggiate dal terremoto del 1976.
– Il tempio, addossato ad un altro edificio, si presenta imponente, nella massiccia facciata e nelle ali laterali, con riferimenti stilistici alla Siria del IV secolo d.c.. L’entrata principale si trova su via Donizetti, con orientamento verso Gerusalemme. Il portale principale, ad arco a tutto sesto, è incorniciato da una ricca decorazione geometrica e floreale.
La sinagoga presenta una struttura cubica, mentre la parte riservata alla scuola è caratterizzata da un porticato al piano terra e un piano superiore con finestre ad arco.
Nelle facciate laterali sono posizionati due grandi rosoni con motivo ornamentale che richiama la stella di David, che illuminano dall’alto l’interno del tempio.
Le fondazioni sono realizzate con la “terra di Santorino”, sorta di calcestruzzo costituito da materiale proveniente dall’isola greca di Santorini, mentre le murature sono in pietra arenaria con pilastri in cemento armato. L’edificio presenta una forte rastremazione, più accentuata nella torretta.
Le decorazioni, in marmo, mosaico, pietra e stucco, sono a motivi geometrici e vegetali; nei templi ebraici, infatti le raffigurazioni umane sono proibite. L’ornato è quasi sempre incavato dalla superficie della pietra.
La struttura interna è formata da quattro grandi volte sostenute da pilastri, che per mezzo di pennacchi sferici sorreggono la cupola.
All’interno vi è la galleria del matroneo a cui si accede da una scala in pietra, che costituisce la zone riservata alle donne. – (Da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Il Tempio è uno dei più grandi e maestosi d’Europa, ed è contraddistinto da richiami orientaleggianti che tornano nelle bifore, nelle colonne, negli intagli e nei caratteristici rosoni che disegnano la stella di Davide. Per dimensione e per struttura il Tempio, per la cui realizzazione fu lanciato un concorso d’idee internazionale, è invece una tipica sinagoga dell’epoca dell’emancipazione in cui la sala da preghiera principale, a pianta rettangolare, si articola in tre navate che culminano nella maestosa abside dalla volta a mosaico dorato. L’ingresso principale si trova in via Donizetti, dove il grande portale viene aperto nelle festività più importanti. L’accesso alla Sinagoga avviene dal piccolo loggiato di via San Francesco.
Nel complesso di via San Francesco si trovano anche gli uffici della Comunità, la biblioteca, l’archivio storico e il mikveh (bagno rituale). L’interno è a tre navate: le due laterali sono sormontate dai matronei. Il pavimento è musivo. Le decorazioni si limitano a figure geometriche o a forme vegetali. L’abside, preceduta da un arco decorato a mosaico, dà risalto all’Arca Santa, con l’edicola di granito rosa, sormontata dalle Tavole della Legge. Al centro della balconata un fascio di spighe, simbolo della Comunità.

Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.

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Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.
(Tra Via Enea Sivio Piccolomini 10, Via Francesco Crispi 58 e Viale Venti Settembre 45)
La Società Anonima del Politeama Rossetti, gruppo di azionisti privati con a capo il barone Emilio de Morpurgo affidò nel 1877 al genovese Nicolò Bruno e al ticinese Francesco Scalmanini la progettazione di un nuovo teatro sul Viale dell’Acquedotto. La costruzione, in stile eclettico, fu realizzata dall’impresa di Giovanni Righetti ed il teatro inaugurato il 27 aprile 1878. Nel 1928 un primo restauro fu affidato a Umberto Nordio. Il provvedimento di tutela fu imposto nel 1956, ad avvenuta cessazione di ogni attività teatrale, per scongiurare il pericolo di una speculazione fondiaria e demolizione dell’edificio. Gli inviti al recupero della struttura ed alla riapertura del teatro rimasero vani sino alla decisione di Ugo Irneri, nel 1967, di acquistare l’edificio che ormai minacciava di crollare, a causa delle infiltrazioni di acqua dal tetto. Anche in questa occasione la progettazione fu affidata ad Umberto Nordio. Un ulteriore intervento di recupero fu realizzato su progetto di Luciano Celli e Marina Cons. Il Politeama è stato oggetto di radicali trasormazioni che ne hanno profondamente alterato i suoi caratteri originari; mantiene, invece, alto il suo valore testimoniale avendo rappresentato, per ben oltre un secolo, uno spazio di confronto democratico e culturale, aperto alle manifestazioni liberal-nazionali ed a quelle socialiste, alla prosa proposta dalle grandi compagnie nazionali e da quelle dialettali, ai concerti sinfonici ed ai moderni cantautori.
La struttura, a pianta irregolare, è disposta su tre livelli. Affaccio principale su Viale Venti Settembre, secondari su Via Enea Silvio Piccolomini e Via Francesco Crispi.
L’immobile presenta una superficie muraria trattata ad intonaco grigio e giallo su cui risaltano elementi architettonici in pietra.
La facciata su Viale Venti Settembre è caratterizzata da una parte centrale leggermente rientrante; al pianoterra si trovano aperture ad arco a tutto centro, alternate da lesene in pietra a sostegno di una semplice trabeazione. Il piano superiore presenta il medesimo motivo delle aperture ad arco a tutto sesto, qui arricchite da una struttura in pietra costituita da semipilastri con capitello ionico che sorreggono una trabeazione decorata da motivi vegetali e floreali a rilievo. Le finestre sono alternate da lesene ioniche su alti piedistalli. L’architrave superiore è arricchito da motivi geometrici e da una cornice a dentelli che corre per tutto il perimetro dell’edificio. L’ultimo piano recupera la teoria di finestre ad arco inquadrate da una struttura in pietra con semipilastri dorici e trabeazione decorata con motivi floreali a rilievo, completata da un frontone con motivo a voluta. Lesene ioniche si alternano alle finestre. A coronamento una fascia decorata con motivi a rilievo e mascheroni, completata da una cornice a dentelli.
La facciata su Via Piccolomini, disposta a pendio, presenta una formula simile al prospetto sul vilae nelle parti laterali, mentre al centro emerge l’imponente portico d’ingresso con scalinata e colonne ioniche su alti piedistalli, a sostegno della veranda superiore. Tale struttura presenta una vetrata suddivisa in piccoli rettangoli con cornice chiara, inframmezzata da quattro colonne ioniche che sorreggono la trabeazione di coronamento. A lato si trovano due nicchie entro cui sono collocate due statue in terracotta raffiguranti figure femminili. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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(Tra Via Enea Sivio Piccolomini 10, Via Francesco Crispi 58 e Viale Venti Settembre 45)
La Società Anonima del Politeama Rossetti, gruppo di azionisti privati con a capo il barone Emilio de Morpurgo affidò nel 1877 al genovese Nicolò Bruno e al ticinese Francesco Scalmanini la progettazione di un nuovo teatro sul Viale dell’Acquedotto. La costruzione, in stile eclettico, fu realizzata dall’impresa di Giovanni Righetti ed il teatro inaugurato il 27 aprile 1878. Nel 1928 un primo restauro fu affidato a Umberto Nordio. Il provvedimento di tutela fu imposto nel 1956, ad avvenuta cessazione di ogni attività teatrale, per scongiurare il pericolo di una speculazione fondiaria e demolizione dell’edificio. Gli inviti al recupero della struttura ed alla riapertura del teatro rimasero vani sino alla decisione di Ugo Irneri, nel 1967, di acquistare l’edificio che ormai minacciava di crollare, a causa delle infiltrazioni di acqua dal tetto. Anche in questa occasione la progettazione fu affidata ad Umberto Nordio. Un ulteriore intervento di recupero fu realizzato su progetto di Luciano Celli e Marina Cons. Il Politeama è stato oggetto di radicali trasormazioni che ne hanno profondamente alterato i suoi caratteri originari; mantiene, invece, alto il suo valore testimoniale avendo rappresentato, per ben oltre un secolo, uno spazio di confronto democratico e culturale, aperto alle manifestazioni liberal-nazionali ed a quelle socialiste, alla prosa proposta dalle grandi compagnie nazionali e da quelle dialettali, ai concerti sinfonici ed ai moderni cantautori.
La struttura, a pianta irregolare, è disposta su tre livelli. Affaccio principale su Viale Venti Settembre, secondari su Via Enea Silvio Piccolomini e Via Francesco Crispi.
L’immobile presenta una superficie muraria trattata ad intonaco grigio e giallo su cui risaltano elementi architettonici in pietra.
La facciata su Viale Venti Settembre è caratterizzata da una parte centrale leggermente rientrante; al pianoterra si trovano aperture ad arco a tutto centro, alternate da lesene in pietra a sostegno di una semplice trabeazione. Il piano superiore presenta il medesimo motivo delle aperture ad arco a tutto sesto, qui arricchite da una struttura in pietra costituita da semipilastri con capitello ionico che sorreggono una trabeazione decorata da motivi vegetali e floreali a rilievo. Le finestre sono alternate da lesene ioniche su alti piedistalli. L’architrave superiore è arricchito da motivi geometrici e da una cornice a dentelli che corre per tutto il perimetro dell’edificio. L’ultimo piano recupera la teoria di finestre ad arco inquadrate da una struttura in pietra con semipilastri dorici e trabeazione decorata con motivi floreali a rilievo, completata da un frontone con motivo a voluta. Lesene ioniche si alternano alle finestre. A coronamento una fascia decorata con motivi a rilievo e mascheroni, completata da una cornice a dentelli.
La facciata su Via Piccolomini, disposta a pendio, presenta una formula simile al prospetto sul vilae nelle parti laterali, mentre al centro emerge l’imponente portico d’ingresso con scalinata e colonne ioniche su alti piedistalli, a sostegno della veranda superiore. Tale struttura presenta una vetrata suddivisa in piccoli rettangoli con cornice chiara, inframmezzata da quattro colonne ioniche che sorreggono la trabeazione di coronamento. A lato si trovano due nicchie entro cui sono collocate due statue in terracotta raffiguranti figure femminili. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.

