Trieste : Chiesa dell’Immacolato Cuore di Maria – via S. Anastasio

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Chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria - via S. Anastasio
La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
SURREXERUNT FILII EIUS ET BEATISSIMAM PRAEDICAVERUNTFonte: F. Zubini
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
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La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
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Chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria - via S. Anastasio
La chiesa, progettata dall’arch. Umberto Nordio, dipende dal Decanato di S. Antonio Taumaturgo. E’ stata aperta parzialmente al culto nel 1950 ed è stata consacrata il 19 marzo 1955 dal vescovo Antonio Santin.

La primitiva cappella dell’Immacolato Cuore di Maria, situata al piano terreno di una casa di civile abitazione in via S. Anastasio, di fronte alla chiesa attuale, divenne espositura della parrocchia di S. Antonio Taumaturgo il 1° ottobre 1927. La parrocchia è stata istituita il 1° settembre 1933 e riconosciuta civilmente in data 1.3.1934.
La chiesa attuale, costruita come da progetto dell’arch. Umberto Nordio, ebbe la posa della prima pietra nel 1938 e i lavori iniziarono nel 1942. Aperta parzialmente nel 1950 è stata consacrata il 19 marzo 1955. È una delle più grandi chiese della città avendo una superficie di 700 metri quadrati.
Sul santo arco è iscritto il motto dei Missionari Figli dell’Immacolato Cuore di Maria:
SURREXERUNT FILII EIUS ET BEATISSIMAM PRAEDICAVERUNT

Fonte: F. Zubini

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Trieste: località Prosecco, anni Venti

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Prosecco, anni Venti
Prosecco (Proseco in dialetto triestino, Prosek in sloveno) è una frazione del comune di Trieste. Si trova sull’altopiano carsico, a metà strada circa tra le frazioni di Opicina e di Santa Croce
Il temine Prosecco significa bosco tagliato, dalle aree disboscate per la coltivazione della vite; la frazione infatti è celebre per aver dato il nome ad uno dei vini più famosi al mondo, il prosecco.
Nella periferia del paese, inizia la strada Vicentina, detta anche Napoleonica, che si collega all’Obelisco di Opicina. (Margherita Tauceri)
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Trieste: località Prosecco, 1900 circa

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Prosecco, 1900 circa
Prosecco (Proseco in dialetto triestino, Prosek in sloveno) è una frazione del comune di Trieste. Si trova sull’altopiano carsico, a metà strada circa tra le frazioni di Opicina e di Santa Croce
Il temine Prosecco significa bosco tagliato, dalle aree disboscate per la coltivazione della vite; la frazione infatti è celebre per aver dato il nome ad uno dei vini più famosi al mondo, il prosecco.
Nella periferia del paese, inizia la strada Vicentina, detta anche Napoleonica, che si collega all’Obelisco di Opicina. (Margherita Tauceri)
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Ferdinando I d’Asburgo-Lorena lascia Trieste, 16 settembre 1844

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Ferdinando I d'Asburgo-Lorena lascia Trieste. 
Collezione Dino Cafagna

Lunedì, 16 settembre 1844, l’Imperatore e il suo seguito si congedano da Trieste. La carrozza imperiale si allontana dalla città e, al confine del Territorio di Trieste con la Contea di Gorizia e Gradisca. I Sovrani vengono salutati dalle massime autorità locali, dalla Deputazione di Borsa, dai capi delle comunità religiose non cattoliche, dalla Direzione del “Lloyd”. Ferdinando e Maria Anna fanno fermare la carrozza e si intrattengono con i presenti.
Le due colonne (tuttora esistenti in quel punto sulla strada che porta da Prosecco verso Sistiana) erano state addobbate con ghirlande e bandiere e con delle iscrizioni che salutavano l’Imperatore e la consorte. Esse furono erette per solennizzare un precedente avvenimento del genere: la visita dell’Imperatore Francesco I. Il 20 aprile 1816, infatti, in quel punto ove iniziava il Territorio di Trieste, egli fu accolto dalla “civica rappresentanza”, che perciò fece porre in cima alle colonne “di marmo istriano” (veramente sono di “pietra bianca”) il tradizionale simbolo della città. La riproduzione cioè dell’acroterio sormontato dall’alabarda che era sul campanile di San Giusto sino al 1421, quando venne abbattuto da un fulmine. Simbolo da tempo conosciuto e amato dal popolino e battezzato “el melon”, a causa della sua struttura che ricorda tale frutto.
Data la località, anche se innalzate per tutt’altro fine, nella comune credenza le due colonne da tempo sono ritenute semplici segni di cessata circoscrizione territoriale.
. (Dino Cafagna)

Prosecco (Proseco in dialetto triestino, Prosek in sloveno) è una frazione del comune di Trieste. Si trova sull’altopiano carsico, a metà strada circa tra le frazioni di Opicina e di Santa Croce
Il temine Prosecco significa bosco tagliato, dalle aree disboscate per la coltivazione della vite; la frazione infatti è celebre per aver dato il nome ad uno dei vini più famosi al mondo, il prosecco.
Nella periferia del paese, inizia la strada Vicentina, detta anche Napoleonica, che si collega all’Obelisco di Opicina. (Margherita Tauceri)
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Trieste : Stabilimento Zibell (fabbrica di candele e paraffine), viale Miramare 91

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Trieste : Stabilimento Zibell (fabbrica di candele e paraffine), viale Miramare 91.
Foto M. Circovich, collezione Claudio Gustin

Stabilimento Zibell (dal 1932 l’indirizzo era via Miramare 22 e via Boveto 21).
Il terreno sul quale è stata costruita la fabbrica “Raffinerie di Ozokerite S.A.- Anciens Etablissements Zibell”, inizialmente di proprietà di E. Ritter, nel 1885 era stato comperato da C. Pollack, nel 1890 passò alla Banca Union, filiale di Trieste e nel 1900 fu acquistato dalla ditta Jean Zibell & Co. di Vienna, nel 1921 passò alla società Etablissements Zibell di Parigi.
Nello stabilimento veniva trattata l’ozocherite minerale, cera fossile importata dai giacimenti delle montagne boeme.
Nel 1968 i proprietari si rivolsero alla Total S.I.p.A di Milano con l’intento di sviluppare la produzione delle paraffine derivate dal petrolio prodotte dalla raffineria Aquila, l’affare non ebbe un seguito commerciale e la fabbrica chiuse. L’anno seguente la proprietà passò a Giorgio Tlustos che possedeva la carrozzeria nel terreno adiacente. (Margherita Tauceri)

