Antonio Trampus – Vie e Piazze di Trieste Moderna

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Vi sono generalmente città che nei secoli hanno mantenuta inalterata la propria struttura topografica e città che nel tempo hanno visto una graduale e progressiva espansione urbanistica. Trieste non appartiene né all’una né all’altra specie; serrata per oltre un millennio entro le antiche mura, negli ultimi due secoli si è estesa con proporzione e rapidità tali che poche città europee possono vantare. Quella Trieste antica e moderna, che E. Generini da ultimo compiutamente descrisse nel 1884, ha subìto nel successivo secolo innumerevoli trasformazioni nella toponomastica stradale, nelle strutture edilizie e nella stessa storia civile, delle quali ancora non è stata data complessiva relazione.
Quella semplice curiosità erudita che, grazie ad Antonio Cratey, portò Trieste tra le prime città italiane ad avere, nel 1808, una Perigrafia delle contrade, androne e piazze, si è maturata in scienza storica e vede attualmente esempi diffusi, spesso rilevanti e di notevole pregio, non ultimo dei quali, per esempio, il volume di G. Doria Le strade di Napoli. Saggio di toponomastica storica (Milano-Napoli 1971).
La toponomastica stradale nasce storicamente da un’esigenza di certezza, dalla necessità di individuare con precisione i luoghi di un centro urbano «vivente» che, sviluppandosi, si estende suddividendosi in quartieri, in rioni, in frazioni periferiche. E proprio nella individuazione delle strade, nella loro denominazione, si riflettono i caratteri di un popolo e le vicende storiche di una città.
La contrapposizione più rilevante nella topografia triestina, fin dall’epoca romana, è tra due fondamentali elementi: città e territorio. Una divisione della città in quartieri è nota a Trieste fin dal Medioevo, almeno dagli Statuti comunali del 1350. Erano quattro: due nobili, Riborgo e Cavana (a settentrione e a meridione), uno riservato al commercio, Mercato (a occidente), e uno di agricoltori e facchini, Castello (a oriente). È per ora soltanto ipotizzabile una derivazione di questi quartieri o contrade dalla ripartizione della colonia romana Tergeste, divisa in quattro settori dal cardo massimo (individuato nell’asse di via delle Monache) e dal decumanus massimo (identificato nella via dell’Ospitale)’; le incomplete conoscenze della topografia di Trieste romana non consentono ulteriori riflessioni. Ai quattro quartieri (contrade) della città medioevale si aggiungeva un quinto, considerato però distintamente dal centro urbano e corrispondente alla sommità del colle di San Giusto: Caboro, la cui dipendenza linguistica dal romano Capitolium, centro della vita religiosa e politica, è affermata con una certa sicurezza (Caboro, Cabdor, Captor, Capitorium, Capitolium).
Gli scopi della divisione in quartieri risultano evidenti dagli statuti trecenteschi; la rubrica de custodibus nocturnis prescriveva che in ogni quartiere cittadino vi fosse la sorveglianza notturna di otto uomini, scelti ogni quattro mesi e salariati dal Comune; la rubrica de arenga fienda et de stridda arenghe disponeva che le sentenze di processi criminali dovessero essere pubblicamente lette sulle scale del palazzo comunale e in ciascun quartiere della città. L’estensione del territorio in epoca romana, più volte mutata, non è stata ancora esattamente ricostruita né esistono sufficienti elementi per poter riconoscere la centuriazione della colonia, vale a dire la divisione del territorio in cento particelle quadrate da attribuire ai coloni; i confini stessi del territorium che, come accennato, subirono variazioni in epoche diverse, sono difficilmente ricostruibili. È stata proposta ad ogni modo, pur tra una serie di problemi archeologici e interpretativi, una estensione delimitata a nord dall’Isonzo e a sud dal Risano (e poi, forse, dal Quieto). Ancor più problematica è la ricostruzione del limite lungo il Carso, pochi essendo gli indizi a tale proposito; sembra comunque che in quella direzione il territorium non fosse molto esteso e che difficilmente comprendesse le zone più interne. Incerti sono pure i dati relativi al periodo successivo al VI secolo d.C. (pur se si ammette un frazionamento del territorio costiero dell’antica Tergeste), mentre maggiori elementi si hanno per la ricostruzione del territorio comunale in epoca successiva l’anno Mille.
