Nicola I del Montenegro ( e Trieste)

Nella Gipsoteca del Museo Sartorio, malauguratamente chiusa, è presenta un busto di re Nicola I ( e ultimo) del Montenegro, opera di Marco Carlucci, 1914. I principi del Montenegro si succedevano da zio a nipote in una serie di principi-vescovi ortodossi.

Nicola del Montenegro, busto di Marco Carlucci, 1914 dono Popovich 
Gipsoteca Museo Sartorio, foto EM

Il principe Danilo I ( che non era più vescovo) sposò una triestina serba, Darinka Kvekic, che alla sua morte ritornò a Trieste. Così la ricordano i musei civici “Darinka Kvekich principessa del Montenegro (Trieste 1836- Venezia 1892), si assicura un posto nella storia: nel 1855 sposa il principe del Montenegro Danilo I Petrovic-Njegos, che regna dal 1851 al 1860. E’ un matrimonio felice ma di breve durata: nell’agosto del 1860 il principe Danilo viene assassinato e Darinka fa salire al trono del Montenegro Nicola – padre di Elena, futura regina d’Italia – il nipote prediletto della coppia reale. Darinka era “di media statura e di bellezza non eccezionale, ma dallo sguardo vivace ed altero portamento”. Parlava correntemente, oltre all’italiano e al serbo, anche il tedesco e il francese. Passato un periodo di reggenza, in cui Darinka affianca il principe Nicola, attorno al 1865 la principessa si ritira a Venezia, dove muore.”

La regina Milena, moglie di re Nicola, dicono che fu realmente regina solo dopo la morte di Darinka.

La principessa Darinka, foto dei Civici Musei

la pietra tombale della principessa Darinka a Cettigne ( Cetinje) in Montenegro, assieme alla figlia Olga

pietra tombale foto EM

Il nipote Nicola visse alcuni anni a Trieste e frequentò le scuole fra Trieste e Capodistria. Poi studiò dapprima in un liceo prestigioso a parici e poi all’Accademia di Saint Cyr, Ritornato in patria per regnare alla morte dello zio, fu un favorito dello zar e le sue tante figlie studiarono a san Pietroburgo al prestigioso istituto Smolny, Due di loro sposarono granduchi russi e furono fra le sostenitrici di Rasputin, sopravvissero alla rivoluzione russa, altre sposarono il re d’Italia, il re di Serbia e il principe Battenberg (l’umico che non si tradusse in Mountbatten) . Divenuto re nel 1910, perse il trono alla pace di Versailles dove il suo regno venne assegnato al nuovo stato dei Serbi, Croati, Sloveni, poi Jugoslavia, nonostante le sue proteste, fu alla sua morte che la vedova regina Milena si rassegnò alla perdita del regno

Bibliografia: Genti di san Spiridione, Trieste 2009

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TRIESTE – Il “principe Viotti”

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Il “principe Viotti”, originale personaggio della Trieste “d’antan”..

Foto: Ferruccio Crovatto
Post di Livio Crovatto

Ferruccio Crovatto nasce a Trieste il 14 marzo 1920, da genitori provenienti dalla Dalmazia. Dopo il diploma in ragioneria presso l’istituto tecnico “G. R. Carli” si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio, ma ben presto deve interrompere gli studi in quanto chiamato sotto le armi in occasione della Campagna di Grecia. Quivi rimase fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo il quale alterne vicissitudini lo portarono prima in un campo di prigionia tedesco, in Germana, poi in uno inglese in India. Ritornato in Italia alla fine del conflitto, vinse un concorso per entrare in banca, al Credito Italiano. In seguito a ciò andò a lavorare per un paio d’anni a Reggio Emilia, città in cui trovò degli amici che gli trasmisero la passione per la fotografia. Rientrò poi a Trieste, ove fu impiegato nella storica filiale di Piazza della Borsa per più di trent’anni, fino al pensionamento avvenuto nel 1984. Venne a mancare pochi anni dopo, il 20 giugno 1989, in seguito ai traumi riportati in un incidente stradale, avvenuto in Istria tre mesi prima, nel corso di quella che sarebbe stata la sua ultima gita fotografica.