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Trieste – Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste – Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella)

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Trieste - Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon (Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
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Trieste – Cripta della Chiesa di San Pasquale Baylon – Sarcofago di Pasquale Revoltella

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Sarcofago di Pasquale Revoltella

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
Chiesa di San Pasquale Baylon (Trieste) – Wikipedia

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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
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(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

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S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
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Trieste - Cupola della Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

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S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
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Trieste - Chiesa di San Pasquale Baylon 
(Parco di Villa Revoltella). Via de Marchesetti

 La chiesa venne consacrata con una Messa celebrata dall’allora vescovo di Trieste Bartolomeo Legat, il 17 maggio 1867, scegliendo il giorno della festa del santo francescano.

In cima al colle del Cacciatore, il Parco si estende al suo interno per oltre 40.000 mq. e comprende: la casa del custode, la chiesa di S.Pasquale, la residenza del parroco, la Villa chalet da cui prende il nome, le ex scuderie, la serra grande, il ninfeo ed altre pertinenze minori.
Dall’ingresso principale di via Marchesetti si incontra sulla sinistra la casa del custode e sulla destra, anticipata da un piccolo giardino con fontana, la chiesa di San Pasquale.

I progetti per la costruzione della Chiesa, da attribuirsi all’architetto praghese Joseph Andress Kranner con la collaborazione dell’ingegner Giuseppe Sforzi (solo di quest’ultimo ci sono pervenuti i disegni), risalgono al 1857/58. Sforzi sottoscrisse il 30 agosto 1857 le tavole di progetto, con la dicitura: “secondo il progetto dell’architetto Kranner”. Sforzi fu poi Direttore dei Lavori, approvati e controfirmati dall’ingegnere civico Giuseppe Bernardi, il 9 agosto 1858.
Il tutto venne approvato dal Comune nel 1863, e nel 1865 il barone Revoltella fece trasportare le ossa della madre Domenica dal Cimitero comunale alla cripta (da cui si evince che la Chiesa era finita o quasi).

La Chiesa, che si sviluppa per un’altezza di diciannove metri, larga poco meno di quindici, è rivestita in pietra di Aurisina e racchiude elementi d’arte tardo romanica, bizantina e medievale.

Nella cripta, a pianta rettangolare con due colonne poste al centro suddiviso in sei campate, si trovano i sepolcri del Barone Revoltella, a destra, e della madre Domenica, a sinistra. Sull’altare è collocata una raffigurazione in bronzo della “Pietà” opera del viennese Francesco Bauer, realizzata nel 1865.

Dall’ingresso della cripta due rampe di scale simmetriche conducono al terrazzo e al vestibolo della Chiesa, che si presenta a croce greca. Sopra la porta d’ingresso, sulla facciata interna, si trovano l’epigrafe e il busto dipinto di S.Pasquale. La cupola a base ottagonale, presenta un cielo stellato su fondo blu, opera di Abbondio Isella. Ai lati della cupola quatto affreschi raffiguranti i Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo e Gregorio Magno), eseguiti da Mattia Trenkwald.
Le pareti laterali ospitano due grandi affreschi, realizzati da Domenico Fabris di Osoppo nel 1864 con scene di vita di San Pasquale Baylon.
Sulle paret,i posti in alto, si possono ammirare otto medaglioni con i busti dei Profeti (Aronne, Davide, Samuele, Malachia, Geremia, Isaia, Ezechiele, Mosè), eseguiti da Domenico Fabris.

L’altare di marmo è opera del lombardo Bottinelli.

L’abside raffigura l’ascensione di Cristo sorretto da angeli, più sotto al centro la Madonna, con ai lati i dodici apostoli, opera del Trenkwald.

Bibliografia:
S.Pasquale da Baylon e Sant’Eufemia (Diocesi Trieste.it)
La Chiesa di S.Pasquale da Baylon (Openstarts)
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Trieste – Orto Botanico, via de Marchesetti 2

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Trieste - Orto Botanico, via de Marchesetti 2


Il giardino, molto istruttivo sulla flora del territorio, ospita più di mille specie di piante, da quelle provenienti dalle aree alpine alle varietà orticole locali: piante officinali, velenose, tessili, tintorie e alimentari, accanto a piante acquatiche e palustri. Offre i seguenti percorsi tematici:

“Florilegio di piante magiche”
“Giardino dei Semplici”
“Il Giardino Formale”
“Tinte d’erbe – Sezione piante Tintorie””
“L’orto dei veleni -Sentiero piante velenose”
“Percorso Geopleontologico”

Aperto dal 8 marzo al 15 novembre:
lunedì e mercoledì 9 – 17;
martedì, giovedì e venerdì 9 -13;
sabato e domenica 9 -14;
ingresso gratuito
Informazioni : ortobotanico@comune.trieste.it
Telefono / Fax: +39 040 360068 – Cell. 348 6393055
Come arrivarci :
Autobus: Trieste Trasporti: Linee 25, 26 ; 26/ festivo
A piedi: Fermata linee n. 6, 9, 35 in piazza Volontari Giuliani, percorso: Scala San Luigi – Campo San Luigi.



