Trieste : San Giacomo, Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Chiesa di San Giacomo Apostolo (1848)
Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Stile eclettico con riferimenti lombardeschi e bizantini.
Pianta basilicale a tre navate, separate da dodici colonne e quattro semicolonne a sezione ottagonale sormontate da capitelli a fogliami di stucco bianco. La chiesa ospita quatto altari tutti progettati dall’architetto Giuseppe Sforzi ed eseguiti dallo scalpellino Pietro Palese; gli altri, compreso l’altare maggiore, vennero realizzati da Giovanni Antonio Dorigo.
L’abside è decorato da un affresco a finto mosaico eseguito dai pittori Luigi Castro e Giovanni Zucco rappresentante la Beata Vergine, San Giacomo e San Servolo, i tre santi contitolari della chiesa.
Questo affresco è l’unico superstite di un gruppo di tre interessati dai lavori di restauro della chiesa nel 1954-55.
Gli altri due affreschi laterali, opere di Pompeo Randi e commissionati dal parroco Mattia Dubrovich, raffiguravano la Trasfigurazione di Gesù e l’Ascensione al Cielo.
L’altare della navata di sinistra fu eseguita da P. Palese ed è dedicato a S. Rocco mentre all’interno del coro si nota un quadro raffigurante la Beata Vergine della Salute donato da Pietro Kandler e collocato originariamente nella Cappella Rossetti in via Nuova (poi Mazzini); la navata laterale destra presenta due altari, uno dedicato alla Madonna del Rosario, sovrastata da una pala di Edoardo de Heinrich raffigurante la Vergine col Bambino, Sant’Antonio Taumaturgo e San Vincenzo Ferreri; l’altro altare è dedicato a San Nicolò e la pala rappresentante il Santo è uno dei dipinti dì maggior interesse della chiesa. Fu eseguita dal pittore viennese Johann Till senior (1800-1889). Il dipinto venne donato dall’arciduca Ferdinando Massimiliano nel 1855 quando era comandante della flotta austriaca a Trieste. Raffigura il Santo vescovo di Mira in atto di impetrare dalla Beata Vergine la salvezza di alcuni marinai la cui nave sta naufragando nel mare in tempesta.

Nella chiesa di San Giacomo sono conservate altre interessanti opere come, ad esempio, un busto della Madonna in marmo di Carrara dello scultore Francesco Bosa e una “via crucis”. C’è ancora una serie di 14 quadri raffiguranti santi del pittore triestino Giovanni Luigi Rose e già facenti parte di un gruppo di 17 quadretti. Quindici di questi (uno è oggi perduto, due sono relativamente recenti) erano nelle nicchie dei paliotti marmorei appartenenti ai tre altari laterali; altri due stavano invece sopra un quarto altare posto nella navata di sinistra e ora demolito. Proveniva dalla chiesa di S.M. Maggiore e venne donato alla chiesa di San Giacomo da Giovanni Battista Silverio, recava una pala opera di Natale Schiavoni rappresentante Gesù nell’orto che tuttora si conserva. Venne trasferito nella chiesa di San Giacomo allorché, nel 1853, Pasquale Revoltella fece erigere un nuovo altare nella navata destra dell’ex chiesa dei Gesui ti, di S. M. Maggiore.

Nel 1848 venne autorizzato l’acquisto del terreno delle autorità municipali, allora Podestà Muzio de Tommasini. Il progetto venne affidato all’architetto e ingegnere comunale Giuseppe Sforzi (1801-1883), all’epoca molto attivo con la costruzione di numerosi edifici cittadini. L’edificazione iniziò il 1849 ad opera del costruttore Innocenzo Turrini. Negli scavi per la realizzazione delle fondamenta emersero numerosi reperti romani. La pietra memoriale venne benedetta e sotterrata solennemente il 27 luglio 1851, sul posto dove nell’area doveva essere eretto l’altare maggiore, a lavori molto avanzati.
La notte del 22 febbraio 1852, una forte Bora fece crollare le impalcature e creò forti danni a tutto il cantiere. Si studiarono nuove soluzioni tecniche; vennero rinforzate le navate laterali e costruiti degli archivolti rinforzati con spranghe di ferro che collegarono le colonne ai muri laterali.
I lavori si conclusero nel 1854 e venne consacrata il 25 luglio 1854 dal vescovo Bartolomeo Legat e dedicata alla Beata Vergine, a San Giacomo e a San Servolo.
L’intitolazione a San Giacomo voleva ricordare una cappella esistente in zona, di proprietà della famiglia Giuliani , allora dedicata ai Santi Rocco e Giacomo.
Custodisce pregevoli opere d’arte. Importanti lavori di restauro sono stati eseguiti nel 1954/1955 per il centenario della chiesa e nel maggio 2004, per i suoi centocinquant’anni.