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Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale Venti Settembre 45. Politeama Rossetti.
(Tra Via Enea Sivio Piccolomini 10, Via Francesco Crispi 58 e Viale Venti Settembre 45)
La Società Anonima del Politeama Rossetti, gruppo di azionisti privati con a capo il barone Emilio de Morpurgo affidò nel 1877 al genovese Nicolò Bruno e al ticinese Francesco Scalmanini la progettazione di un nuovo teatro sul Viale dell’Acquedotto. La costruzione, in stile eclettico, fu realizzata dall’impresa di Giovanni Righetti ed il teatro inaugurato il 27 aprile 1878. Nel 1928 un primo restauro fu affidato a Umberto Nordio. Il provvedimento di tutela fu imposto nel 1956, ad avvenuta cessazione di ogni attività teatrale, per scongiurare il pericolo di una speculazione fondiaria e demolizione dell’edificio. Gli inviti al recupero della struttura ed alla riapertura del teatro rimasero vani sino alla decisione di Ugo Irneri, nel 1967, di acquistare l’edificio che ormai minacciava di crollare, a causa delle infiltrazioni di acqua dal tetto. Anche in questa occasione la progettazione fu affidata ad Umberto Nordio. Un ulteriore intervento di recupero fu realizzato su progetto di Luciano Celli e Marina Cons. Il Politeama è stato oggetto di radicali trasormazioni che ne hanno profondamente alterato i suoi caratteri originari; mantiene, invece, alto il suo valore testimoniale avendo rappresentato, per ben oltre un secolo, uno spazio di confronto democratico e culturale, aperto alle manifestazioni liberal-nazionali ed a quelle socialiste, alla prosa proposta dalle grandi compagnie nazionali e da quelle dialettali, ai concerti sinfonici ed ai moderni cantautori.
La struttura, a pianta irregolare, è disposta su tre livelli. Affaccio principale su Viale Venti Settembre, secondari su Via Enea Silvio Piccolomini e Via Francesco Crispi.
L’immobile presenta una superficie muraria trattata ad intonaco grigio e giallo su cui risaltano elementi architettonici in pietra.
La facciata su Viale Venti Settembre è caratterizzata da una parte centrale leggermente rientrante; al pianoterra si trovano aperture ad arco a tutto centro, alternate da lesene in pietra a sostegno di una semplice trabeazione. Il piano superiore presenta il medesimo motivo delle aperture ad arco a tutto sesto, qui arricchite da una struttura in pietra costituita da semipilastri con capitello ionico che sorreggono una trabeazione decorata da motivi vegetali e floreali a rilievo. Le finestre sono alternate da lesene ioniche su alti piedistalli. L’architrave superiore è arricchito da motivi geometrici e da una cornice a dentelli che corre per tutto il perimetro dell’edificio. L’ultimo piano recupera la teoria di finestre ad arco inquadrate da una struttura in pietra con semipilastri dorici e trabeazione decorata con motivi floreali a rilievo, completata da un frontone con motivo a voluta. Lesene ioniche si alternano alle finestre. A coronamento una fascia decorata con motivi a rilievo e mascheroni, completata da una cornice a dentelli.
La facciata su Via Piccolomini, disposta a pendio, presenta una formula simile al prospetto sul vilae nelle parti laterali, mentre al centro emerge l’imponente portico d’ingresso con scalinata e colonne ioniche su alti piedistalli, a sostegno della veranda superiore. Tale struttura presenta una vetrata suddivisa in piccoli rettangoli con cornice chiara, inframmezzata da quattro colonne ioniche che sorreggono la trabeazione di coronamento. A lato si trovano due nicchie entro cui sono collocate due statue in terracotta raffiguranti figure femminili. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Via della Zonta 2 – Via Nicolò Paganini 2.