STORIA:
Quello che sarebbe divenuto l’attuale Orto Botanico venne istituito nel 1842, per volere dell’allora sindaco di Trieste Muzio de Tommasini, come centro di ricerca botanica per sperimentare la possibilità d’attecchimento del pino nero austriaco sul Carso. Verrà aperto al pubblico nel 1873.
L’esperimento venne affidato al ricercatore, farmacista e botanico Bartolomeo Biasoletto (1793-1858) che vi trasferirà anche alcune specie rare coltivate nel suo Orto Farmaceutico.
Già nel 1827, Bartolomeo Biasoletto (per molti anni proprietario della farmacia che ancora oggi porta il suo nome “Farmacia Biasoletto All’Orso nero”, in via Roma 16, teneva lezioni di botanica farmaceutica, e aveva creato un orto botanico nei pressi della piazza del Fieno, l’odierno Foro Ulpiano. Nel 1833 veniva dato alla stampa il primo catalogo del Biasoletto, intitolato “Semina in horto Botanico Tergestino”, con 605 piante, aumentate in seguito, con l’aggiunta di piante non locali, fino a raggiungere 2039 specie. Nonostante il continuo aumento delle spese di gestione, il Biasoletto mantenne quasi interamente a suo carico per un trentennio l’orto botanico; solo il Gremio dei Farmacisti gli aveva assegnato, a partire dal 1833, una sovvenzione annua.
Negli anni 1840-42 il Biasoletto seminò il pino nero per un rimboschimento della brulla collina di S. Luigi, tra via Pindemonte e via Bonomo, creando quello che venne chiamato il bosco dei pini.
Nel 1844, Muzio de Tommasini acquistò dalle monache benedettine parte del fondo dell’attuale Giardino Pubblico, col proposito di erigervi una chiesa, ma, nel 1854, per suo volere e nonostante le lamentele delle monache, destinò l’area a parco cittadino e fu lui a piantarne i primi alberi. Nel 1846, l’instancabile Tommasini si adoperò per l’apertura del Museo di Storia Naturale, dapprima privato, e poi, dal 1851 assunto dal Comune. Dopo il 1861, quello che allora veniva definito Giardino Botanico comincia ad am­pliarsi e a prendere forma grazie all’impianto e alla semina di un copioso numero di specie locali raccolte sulle Alpi Giulie, in Istria e in Dalmazia dal de’ Tommasini e dai suoi collaboratori. La botanica Elisa Braig (1803-1870), amica di Biasoletto e di Tommasini, lascia in eredità la sua raccolta di specie locali, che vanno ad incrementare l’Orto Botanico, che nel 1877, contava ben 254 piante diverse. Lo stesso anno viene dato alla stampa il primo catalogo per lo scambio di semi: «Delectus Seminum quae Hortus Botanicus Tergestini pro mutua communicatione offert», ad opera di Muzio de’ Tommasini e Raimondo Tominz. Nel 1878 viene eretto al Giardino Botanico, al centro del settore destinato alle piante officinali, un busto marmoreo in onore di Bartolomeo Biasoletto. L’epigrafe, dettata da Attilio Hortis, recita: “A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l’Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII”.

Quel Giardino Botanico, che nel 1903 diventerà l’attuale Civico Orto Botanico, sarà mantenuto dal Tommasini a proprie spese dal 1861 fino alla sua morte, avvenuta nel 1879. Il Comune gli farà erigere nel Giardino Pubblico un busto, opera dello scultore Donato Barcaglia. Con la scomparsa del Tommasini l’amministrazione dell’Orto Botanico passò alla Società Adriatica di Scienze Naturali sotto la responsabilità di Raimondo Tominz (1822-1906), ispettore alle Pubbliche Piantagioni. Nel 1880, nel Bollettino della società, il Tominz pubblicò lo studio “Le piante officinali e della flora del litorale austro-ungarico coltivate nell’Orto botanico farmaceutico triestino nell’anno 1881”, dove sono elencate 1.273 specie classificate come pianta annua, bienne, perenne e legnosa.
Nel 1903 l’Orto Botanico diventa pubblica Istituzione e viene annesso al Museo di Storia Naturale. Carlo de’ Marchesetti (1850-1926), direttore del Museo, allievo prediletto di Tommasini, assume la direzione anche dell’Orto Botanico. Sotto la sua direzione il Civico Orto Botanico (è questo il nome che assume da quel momento) raggiunge la massima espansione planimetrica (attuale) ed arricchito con una sezione di piante palustri, una di piante alpine ed una di specie per usi economici, medicinali ed industriali.
Dopo il pensionamento del Marchesetti, il Museo Civico di Storia Naturale e gli istituti annessi passano sotto la direzione dello zoologo Mario Stenta (1876 -1928), quindi dal 1923 al 1946, sotto quella dell’entomologo Giuseppe Müller (1880-1967), nativo di Zara, che nel 1932 progettò l’Acquario Marino, per il quale venne organizzata una spedizione ittiologica nel Mar Rosso, che procurò numerosi pesci corallini.
La morte di Carlo de Marchesetti riaprì il problema dell’Orto botanico, già postosi in occasione del pensionamento dello stesso, in quanto il nuovo direttore del Museo e il suo assistente erano due zoologi ai quali non si poteva richiedere una passione botanica. Durante questo periodo l’orto è affidato alle cure provvisorie del prof. Antonio Ivancich, mentre il Comune che da tempo trova eccessiva l’erogazione di 24.000 lire annue, considera la possibilità di consegnare l’orto all’Ufficio delle pubbliche piantagioni, rinunciando così al suo carattere scientifico.
Nel 1929 l’Orto viene affidato al naturalista, botanico ed entemologo Carlo Lona (1885-1971); alle collezioni preesistenti vengono aggiunte una sezione di piante medicinali ed una sezione di piante dell’ambiente roccioso. Nel 1948 alla direzione subentra lo zoologo ed entomologo Edoardo Gridelli (1895-1958) direttore del Museo Civico di Sto­ria Naturale.
Negli anni 1940-44 l’Orto Botanico ospitava due coccodrilli, in uno stagno ellittico, ed alcune scimmiette in gabbia.
Nel 1960 il Gridelli verrà sostituito da Renato Mezzena, che assume l’incarico sia di direttore del Museo Civico di Storia Naturale, sia quello dell’Orto Botanico.
Nel 1986 l’Orto viene chiuso al pubblico per insufficienza di risorse economiche.
Verrà riaperto al pubblico nel 2001.
Dal 1 febbraio 2012, è stato nominato direttore del Servizio Musei Scientifici del Comune di Trieste e del Civico Orto Botanico Nicola Bressi (naturalista e biologo della conservazione).