“San Giacomo” (Jacopo o Iacopo Betsaida) di Zebedeo, detto anche Giacomo il «Maggiore», secondo quanto riportato nel Nuovo Testamento fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Viene chiamato il «Maggiore» per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto «Minore».
Figlio di Zebedeo e di Salome, era il fratello dell’apostolo Giovanni. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù. Dopo la morte di Cristo, Giacomo assunse un ruolo di spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme e si narra di un improbabile viaggio in Spagna al fine di diffondere il Vangelo. Secondo gli Atti degli Apostoli fu messo a morte dal re Erode Agrippa attorno all’anno 44. (g.c.)

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Trieste : Chiesa di san Nicolò dei Greci

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Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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Nel 1750-51 con sovrana risoluzione l’imperatrice Maria Teresa concesse alla “nazione greca” di praticare il proprio culto in una chiesa per il loro rito. La parola Nazione greca allora aveva significato esclusivamente religioso ed indicava i fedeli della confessione cristiana ortodossa. La chiesa che venne costruita fu la prima chiesa di san Spiridione, ora sostituita da una successiva. Nel 1781 le due comunità linguistiche greca e serba, per divergenza sulla lingua d’uso nei riti, si divisero, ed i Greci iniziarono a ritrovarsi in casa Andrulachi, uno dei membri della Comunità. Grazie all’editto di tolleranza di Giuseppe II ottennero di potersi costruire una nuova chiesa, inaugurata nel 1787: chiesa provvisoria, che appena nel 1818 venne conclusa in forme neoclassiche ad opera dell’architetto Matteo Pertsch.
La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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La nuova chiesa, dedicata alla Trinità e a san Nicolò, è ad una navata, con banchi laterali sopraelevati e una per coro e gineceo. Grandiosa l’iconostasi di fondo con le tre porte che si aprono verso il bema (altare) o presbiterio, utilizzato dal sacerdote durante i riti.
I grandi lampadari d’argento sono di provenienza russa, metà Ottocento, gli affreschi in parte di autore sconosciuto, in parte della scuola di Trigonis, pittore greco stabilitosi a Trieste nella prima metà dell’Ottocento. Presenti due pale di Cesare Dell’Acqua, Gesù fra i bambini e San Giovanni Battista.
L’arredamento liturgico comprende diverse icone, alcune esposte in chiesa, altre nell’annesso museo della comunità, un Epitafios, rappresentazione del S. Sepolcro, di bottega triestina della fine del Settecento, due “exapteryga” dischi d’argento con i Cherubini a 6 ali.
Le principali funzioni a cui partecipano spesso anche membri di altre Comunità religiose triestine sono Pasqua e Natale, l’Epifania con il memoriale del Battesimo di Cristo e la benedizione delle acque, il solenne Vespro della Vigilia di san Nicolò, la processione dell’Epitafios il venerdì santo e la festa nazionale greca. (Elisabetta Marcovich)

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Trieste : Teatro Romano

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

Risalente alla fine del I secolo a.C. (ampliato sotto Traiano) è certamente la testimonianza più suggestiva dell’antica Tergeste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano. La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., presumibilmente per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni – secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento). All’epoca della sua costruzione, il teatro, utilizzato per spettacoli pubblici, perlopiù rappresentazioni teatrali, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Nell’antica Roma venne utilizzato a modello il teatro greco, al quale vennero apportate alcune modifiche. La struttura architettonica di questi teatri era fondata su murature radiali e concentriche spesso arricchite con marmi pregiati. I primi teatri furono certamente costruiti in legno, ed avevano carattere provvisorio, ma in età imperiale, dalla metà del I sec. d.C. vennero realizzati interamente in muratura. Il primo tra questi a noi pervenuto fu quello di Pompeo, del 55 a.C..