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Trieste: Via della Zonta 2 - Via Nicolò Paganini 2.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via della Zonta 2 – Via Nicolò Paganini 2.
L’edificio fu costruito nel 1906 su progetto dell’ ingegner Bachschied. Nel provvedimento di vincolo redatto dalla Soprintendenza viene decritto come edificio di buona architettura, misto di forme rinascimentali e secessioniste che, oltre al particolare interesse in sé, presenta interesse ambientale a salvaguardia del complesso monumentale di San Antonio Taumaturgo, Chiesa di San Spiridione e Canal Grande. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.

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Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
– L’edificio, progettato da Francesco Scalmanini nel 1841, è l’unica testimonianza a noi pervenuta del grande passato cantieristico della Trieste ottocentesca. Su questo fondo infatti già dal 1788 sorgeva lo squero di Odorico Panfili, che ricoprì un ruolo di prima linea nella costruzione della prima flotta mercantile triestina e mantenne il suo prestigio per più di cinquant’anni fino al 1852. Attualmente rimane solamente la costruzione annessa al cantiere che ospitava uffici ed abitazioni. La descrizione storico-artistica allegata al decreto di vincolo definisce l’intero complesso edilizio una “prova assai consistente nel patrimonio architettonico edilizio triestino dell’Ottocento, che con il suo impianto, più che con i suoi arredi, ormai perduti, ribadisce la felice congiuntura del periodo neoclassico della città di Trieste.
Sopra il portone principale è visibile un bassorilievo in legno raffigurante una figura femminile con sullo sfondo una nave in costruzione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Largo Odorico Panfili: Già piazza dei Carradori, mutò denominazione nel 1883. Con nota d.d. 12.9.1883 la Delegazione Municipale comunicò alla Comunità evangelica di confessione augustana – la cui chiesa si trova al centro del largo – l’intenzione di intitolare il sito «largo» o «piazzetta degli Augustani»; i rappresentanti della Comunità, con lettera d.d. 12.10.1883, suggerirono la denominazione di «piazzetta della chiesa evangelica» oppure, subordinatamente, di «piazzetta Martino», in onore di Martin Lutero. Con delibera Del. Mun. n. 35425 d.d. 22.10.1883 venne stabilito di intitolare il sito piazzetta della chiesa evangelica. Con Delibera del Podestà n. 501 d.d. 4.7.1942 il nome venne nuovamente mutato; tuttavia la denominazione «largo Odorico Panfili» che compare tanto nello stradario ufficiale del Comune di Trieste quanto nella segnaletica stradale è imprecisa nel riportare il nome di colui che si volle ricordare.
– Teodorico Panfilli nacque a Budapest il 2 settembre 1911; laureatosi in medicina, lasciò Trieste, città nella quale la sua famiglia viveva da oltre un secolo e mezzo avendo per molto tempo diretto un cantiere navale, nel 1936 per arruolarsi nell’Esercito, ottenendo di essere assegnato come sottotenente medico al 70 ” Battaglione Coloniale in Abissinia. Cadde a Sellassiè (Africa Orientale) il 17 luglio 1938 e alla sua memoria venne conferita la medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: «Teodorico Panfilli, di Trieste, Tenente Medico del LXX” Battaglione Colonia. Ufficiale medico di una colonna impegnata contro soverchianti forze nemiche, volontariamente assumeva il comando di una squadra e teneva bravamente testa alla irruenza dell’avversario. Costretto a ripiegare in una posizione sistemata a difesa e saputo che un suo collega era stato gravemente ferito, si slanciava fuori della posizione, volontariamente per la ricerca del collega. Ferito una prima volta ad un fianco non desisteva dallo scopo e, trovato l’ufficiale già cadavere, provvedeva ad occultarlo per evitare lo strazio della salma. Durante tale suo pietoso ufficio trovava gloriosa morte. Esempio fulgido di eroismo e di elevatissimo senso del dovere. Selassiè, 17 luglio 1938». (da: A. Trampus e artericerca)

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Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
– L’edificio, progettato da Francesco Scalmanini nel 1841, è l’unica testimonianza a noi pervenuta del grande passato cantieristico della Trieste ottocentesca. Su questo fondo infatti già dal 1788 sorgeva lo squero di Odorico Panfili, che ricoprì un ruolo di prima linea nella costruzione della prima flotta mercantile triestina e mantenne il suo prestigio per più di cinquant’anni fino al 1852. Attualmente rimane solamente la costruzione annessa al cantiere che ospitava uffici ed abitazioni. La descrizione storico-artistica allegata al decreto di vincolo definisce l’intero complesso edilizio una “prova assai consistente nel patrimonio architettonico edilizio triestino dell’Ottocento, che con il suo impianto, più che con i suoi arredi, ormai perduti, ribadisce la felice congiuntura del periodo neoclassico della città di Trieste.
Sopra il portone principale è visibile un bassorilievo in legno raffigurante una figura femminile con sullo sfondo una nave in costruzione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Largo Odorico Panfili: Già piazza dei Carradori, mutò denominazione nel 1883. Con nota d.d. 12.9.1883 la Delegazione Municipale comunicò alla Comunità evangelica di confessione augustana – la cui chiesa si trova al centro del largo – l’intenzione di intitolare il sito «largo» o «piazzetta degli Augustani»; i rappresentanti della Comunità, con lettera d.d. 12.10.1883, suggerirono la denominazione di «piazzetta della chiesa evangelica» oppure, subordinatamente, di «piazzetta Martino», in onore di Martin Lutero. Con delibera Del. Mun. n. 35425 d.d. 22.10.1883 venne stabilito di intitolare il sito piazzetta della chiesa evangelica. Con Delibera del Podestà n. 501 d.d. 4.7.1942 il nome venne nuovamente mutato; tuttavia la denominazione «largo Odorico Panfili» che compare tanto nello stradario ufficiale del Comune di Trieste quanto nella segnaletica stradale è imprecisa nel riportare il nome di colui che si volle ricordare.
– Teodorico Panfilli nacque a Budapest il 2 settembre 1911; laureatosi in medicina, lasciò Trieste, città nella quale la sua famiglia viveva da oltre un secolo e mezzo avendo per molto tempo diretto un cantiere navale, nel 1936 per arruolarsi nell’Esercito, ottenendo di essere assegnato come sottotenente medico al 70 ” Battaglione Coloniale in Abissinia. Cadde a Sellassiè (Africa Orientale) il 17 luglio 1938 e alla sua memoria venne conferita la medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: «Teodorico Panfilli, di Trieste, Tenente Medico del LXX” Battaglione Colonia. Ufficiale medico di una colonna impegnata contro soverchianti forze nemiche, volontariamente assumeva il comando di una squadra e teneva bravamente testa alla irruenza dell’avversario. Costretto a ripiegare in una posizione sistemata a difesa e saputo che un suo collega era stato gravemente ferito, si slanciava fuori della posizione, volontariamente per la ricerca del collega. Ferito una prima volta ad un fianco non desisteva dallo scopo e, trovato l’ufficiale già cadavere, provvedeva ad occultarlo per evitare lo strazio della salma. Durante tale suo pietoso ufficio trovava gloriosa morte. Esempio fulgido di eroismo e di elevatissimo senso del dovere. Selassiè, 17 luglio 1938». (da: A. Trampus e artericerca)