Fin dal XII secolo, infatti, il Comune sostenne i propri diritti sulla fascia costiera delimitata a nord da Sistiana e Canovella e lungo il Carso dall’antica carraia di origine romana che attraverso Aurisina, Prosecco e Longera raggiungeva la città; confini espressamente ricordati dal sigillo trecentesco della città e più volte oggetto di aspre contese: «sistilanu.publ ica.castilir mare.certos.dat.michi.fines» (Sistiana, la via pubblica, il castelliere, il mare, mi dà confini certi).
Questo territorio medioevale era diviso in sei saltarie (Grondolera, Moncolano, Cologna, Longera, Melara, San Vito), ciascuna custodita da una squadra di saltarii, uomini salariati con incarichi di sorveglianza sui terreni (saltus = bosco, pascolo, terreno coltivabile) in tempo di raccolta e di vendemmie. Queste cosiddette saltarie, così individuate a soli fini organizzativi, comprendevano quindi il territorio delle cosiddette ville del Carso e delle contrade suburbane, esterne alla cinta muraria.
Per quanto riguarda il centro urbano, la sua sostanziale unitarietà non venne meno fino al XVIII secolo, né si rese necessaria alcuna suddivisione interna di tipo amministrativo. La situazione mutò invece nel Settecento dopo la proclamazione del portofranco, con la nascita della città nuova commerciale sui terreni già occupati dalle saline e costituenti, appunto, il cosiddetto borgo delle saline.
Venne così delineandosi la distinzione, prodromo di successive ripartizioni amministrative, tra città vecchia e città nuova. Un contrasto non solo di fatto (differente conformazione del tessuto urbano, diversa composizione etnica) ma soprattutto di diritto. La città vecchia continuava ad essere retta secondo gli statuti comunali (nell’ultima redazione del 1550); la città nuova, costruita su fondi acquistati dall’Erario Imperiale nel 1723 e su saline espropriate dallo Stato nel 1731, era costituita in Distretto Camerale, la giurisdizione del quale veniva espressamente attribuita nel 1736 al Capitano Civile e Militare, sottraendola quindi al potere comunale.
Solo nel 1749 il Distretto Camerale venne abolito e la giurisdizione sul borgo delle Saline, divenuto poi Città Teresiana e, comunemente, borgo teresiano, venne concessa al Comune. Con Patente Sovrana del 27 aprile 1769 il privilegio del portofranco venne esteso a tutta la città e alle ville del territorio (Servola, Longera, Basovizza, Gropada, Padriciano, Opicina, Prosecco, Contovello, Santa Croce), mentre nel 1786 venne creata, presso i fondi costituenti il cosidetto Borgo Santi Martiri (per la presenza dell’antica necropoli), la Città Giuseppina (o, comunemente, borgo giuseppino).
A quell’epoca (seconda metà del Settecento) e a quella fase dello sviluppo urbanistico corrisponde la intitolazione di nuove strade e piazze.
L’agglomerato urbano rimase semplicemente distinto fino all’ultimo decennio del XVIII secolo in Città Vecchia e Città Nuova, senza la necessità di ulteriori ripartizioni, se si escludono alcune di breve durata e di carattere occasionale a fini organizzativi, come quella del 1756 in quattro distretti per la raccolta delle immondizie. Il territorio rimase diviso, secondo antica tradizione, in suburbio (o contrade suburbane), cioè zone in immediata vicinanza della città, e in ville territoriali. Nel 1773, in occasione del censimento generale della popolazione (coscrizione), venne disposta invece una divisione in settori, ciascuno dipendente da un decano incaricato di assumere i dati anagrafici richiesti. Si ebbero così i sette decanati delle ville e gli undici decanati delle contrade suburbane. Tale sistema fu poi usato anche nel 1777, quando venne introdotta la divisione in decanati o distretti a fini di pubblica sicurezza, entrando in vigore il nuovo Regolamento di Pulizia di Campagna. Vennero così individuati i dieci decanati delle ville (S. Croce, Prosecco, Contovello, Opicina, Trebiciano, Gropada-Padriciano, Basovizza, Longera, Servola, Bussel o Banne) e gli undici decanati «per le contrade sotto li monti» (Barcola, Gretta, Roiano, Scorcola, Cologna, Guardiella, Rozzol, Chiarbola sup., Chiarbola inf., S.M. Maddalena sup., S.M. Maddalena inf.), ciascuno sorvegliato da un decano. Con la fine del secolo il numero dei decanati del suburbio salì a quattordici, con la nascita di quello di Chiadino (dal frazionamento di quello di Rozzol) e con l’inclusione delle ville di Longera e di Servola; tale divisione in decanati sarà alla base, nel 1818, della individuazione dei comuni censuari, tuttora esistenti, a fini tavolari.