Le prime foto. Fra quelle conservate, risalgono al 1951/52 – non sempre annotava luoghi e date delle riprese – e già nel 1958 era membro della FIAP, ossia la federazione internazionale degli artisti fotografici, mentre gia da alcuni anni si era associato al Circolo Fotografico Triestino, di cui sarebbe diventato negli anni a venire uno dei membri più rappresentativi. Nel contempo cominciò a pubblicare foto su giornali e riviste specializzate, affermandosi anche in vari concorsi, in Italia e all’estero.

Al periodo tra la metà degli anni ’50 e quella dei ’70 risalgono le sue serie fotografiche più note e caratterizzanti: i bimbi ciechi dell’istituto Rittmeyer, i musicisti jazz al castello di San Giusto, gli artisti circensi, i vetrai di Murano, le merlettaie e i pescatori di Burano e molte altre ancora.

I soggetti più ricorrenti nelle sue opere sono da una parte gli anziani, dall’altra i bambini spesso interrelati e colti con semplicità nei momenti di riflessione e di svago. E poi i lavoratori, specie artigiani e pescatori, impegnati nelle loro occupazioni, visti con occhio partecipe ma alieno da ogni sentimentalismo di maniera.

Gli ambienti suoi privilegiati sono sempre stati quelli rurali e agresti del Carso e dell’Istria, nonché il paesaggio della laguna di Grado-Marano e quella di Venezia (Burano e Pellestrina in primis), della quale, in particolare, seppe cogliere con maestria le magiche suggestioni.

I sentimenti che predominano sono quelli degli affetti e dei rapporti familiari, le malinconie e le gioie delle piccole cose e delle situazioni comuni, mollo spesso l’umorismo e il surrealismo insito in certe scene della vita quotidiana.

(Testo di Livio Crovatto)

TRIESTE – Aurelia Gruber Benco fine anni ’70

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Aurelia Gruber Benco fine anni ’70

Foto: Ferruccio Crovatto
Post di Livio Crovatto

Ferruccio Crovatto nasce a Trieste il 14 marzo 1920, da genitori provenienti dalla Dalmazia. Dopo il diploma in ragioneria presso l’istituto tecnico “G. R. Carli” si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio, ma ben presto deve interrompere gli studi in quanto chiamato sotto le armi in occasione della Campagna di Grecia. Quivi rimase fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo il quale alterne vicissitudini lo portarono prima in un campo di prigionia tedesco, in Germana, poi in uno inglese in India. Ritornato in Italia alla fine del conflitto, vinse un concorso per entrare in banca, al Credito Italiano. In seguito a ciò andò a lavorare per un paio d’anni a Reggio Emilia, città in cui trovò degli amici che gli trasmisero la passione per la fotografia. Rientrò poi a Trieste, ove fu impiegato nella storica filiale di Piazza della Borsa per più di trent’anni, fino al pensionamento avvenuto nel 1984. Venne a mancare pochi anni dopo, il 20 giugno 1989, in seguito ai traumi riportati in un incidente stradale, avvenuto in Istria tre mesi prima, nel corso di quella che sarebbe stata la sua ultima gita fotografica.

Le prime foto. Fra quelle conservate, risalgono al 1951/52 – non sempre annotava luoghi e date delle riprese – e già nel 1958 era membro della FIAP, ossia la federazione internazionale degli artisti fotografici, mentre gia da alcuni anni si era associato al Circolo Fotografico Triestino, di cui sarebbe diventato negli anni a venire uno dei membri più rappresentativi. Nel contempo cominciò a pubblicare foto su giornali e riviste specializzate, affermandosi anche in vari concorsi, in Italia e all’estero.

Al periodo tra la metà degli anni ’50 e quella dei ’70 risalgono le sue serie fotografiche più note e caratterizzanti: i bimbi ciechi dell’istituto Rittmeyer, i musicisti jazz al castello di San Giusto, gli artisti circensi, i vetrai di Murano, le merlettaie e i pescatori di Burano e molte altre ancora.

I soggetti più ricorrenti nelle sue opere sono da una parte gli anziani, dall’altra i bambini spesso interrelati e colti con semplicità nei momenti di riflessione e di svago. E poi i lavoratori, specie artigiani e pescatori, impegnati nelle loro occupazioni, visti con occhio partecipe ma alieno da ogni sentimentalismo di maniera.