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Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Largo Odorico Panfili 1. Palazzo Panfilli.
– L’edificio, progettato da Francesco Scalmanini nel 1841, è l’unica testimonianza a noi pervenuta del grande passato cantieristico della Trieste ottocentesca. Su questo fondo infatti già dal 1788 sorgeva lo squero di Odorico Panfili, che ricoprì un ruolo di prima linea nella costruzione della prima flotta mercantile triestina e mantenne il suo prestigio per più di cinquant’anni fino al 1852. Attualmente rimane solamente la costruzione annessa al cantiere che ospitava uffici ed abitazioni. La descrizione storico-artistica allegata al decreto di vincolo definisce l’intero complesso edilizio una “prova assai consistente nel patrimonio architettonico edilizio triestino dell’Ottocento, che con il suo impianto, più che con i suoi arredi, ormai perduti, ribadisce la felice congiuntura del periodo neoclassico della città di Trieste.
Sopra il portone principale è visibile un bassorilievo in legno raffigurante una figura femminile con sullo sfondo una nave in costruzione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
– Largo Odorico Panfili: Già piazza dei Carradori, mutò denominazione nel 1883. Con nota d.d. 12.9.1883 la Delegazione Municipale comunicò alla Comunità evangelica di confessione augustana – la cui chiesa si trova al centro del largo – l’intenzione di intitolare il sito «largo» o «piazzetta degli Augustani»; i rappresentanti della Comunità, con lettera d.d. 12.10.1883, suggerirono la denominazione di «piazzetta della chiesa evangelica» oppure, subordinatamente, di «piazzetta Martino», in onore di Martin Lutero. Con delibera Del. Mun. n. 35425 d.d. 22.10.1883 venne stabilito di intitolare il sito piazzetta della chiesa evangelica. Con Delibera del Podestà n. 501 d.d. 4.7.1942 il nome venne nuovamente mutato; tuttavia la denominazione «largo Odorico Panfili» che compare tanto nello stradario ufficiale del Comune di Trieste quanto nella segnaletica stradale è imprecisa nel riportare il nome di colui che si volle ricordare.
– Teodorico Panfilli nacque a Budapest il 2 settembre 1911; laureatosi in medicina, lasciò Trieste, città nella quale la sua famiglia viveva da oltre un secolo e mezzo avendo per molto tempo diretto un cantiere navale, nel 1936 per arruolarsi nell’Esercito, ottenendo di essere assegnato come sottotenente medico al 70 ” Battaglione Coloniale in Abissinia. Cadde a Sellassiè (Africa Orientale) il 17 luglio 1938 e alla sua memoria venne conferita la medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: «Teodorico Panfilli, di Trieste, Tenente Medico del LXX” Battaglione Colonia. Ufficiale medico di una colonna impegnata contro soverchianti forze nemiche, volontariamente assumeva il comando di una squadra e teneva bravamente testa alla irruenza dell’avversario. Costretto a ripiegare in una posizione sistemata a difesa e saputo che un suo collega era stato gravemente ferito, si slanciava fuori della posizione, volontariamente per la ricerca del collega. Ferito una prima volta ad un fianco non desisteva dallo scopo e, trovato l’ufficiale già cadavere, provvedeva ad occultarlo per evitare lo strazio della salma. Durante tale suo pietoso ufficio trovava gloriosa morte. Esempio fulgido di eroismo e di elevatissimo senso del dovere. Selassiè, 17 luglio 1938». (da: A. Trampus e artericerca)

Trieste: Piazza dei Volontari Giuliani 8. Villa Loser – Beltrame.

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Trieste: Piazza dei Volontari Giuliani 8. Villa Loser – Beltrame.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza dei Volontari Giuliani 8. Villa Loser – Beltrame.
– La villa fu realizzata nel 1903 dagli ingegneri G. Gallacchi e M. Sonz, in stile rinascimentale con rifiniture secession. La villa, dal primo proprietario, Loser, fu acquistata dai commercianti Edoardo e Umberto Beltrame. Nel 1953 ne diventò proprietaria l’Amministrazione Militare Marittima.
– Piazza dei Volontari Giuliani: battezzata inizialmente «piazza Giacomo Venezian» (dal nome del grande giurista, civilista in particolare, di origine triestina) con Delibera del Podestà n. 1493 d.d. 12.10.1935, questa piazza venne ribattezzata «piazza Volontari Giuliani» con Delibera del Podestà n. 1108 d.d. 14.9.1940, a ricordo di quanti, triestini e istriani, si arruolarono volontari nell’Esercito italiano nel primo e nel secondo conflitto mondiale. (Da: trieste-di-ieri-e-di-oggi.it – A. Trampus)

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Trieste: Piazza dei Volontari Giuliani 8. Villa Loser – Beltrame.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza dei Volontari Giuliani 8. Villa Loser – Beltrame.
– La villa fu realizzata nel 1903 dagli ingegneri G. Gallacchi e M. Sonz, in stile rinascimentale con rifiniture secession. La villa, dal primo proprietario, Loser, fu acquistata dai commercianti Edoardo e Umberto Beltrame. Nel 1953 ne diventò proprietaria l’Amministrazione Militare Marittima.
– Piazza dei Volontari Giuliani: battezzata inizialmente «piazza Giacomo Venezian» (dal nome del grande giurista, civilista in particolare, di origine triestina) con Delibera del Podestà n. 1493 d.d. 12.10.1935, questa piazza venne ribattezzata «piazza Volontari Giuliani» con Delibera del Podestà n. 1108 d.d. 14.9.1940, a ricordo di quanti, triestini e istriani, si arruolarono volontari nell’Esercito italiano nel primo e nel secondo conflitto mondiale. (Da: trieste-di-ieri-e-di-oggi.it – A. Trampus)

Trieste: Piazza della Libertà 3. Casa Brunner.