Mentre quindi andava già delineandosi quella designazione dei comuni censuari che sarebbe stata un elemento caratteristico dell’organizzazione tavolare, è indubbio che sopravviveva comunque la più generale e usuale divisione del centro urbano in Città Vecchia e Città Nuova (Teresiana). Dopo il 1786 venne affiancandosi alle precedenti la Città Giuseppina (comunemente borgo giuseppino), delimitata inizialmente da via di Cavana, piazza Grande (poi dell’Unità d’Italia), il mare e piazza Giuseppina (poi Venezia), successivamente estesa a sud-ovest fino a comprendere la zona già detta Borgo Santi Martiri, fino al limite dell’attuale salita al Promontorio.
A levante, oltre l’odierna via G. Carducci, sorse il terzo borgo cittadino – disposto con decreto 18 marzo 1796 – intitolato al sovrano regnante Francesco II: la Città Franceschina, comunemente borgo franceschino, con asse principale la via San Francesco e centro la piazza oggi intitolata a V. Giotti.
Nella coscrizione generale della popolazione del 1802 troviamo così individuate tre grandi aree: Città (Città Vecchia, Santi Martiri, Città Giuseppina, Città Teresiana e Città Franceschina), villaggi o ville e contrade. Nei primi anni dell’Ottocento i borghi cittadini, analogamente ad altre città italiane, si affermarono tanto nella denominazione quanto nella diffusione e a Trieste raggiunsero in breve tempo il numero di otto, esclusi il Teresiano, il Giuseppino e il Franceschino, tutti indicati nel Piano della Città e Portofranco e circondario di Trieste rinnovato nell’anno 1819 da Giacomo Vicentini: i borghi Chiozza, Maurizio, Riay, Lazzarich, Loy, Tommasini, Conti e Cassis.
Per agevolare il lavoro della Direzione di Polizia, invece, fu superata la divisione in decanati e fu introdotta, per opera di una Commissione di sicurezza nel 1807, la ripartizione di città e borghi in quindici sestieri (termine già in uso, con altre funzioni, a Firenze e a Venezia), ciascuno diretto da un cittadino detto deputato del sestiere e coadiuvato nella sorveglianza notturna da una milizia di 150 uomini, parte soldati, parte contadini armati e parte uomini della Milizia Civica, tutti comandati da ufficiali del Comando della Milizia Civica.
La terza e più lunga occupazione francese di Trieste (1809-1813) lasciò inalterata, almeno nei primi tempi, la suddivisione della città mentre introdusse invece un primo sistema di numerazione anagrafica degli edifici; l’Etât Topographique des Villes, Villages hameaux et fermes, formant l’arrondissement de Trieste et de son Territoire (Stato topografico della città, villaggi, contrade e terreni formanti il circolo di Trieste e del suo territorio), distingue tra città, villaggi e contrade suburbane, come in precedenza. Ebbe invece breve vita, nel 1813, una nuova ripartizione in cantoni, due per la città (1-Città Vecchia; 2-Città Nuova) e due per il territorio (1-Servola, Longera, Basovizza, Gropada, Padriciano, Chiadino, Rozzol, Rozzol sup., Cattinara, Chiarbola inf., Chiarbola sup., S.M. Maddalena sup., S.M. Maddalena inf.; 2-Trebiciano, Opicina, Prosecco, Contovello, Grignano, S. Croce, Guardiella, Cologna, Scorcola, Rojano, Gretta, Barcola).
Con la Restaurazione (1814) venne meno anche questa ripartizione in cantoni, essendo ripristinata quella tradizionale in città, contrade del suburbio e ville del territorio. Era considerata dunque una suddivisione ancora valida, mantenuta pure il quel Progetto di Statuto Municipale redatto da Domenico Rossetti già nel 1808 e riproposto nel 1814 senza che venisse accolto: «la città si estende a tutti quegli edifici e terreni che sono compresi nella circonferenza della urbana conscrizione tabulare» (Capo I, art. 3), «la provincia comprende varie contrade suburbane e vari villaggi» (art. 4), «ad ogni contrada e ad ogni villaggio appartengono quegli edifici e que’ terreni che sono situati nella circonferenza della conscrizione tabulare suburbana e provinciale» (art. 5).