Le differenze fra i teatri romani e quelli greci: la struttura del teatro greco utilizzava colline naturali, quelli romani erano costruiti in piano, con un palcoscenico più ampio rispetto a quello greco. Il teatro romano aveva funzione di svago, il teatro greco contribuiva all’istruzione e alla formazione morale dei cittadini. Il teatro romano era costruito in piano e non su un declivio naturale come quello greco, ed ha una forma chiusa, che non consentiva la copertura con un velarium, utilizzato per riparare gli spettatori dal sole. Le gradinate semicircolari della cavea sono collegate alla scena con loggiati laterali poggianti su archi e volte realizzati in muratura. La facciata della scena era a numerosi piani e decorata a rappresentare vie, piazze o un paesaggio, prismi triangolari rotabili con i lati dipinti con una scena tragica su un lato, comica su un altro e satiresca sul terzo. La facciata esterna era ornata e resa monumentale da statue. L’auditorium, l’area in cui erano collocati i posti a sedere talvolta utilizzava una piccola collina o pendio, nella tradizione dei teatri greci, come nel teatro di Trieste, dove si rese necessario un sostegno strutturale e muri di contenimento. Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, il teatro triestino venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.

Saltuariamente è stato anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”:”Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro. Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro. La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori.”
Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:  “I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini, ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose.”

L’area retrostante via del Teatro romano, che comprende via Donota, via Battaglia, via del Crocefisso, via del Seminario, oltre ad essere nota per il rinvenimento del Teatro e degli edifici di destinazione sepolcrale e funeraria, è stata oggetto di numerose campagne di scavo tra il 1982-1987, in conseguenza degli interventi di emergenza e manutenzione fognaria. Varia la tipologia sia dei manufatti sia delle sepolture rinvenute, queste ultime ricoperte da lastroni di reimpiego, da mattoni, da coppi, in anfore o in contenitori di fortuna. Di rilievo, inoltre, la documentazione epigrafica.

In via del Seminario è ora visibile  una porzione delle antiche mura costituite da blocchetti di arenaria, alla cui base si trova un canale per il deflusso delle acque provenienti dal fianco del colle. Scendendo di un centinaio di metri via del Seminario, in via di Donota troviamo l’Antiquarium, costituito da una zona archeologica e da una espositiva, con reperti provenienti dagli scavi di recupero edilizio, iniziati negli anni ’80. Durante gli scavi sono venuti alla luce i resti di un edificio con gli interni in intonaco affrescato e decorazioni in stucco, risalente al primo secolo d.C.  Probabilmente si trattava di un nucleo abitativo, realizzato su piani diversi sfruttando il declivio della collina. Dal IV° al VI° secolo l’area venne utilizzata per la tumulazione in anfore, a cassa e a fossa. Durante il periodo medievale la zona venne ricoperta dalle mura cittadine. (g.c.)

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Duino : Chiesa di S. Giovanni Nuovo

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La Chiesa sorge a San Giovanni di Duino, o del Timavo, nel comune di Duino-Aurisina, a monte della strada statale S.S. 14,  ed è meglio conosciuta con il nome di S. Giovanni Nuovo.

Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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La Chiesa sorge a San Giovanni di Duino, o del Timavo, nel comune di Duino-Aurisina, a monte della strada statale S.S. 14,  ed è meglio conosciuta con il nome di S. Giovanni Nuovo.

Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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La Chiesa sorge a San Giovanni di Duino, o del Timavo, nel comune di Duino-Aurisina, a monte della strada statale S.S. 14,  ed è meglio conosciuta con il nome di S. Giovanni Nuovo.

Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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Venne edificata nel 1932 su progetto dell’arch. Angelo Mazzoni utilizzando pietra d’Aurisina. L’esterno è movimentato e impreziosito da una torre campanaria a base quadrata e da un ampio portico con una statua di Giovanni Battista. Al suo interno vi sono delle decorazioni murarie di Augusto Cernigoj (1898-1985): il Battesimo di Cristo, Gesù benedicente, la Crocifissione e sculture in pietra raffiguranti la Pietà, dello scultore S.Scherani, e una Madonna con Bambino. Di fianco alla chiesa, sulla roccia che fronteggia i Lupi di Toscana, sorge l’Ara della Terza Armata con inciso il monito: RISPETTATE / IL CAMPO  / DELLA MORTE / E DELLA GLORIA /.