Gli ambienti suoi privilegiati sono sempre stati quelli rurali e agresti del Carso e dell’Istria, nonché il paesaggio della laguna di Grado-Marano e quella di Venezia (Burano e Pellestrina in primis), della quale, in particolare, seppe cogliere con maestria le magiche suggestioni.

I sentimenti che predominano sono quelli degli affetti e dei rapporti familiari, le malinconie e le gioie delle piccole cose e delle situazioni comuni, mollo spesso l’umorismo e il surrealismo insito in certe scene della vita quotidiana.

(Testo di Livio Crovatto)

TRIESTE – L’ultimo fuochista di Campo Marzio

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L’ultimo fuochista di Campo Marzio

Foto: Ferruccio Crovatto
Post di Livio Crovatto

Ferruccio Crovatto nasce a Trieste il 14 marzo 1920, da genitori provenienti dalla Dalmazia. Dopo il diploma in ragioneria presso l’istituto tecnico “G. R. Carli” si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio, ma ben presto deve interrompere gli studi in quanto chiamato sotto le armi in occasione della Campagna di Grecia. Quivi rimase fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo il quale alterne vicissitudini lo portarono prima in un campo di prigionia tedesco, in Germana, poi in uno inglese in India. Ritornato in Italia alla fine del conflitto, vinse un concorso per entrare in banca, al Credito Italiano. In seguito a ciò andò a lavorare per un paio d’anni a Reggio Emilia, città in cui trovò degli amici che gli trasmisero la passione per la fotografia. Rientrò poi a Trieste, ove fu impiegato nella storica filiale di Piazza della Borsa per più di trent’anni, fino al pensionamento avvenuto nel 1984. Venne a mancare pochi anni dopo, il 20 giugno 1989, in seguito ai traumi riportati in un incidente stradale, avvenuto in Istria tre mesi prima, nel corso di quella che sarebbe stata la sua ultima gita fotografica.

Le prime foto. Fra quelle conservate, risalgono al 1951/52 – non sempre annotava luoghi e date delle riprese – e già nel 1958 era membro della FIAP, ossia la federazione internazionale degli artisti fotografici, mentre gia da alcuni anni si era associato al Circolo Fotografico Triestino, di cui sarebbe diventato negli anni a venire uno dei membri più rappresentativi. Nel contempo cominciò a pubblicare foto su giornali e riviste specializzate, affermandosi anche in vari concorsi, in Italia e all’estero.

Al periodo tra la metà degli anni ’50 e quella dei ’70 risalgono le sue serie fotografiche più note e caratterizzanti: i bimbi ciechi dell’istituto Rittmeyer, i musicisti jazz al castello di San Giusto, gli artisti circensi, i vetrai di Murano, le merlettaie e i pescatori di Burano e molte altre ancora.

I soggetti più ricorrenti nelle sue opere sono da una parte gli anziani, dall’altra i bambini spesso interrelati e colti con semplicità nei momenti di riflessione e di svago. E poi i lavoratori, specie artigiani e pescatori, impegnati nelle loro occupazioni, visti con occhio partecipe ma alieno da ogni sentimentalismo di maniera.

Gli ambienti suoi privilegiati sono sempre stati quelli rurali e agresti del Carso e dell’Istria, nonché il paesaggio della laguna di Grado-Marano e quella di Venezia (Burano e Pellestrina in primis), della quale, in particolare, seppe cogliere con maestria le magiche suggestioni.

I sentimenti che predominano sono quelli degli affetti e dei rapporti familiari, le malinconie e le gioie delle piccole cose e delle situazioni comuni, mollo spesso l’umorismo e il surrealismo insito in certe scene della vita quotidiana.