Nel 1815 il distretto (Bezirk) di Trieste, secondo rapporto del Magistrato politico-economico all’i.r. Governo, risultava diviso in Città Vecchia, Città Nuova (Teresiana, Giuseppina e Franceschina), ville territoriali (undici) e contrade suburbane (dodici).
Il rapido sviluppo edilizio verso meridione, che determinò la nascita dei nuovi borghi, fu all’origine di una nuova ripartizione della città, intorno al 1830, nelle otto sezioni del centro urbano. Assenti ancora nel Nuovo prospetto delle androne, contrade e piazze compilato nel 1828 (pubbl. Maldini, Trieste 1829), le sezioni erano già note in altre città italiane e risultano qui esistenti per la prima volta nel 1831 dal Prospetto della città porto franco di Trieste (pubbl. Maldini, Trieste 1832), la cui prefazione fa cenno dei «colossali cambiamenti» avvenuti dopo il 1829 nella topografia urbana e nella toponomastica stradale della città.
La prima e la seconda sezione comprendevano la città vecchia, la terza e la quarta le zone di Cavana e del borgo giuseppino, la quinta e la sesta il borgo teresiano, la settima e l’ottava il borgo franceschino e la zona degli altri borghi verso Barriera Vecchia. Probabilmente nello stesso periodo venne fissato definitivamente e ufficialmente il pomerio urbano, vale a dire il confine o limite tra città e territorio sottoposto alla giurisdizione cittadina. Il pomerio subì poi un primo ampliamento nel 1836, quando venne creata la nona sezione (San Giacomo) e un altro nel 1852, quando la settima sezione venne frazionata per la costituzione della decima, corrispondente alla zona tra le attuali vie F. Crispi, D. Rossetti, G. Pascoli e largo della Barriera Vecchia.
Ogni sezione era affidata alla sorveglianza di un capo sezione, coadiuvato da un aggiunto e con competenze generali in materia di vigilanza annonaria e di assistenza dei poveri.
Suburbio e territorio rimasero divisi, rispettivamente, in contrade e in ville, le prime rette da un capo contrada, le altre prima controllate dai suppani, designati dalla popolazione e scomparsi verso il 1850, poi da un agente comunale (rappresentante del Comune) e dai cosiddetti delegati della popolazione, con funzioni quasi esclusivamente rappresentative.
La Costituzione della città immediata di Trieste, promulgata dall’imperatore con risoluzione d.d. 12 aprile 1850, sancì anche i principi fondamentali delineatisi nel tempo in materia di suddivisione amministrativa, avvertendo che «i confini della città immediata di Trieste e suo territorio non possono essere mutati che in una forza di una legge» (parte I, cap. I, 2): «la città di Trieste col suo territorio ha, qual Comune, il diritto di dividersi in frazioni, coll’approvazione del Luogotenente, e di assegnare alle medesime una determinata sfera di attività, ad oggetto di agevolare l’amministrazione» (p. I,cap. I, 6); inoltre, «all’oggetto delle elezioni il territorio si divide in sei distretti, i quali corrispondono ai distretti delle sei compagnie delle milizie territoriali» (ibid., 41).
In conseguenza di un nuovo ampliamento del pomerio fu disposta l’istituzione, in seno al Comune, di una commissione speciale incaricata di studiare l’organizzazione amministrativa del Civico Magistrato. Insediata nel settembre 1870, questa commissione iniziò subito i lavori che si protrassero per parecchi mesi; «uno dei principali argomenti sui quali fu volta la speciale attenzione della commissione» – si legge nella relazione finale – «si è quello della distrettuazione della città e del territorio, nonché la creazione dei rispettivi organi locali. Si dovette in tale riguardo anzitutto prendere in considerazione che il territorio si divide tanto storicamente che topograficamente in due parti distinte, vale a dire in quella che è compresa entro i confini proprii e naturali della città, e che è rappresentata dalle contrade suburbane, ed in quella che si compone delle ville del territorio, delle quali ogni una ha il suo antico perimetro entro proprii confini all’ingiro del grande perimetro della città». La Commissione giunse a conclusione che, in luogo delle già esistenti sezioni del centro urbano, era da ritenersi opportuna una nuova divisione della città e del territorio in distretti.