Bibliografia di riferimento :

F. Zubini, Chiadino e Rozzol, Trieste, 1997;
Trieste, Cent’anni di Storia – Vol.III, 1923-1930;
A. Sancin, Appunti cronologici dello sviluppo socio – economico e culturale di TRIESTE, 2013

Sitografia :

http://www.ortobotanicotrieste.it/

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Il giardino, molto istruttivo sulla flora del territorio, ospita più di mille specie di piante, da quelle provenienti dalle aree alpine alle varietà orticole locali: piante officinali, velenose, tessili, tintorie e alimentari, accanto a piante acquatiche e palustri. Offre i seguenti percorsi tematici:

“Florilegio di piante magiche”
“Giardino dei Semplici”
“Il Giardino Formale”
“Tinte d’erbe – Sezione piante Tintorie””
“L’orto dei veleni -Sentiero piante velenose”
“Percorso Geopleontologico”

Aperto dal 8 marzo al 15 novembre:
lunedì e mercoledì 9 – 17;
martedì, giovedì e venerdì 9 -13;
sabato e domenica 9 -14;
ingresso gratuito
Informazioni : ortobotanico@comune.trieste.it
Telefono / Fax: +39 040 360068 – Cell. 348 6393055
Come arrivarci :
Autobus: Trieste Trasporti: Linee 25, 26 ; 26/ festivo
A piedi: Fermata linee n. 6, 9, 35 in piazza Volontari Giuliani, percorso: Scala San Luigi – Campo San Luigi.



STORIA:
Quello che sarebbe divenuto l’attuale Orto Botanico venne istituito nel 1842, per volere dell’allora sindaco di Trieste Muzio de Tommasini, come centro di ricerca botanica per sperimentare la possibilità d’attecchimento del pino nero austriaco sul Carso. Verrà aperto al pubblico nel 1873.
L’esperimento venne affidato al ricercatore, farmacista e botanico Bartolomeo Biasoletto (1793-1858) che vi trasferirà anche alcune specie rare coltivate nel suo Orto Farmaceutico.
Già nel 1827, Bartolomeo Biasoletto (per molti anni proprietario della farmacia che ancora oggi porta il suo nome “Farmacia Biasoletto All’Orso nero”, in via Roma 16, teneva lezioni di botanica farmaceutica, e aveva creato un orto botanico nei pressi della piazza del Fieno, l’odierno Foro Ulpiano. Nel 1833 veniva dato alla stampa il primo catalogo del Biasoletto, intitolato “Semina in horto Botanico Tergestino”, con 605 piante, aumentate in seguito, con l’aggiunta di piante non locali, fino a raggiungere 2039 specie. Nonostante il continuo aumento delle spese di gestione, il Biasoletto mantenne quasi interamente a suo carico per un trentennio l’orto botanico; solo il Gremio dei Farmacisti gli aveva assegnato, a partire dal 1833, una sovvenzione annua.
Negli anni 1840-42 il Biasoletto seminò il pino nero per un rimboschimento della brulla collina di S. Luigi, tra via Pindemonte e via Bonomo, creando quello che venne chiamato il bosco dei pini.
Nel 1844, Muzio de Tommasini acquistò dalle monache benedettine parte del fondo dell’attuale Giardino Pubblico, col proposito di erigervi una chiesa, ma, nel 1854, per suo volere e nonostante le lamentele delle monache, destinò l’area a parco cittadino e fu lui a piantarne i primi alberi. Nel 1846, l’instancabile Tommasini si adoperò per l’apertura del Museo di Storia Naturale, dapprima privato, e poi, dal 1851 assunto dal Comune. Dopo il 1861, quello che allora veniva definito Giardino Botanico comincia ad am­pliarsi e a prendere forma grazie all’impianto e alla semina di un copioso numero di specie locali raccolte sulle Alpi Giulie, in Istria e in Dalmazia dal de’ Tommasini e dai suoi collaboratori. La botanica Elisa Braig (1803-1870), amica di Biasoletto e di Tommasini, lascia in eredità la sua raccolta di specie locali, che vanno ad incrementare l’Orto Botanico, che nel 1877, contava ben 254 piante diverse. Lo stesso anno viene dato alla stampa il primo catalogo per lo scambio di semi: «Delectus Seminum quae Hortus Botanicus Tergestini pro mutua communicatione offert», ad opera di Muzio de’ Tommasini e Raimondo Tominz. Nel 1878 viene eretto al Giardino Botanico, al centro del settore destinato alle piante officinali, un busto marmoreo in onore di Bartolomeo Biasoletto. L’epigrafe, dettata da Attilio Hortis, recita: “A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l’Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII”.

Quel Giardino Botanico, che nel 1903 diventerà l’attuale Civico Orto Botanico, sarà mantenuto dal Tommasini a proprie spese dal 1861 fino alla sua morte, avvenuta nel 1879. Il Comune gli farà erigere nel Giardino Pubblico un busto, opera dello scultore Donato Barcaglia. Con la scomparsa del Tommasini l’amministrazione dell’Orto Botanico passò alla Società Adriatica di Scienze Naturali sotto la responsabilità di Raimondo Tominz (1822-1906), ispettore alle Pubbliche Piantagioni. Nel 1880, nel Bollettino della società, il Tominz pubblicò lo studio “Le piante officinali e della flora del litorale austro-ungarico coltivate nell’Orto botanico farmaceutico triestino nell’anno 1881”, dove sono elencate 1.273 specie classificate come pianta annua, bienne, perenne e legnosa.
Nel 1903 l’Orto Botanico diventa pubblica Istituzione e viene annesso al Museo di Storia Naturale. Carlo de’ Marchesetti (1850-1926), direttore del Museo, allievo prediletto di Tommasini, assume la direzione anche dell’Orto Botanico. Sotto la sua direzione il Civico Orto Botanico (è questo il nome che assume da quel momento) raggiunge la massima espansione planimetrica (attuale) ed arricchito con una sezione di piante palustri, una di piante alpine ed una di specie per usi economici, medicinali ed industriali.
Dopo il pensionamento del Marchesetti, il Museo Civico di Storia Naturale e gli istituti annessi passano sotto la direzione dello zoologo Mario Stenta (1876 -1928), quindi dal 1923 al 1946, sotto quella dell’entomologo Giuseppe Müller (1880-1967), nativo di Zara, che nel 1932 progettò l’Acquario Marino, per il quale venne organizzata una spedizione ittiologica nel Mar Rosso, che procurò numerosi pesci corallini.
La morte di Carlo de Marchesetti riaprì il problema dell’Orto botanico, già postosi in occasione del pensionamento dello stesso, in quanto il nuovo direttore del Museo e il suo assistente erano due zoologi ai quali non si poteva richiedere una passione botanica. Durante questo periodo l’orto è affidato alle cure provvisorie del prof. Antonio Ivancich, mentre il Comune che da tempo trova eccessiva l’erogazione di 24.000 lire annue, considera la possibilità di consegnare l’orto all’Ufficio delle pubbliche piantagioni, rinunciando così al suo carattere scientifico.
Nel 1929 l’Orto viene affidato al naturalista, botanico ed entemologo Carlo Lona (1885-1971); alle collezioni preesistenti vengono aggiunte una sezione di piante medicinali ed una sezione di piante dell’ambiente roccioso. Nel 1948 alla direzione subentra lo zoologo ed entomologo Edoardo Gridelli (1895-1958) direttore del Museo Civico di Sto­ria Naturale.
Negli anni 1940-44 l’Orto Botanico ospitava due coccodrilli, in uno stagno ellittico, ed alcune scimmiette in gabbia.
Nel 1960 il Gridelli verrà sostituito da Renato Mezzena, che assume l’incarico sia di direttore del Museo Civico di Storia Naturale, sia quello dell’Orto Botanico.
Nel 1986 l’Orto viene chiuso al pubblico per insufficienza di risorse economiche.
Verrà riaperto al pubblico nel 2001.
Dal 1 febbraio 2012, è stato nominato direttore del Servizio Musei Scientifici del Comune di Trieste e del Civico Orto Botanico Nicola Bressi (naturalista e biologo della conservazione).