(Testo di Livio Crovatto)

TRIESTE – L’ultimo fuochista de Campo Marzio. Anni ’70

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L’ultimo fuochista de Campo Marzio. Anni ’70

Foto: Ferruccio Crovatto
Post di Livio Crovatto

Ferruccio Crovatto nasce a Trieste il 14 marzo 1920, da genitori provenienti dalla Dalmazia. Dopo il diploma in ragioneria presso l’istituto tecnico “G. R. Carli” si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio, ma ben presto deve interrompere gli studi in quanto chiamato sotto le armi in occasione della Campagna di Grecia. Quivi rimase fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, dopo il quale alterne vicissitudini lo portarono prima in un campo di prigionia tedesco, in Germana, poi in uno inglese in India. Ritornato in Italia alla fine del conflitto, vinse un concorso per entrare in banca, al Credito Italiano. In seguito a ciò andò a lavorare per un paio d’anni a Reggio Emilia, città in cui trovò degli amici che gli trasmisero la passione per la fotografia. Rientrò poi a Trieste, ove fu impiegato nella storica filiale di Piazza della Borsa per più di trent’anni, fino al pensionamento avvenuto nel 1984. Venne a mancare pochi anni dopo, il 20 giugno 1989, in seguito ai traumi riportati in un incidente stradale, avvenuto in Istria tre mesi prima, nel corso di quella che sarebbe stata la sua ultima gita fotografica.

Le prime foto. Fra quelle conservate, risalgono al 1951/52 – non sempre annotava luoghi e date delle riprese – e già nel 1958 era membro della FIAP, ossia la federazione internazionale degli artisti fotografici, mentre gia da alcuni anni si era associato al Circolo Fotografico Triestino, di cui sarebbe diventato negli anni a venire uno dei membri più rappresentativi. Nel contempo cominciò a pubblicare foto su giornali e riviste specializzate, affermandosi anche in vari concorsi, in Italia e all’estero.

Al periodo tra la metà degli anni ’50 e quella dei ’70 risalgono le sue serie fotografiche più note e caratterizzanti: i bimbi ciechi dell’istituto Rittmeyer, i musicisti jazz al castello di San Giusto, gli artisti circensi, i vetrai di Murano, le merlettaie e i pescatori di Burano e molte altre ancora.

I soggetti più ricorrenti nelle sue opere sono da una parte gli anziani, dall’altra i bambini spesso interrelati e colti con semplicità nei momenti di riflessione e di svago. E poi i lavoratori, specie artigiani e pescatori, impegnati nelle loro occupazioni, visti con occhio partecipe ma alieno da ogni sentimentalismo di maniera.

Gli ambienti suoi privilegiati sono sempre stati quelli rurali e agresti del Carso e dell’Istria, nonché il paesaggio della laguna di Grado-Marano e quella di Venezia (Burano e Pellestrina in primis), della quale, in particolare, seppe cogliere con maestria le magiche suggestioni.

I sentimenti che predominano sono quelli degli affetti e dei rapporti familiari, le malinconie e le gioie delle piccole cose e delle situazioni comuni, mollo spesso l’umorismo e il surrealismo insito in certe scene della vita quotidiana.

(Testo di Livio Crovatto)

Trieste – Negozio di alimentari in via Donota n° 20. Febbraio 1981. L’uomo ritratto è il mitico “Bruno dei cartoni”

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Trieste - Negozio di alimentari in via Donota n° 20. Febbraio 1981.
L'uomo ritratto è il mitico "Bruno dei cartoni", chiamato anche "Bruno bereta", che girava con un triciclo (anche con un carretto) a raccogliere cartoni.
Foto Giorgio Giorgetti

Giuseppe Caprin, giornalista e scrittore

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Giuseppe Caprin, giornalista e scrittore.
Dopo studi commerciali si dedicò al giornalismo. Nel 1866 lasciò Trieste per arruolarsi nelle fila di Giuseppe Garibaldi, venendo gravemente ferito a Bezzecca. Rientrato a Trieste, si dedicò completamente al giornalismo e all’editoria, ottenendo anche l’incarico di direttore del quotidiano “L’Indipendente”.
Ottenne due volte il premio comunale, istituito da Domenico Rossetti: nel 1892 per “Tempi andati” e nel 1902 per “Il Trecento a Trieste”.
L’ultima sua opera, “L’Istria nobilissima”, venne pubblicata postuma dalla moglie Caterina Croatto-Caprin.