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Trieste: Piazza della Libertà 3. Casa Brunner. 
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 3. Casa Brunner.
Tra la piazza,via Benvenuto Cellini e via Carlo Ghega.
Progetto del 1873 dell’architetto Giuseppe Naglos.
Ospitò sino agli anni sessanta il “Caffè alla Stazione” di Francesco Svoboda.
L’edificio fu ristrutturato nel 1897 da Antonio Carmelich, con dipinti di Barison, Grimani, Lonza, Scomparini e Pogna (otto pannelli raffiguranti il Commercio, l’Industria, l’Elettricità, la Geografia, la Storia, la Meccanica, la Navigazione e le Comunicazioni, conservati attualmente nel palazzo Economo, mentre i locali sono occupati da diverse attività commerciali), sede della società di Navigazione Premuda, il dopolavoro del personale dei vagoni letto, l’ufficio pagamento pensioni e altre. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Piazza della Libertà 4. Palazzo Miller & Aschholz.

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Trieste: Piazza della Libertà 4. Palazzo Miller & Aschholz.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 4. Palazzo Miller & Aschholz.
Progetto del 1878 dell’architetto Giuseppe Bruni.
Sede del consolato del Venezuela, dei magazzini dell’Industria Cinematografica Italiana, Fox Afailm, Paramount, oggi Hotel Impero (dal 1949) e da un’agenzia della Banca Commerciale Italiana.

Trieste: Piazza della Libertà 6.

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Trieste: Piazza della Libertà 6.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 6.
Palazzo sito all’angolo con Via Tivarnella. Progetto del 1883 dell’architetto Francesco Catolla. Adornato da coppie di Cariatidi agli angoli dell’ultimo piano.
Il palazzo ospita la farmacia Ravasini “Alla Giustizia”, decorata da Eugenio Scomparini (Trieste 1845 – 1913) e dalla ditta artigiana Cante e con un dipinto sul soffitto firmato Cappello. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Palazzo sito all’angolo con Via Tivarnella. Progetto del 1883 dell’architetto Francesco Catolla. Adornato da coppie di Cariatidi agli angoli dell’ultimo piano.
Il palazzo ospita la farmacia Ravasini “Alla Giustizia”, decorata da Eugenio Scomparini (Trieste 1845 – 1913) e dalla ditta artigiana Cante e con un dipinto sul soffitto firmato Cappello. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Trieste: Piazza della Libertà 6.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 6.
Palazzo sito all’angolo con Via Tivarnella. Progetto del 1883 dell’architetto Francesco Catolla. Adornato da coppie di Cariatidi agli angoli dell’ultimo piano.
Il palazzo ospita la farmacia Ravasini “Alla Giustizia”, decorata da Eugenio Scomparini (Trieste 1845 – 1913) e dalla ditta artigiana Cante e con un dipinto sul soffitto firmato Cappello. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Palazzo sito all’angolo con Via Tivarnella. Progetto del 1883 dell’architetto Francesco Catolla. Adornato da coppie di Cariatidi agli angoli dell’ultimo piano.
Il palazzo ospita la farmacia Ravasini “Alla Giustizia”, decorata da Eugenio Scomparini (Trieste 1845 – 1913) e dalla ditta artigiana Cante e con un dipinto sul soffitto firmato Cappello. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Via Ruggero Manna 7.

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Trieste: Via Ruggero Manna 7.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Ruggero Manna 7.
Complesso Scolastico tra Via Ruggero Manna e Via Sant’Anastasio.
La definitiva trasformazione di Trieste in una città votata al cosmopolitismo fece si che qui più che altrove si sentisse forte l’esigenza di un’istruzione scolastica dalle solide basi. In poco tempo ogni rione ebbe la sua scuola italiana e dai 700 studenti del 1842 si passò ai 5000 solo dieci anni più tardi. L’edificio in questione, opera dell’architetto Cornelio Budinich, fu inaugurato nell’anno scolastico 1910-1911 con 1036 allievi provenienti dalla Civica Scuola Popolare del Belvedere, inserendosi a pieno titolo in un preciso piano di riforma scolastica che vide la costruzione, tra il 1900 e il 1914, di ben 14 nuovi edifici scolastici. I lavori di costruzione dello stabile, dalle forme sobrie e semplici ispirato al Rinascimento italiano, cominciarono nel 1908. Il progetto prevedeva un totale di 23 aule per una spesa complessiva di 1.004,331 corone. Nel 1914 la scuola accolse, a causa dell’elevato numero, le allieve del Liceo di via Madonna del Mare prendendo il nome di “II Liceo femminile”. Attualmente l’edificio ospita la Scuola Elementare intitolata a Ruggero Manna, musicista e compositore cremonese, e la Scuola Media Statale G .Corsi. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Trieste: Via Ruggero Manna 7.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Ruggero Manna 7.
Complesso Scolastico tra Via Ruggero Manna e Via Sant’Anastasio.
La definitiva trasformazione di Trieste in una città votata al cosmopolitismo fece si che qui più che altrove si sentisse forte l’esigenza di un’istruzione scolastica dalle solide basi. In poco tempo ogni rione ebbe la sua scuola italiana e dai 700 studenti del 1842 si passò ai 5000 solo dieci anni più tardi. L’edificio in questione, opera dell’architetto Cornelio Budinich, fu inaugurato nell’anno scolastico 1910-1911 con 1036 allievi provenienti dalla Civica Scuola Popolare del Belvedere, inserendosi a pieno titolo in un preciso piano di riforma scolastica che vide la costruzione, tra il 1900 e il 1914, di ben 14 nuovi edifici scolastici. I lavori di costruzione dello stabile, dalle forme sobrie e semplici ispirato al Rinascimento italiano, cominciarono nel 1908. Il progetto prevedeva un totale di 23 aule per una spesa complessiva di 1.004,331 corone. Nel 1914 la scuola accolse, a causa dell’elevato numero, le allieve del Liceo di via Madonna del Mare prendendo il nome di “II Liceo femminile”. Attualmente l’edificio ospita la Scuola Elementare intitolata a Ruggero Manna, musicista e compositore cremonese, e la Scuola Media Statale G .Corsi. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.

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Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.
– Il palazzo odierno è il risultato di un innalzamento e ristrutturazione dell’abitazione in città della famiglia Rittmeyer per volontà del barone Carlo de Rittmeyer nell’aprile del 1863 su progetto dell’architetto Giuseppe Baldini.
Già nel 1829 l’allora proprietario, Eliseo Rittmeyer, aveva presentato al Magistrato Civico un progetto per sopraelevare la casa risalente al 1823. La costruzione, tipica del periodo eclettico, comprendeva un giardino pensile che si estendeva verso l’attuale Via Udine.
Nel 1863 venne acquistata la vicina proprietà di Panajoti di Demetrio dando così il via ai lavori di ristrutturazione.
– Nel 1914 la baronessa Cecilia de Rittmeyer donò il palazzo al Comune di Trieste che appena quarant’anni dopo lo adattò a Conservatorio di Musica intitolandolo al musicista Giuseppe Tartini.
– Il 23 aprile 1944, a seguito di un attentato avvenuto il giorno precedente nella sala mensa ai danni del Deutsches Soldatenheim che nel palazzo aveva la propria sede, fu attuata un’atroce rappresaglia contro 5O ostaggi presi dalle carceri del Coroneo e dei Gesuiti che vennero impiccati e lasciati come monito lungo le scale, i corridoi e le finestre dell’edificio.