Il nuovo assetto venne così definito nella Organizzazione del Magistrato Civico di Trieste, adottata dal Consiglio Municipale e approvata con Risoluzione Sovrana d. d. 23 marzo 1872: «Il Magistrato viene coadiuvato nel disimpegno dei suoi affari dai capi di distretto urbani, dai capi di distretto rurali e dai capivilla» (par. 21), «la città colle contrade suburbane si divide in dieci distretti urbani, ognuno dei quali ha la sua propria denominazione. Ad ogni singolo distretto è preposto un capo distretto urbano» (par. 22); «le ville del territorio, con esclusione di quella di Servola, vengono ripartite in due distretti rurali, i quali stanno sotto l’immediata invigilanza d’un capo distretto rurale» (par. 23), «ad ogni singola delle undici ville del territorio viene preposto un capovilla» (par. 24).
Venne così attuata a Trieste una prima forma moderna di decentramento amministrativo: il capo distrettuale veniva designato dal Magistrato Civico e agiva in nome e per conto di questi, con «poteri politici ed amministrativi» espressamente delegati. Scomparivano così i capi sezione e i capi contrada e, nelle ville, gli agenti comunali e i delegati, sostituiti dal capovilla, nominato dal Comune su proposta della popolazione, stipendiato e qualificato come organo esecutivo subalterno per il territorio della città (par. 24).
Il villaggio di Servola ebbe invece status giuridico particolare e venne posto sotto il diretto controllo del Magistrato Civico in considerazione della sua vicinanza alla città (par. 23). Dal 1872, così, anche Trieste ebbe quella organizzazione in distretti presente a Vienna fin dal 1857.
Nel 1877 venne creata una nuova Commissione municipale speciale per gli studi sulla distrettuazione attuale, i cui lavori portarono, nel 1884, all’ampliamento del pomerio cittadino e al completamento della distrettuazione, con la nascita di sei distretti urbani (San Vito, Città Vecchia, Città Nuova, Barriera Nuova, Barriera Vecchia, San Giacomo), sei suburbani (Servola, S. Anna, Farneto, S. Giovanni, Roiano e Barcola) e due rurali (Prosecco e Opicina).
Quasi contemporaneamente con legge 1.4.1882 , il cui art. 11 abrogò il §41 della Costituzione del 1850, vennero ridefiniti i confini dei distretti elettorali con l’istituzione di sei distretti elettorali urbani e di tre distretti elettorali del territorio.
Tale situazione rimase invariata anche dopo il crollo dell’impero e l’avvento dell’amministrazione italiana, fino al 1922. Con Regio Decreto dell’ 11 gennaio 1923 N. 9 vennero estesi alle nuove province la legge comunale e il regolamento comunale e provinciale (T.U. R.D. 4.2.1915 N. 148 e successive modifiche) con espressa abrogazione della Costituzione della città immediata di Trieste (Patente 12.4.1850), della legge fondamentale per l’ordinamento degli affari comunali d. d. 5.3 .1862 e di ogni altra precedente legge austriaca contraria alle nuove disposizioni o inerente a materie da quelle regolate.
La città di Trieste venne suddivisa, per l’organizzazione della polizia urbana e sanitaria, in otto settori municipali urbani con un nono comprendente le ville dell’altopiano; in ciascuno di essi trovò sede un comando di settore dei vigili urbani e una delegazione municipale con determinate attribuzioni: assistenza sanitaria, rilascio certificati di povertà, stati di famiglia e certificati di buona condotta, esazione delle somme dovute per contravvenzioni di polizia, dispensario per la cura dei poveri e altre attribuzioni all’occasione espressamente delegate dal Comune.
I settori municipali sopravvissero, pur avendo perduto parte delle funzioni originarie, fino a che, con legge 3 aprile 1976 N. 278, vennero introdotte anche a Trieste le circoscrizioni amministrative, onde «costituire un (flessibile) sistema di decentramento non burocratico e di partecipazione». Organo della circoscrizione è il Consiglio (artt. 1 e 21. cit.) eletto a suffragio diretto (giusta opzione del regolamento comunale per Comuni con popolazione non inferiore a 40.000 abitanti), che rappresenta le esigenze della popolazione locale esercitando funzioni consultive e, in base a delega disposta dal regolamento comunale e con particolare procedimento, anche deliberative.