Goffredo de Banfield in uniforme da cadetto di marina (1916)

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Goffredo de Banfield in uniforme da cadetto di marina (1916). Collezione Dino Cafagna

Goffredo de Banfield, (Castelnuovo di Cattaro, 6 febbraio 1890 – Trieste, 23 settembre 1986), aviatore austro-ungarico naturalizzato italiano.
Fu il più vittorioso pilota della k.u.k. Kriegsmarine nel corso della prima guerra mondiale, conosciuto con il soprannome di “Aquila di Trieste” e ultima persona ad essere decorata con l’Ordine militare di Maria Teresa. Dopo la guerra, nel 1926 divenne cittadino italiano diventando direttore di un’impresa di trasporti e recuperi marittimi. Foto originale: in uniforme da cadetto di marina (1916).

Carlo de Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926)

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 Carlo de Marchesetti

 

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero.

Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico.

“In un’epoca in cui mancava del tutto la conoscenza dei metalli e l’uomo era costretto a plasmare in argilla gli utensili  d’uso domestico, non è da stupirsi dell’enorme quantità di stoviglie rispettivamente dei cocci che ne risultarono, onde riboccano le nostre caverne ed i nostri castellieri. E sono appunto i cocci spesse volte gli unici avanzi che ci rivelano l’esistenza dell’uomo preistorico su qualche vetta denudata dei nostri monti od in qualche antro umido e di difficile accesso.” (Carlo de Marchesetti – Atti del 1890).

Marchesetti fu uno studioso eclettico, dedito a molte discipline naturalistiche: eccelse nella botanica, antropologia,  geologia, paleontologia e paletnologia. Fu autore di validissime pubblicazioni scientifiche. Nato a Trieste il 17 gennaio 1850, Carlo dimostrò un precoce interesse per gli studi botanici e naturalistici che approfondì dall’età di diciotto anni sotto la guida di Muzio de Tommasini, già botanico di fama europea. Col Tommasini collaborò alla classificazione della flora di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia, ma anche delle Alpi Giulie. Nel 1868 Marchesetti divenne membro della Società agraria di Trieste, e l’anno successivo s’iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Vienna, dove inoltre frequentò i corsi di zoologia, botanica, mineralogia, chimica e fisica,  allora tenuti dal Reuss, Fenzl e Brühl. Conseguita la laurea nel 1874, fece ritorno a Trieste, dove ottenne l’abilitazione professionale in medicina. Fu in quel periodo che decise di approfondire l’interesse per le scienze naturali e abbandonò la carriera medica. Il 1875 lo vide prima a Roma, e successivamente in alcune regioni italiane, dove si dedicò allo studio della vegetazione locale, pubblicando alcune sue scoperte in Botanische Wanderungen in Italien, (1875), e sul primo numero del Bollettino della Società Adriatica di scienze naturali di Trieste, sempre del 1875. L’anno successivo si imbarcò assieme allo scrittore inglese R.F. Burton, per alcuni studi da effettuarsi sull’isola di Pelagosa. Il 20 ottobre di quell’anno ricevette la nomina a direttore del Museo Civico di storia naturale di Trieste. Per sua volontà venne ripresa la pubblicazione degli Atti del Museo civico di antichità di Trieste, nelle quali venivano rendicontate le attività svolte, come gli scavi, i ritrovamenti e le nuove collezioni, che davano corpo alle varie sezioni. Molto del suo impegno di quel primo periodo venne rivolto allo studio della botanica. Nel 1881 venne incaricato di studiare la situazione di pesca lungo il Litorale austriaco da cui nacque La pesca lungo le coste orientali dell’Adria, Trieste 1882. Agli studi botanici, andava sempre più sviluppando le indagini di archeologia preistorica e protostorica. Nel 1889 divenne membro della Società botanica italiana e nel 1890 pubblicò La flora di Parenzo, in cui venivano descritte più di 1000 specie. Del 1896 è Flora di Trieste e de’ suoi dintorni, edita in occasione del cinquantenario di fondazione del Museo Civico di storia naturale. I suoi studi sulle grotte del Carso, i Castellieri e le necropoli, attraverso indagini di superficie e scavi, vennero incrementati dal 1883, quando riuscì a scoprire a Cattinara, sul colle della Chiusa, un abitato che dall’Età del bronzo finale – si protrasse fino all’epoca romana, di cui fece una relazione “Il castelliere di Cattinara, nel Bollettino della Società Adriatica di scienze naturali, Trieste, 1883. Durante gli scavi a Santa Lucia di Tolmino venne scoperta una delle più grandi necropoli dell’Età del ferro, che impegnarono il Marchesetti per quasi vent’anni, portando alla luce circa 4000 tombe. Sua l’esplorazione delle necropoli di Caporetto (1886-1904), di San Pietro al Natisone (1889), di Brežec, di Redipuglia (1901) di Ponikve (1903-04), di San Canziano (1908-09), per citarne alcune. A questi studi affiancò quelli sui Castellieri, eseguendo ricognizioni di superficie e scavi, che produssero in un ventennio di instancabile lavoro, quasi totalmente documentato, il volume I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia (Atti del Museo civico di storia naturale di Trieste, nuova serie Vol. IV, 1903). Al Marchesetti si deve anche il primo riconoscimento della presenza dell’uomo sul Carso fin dal Paleolitico, grazie alle indagini condotte nelle grotte di Gabrovizza (grotta dell’Orso), Samatorza (Azzurra), San Canziano, San Daniele, Povir e Pocala. Nel 1903 venne nominato direttore del Civico Orto botanico, carica che mantenne fino al 1921, quando per raggiunti limiti d’età gli vennero conferiti i titoli onorari di Direttore del Museo di storia naturale e Prefetto del Civico Orto botanico. Nel 1924 pubblicò la sua ultima opera Isole del Quarnero: ricerche paletnologiche. Si spegnerà a Trieste il 1° aprile 1926.
Le sue principali pubblicazioni:
La pesca lungo le coste orientali dell’Adria. Trieste, 1882;
La necropoli di Vermo presso Pisino dell’Istria. Trieste, 1884;
Ricerche preistoriche nelle caverne di S. Canziano presso Trieste. Trieste, 1889;
La caverna di Gabrovizza presso Trieste, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste, 1890;
La flora di Parenzo. Trieste, 1890;
Scavi nella necropoli di S. Lucia presso Tolmino (1885-1892). Trieste, 1893;
Catalogo delle pubblicazioni intorno alla flora del litorale austriaco. Trieste, 1895;
Flora di Trieste e de’ suoi dintorni, Museo Civico di Storia Naturale. Trieste, 1896;
I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903;
Appunti sulla flora egiziana, Museo Civico di Storia naturale. Trieste, 1903;
Preistoria in Egitto, in Bollettino della Società adriatica di scienze naturali, 1912;
Flora dell’isola di Cherso, in «Archivio botanico», 1930;
Aggiunte alla bibliografia botanica della Venezia Giulia, in Atti del Museo civico di storia naturale di Trieste, 1931.