Bibliografia di riferimento :

F. Zubini, Chiadino e Rozzol, Trieste, 1997;
Trieste, Cent’anni di Storia – Vol.III, 1923-1930;
A. Sancin, Appunti cronologici dello sviluppo socio – economico e culturale di TRIESTE, 2013

Sitografia :

http://www.ortobotanicotrieste.it/

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Trieste - Orto Botanico, via de Marchesetti 2


Il giardino, molto istruttivo sulla flora del territorio, ospita più di mille specie di piante, da quelle provenienti dalle aree alpine alle varietà orticole locali: piante officinali, velenose, tessili, tintorie e alimentari, accanto a piante acquatiche e palustri. Offre i seguenti percorsi tematici:

“Florilegio di piante magiche”
“Giardino dei Semplici”
“Il Giardino Formale”
“Tinte d’erbe – Sezione piante Tintorie””
“L’orto dei veleni -Sentiero piante velenose”
“Percorso Geopleontologico”

Aperto dal 8 marzo al 15 novembre:
lunedì e mercoledì 9 – 17;
martedì, giovedì e venerdì 9 -13;
sabato e domenica 9 -14;
ingresso gratuito
Informazioni : ortobotanico@comune.trieste.it
Telefono / Fax: +39 040 360068 – Cell. 348 6393055
Come arrivarci :
Autobus: Trieste Trasporti: Linee 25, 26 ; 26/ festivo
A piedi: Fermata linee n. 6, 9, 35 in piazza Volontari Giuliani, percorso: Scala San Luigi – Campo San Luigi.

 



STORIA:
Quello che sarebbe divenuto l’attuale Orto Botanico venne istituito nel 1842, per volere dell’allora sindaco di Trieste Muzio de Tommasini, come centro di ricerca botanica per sperimentare la possibilità d’attecchimento del pino nero austriaco sul Carso. Verrà aperto al pubblico nel 1873.
L’esperimento venne affidato al ricercatore, farmacista e botanico Bartolomeo Biasoletto (1793-1858) che vi trasferirà anche alcune specie rare coltivate nel suo Orto Farmaceutico.
Già nel 1827, Bartolomeo Biasoletto (per molti anni proprietario della farmacia che ancora oggi porta il suo nome “Farmacia Biasoletto All’Orso nero”, in via Roma 16, teneva lezioni di botanica farmaceutica, e aveva creato un orto botanico nei pressi della piazza del Fieno, l’odierno Foro Ulpiano. Nel 1833 veniva dato alla stampa il primo catalogo del Biasoletto, intitolato “Semina in horto Botanico Tergestino”, con 605 piante, aumentate in seguito, con l’aggiunta di piante non locali, fino a raggiungere 2039 specie. Nonostante il continuo aumento delle spese di gestione, il Biasoletto mantenne quasi interamente a suo carico per un trentennio l’orto botanico; solo il Gremio dei Farmacisti gli aveva assegnato, a partire dal 1833, una sovvenzione annua.
Negli anni 1840-42 il Biasoletto seminò il pino nero per un rimboschimento della brulla collina di S. Luigi, tra via Pindemonte e via Bonomo, creando quello che venne chiamato il bosco dei pini.
Nel 1844, Muzio de Tommasini acquistò dalle monache benedettine parte del fondo dell’attuale Giardino Pubblico, col proposito di erigervi una chiesa, ma, nel 1854, per suo volere e nonostante le lamentele delle monache, destinò l’area a parco cittadino e fu lui a piantarne i primi alberi. Nel 1846, l’instancabile Tommasini si adoperò per l’apertura del Museo di Storia Naturale, dapprima privato, e poi, dal 1851 assunto dal Comune. Dopo il 1861, quello che allora veniva definito Giardino Botanico comincia ad am­pliarsi e a prendere forma grazie all’impianto e alla semina di un copioso numero di specie locali raccolte sulle Alpi Giulie, in Istria e in Dalmazia dal de’ Tommasini e dai suoi collaboratori. La botanica Elisa Braig (1803-1870), amica di Biasoletto e di Tommasini, lascia in eredità la sua raccolta di specie locali, che vanno ad incrementare l’Orto Botanico, che nel 1877, contava ben 254 piante diverse. Lo stesso anno viene dato alla stampa il primo catalogo per lo scambio di semi: «Delectus Seminum quae Hortus Botanicus Tergestini pro mutua communicatione offert», ad opera di Muzio de’ Tommasini e Raimondo Tominz. Nel 1878 viene eretto al Giardino Botanico, al centro del settore destinato alle piante officinali, un busto marmoreo in onore di Bartolomeo Biasoletto. L’epigrafe, dettata da Attilio Hortis, recita: “A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l’Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII”.