Meno complesse sono le vicende storiche relative alla procedura di intitolazione delle strade. In epoca medioevale le poche contrade certamente ebbero denominazione popolare; erano esclusivamente toponimi, suggeriti dalla presenza di chiese, di torri o altri edifici, oppure dall’adattamento di voci ancora più antiche (è nota, ad esempio, l’aferesi di arena in rena, nome di un quartiere oggi scomparso). Col tempo tali denominazioni trovarono riconoscimento in atti ufficiali del Comune, negli Statuti, in atti notarili ecc.

La prima notizia di una nomenclatura stradale imposta dall’autorità risale al 10 settembre 1776 ed è contenuta in una nota della Direzione di Polizia, a firma di G. Tognana de Tonnefeld che, oltre ad essere funzionario di Polizia, era probabilmente anche il proponente; il documento reca l’intestazione Progetta spiegazione per le Piazze, e Contrade della nuova Città Teresiana in Trieste. Denominazione delle Rive nel Porto Franco di Trieste. Battesimo delle Contrade della Città Nuova. Battesimo delle Piazze della Città Nuova e rivela l’importanza dell’operazione che, in quanto relativa alla pubblica sicurezza, era riservata alla Direzione di Polizia. Nel 1803 la toponomastica stradale della Città Teresiana venne ridefinita a seguito di nuove operazioni ordinate dal C.R. Giudizio Civico Provinciale per l’istituzione del Libro-maestro tavolare e con procedimento asistematico commentato con sarcasmo da Lorenzo Miniussi. Nel 1823, dovendosi completare le denominazioni di alcune strade, il Giudizio Civico Provinciale invitò espressamente il Comune a indicare persona (il cui nome non ci è noto) capace e preparata al fine di proporre i nuovi nomi.
Da quell’epoca, e solo per consuetudine, la proposta dei nuovi nomi di vie e piazze venne concessa alle autorità comunali e poi fatta propria dagli organi di governo; solamente dopo il 1850 l’intervento del governo, sempre per consuetudine, si ridusse a una semplice approvazione di quanto il Comune proponeva. Le nuove denominazioni erano proposte quasi sempre da un funzionario dell’Ufficio Tecnico o da un Consigliere Comunale e quindi venivano adottate con delibera della Delegazione Municipale, organo espresso dal Consiglio Municipale con delega di determinate funzioni, composto da dieci membri (cinque supplenti) in carica per la durata di un anno (Costituzione della città immediata di Trieste, 1850, 64). Seguiva allora l’approvazione dell’autorità superiore che era in genere il Luogotenente imperiale. Accadeva talvolta che il governo rivendicasse la facoltà, spettantegli di diritto, di apporre direttamente le nuove denominazioni stradali; così avvenne nel 1891 e il Comune vi oppose la considerazione che si trattava di propria «sfera di attribuzione (in cui) va compreso, giusta lo spirito della legge comunale e della legge relativa al censimento, il diritto e l’obbligo di numerare le case e di denominare le vie, prova ne sia che tutti i Comuni si sono sempre occupati di tale mansione, senza che se ne sia mai ingerito lo Stato». Motivazioni alquanto deboli, che neppure valsero allorché, il 24 maggio 1915, a seguito della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria, il Commissario Imperiale Krekich-Strassoldo sostituì immediatamente i nomi di strade cittadine intitolate a illustri personaggi italiani.
Alla fine del secolo risale l’istituzione delle prime Commissioni speciali per la nomenclatura delle strade cittadine: la prima fu nominata dalla Delegazione municipale il 30.5.1884 e da allora queste commissioni, più tardi permanenti, si sono succedute fino ad oggi.