(g.c.)

Per chi volesse saperne di più, suggerisco questa mia ricerca, ancora in progresso:

Giacomo Luigi Ciamician (Trieste, 27 agosto 1857 – Bologna, 2 gennaio 1922)

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Giacomo Luigi Ciamician (Trieste, 27 agosto 1857 - Bologna, 2 gennaio 1922)

Laboratorio di chimica organica dell'Istituto Giacomo Ciamician (1925 - 1930)

 

Studiò all’Università di Vienna, conseguendo il Dottorato a Giessen (Germania) nel 1880, quindi trascorse 8 anni a Roma come assistente del Prof. Cannizzaro. Nel 1887 divenne professore di Chimica all’Università di Padova e due anni dopo, nel 1889, si trasferì all’Università di Bologna, dove rimase fino alla morte.
Sebbene le sue ricerche abbiano spaziato in diversi campi della chimica, egli diede un importantissimo contributo allo sviluppo della fotochimica, tanto che al giorno d’oggi è considerato uno dei fondatori di questa branca della chimica e un pioniere della conversione dell’energia solare e della “green chemistry”. (Walter Coderin)

Trieste – Monumento a Domenico Rossetti

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Trieste: Monumento a Domenico Rossetti. All'ingresso del Giardino Pubblico, incrocio tra via Giulia e via Marconi. Foto Paolo Carbonaio 
Trieste: Il monumento a Rossetti, inaugurato il 25 luglio 1901 davanti all’ingresso principale del giardino pubblico di Trieste Muzio de Tommasini. Il monumento di Domenico Rossetti è opera dello scultore Augusto Rivalta, allievo del Dupré, mentre il basamento con le statue allegoriche dell’Archeologia, della Poesia e della Giurisprudenza è opera dello scultore Antonio Garella, discepolo del Rivalta. Si dice che lo scultore Rivalta, visto l’imbarazzo dei Comitato promotore del monumento nel raffigurare il Rossetti con la sua visibile gibbosità, risolse il problema ponendo sulle spalle del personaggio un mantello che così ne cela la deformità.