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San Giovanni di Duino : Basilica di S. Giovanni in Tuba

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La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche, e sopra i resti di una basilica paleocristiana del V secolo d.C., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, e altri reperti a costituire un piccolo lapidario con calchi e iscrizioni.

La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

F. ZUBINI, Chiesa di S.Giovanni in Tuba, in «Duino-Aurisina». Trieste 1994

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La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche, e sopra i resti di una basilica paleocristiana del V secolo d.C., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, e altri reperti a costituire un piccolo lapidario con calchi e iscrizioni.

La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

F. ZUBINI, Chiesa di S.Giovanni in Tuba, in «Duino-Aurisina». Trieste 1994

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La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

F. ZUBINI, Chiesa di S.Giovanni in Tuba, in «Duino-Aurisina». Trieste 1994

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San Giovanni di Duino : Basilica di S. Giovanni in Tuba

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La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche, e sopra i resti di una basilica paleocristiana del V secolo d.C., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, e altri reperti a costituire un piccolo lapidario con calchi e iscrizioni.

La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

F. ZUBINI, Chiesa di S.Giovanni in Tuba, in «Duino-Aurisina». Trieste 1994

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La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche, e sopra i resti di una basilica paleocristiana del V secolo d.C., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, e altri reperti a costituire un piccolo lapidario con calchi e iscrizioni.

La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

F. ZUBINI, Chiesa di S.Giovanni in Tuba, in «Duino-Aurisina». Trieste 1994

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La Basilica di S. Giovanni in Tuba, in stile gotico, fu edificata nel XV secolo dai conti di Walsee, signori di Duino, in un’area che aveva già ospitato un tempio pagano di cui ci rimangono testimonianze epigrafiche, e sopra i resti di una basilica paleocristiana del V secolo d.C., della quale si conservano nel presbiterio della chiesa un pavimento a mosaico con elementi geometrici simili a quelli di Grado e Aquileia, e altri reperti a costituire un piccolo lapidario con calchi e iscrizioni.

La Basilica si trova a San Giovanni di Duino, località del comune di Duino-Aurisina nota anche per le risorgive del fiume Timavo. Nelle vicinanze, al di sopra della S.S. 14, è posto il monumento dedicato al 78º Reggimento fanteria “Lupi di Toscana”, a memoria delle valorose azioni militari condotte durante la Prima Guerra Mondiale, dalle pendici dell’Hermada fino alle foci del Timavo, dove nel maggio 1917 perse la vita il Maggiore Giovanni Randaccio. Non distante dal nucleo abitativo di San Giovanni di Duino è ubicata la grotta del Mitreo, scoperta nel 1964 dalla Società Alpina delle Giulie e dedicata al culto di origine indoiranica di Mithra, importato dalle legioni romane di ritorno dall’Oriente.

Strabone, ci narra di Diomede, re dell’Etolia, che reduce dalla guerra di Troia avrebbe fatto costruire un tempio a Nettuno, con annessi due boschetti sacri. Vi era venerato anche Saturno, come si evince da un mortarium in argilla recante la scritta “NVMEN SATVRNI”, rinvenuto in uno scavo presso la porta principale della basilica. Su questo primigenio luogo di culto dedicato a Diomede, nel IV/V secolo fu costruita una chiesa dedicata a S.Giovanni Battista, santo delle acque, con annesso cenobio poi distrutto dagli Avari nel 610-611, e ricostruito. La basilica fu più e più volte devastata durante le invasioni barbariche a partire dal 402: prima dai Visigoti di Alarico, poi dai Vandali di Ricimiero, da Attila re degli Unni, e qualche decennio dopo da Odoacre, re degli Eruli. Nel 752 Duino passò sotto la dominazione dei Longobardi e infine sotto i Franchi di Carlo Magno. Tra il 900 e il 973, per ben otto volte gli Ungari invasero questi territori, distruggendo nuovamente il cenobio nel 902. Venne ricostruito e ancora distrutto per opera di pirati turchi.

Nel 1085, il patriarca di Aquileia, Uldarico I di Eppenstein, donò la chiesa, allora nota come S.ti Johannis de Timavo, all’abate Giovanni di Beligna affinché venissero ripresi gli offici religiosi. Nel 1113, in una fossa collocata dietro l’altar maggiore del presbiterio, il menzionato abate avrebbe rinvenuto delle importanti reliquie, nascoste almeno cinquecento anni prima al fine di preservarle dalla profanazione barbarica. Dei contenitori in marmo di queste reliquie, uno soltanto è giunto a noi, custodito nella sagrestia della chiesa arcipretale di Monfalcone. Reca un carme epigrafico in latino.