L’intera materia è oggi regolata da apposite leggi. Il Regio Decreto legge 10 maggio 1923 n. 1158 Norme per il mutamento del nome delle vecchie strade e piazze comunali dispone che la modifica di precedenti denominazioni di vie e piazze può essere deliberata dal Consiglio Comunale previa approvazione del Ministero della Pubblica Istruzione per il tramite della Soprintendenza ai Monumenti (art. 1). La legge 23 giugno 1927 n. 1188 Toponomastica stradale e monumenti a personaggi contemporanei impone che ogni nuova intitolazione di vie o piazze deve essere autorizzata dal prefetto o dal viceprefetto, udito il parere della Deputazione di Storia Patria (art. 1), che nessuna strada o piazza pubblica può essere intitolata a persona che non sia deceduta da almeno dieci anni (art. 2) , salvo deroga eccezionale autorizzata dal Ministero per l’Interno quando si tratti di persone benemerite per la nazione (art. 4 c. 2), e che in caso di rimozione di nome recente sia di preferenza ripristinato quello ritenuto più importante rispetto alla topografia o alla storia (art. 5 c. 2).

***

Come accennato in apertura, nel 1808 Trieste fu tra le prime città italiane ad avere una Perigrafia dell’origine dei nomi imposti alle androne, contrade e piazze, scritta da A. Cratey; altre città ebbero opere simili dopo la metà del secolo: Roma nel 1847, Venezia nel 1863, Milano nel 1867, Bologna e Palermo nel 1875 o soltanto nel nostro secolo come Udine nel 1928 e Napoli nel 1943 e 1971.
Fin dal 1803, tuttavia, era apparso a Trieste un Prospetto delle androne, contrade e piazze, attribuito allo stesso Cratey, che si può considerare l’antenato dei moderni stradari, così come gli scematismi settecenteschi lo sono per le più recenti guide commerciali.
La Perigrafia del 1808 fu invece il primo tentativo di trattare organicamente ed analiticamente la toponomastica stradale cittadina; benché l’opera fosse giudicata fin troppo severamente dai contemporanei per le molte ingenuità presenti, diede avvio a un particolare filone storiografico diffuso ai nostri giorni, come si è visto, nelle maggiori città italiane. Alla Perigrafia seguì, nel 1840, una Guida topografica di Trieste attribuita a Giuseppe Nigris ma meno diffusa nella esposizione delle notizie storiche. Nel 1884 apparvero due opere fondamentali: quella estesa di E. Generini, finora insuperata e sulla quale ci soffermeremo più oltre, e il primo volume del vasto e incompiuto lavoro di Antonio Tribel, la Passeggiata storica per Trieste.
Nel nostro secolo venne pubblicato il volumetto di Oscar Ravasini, nella prima edizione del 1918 Compendio di notizie su denominazioni delle località e strade di Trieste e nella seconda, ampliata e aggiornata, del 1929 Compendio di notizie sulla nomenclatura di località e strade di Trieste; studio che per impostazione si colloca a metà strada tra le ampie opere del Cratey e del Generini e gli scarni stradari ottocenteschi, poiché spesso null’altro reca se non la denominazione stradale con la relativa interpretazione.
Gli anni successivi hanno visto trattatazioni per lo più meramente occasionali e di tono spesso artistico-letterario, con l’eccezione dell’incompiuta Trieste via per via (1985-1988) di Edoardo Marini, che si ricollega piuttosto ai precedenti del Ravasini che alle più ampie e organiche trattazioni del passato.
Nel più vasto campo della toponomastica, della quale la nomenclatura stradale è largamente tributaria, le affrettate opere del passato ormai hanno lasciato spazio a studi puntuali di specialisti, primo fra i quali Mario Doria, dai cui risultati gli studiosi moderni non possono prescindere; possiamo così anche trovare, accanto a lavori di alta esegesi, un Viaggio nella toponomastica sentimentale attraverso la nomenclatura non ufficiale, che crediamo poche città italiane possano vantare.
Il volume del Generini Curiosità triestine. Trieste antica e moderna, benché pubblicato oltre un secolo addietro, resta ancora oggi indispensabile per gli studiosi locali e non solo perché finora insuperato ma anche perché importante documento di una fase dello sviluppo urbano di Trieste. Purtuttavia sono trascorsi oltre cent’anni e in quest’arco di tempo le dimensioni e l’aspetto della città sono mutati enormemente, mentre la produzione storiografica su Trieste ha assunto proporzioni notevolissime e, almeno in alcuni settori, alti livelli di specializzazione.
Per questi motivi il presente lavoro si propone limiti cronologici ben definiti, intendendo rappresentare anzitutto un aggiornamento delle opere tardo-ottocentesche, senza però rinunciare alla segnalazione di importanti novità archeologiche, archivistiche e storiografiche. Il volume del Generini (assieme a buona parte della moderna produzione storiografica sulla Trieste preottocentesca) è quindi necessariamente considerato come presupposto, anche se occorrente, oggi, di una completa revisione critica; una operazione che esula dal nostro assunto, che è quello di informare sulla attuale toponomastica stradale triestina, illustrandola avvalendosi di fonti inedite e tenendo conto dell’ampia bibliografia oggi esistente, spesso frammentaria e di difficile reperimento.