Trieste – Monumento a Domenico Rossetti

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Trieste: Monumento a Domenico Rossetti. All'ingresso del Giardino Pubblico, incrocio tra via Giulia e via Marconi. Foto Paolo Carbonaio 
Trieste: Il monumento a Rossetti, inaugurato il 25 luglio 1901 davanti all’ingresso principale del giardino pubblico di Trieste Muzio de Tommasini. Il monumento di Domenico Rossetti è opera dello scultore Augusto Rivalta, allievo del Dupré, mentre il basamento con le statue allegoriche dell’Archeologia, della Poesia e della Giurisprudenza è opera dello scultore Antonio Garella, discepolo del Rivalta. Si dice che lo scultore Rivalta, visto l’imbarazzo dei Comitato promotore del monumento nel raffigurare il Rossetti con la sua visibile gibbosità, risolse il problema ponendo sulle spalle del personaggio un mantello che così ne cela la deformità.

Trieste – Monumento a Domenico Rossetti. All’ingresso del Giardino Pubblico, incrocio tra via Giulia e via Marconi

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Trieste: Monumento a Domenico Rossetti. All'ingresso del Giardino Pubblico, incrocio tra via Giulia e via Marconi. Foto Paolo Carbonaio 
Trieste: Il monumento a Rossetti, inaugurato il 25 luglio 1901 davanti all’ingresso principale del giardino pubblico di Trieste Muzio de Tommasini. Il monumento di Domenico Rossetti è opera dello scultore Augusto Rivalta, allievo del Dupré, mentre il basamento con le statue allegoriche dell’Archeologia, della Poesia e della Giurisprudenza è opera dello scultore Antonio Garella, discepolo del Rivalta. Si dice che lo scultore Rivalta, visto l’imbarazzo dei Comitato promotore del monumento nel raffigurare il Rossetti con la sua visibile gibbosità, risolse il problema ponendo sulle spalle del personaggio un mantello che così ne cela la deformità.

Trieste – Monumento a Domenico Rossetti

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Trieste: Monumento a Domenico Rossetti. All'ingresso del Giardino Pubblico, incrocio tra via Giulia e via Marconi. Foto Paolo Carbonaio 
Trieste: Il monumento a Rossetti, inaugurato il 25 luglio 1901 davanti all’ingresso principale del giardino pubblico di Trieste Muzio de Tommasini. Il monumento di Domenico Rossetti è opera dello scultore Augusto Rivalta, allievo del Dupré, mentre il basamento con le statue allegoriche dell’Archeologia, della Poesia e della Giurisprudenza è opera dello scultore Antonio Garella, discepolo del Rivalta. Si dice che lo scultore Rivalta, visto l’imbarazzo dei Comitato promotore del monumento nel raffigurare il Rossetti con la sua visibile gibbosità, risolse il problema ponendo sulle spalle del personaggio un mantello che così ne cela la deformità.

Trieste – Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d’Austria

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Trieste: Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

Trieste – Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d’Austria

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Trieste: Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

Trieste – Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d’Austria

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Trieste: Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

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Trieste: Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

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Trieste: Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

Trieste – Piazza Venezia, Monumento a Massimiliano

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Trieste: Piazza Venezia,Monumento a Massimiliano d'Austria. Foto Paolo Carbonaio
Monumento a Massimiliano d’Austria. Opera dello scultore Johann Schilling, fu inaugurata il 3 aprile 1875 alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe. Il monumento in bronzo di 8 metri d’altezza, è composto dalla statua di Massimiliano in divisa da ammiraglio che poggia su un alto tamburo decorato da altorilievi raffiguranti le bandiere austriaca, della marina da guerra e mercantile, Trieste e Miramare accompagnata dalla generosità e dalla carità. Una base ottagonale riproduce le personificazioni dei quattro continenti, alternati a piccoli medaglioni con i simboli della scienza, della poesia, delle arti e dell’industria e presenta alcune iscrizioni. All’arrivo dell’Italia a Trieste, fu rimosso e collocato in un deposito.
Dal 1961 il monumento è stato sistemato nel parco del Castello di Miramare e ultimamene ricollocato in piazza Venezia, dopo novant’anni d’assenza, al posto della Fontana del Nettuno, ora riposizionata in Piazza della Borsa.