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– Il palazzo odierno è il risultato di un innalzamento e ristrutturazione dell’abitazione in città della famiglia Rittmeyer per volontà del barone Carlo de Rittmeyer nell’aprile del 1863 su progetto dell’architetto Giuseppe Baldini.
Già nel 1829 l’allora proprietario, Eliseo Rittmeyer, aveva presentato al Magistrato Civico un progetto per sopraelevare la casa risalente al 1823. La costruzione, tipica del periodo eclettico, comprendeva un giardino pensile che si estendeva verso l’attuale Via Udine.
Nel 1863 venne acquistata la vicina proprietà di Panajoti di Demetrio dando così il via ai lavori di ristrutturazione.
– Nel 1914 la baronessa Cecilia de Rittmeyer donò il palazzo al Comune di Trieste che appena quarant’anni dopo lo adattò a Conservatorio di Musica intitolandolo al musicista Giuseppe Tartini.
– Il 23 aprile 1944, a seguito di un attentato avvenuto il giorno precedente nella sala mensa ai danni del Deutsches Soldatenheim che nel palazzo aveva la propria sede, fu attuata un’atroce rappresaglia contro 5O ostaggi presi dalle carceri del Coroneo e dei Gesuiti che vennero impiccati e lasciati come monito lungo le scale, i corridoi e le finestre dell’edificio.

Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.

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Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Carlo Ghega 12. Palazzo Rittmeyer.
– Il palazzo odierno è il risultato di un innalzamento e ristrutturazione dell’abitazione in città della famiglia Rittmeyer per volontà del barone Carlo de Rittmeyer nell’aprile del 1863 su progetto dell’architetto Giuseppe Baldini.
Già nel 1829 l’allora proprietario, Eliseo Rittmeyer, aveva presentato al Magistrato Civico un progetto per sopraelevare la casa risalente al 1823. La costruzione, tipica del periodo eclettico, comprendeva un giardino pensile che si estendeva verso l’attuale Via Udine.
Nel 1863 venne acquistata la vicina proprietà di Panajoti di Demetrio dando così il via ai lavori di ristrutturazione.
– Nel 1914 la baronessa Cecilia de Rittmeyer donò il palazzo al Comune di Trieste che appena quarant’anni dopo lo adattò a Conservatorio di Musica intitolandolo al musicista Giuseppe Tartini.
– Il 23 aprile 1944, a seguito di un attentato avvenuto il giorno precedente nella sala mensa ai danni del Deutsches Soldatenheim che nel palazzo aveva la propria sede, fu attuata un’atroce rappresaglia contro 5O ostaggi presi dalle carceri del Coroneo e dei Gesuiti che vennero impiccati e lasciati come monito lungo le scale, i corridoi e le finestre dell’edificio.

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– Il palazzo odierno è il risultato di un innalzamento e ristrutturazione dell’abitazione in città della famiglia Rittmeyer per volontà del barone Carlo de Rittmeyer nell’aprile del 1863 su progetto dell’architetto Giuseppe Baldini.
Già nel 1829 l’allora proprietario, Eliseo Rittmeyer, aveva presentato al Magistrato Civico un progetto per sopraelevare la casa risalente al 1823. La costruzione, tipica del periodo eclettico, comprendeva un giardino pensile che si estendeva verso l’attuale Via Udine.
Nel 1863 venne acquistata la vicina proprietà di Panajoti di Demetrio dando così il via ai lavori di ristrutturazione.
– Nel 1914 la baronessa Cecilia de Rittmeyer donò il palazzo al Comune di Trieste che appena quarant’anni dopo lo adattò a Conservatorio di Musica intitolandolo al musicista Giuseppe Tartini.
– Il 23 aprile 1944, a seguito di un attentato avvenuto il giorno precedente nella sala mensa ai danni del Deutsches Soldatenheim che nel palazzo aveva la propria sede, fu attuata un’atroce rappresaglia contro 5O ostaggi presi dalle carceri del Coroneo e dei Gesuiti che vennero impiccati e lasciati come monito lungo le scale, i corridoi e le finestre dell’edificio.

Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.

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Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.
Si tratta di un piccolo edificio, ex stazione di servizio della società Aquila (distributore carburanti e autofficina), considerato una piccola gemma dell’architettura contemporanea italiana. Il progetto risale agli inizi degli anni Cinquanta ad opera del famoso studio milanese BBPR, di cui era membro l’architetto triestino Ernesto Nathan Rogers, ritenutouno dei teorici e fondatori dell’architettura contemporanea italiana. La Stazione Rogers si caratterizza per la copertura ad onde sospesa su pilotis, per il largo impiego del vetro nelle tre sale, identiche ma slittate di una mezza lunghezza, per l’uso dei soli colori “aziendali”. Adesso, “Uno degli elementi centrali del progetto – segnalano i progettisti – è la luce; sia quella diurna, che necessariamente significherà un’espansione degli spazi interni, come quella notturna che trasformerà “Stazione Rogers” in una lampada nella notte”. L’intervento su quello che i progettisti hanno definito “un nuovo distributore di cultura” è stato eseguito dal gruppo di professionisti riuniti per questa iniziativa nella “Associazione Stazione Rogers” risultata vincitrice del concorso di idee per la riqualificazione dell’ex stazione di servizio e formata da tre entità: l’Associazione Ernesto Nathan Rogers per il progresso dell’architettura e della scienza promossa dagli architetti Luciano Semerani e Gigetta Tamaro, l’Associazione Trieste Contemporanea di Giuliana Carbi e Franco Jesurun e Comunicarte di Lorenzo Michelli e Massimiliano Schiozzi. (da: edilone.it)

Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.