Nota metodologica: la data di denominazione di ogni strada è desunta dai verbali dei Consigli Comunali della città di Trieste oppure, salvo diversa indicazione, dalle Guide Commerciali. Accanto al nome della strada sono indicate la circoscrizione amministrativa di appartenenza e l’ubicazione topografica, nonché il codice di avviamento postale (C.A.P.). Le informazioni bibliografiche in nota ad ogni singola descrizione hanno carattere di riferimento immediato ed essenziale. Dati bibliografici completi, secondo le esigenze dell’Editore, sono forniti in chiusura del volume.
La derivazione etimologica è data soltanto per quelle denominazioni stradali che, all’atto di intitolazione, vennero motivate come toponimi.

A. Trampus, Vie e Piazze di Trieste Moderna, Trieste, 1989

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Le mura di Augusto: le lapidi

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(Epigrafe dedicatoria delle mura di Augusto: Lapidario tergestino. Foto di Elisabetta Marcovich)

Le lapidi delle mura di Augusto ( non ancora imperatore, era ancora Caio Giulio Cesare Ottaviano triumviro). Sono state trovate utilizzate in diverse zone di cittavecchia.
Il testo: co(n)s(ul) desig(natus) tert(ium) c( constituendae) iter(um)murum turreque fecit
Console designato per la terza volta costituenda ( la repubblica) di nuovo fece le mura e le torri. La scritta è monca perché mancano parti, il testo completo si desume da un’altra iscrizione. In altra lapide il testo è “imp(eratore) Caesare imperatore V III ( )viro.. cos(tituendae) de(signato)..
Durante il secondo triumvirato per la costituzione dello stato dell’imperatore Cesare ( Ottaviano) figlio del Divino ( Cesare) comandante per la quinta volta console designato per la terza volta”

Queste due lapidi si trovano al Lapidario Tergestino al Castello d i san Giusto. All’Orto Lapidario si trova invece la stele più tarda,  una copia dei tempi dell’imperatore Federico III, il testo completo è Imp(erator) Caesar co(n)s(ul) design(atus) tert(ium) IIIvir r(ei) p(ublicae) c(costituendae) iterum murum turresque fecit
L’imperatore Cesare ( Augusto) console designato per la terza volta triumviro per la costituzione dello stato per la seconda volta fece le mura e le torri.

Più sotto: Fri(dericus) Ter(tius) Ro(manorum) imp)erator) dux Austr(riae) et(cetera)do(minus)q(ue) Tergesti quarta vice muru(m reedi) ficari iussit

ossia Federico III imperatore dei romani, duca d’Austria etc e signore di Trieste ordinò che per la quarta volta le mura fossero ricostruite.

Questa lapide di Federico III che si riferisce al 1470 ricopia la prima presentando Federico come successore di Augusto.

(testo E.M. lettura epigrafi da Lapidario Tergestino e Orto lapidario)

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