Castello di Miramare – l’Imperatore del Messico Massimiliano d’Austria

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Trieste - Stampa tratta dal libretto del ginnasio di Graz...1883...storia dell'Imperatore del Messico...Massimiliano d'Austria...53 pagine, scritto in gotico
Massimiliano voleva a Trieste una residenza adeguata al suo nome, al suo rango e ai suoi incarichi ufficiali. Amante della natura e della botanica, vedeva nell’aspro promontorio di Grignano, il posto ideale per le sue sperimentazioni di giardinaggio. Nel 1856 acquista un territorio in quella zona, denomina tutto il comprensorio con la parola spagnola di “Miramar”. Incarica della progettazione l’ing. civile Carl Junker, poco dopo, dà delle precise indicazioni all’arch,. Giovanni Berlam, al quale richiede il progetto di un castello. L’arciduca non è soddisfatto di entrambi i progetti, vorrebbe una sede con spazi più ampi, un edificio più imponente e più rappresentativo. Forse in questo momento decide di spostare la dimora sul promontorio più grande di Miramare, dove effettivamente il castello verrà costruito. Junker prova a soddisfare le richieste con un nuovo progetto, che verrà accolto. Tutto questo si svolge in tempi brevissimi, il 1° marzo 1856 iniziano i lavori che procedono veloci, come si può vedere in questa stampa di Albert Rieger, datata 1857. dove è già costruito il muraglione e la bella scalinata. Ovviamente per la complessità della costruzione con i giardini, il padiglione e le serre, ma soprattutto le decorazioni e gli arredi degli interni verranno impiegati molti anni.
Nel 1859 assieme a Carlotta va ad alloggiare al “Castelletto”. (Margherita Tauceri)

Trieste – Monumento a Domenico Rossetti

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Trieste - Monumento a Domenico Rossetti

A destra dell’immagine vediamo l’edificio più rappresentativo realizzato dall’architetto Ruggero Berlam, per Edoardo de Leitenburg nel 1887, si trova all’angolo tra via Giulia e via Rossetti.
Nel progetto presentato alla commissione, Berlam aveva incluso il disegno del fanale in ferro battuto da collocare all’angolo dell’edificio. Lo stile del palazzo è nuovo, diverso dagli edifici del periodo, Pietro Sticcotti, lo definì di “stile fiorentino”in effetti nell’insieme si ritrovano elementi dell’architettura toscana, ma in quest caso c’è una maggior leggerezza, data dalla particolare apertura con doppio arco nello spigolo, che si trova al pianterreno e viene ripresa al secondo piano. Interessante l’effetto cromatico creato dall’uso di materiali diversi, dalle balaustre in pietra bianca, dalle lunette affrescate sopra le finestre ad arco. Sarebbe in pietra chiara anche la parte bassa dell’edificio, ora la vediamo scurita dagli scarichi delle macchine. (Nei commenti il palazzo oggi) (M. Tauceri)
Foto collezione privata.

Carlo de Marchesetti (1850 – 1926)

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Carlo de Marchesetti (1850 – 1926)

Nel 1903, l’archeologo e paleontologo Carlo Marchesetti (Trieste, 1850 – 1926), il quale nel 1883 aveva già fatto uno studio sul castelliere di Cattinara, pubblicava  una monografia sui castellieri della Venezia Giulia, classificandone un considerevole numero. Il Marchesetti, per oltre quarant’anni, fu direttore del Civico Museo di Storia naturale di Trieste, e dal 1903 venne anche nominato direttore dell’Orto botanico che annesso successivamente al Museo di storia naturale, raggiunse un grande prestigio scientifico.
Nel corso di una serie di campagne di scavo e di ricognizione nell’Isontino e in Istria, intraprese dal Marchesetti tra il 1883 e il 1892,  vennero rinvenuti significativi reperti, ora conservati nei civici musei triestini. Le sue scoperte vennero pubblicate nel “Bollettino della società Adriatica di Scienze naturali”.