Quel Giardino Botanico, che nel 1903 diventerà l’attuale Civico Orto Botanico, sarà mantenuto dal Tommasini a proprie spese dal 1861 fino alla sua morte, avvenuta nel 1879. Il Comune gli farà erigere nel Giardino Pubblico un busto, opera dello scultore Donato Barcaglia. Con la scomparsa del Tommasini l’amministrazione dell’Orto Botanico passò alla Società Adriatica di Scienze Naturali sotto la responsabilità di Raimondo Tominz (1822-1906), ispettore alle Pubbliche Piantagioni. Nel 1880, nel Bollettino della società, il Tominz pubblicò lo studio “Le piante officinali e della flora del litorale austro-ungarico coltivate nell’Orto botanico farmaceutico triestino nell’anno 1881”, dove sono elencate 1.273 specie classificate come pianta annua, bienne, perenne e legnosa.
Nel 1903 l’Orto Botanico diventa pubblica Istituzione e viene annesso al Museo di Storia Naturale. Carlo de’ Marchesetti (1850-1926), direttore del Museo, allievo prediletto di Tommasini, assume la direzione anche dell’Orto Botanico. Sotto la sua direzione il Civico Orto Botanico (è questo il nome che assume da quel momento) raggiunge la massima espansione planimetrica (attuale) ed arricchito con una sezione di piante palustri, una di piante alpine ed una di specie per usi economici, medicinali ed industriali.
Dopo il pensionamento del Marchesetti, il Museo Civico di Storia Naturale e gli istituti annessi passano sotto la direzione dello zoologo Mario Stenta (1876 -1928), quindi dal 1923 al 1946, sotto quella dell’entomologo Giuseppe Müller (1880-1967), nativo di Zara, che nel 1932 progettò l’Acquario Marino, per il quale venne organizzata una spedizione ittiologica nel Mar Rosso, che procurò numerosi pesci corallini.
La morte di Carlo de Marchesetti riaprì il problema dell’Orto botanico, già postosi in occasione del pensionamento dello stesso, in quanto il nuovo direttore del Museo e il suo assistente erano due zoologi ai quali non si poteva richiedere una passione botanica. Durante questo periodo l’orto è affidato alle cure provvisorie del prof. Antonio Ivancich, mentre il Comune che da tempo trova eccessiva l’erogazione di 24.000 lire annue, considera la possibilità di consegnare l’orto all’Ufficio delle pubbliche piantagioni, rinunciando così al suo carattere scientifico.
Nel 1929 l’Orto viene affidato al naturalista, botanico ed entemologo Carlo Lona (1885-1971); alle collezioni preesistenti vengono aggiunte una sezione di piante medicinali ed una sezione di piante dell’ambiente roccioso. Nel 1948 alla direzione subentra lo zoologo ed entomologo Edoardo Gridelli (1895-1958) direttore del Museo Civico di Sto­ria Naturale.
Negli anni 1940-44 l’Orto Botanico ospitava due coccodrilli, in uno stagno ellittico, ed alcune scimmiette in gabbia.
Nel 1960 il Gridelli verrà sostituito da Renato Mezzena, che assume l’incarico sia di direttore del Museo Civico di Storia Naturale, sia quello dell’Orto Botanico.
Nel 1986 l’Orto viene chiuso al pubblico per insufficienza di risorse economiche.
Verrà riaperto al pubblico nel 2001.
Dal 1 febbraio 2012, è stato nominato direttore del Servizio Musei Scientifici del Comune di Trieste e del Civico Orto Botanico Nicola Bressi (naturalista e biologo della conservazione).


Bibliografia di riferimento :

F. Zubini, Chiadino e Rozzol, Trieste, 1997;
Trieste, Cent’anni di Storia – Vol.III, 1923-1930;
A. Sancin, Appunti cronologici dello sviluppo socio – economico e culturale di TRIESTE, 2013

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Trieste - Orto Botanico, via de Marchesetti 2 -
Ingresso da scala Scala San Luigi


Il giardino, molto istruttivo sulla flora del territorio, ospita più di mille specie di piante, da quelle provenienti dalle aree alpine alle varietà orticole locali: piante officinali, velenose, tessili, tintorie e alimentari, accanto a piante acquatiche e palustri. Offre i seguenti percorsi tematici:

“Florilegio di piante magiche”
“Giardino dei Semplici”
“Il Giardino Formale”
“Tinte d’erbe – Sezione piante Tintorie””
“L’orto dei veleni -Sentiero piante velenose”
“Percorso Geopleontologico”

Aperto dal 8 marzo al 15 novembre:
lunedì e mercoledì 9 – 17;
martedì, giovedì e venerdì 9 -13;
sabato e domenica 9 -14;
ingresso gratuito
Informazioni : ortobotanico@comune.trieste.it
Telefono / Fax: +39 040 360068 – Cell. 348 6393055
Come arrivarci :
Autobus: Trieste Trasporti: Linee 25, 26 ; 26/ festivo
A piedi: Fermata linee n. 6, 9, 35 in piazza Volontari Giuliani, percorso: Scala San Luigi – Campo San Luigi.