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Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Grumola 14. Stazione Rogers.
Si tratta di un piccolo edificio, ex stazione di servizio della società Aquila (distributore carburanti e autofficina), considerato una piccola gemma dell’architettura contemporanea italiana. Il progetto risale agli inizi degli anni Cinquanta ad opera del famoso studio milanese BBPR, di cui era membro l’architetto triestino Ernesto Nathan Rogers, ritenutouno dei teorici e fondatori dell’architettura contemporanea italiana. La Stazione Rogers si caratterizza per la copertura ad onde sospesa su pilotis, per il largo impiego del vetro nelle tre sale, identiche ma slittate di una mezza lunghezza, per l’uso dei soli colori “aziendali”. Adesso, “Uno degli elementi centrali del progetto – segnalano i progettisti – è la luce; sia quella diurna, che necessariamente significherà un’espansione degli spazi interni, come quella notturna che trasformerà “Stazione Rogers” in una lampada nella notte”. L’intervento su quello che i progettisti hanno definito “un nuovo distributore di cultura” è stato eseguito dal gruppo di professionisti riuniti per questa iniziativa nella “Associazione Stazione Rogers” risultata vincitrice del concorso di idee per la riqualificazione dell’ex stazione di servizio e formata da tre entità: l’Associazione Ernesto Nathan Rogers per il progresso dell’architettura e della scienza promossa dagli architetti Luciano Semerani e Gigetta Tamaro, l’Associazione Trieste Contemporanea di Giuliana Carbi e Franco Jesurun e Comunicarte di Lorenzo Michelli e Massimiliano Schiozzi. (da: edilone.it)

Trieste: Piazza della Libertà 9. Silos.

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Trieste: Piazza della Libertà 9. Silos.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 9. Silos.
La società “Suedbahn” fa da sfondo al progetto per il porto di Trieste steso dall’ingegnere Paulin Talabot tra il 1861 e il 1862. Questo lavoro fa da base a vari studi e proposte di diverse commissioni locali e ministeriali, e nel 1865 il governo approva il progetto di Talabot con le modifiche apportate da M. H. Pascal, ingegnere capo dei Ponti e Strade di Marsiglia. I primi cinque magazzini vengono costruiti nel 1880; con un ulteriore ampliamento delle strutture, dal 1890 ai primi anni del Novecento vengono costruiti a gruppi più di venti tra magazzini e hangar, quasi tutti ad opera dell’ingegnere Eugenio Geiringer. L’impiego nella costruzione di questi magazzini dei primi brevetti per il calcestruzzo armato ne fanno un esempio di estremo interesse per la storia delle tecniche costruttive. Questo edificio è l’unico ad aver subito un intervento di restauro per un cambio di destinazione d’uso, e rimane un evento singolare nell’ambito del Porto Vecchio. Il progetto del 1994 degli architetti Tamaro e Semerani riguarda circa un quarto dei corpi di fabbrica sviluppati in lunghezza, che sono stati riutilizzati come terminal degli autobus, mercato e parcheggio per le automobili. La parte rimanente, ridotta oltremodo a sola muratura in seguito ad un incendio, non è stata oggetto d’intervento. Il decreto di vincolo del 1968 riporta quanto segue: “…imponente complesso, notevole per sobrietà ed eleganza delle linee neoclassiche, costruito intorno alla metà del secolo scorso insieme alla stazione ferroviaria. Esso comprende due immensi e uguali edifici a due piani che si estendono per ben 290 metri con un imponente doppio ordine di 44 arcate in pietra. Tutte le facciate manifestano la grandiosità delle linee neoclassiche, in particolare la facciata principale caratterizzata dal bugnato che forma un doppio ordine di cinque arcate sovrapposte.” Attualmente l’edificio ospita l’autostazione e diverse attività commerciali. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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La società “Suedbahn” fa da sfondo al progetto per il porto di Trieste steso dall’ingegnere Paulin Talabot tra il 1861 e il 1862. Questo lavoro fa da base a vari studi e proposte di diverse commissioni locali e ministeriali, e nel 1865 il governo approva il progetto di Talabot con le modifiche apportate da M. H. Pascal, ingegnere capo dei Ponti e Strade di Marsiglia. I primi cinque magazzini vengono costruiti nel 1880; con un ulteriore ampliamento delle strutture, dal 1890 ai primi anni del Novecento vengono costruiti a gruppi più di venti tra magazzini e hangar, quasi tutti ad opera dell’ingegnere Eugenio Geiringer. L’impiego nella costruzione di questi magazzini dei primi brevetti per il calcestruzzo armato ne fanno un esempio di estremo interesse per la storia delle tecniche costruttive. Questo edificio è l’unico ad aver subito un intervento di restauro per un cambio di destinazione d’uso, e rimane un evento singolare nell’ambito del Porto Vecchio. Il progetto del 1994 degli architetti Tamaro e Semerani riguarda circa un quarto dei corpi di fabbrica sviluppati in lunghezza, che sono stati riutilizzati come terminal degli autobus, mercato e parcheggio per le automobili. La parte rimanente, ridotta oltremodo a sola muratura in seguito ad un incendio, non è stata oggetto d’intervento. Il decreto di vincolo del 1968 riporta quanto segue: “…imponente complesso, notevole per sobrietà ed eleganza delle linee neoclassiche, costruito intorno alla metà del secolo scorso insieme alla stazione ferroviaria. Esso comprende due immensi e uguali edifici a due piani che si estendono per ben 290 metri con un imponente doppio ordine di 44 arcate in pietra. Tutte le facciate manifestano la grandiosità delle linee neoclassiche, in particolare la facciata principale caratterizzata dal bugnato che forma un doppio ordine di cinque arcate sovrapposte.” Attualmente l’edificio ospita l’autostazione e diverse attività commerciali. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Piazza della Libertà 11. Sala Tripcovich.