Nel 1121, la basilica, allora chiamata S.Johannes de Chars, venne restaurata e ingrandita ad opera di Uldarico o Vodolrico, con tre absidi più profonde e la costruzione della fossa sull’asse di quello centrale, eseguita in seguito alla scoperta delle reliquie. La suddivisione in tre navate con copertura a volte dovrebbe risalire al XIII secolo. Nel 1362, la basilica venne ancora saccheggiata e bruciata.

Nel 1430 nella chiesa furono deposti i corpi di Giorgio de Reichenburg e di Martha degli Ungnad, consorte di Giovanni de Reichenburg, capitano dei Walsee a Duino.

Nel 1483 la basilica fu ampliata dai signori di Walsee, assumendo un aspetto abbastanza simile a quello attuale.

Nel 1642 Giovanni Filippo della Torre costruì la torre campanaria e suo figlio, conte Filippo Giacomo, fece erigere l’altar maggiore. Nel 1712 venne sepolto nella chiesa il conte Luigi Leopoldo della Torre.

Durante il conflitto 1915-1918, l’edificio venne a trovarsi sulla linea del fuoco e la chiesa fu quasi totalmente distrutta: crollò il campanile veneziano, il tetto, e il più dei muri perimetrali. Andarono perduti tutti gli affreschi. A quei tempi la basilica si presentava in stile barocco, con un grande altare su cui svettava una pala ottocentesca che ne ricopriva completamente la finestra centrale. Conteneva altri quattro altari, due alle pareti laterali e due di fronte all’ingresso – una galleria per l’organo era alloggiata sopra due colonne. Viene ricordata sovraccarica di lapidi, dipinti e lampade, tanto da riempire ogni spazio utile, nel più invadente stile barocco. Dovrà subire ancora lo scempio del tempo e i danni di un nuovo conflitto bellico prima che si intervenga al recupero di ciò che ne sarà rimasto. Un intervento iniziato nel 1949, per interessamento del generale Airey del GMA, con l’intento di riportare la basilica alle sue forme originali. Ristrutturazione che avrebbe fatto emergere importanti strutture murarie sepolte e indagate con maggiore attenzione nel 1961 dall’archeologo Mario Mirabella Roberti: un pavimento con motivi geometrici a ottagoni e quadrati, un’abside poligonale con tre lapidi votive dedicate alla Spes Augusta, risalenti alla metà del V secolo, una fossa medievale scoperta al centro del presbiterio in cui fu raccolto il deposito delle reliquie, e altre parti architettoniche riconducibili al XV secolo.

«Vi si è riconosciuta nell’insieme una basilica orientata, larga m 11 e lunga m 21 dal muro di facciata all’attacco dell’abside (misure interne); questa, poligonale all’esterno, è profonda m 3,40 e larga m 4,50. Mentre il muro meridionale della basilica è stato asportato, i resti del muro settentrionale erano ben conservati all’interno della chiesa odierna insieme con le strutture essenziali del presbiterio; questo è tuttora visibile, perché l’altare attuale, impostato su un pilastro di cemento armato, sporge dall’area di scavo che rimane così libera. » (Cuscito 1992)

Il restauro fu seguito dal soprintendente architetto Fausto Franco e si concluse il 3 novembre 1951. Altri elementi in marmo, di età alto-medievale, furono disposti ad arte all’interno dell’edificio. Le lapidi di fronte all’ingresso provengono da un antico cimitero rimosso nel 1915.

Nel 1990 la chiesa di S.Giovanni in Tuba ha subito ulteriori restauri. (g.c.)


BIBLIOGRAFIA
:

P. KANDLER, Della chiesa di S. Giovanni de Tuba od al Timavo, in «L’Istria» IV, 1849;

E. MARCON, L’abbazia di S. Giovanni di Tuba, in «La Panarie» 59, 1933;

M. MIRABELLA ROBERTI, La basilica paleocristiana di San Giovanni del Timavo, in «Studi monfalconesi e duinati» 1976;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste 1992;

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