STORIA:
Quello che sarebbe divenuto l’attuale Orto Botanico venne istituito nel 1842, per volere dell’allora sindaco di Trieste Muzio de Tommasini, come centro di ricerca botanica per sperimentare la possibilità d’attecchimento del pino nero austriaco sul Carso. Verrà aperto al pubblico nel 1873.
L’esperimento venne affidato al ricercatore, farmacista e botanico Bartolomeo Biasoletto (1793-1858) che vi trasferirà anche alcune specie rare coltivate nel suo Orto Farmaceutico.
Già nel 1827, Bartolomeo Biasoletto (per molti anni proprietario della farmacia che ancora oggi porta il suo nome “Farmacia Biasoletto All’Orso nero”, in via Roma 16, teneva lezioni di botanica farmaceutica, e aveva creato un orto botanico nei pressi della piazza del Fieno, l’odierno Foro Ulpiano. Nel 1833 veniva dato alla stampa il primo catalogo del Biasoletto, intitolato “Semina in horto Botanico Tergestino”, con 605 piante, aumentate in seguito, con l’aggiunta di piante non locali, fino a raggiungere 2039 specie. Nonostante il continuo aumento delle spese di gestione, il Biasoletto mantenne quasi interamente a suo carico per un trentennio l’orto botanico; solo il Gremio dei Farmacisti gli aveva assegnato, a partire dal 1833, una sovvenzione annua.
Negli anni 1840-42 il Biasoletto seminò il pino nero per un rimboschimento della brulla collina di S. Luigi, tra via Pindemonte e via Bonomo, creando quello che venne chiamato il bosco dei pini.
Nel 1844, Muzio de Tommasini acquistò dalle monache benedettine parte del fondo dell’attuale Giardino Pubblico, col proposito di erigervi una chiesa, ma, nel 1854, per suo volere e nonostante le lamentele delle monache, destinò l’area a parco cittadino e fu lui a piantarne i primi alberi. Nel 1846, l’instancabile Tommasini si adoperò per l’apertura del Museo di Storia Naturale, dapprima privato, e poi, dal 1851 assunto dal Comune. Dopo il 1861, quello che allora veniva definito Giardino Botanico comincia ad am­pliarsi e a prendere forma grazie all’impianto e alla semina di un copioso numero di specie locali raccolte sulle Alpi Giulie, in Istria e in Dalmazia dal de’ Tommasini e dai suoi collaboratori. La botanica Elisa Braig (1803-1870), amica di Biasoletto e di Tommasini, lascia in eredità la sua raccolta di specie locali, che vanno ad incrementare l’Orto Botanico, che nel 1877, contava ben 254 piante diverse. Lo stesso anno viene dato alla stampa il primo catalogo per lo scambio di semi: «Delectus Seminum quae Hortus Botanicus Tergestini pro mutua communicatione offert», ad opera di Muzio de’ Tommasini e Raimondo Tominz. Nel 1878 viene eretto al Giardino Botanico, al centro del settore destinato alle piante officinali, un busto marmoreo in onore di Bartolomeo Biasoletto. L’epigrafe, dettata da Attilio Hortis, recita: “A Bartolomeo Biasoletto dignanese, botanico insigne, di questo già sterile poggio, ravvivatore, Trieste e l’Istria, riconoscenti MDCCCLXXVIII”.

Quel Giardino Botanico, che nel 1903 diventerà l’attuale Civico Orto Botanico, sarà mantenuto dal Tommasini a proprie spese dal 1861 fino alla sua morte, avvenuta nel 1879. Il Comune gli farà erigere nel Giardino Pubblico un busto, opera dello scultore Donato Barcaglia. Con la scomparsa del Tommasini l’amministrazione dell’Orto Botanico passò alla Società Adriatica di Scienze Naturali sotto la responsabilità di Raimondo Tominz (1822-1906), ispettore alle Pubbliche Piantagioni. Nel 1880, nel Bollettino della società, il Tominz pubblicò lo studio “Le piante officinali e della flora del litorale austro-ungarico coltivate nell’Orto botanico farmaceutico triestino nell’anno 1881”, dove sono elencate 1.273 specie classificate come pianta annua, bienne, perenne e legnosa.
Nel 1903 l’Orto Botanico diventa pubblica Istituzione e viene annesso al Museo di Storia Naturale. Carlo de’ Marchesetti (1850-1926), direttore del Museo, allievo prediletto di Tommasini, assume la direzione anche dell’Orto Botanico. Sotto la sua direzione il Civico Orto Botanico (è questo il nome che assume da quel momento) raggiunge la massima espansione planimetrica (attuale) ed arricchito con una sezione di piante palustri, una di piante alpine ed una di specie per usi economici, medicinali ed industriali.
Dopo il pensionamento del Marchesetti, il Museo Civico di Storia Naturale e gli istituti annessi passano sotto la direzione dello zoologo Mario Stenta (1876 -1928), quindi dal 1923 al 1946, sotto quella dell’entomologo Giuseppe Müller (1880-1967), nativo di Zara, che nel 1932 progettò l’Acquario Marino, per il quale venne organizzata una spedizione ittiologica nel Mar Rosso, che procurò numerosi pesci corallini.
La morte di Carlo de Marchesetti riaprì il problema dell’Orto botanico, già postosi in occasione del pensionamento dello stesso, in quanto il nuovo direttore del Museo e il suo assistente erano due zoologi ai quali non si poteva richiedere una passione botanica. Durante questo periodo l’orto è affidato alle cure provvisorie del prof. Antonio Ivancich, mentre il Comune che da tempo trova eccessiva l’erogazione di 24.000 lire annue, considera la possibilità di consegnare l’orto all’Ufficio delle pubbliche piantagioni, rinunciando così al suo carattere scientifico.
Nel 1929 l’Orto viene affidato al naturalista, botanico ed entemologo Carlo Lona (1885-1971); alle collezioni preesistenti vengono aggiunte una sezione di piante medicinali ed una sezione di piante dell’ambiente roccioso. Nel 1948 alla direzione subentra lo zoologo ed entomologo Edoardo Gridelli (1895-1958) direttore del Museo Civico di Sto­ria Naturale.
Negli anni 1940-44 l’Orto Botanico ospitava due coccodrilli, in uno stagno ellittico, ed alcune scimmiette in gabbia.
Nel 1960 il Gridelli verrà sostituito da Renato Mezzena, che assume l’incarico sia di direttore del Museo Civico di Storia Naturale, sia quello dell’Orto Botanico.
Nel 1986 l’Orto viene chiuso al pubblico per insufficienza di risorse economiche.
Verrà riaperto al pubblico nel 2001.
Dal 1 febbraio 2012, è stato nominato direttore del Servizio Musei Scientifici del Comune di Trieste e del Civico Orto Botanico Nicola Bressi (naturalista e biologo della conservazione).


Bibliografia di riferimento :

F. Zubini, Chiadino e Rozzol, Trieste, 1997;
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Trieste : Castello di Miramare da una cartolina postale di fine Ottocento

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Trieste - Castello di Miramare, da una cartolina postale di fine Ottocento

Ferdinando Massimiliano, arciduca d’Austria e fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, scelse il promontorio sul quale si sviluppa il Castello e il parco di Miramare per la realizzazione della sua prestigiosa dimora triestina. Ne seguirà la progettazione architettonica e ambientale in ogni minimo dettaglio. 

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Ferdinando Massimiliano, arciduca d’Austria e fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, scelse il promontorio sul quale si sviluppa il Castello e il parco di Miramare per la realizzazione della sua prestigiosa dimora triestina. Ne seguirà la progettazione architettonica e ambientale in ogni minimo dettaglio. 