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Trieste: Piazza della Libertà 11. Sala Tripcovich.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 11. Sala Tripcovich.
Nel 1935 il Comune, allo scopo di regolarizzare l’ormai ingente traffico di mezzi pubblici verso le località del litorale istriano e del Friuli, volle adibire, nella zona prospiciente piazza della Libertà, uno spazio specifico a stazione delle autocorriere. Il progetto del nuovo edificio fu affidato agli ingegneri Giovanni Baldi ed Umberto Nordio che in tempi relativamente rapidi lo portarono a compimento. La struttura, caratterizzata da una semplice fattura a capannone a pianta rettangolare con aggiunto un fabbricato di più ridotte dimensioni a forma semicircolare destinato alla biglietteria, era priva di qualsiasi ornamento decorativo, tesa infatti più alla funzionalità che non alla bellezza architettonica. La Stazione Comunale Autolinee, persa la sua originaria funzione allorquando la struttura fu trasferita all’interno dell’edificio denominato “Silos”, fu quindi convertita in teatro nei primi anni novanta. Essendo stata privata, per motivi di restauro, della sua principale sala teatrale, la città di Trieste necessitava urgentemente di uno spazio che potesse supplire momentaneamente al vuoto venutosi a creare con la chiusura del Verdi. Il grosso contenitore a pianta rettangolare, espressione di un preciso periodo storico e realizzato con materiali sperimentali -fu uno dei primi edifici triestini ad essere costruito in cemento armato-, si presentava agli occhi del Comune come il fabbricato ideale: la sala ed il palcoscenico avrebbero trovato ubicazione nel corpo centrale, il foyer ed i servizi nel corpo aggiunto. Stabilite le linee principali, dubbi restavano su che aspetto l’interno del teatro avrebbe dovuto avere: si preferì seguire l’antico concetto teatrale della “scatola nera” dove il palcoscenico riveste le parti di primo attore, la vecchia struttura era troppo vincolata per realizzare qualcosa di eclatante: si optò quindi per l’inserimento di semplici semicolonne neoclassiche sull’esempio del Persch in un ambiente dove il colore rosso e nero erano predominanti. Inaugurato il 15 dicembre del 1992, il nuovo teatro, con una capacità di ben 900 posti, prese il nome dalla società di navigazione triestina finanziatrice dell’impresa: Sala Tripcovich. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Nel 1935 il Comune, allo scopo di regolarizzare l’ormai ingente traffico di mezzi pubblici verso le località del litorale istriano e del Friuli, volle adibire, nella zona prospiciente piazza della Libertà, uno spazio specifico a stazione delle autocorriere. Il progetto del nuovo edificio fu affidato agli ingegneri Giovanni Baldi ed Umberto Nordio che in tempi relativamente rapidi lo portarono a compimento. La struttura, caratterizzata da una semplice fattura a capannone a pianta rettangolare con aggiunto un fabbricato di più ridotte dimensioni a forma semicircolare destinato alla biglietteria, era priva di qualsiasi ornamento decorativo, tesa infatti più alla funzionalità che non alla bellezza architettonica. La Stazione Comunale Autolinee, persa la sua originaria funzione allorquando la struttura fu trasferita all’interno dell’edificio denominato “Silos”, fu quindi convertita in teatro nei primi anni novanta. Essendo stata privata, per motivi di restauro, della sua principale sala teatrale, la città di Trieste necessitava urgentemente di uno spazio che potesse supplire momentaneamente al vuoto venutosi a creare con la chiusura del Verdi. Il grosso contenitore a pianta rettangolare, espressione di un preciso periodo storico e realizzato con materiali sperimentali -fu uno dei primi edifici triestini ad essere costruito in cemento armato-, si presentava agli occhi del Comune come il fabbricato ideale: la sala ed il palcoscenico avrebbero trovato ubicazione nel corpo centrale, il foyer ed i servizi nel corpo aggiunto. Stabilite le linee principali, dubbi restavano su che aspetto l’interno del teatro avrebbe dovuto avere: si preferì seguire l’antico concetto teatrale della “scatola nera” dove il palcoscenico riveste le parti di primo attore, la vecchia struttura era troppo vincolata per realizzare qualcosa di eclatante: si optò quindi per l’inserimento di semplici semicolonne neoclassiche sull’esempio del Persch in un ambiente dove il colore rosso e nero erano predominanti. Inaugurato il 15 dicembre del 1992, il nuovo teatro, con una capacità di ben 900 posti, prese il nome dalla società di navigazione triestina finanziatrice dell’impresa: Sala Tripcovich. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Piazza della Libertà 7. Palazzo Economo.

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Trieste: Piazza della Libertà 7. Palazzo Economo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Libertà 7. Palazzo Economo.
L’edificio venne costruito tra il 1885 ed il 1887 su progetto dell’architetto Giovanni Scalmanini. Del palazzo si conservano tre progetti originali. L’edificio sorse sul luogo in cui si trovava un deposito di legname. Il committente viene riconosciuto dalla maggior parte della critica in Giovanni Economo (1834-1921), esponente della nobile famigliatriestina. Il progetto originario prevedeva la sistemazione dei magazzini al piano terra, mentre gli uffici al primo piano. Tra il 1908 ed il 1910 si decise la trasformazione degli uffici in abitazioni. Nel 1973 la struttura venne acquistata dalla Soprintendenza.
Il palazzo ospita la Galleria Nazionale d’Arte Antica, fondata nel 1957 a partire dal nucleo della Collezione Mentasti. La raccolta presenta dipinti di scuola veneta, emiliana, fiorentina, romana e napoletana collocabili tra il Quattrocento e l’Ottocento. Notevole inoltre risulta il corpus grafico del Canaletto. Nel 1983 vennero eseguiti dei lavori di ristrutturazione e la ricostruzione del muro di contenimento sul lato di Via Pauliana. Attualmente l’edificio è sede della Soprintendenza Archeologica e per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Piazza della Libertà 7. Palazzo Economo.

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Trieste: Piazza della Libertà 7. Palazzo Economo.
Foto Paolo Carbonaio
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L’edificio venne costruito tra il 1885 ed il 1887 su progetto dell’architetto Giovanni Scalmanini. Del palazzo si conservano tre progetti originali. L’edificio sorse sul luogo in cui si trovava un deposito di legname. Il committente viene riconosciuto dalla maggior parte della critica in Giovanni Economo (1834-1921), esponente della nobile famigliatriestina. Il progetto originario prevedeva la sistemazione dei magazzini al piano terra, mentre gli uffici al primo piano. Tra il 1908 ed il 1910 si decise la trasformazione degli uffici in abitazioni. Nel 1973 la struttura venne acquistata dalla Soprintendenza.
Il palazzo ospita la Galleria Nazionale d’Arte Antica, fondata nel 1957 a partire dal nucleo della Collezione Mentasti. La raccolta presenta dipinti di scuola veneta, emiliana, fiorentina, romana e napoletana collocabili tra il Quattrocento e l’Ottocento. Notevole inoltre risulta il corpus grafico del Canaletto. Nel 1983 vennero eseguiti dei lavori di ristrutturazione e la ricostruzione del muro di contenimento sul lato di Via Pauliana. Attualmente l’edificio è sede della Soprintendenza Archeologica e per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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L’edificio venne costruito tra il 1885 ed il 1887 su progetto dell’architetto Giovanni Scalmanini. Del palazzo si conservano tre progetti originali. L’edificio sorse sul luogo in cui si trovava un deposito di legname. Il committente viene riconosciuto dalla maggior parte della critica in Giovanni Economo (1834-1921), esponente della nobile famigliatriestina. Il progetto originario prevedeva la sistemazione dei magazzini al piano terra, mentre gli uffici al primo piano. Tra il 1908 ed il 1910 si decise la trasformazione degli uffici in abitazioni. Nel 1973 la struttura venne acquistata dalla Soprintendenza.
Il palazzo ospita la Galleria Nazionale d’Arte Antica, fondata nel 1957 a partire dal nucleo della Collezione Mentasti. La raccolta presenta dipinti di scuola veneta, emiliana, fiorentina, romana e napoletana collocabili tra il Quattrocento e l’Ottocento. Notevole inoltre risulta il corpus grafico del Canaletto. Nel 1983 vennero eseguiti dei lavori di ristrutturazione e la ricostruzione del muro di contenimento sul lato di Via Pauliana. Attualmente l’edificio è sede della Soprintendenza Archeologica e per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia. (da: biblioteche.comune.trieste.it)