 

 

 

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Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione

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Trieste: Piazza Sant'Antonio. La Chiesa della Santissima
Trinità e di San Spiridione
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Sant’Antonio. La Chiesa della Santissima Trinità e di San Spiridione.
(particolari).
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Trieste 2017 : VI edizione del Trofeo Internazionale di Canoa Polo Ponterosso

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 Canal Grande: Trofeo Internazionale di Canoa Polo Ponterosso, 2017

La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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 Canal Grande: Trofeo Internazionale di Canoa Polo Ponterosso, 2017

La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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Trieste 2017 : VI edizione del Trofeo Internazionale di Canoa Polo Ponterosso

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 Canal Grande: Trofeo Internazionale di Canoa Polo Ponterosso, 2017

La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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La canoa polo è uno sport che si ispira alla pallanuoto, dove due squadre composte da 5 giocatori in kayak competono in un uno specchio d’acqua lungo da 28 a 35 metri e largo da 18 a 23. La porta si trova a due metri d’altezza dal livello dell’acqua, difesa dal portiere che usa la pagaia per parare i tiri.
Il gioco è monitorato da due arbitri, uno su ciascun lato lungo del campo, muniti di cartellini verdi, gialli o rossi, per sanzionare gli eventuali falli. Vengono effettuate rimesse laterali e tiri di rigore. Vince la squadra che segna più gol nell’arco dei 20 minuti, suddivisi in 2 tempi di 10 minuti ciascuno.

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Trieste : Stazione Centrale

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 Stazione Centrale di Trieste, 2017 
Foto Elena Duifje Colombetta

La linea ferroviaria, progettata dall’ingegner Carlo Ghega, come capolinea della linea Trieste–Vienna, venne inaugurata il 27 luglio 1857 alla presenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe. L’impianto ferroviario, inizialmente di proprietà dalle Ferrovie di Stato meridionali austriache (Südlichen Staatsbahn), nel 1858 passò alla società ferroviaria privata Südbahn.
Nei suoi primi anni di vita la stazione era un modesto fabbricato poco adatto ai crescenti traffici mercantili e commerciali di una Trieste in costante espansione. Si decise così di sostituire l’originale costruzione, che si trovava 10 metri più in alto del porto, deviando gli ultimi due chilometri della linea su di un nuovo percorso, e abbassando il piano al livello portuale. Un nuovo, elegante edificio in stile neo-rinascimentale venne progettato dall’architetto Wilhelm von Flattich (Stoccarda, 1826 – Vienna, 1900), artefice anche della Südbahnhof di Vienna, della stazione di Bolzano e del Südbahnhotel di Dobbiaco.
L’opera triestina vide l’interramento di un grande tratto di mare e la demolizione di alcuni edifici, che di fatto modificarono l’assetto urbanistico di quell’area urbana.
La Stazione di Trieste prevedeva un monumentale atrio, che venne denominato Sala Reale. L’inaugurazione del nuovo edificio avvenne il 19 giugno 1878.
Nel 1887, le Ferrovie di Stato austriache, aprirono una linea ferroviaria che dal nuovo porto triestino giungeva alla stazione di Erpelle-Cosina sulla ferrovia Istriana, dotando quindi la città di una seconda stazione, denominata di Sant’Andrea. Le due stazioni vennero raccordate dalla linea delle Rive.
Dopo la Prima guerra mondiale ed il trattato di Saint Germain, la stazione passò in gestione alle Ferrovie dello Stato (FS).
La stazione è dotata di otto binari tronchi adibiti al servizio passeggeri, serviti da quattro banchine, da binari usati come deposito dei treni non in servizio, una rimessa locomotive e di officine. Il fabbricato viaggiatori ospita la sede Polfer e gli uffici di Trenitalia. Nella struttura coperta si trovano un supermercato, alcuni esercizi commerciali, e una nuova sala destinata ai passeggeri Eurostar.

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Trieste : Chiesa di San Spiridione Taumaturgo

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La nuova chiesa di S. Spiridione sorge nello stesso luogo dell’antico ed omonimo tempio settecentesco costruito dalla “nazione greca” – allora comprendente anche gli “illirici” – che dovette essere demolito nel 1861.
La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortodossa)

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La Comunità, desiderando edificare un tempio particolarmente importante, bandì un pubblico concorso già nel settembre del 1858, al quale furono invitati i più rinomati architetti di Vienna, Venezia, Milano, Monaco di Baviera, Roma, Firenze e Pietrogrado, che dovevano presentare i propri progetti entro e non oltre il 31 marzo 1859, come riportato dall’“Osservatore triestino”. La scelta del progetto venne affidata all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Stranamente, le risposte al concorso non furono molte. Dei sette progetti presentati, l’Archivio della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa conserva sei disegni, due dei quali firmati, uno da Angelo Colla e l’altro da Carlo Ruffini, ambedue presentatisi con sigle o scritte in greco e di altri tre, ugualmente interessanti, conosciamo soltanto i motti: «Firenze», «Il solo pensiero» e «Dio sia lodato».
L’Accademia delle Belle Arti di Venezia prescelse quale miglior progetto quello contraddistinto dalla sigla «A-Ω», scelta confermata in una sessione del Consiglio della Comunità tenutasi dal 30 settembre al 12 ottobre 1859. Quando le buste del concorso furono aperte si conobbe il nome del vincitore: Carlo Maciachini (Induno, 1818 – Varese, 1899), l’architetto di Milano, allievo dell’Accademia di Brera, sostenitore degli “stili storici” e progettista di edifici che rievocano modelli romanico-gotici.
Poiché la Patente imperiale del 1751 aveva permesso ai culti non cattolici di erigere “oratori”, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero», la comunità dovette rivolgersi alle autorità per richiedere l’abolizione di tali limiti. La vecchia chiesa di San Spiridione «non prospettava sulle pubbliche vie» ed era costruita «internamente al fondo e racchiusa con muro recinto». Invece, secondo il nuovo progetto, la facciata principale dava sulla pubblica via di San Spiridione, con ingresso immediato dalla strada. Rivoltisi al podestà Tommasini, che a sua volta interpellò l’Imperial Regia Luogotenenza sostenendo le ragioni dei serbi, essi ottennero immediatamente la risposta positiva. Il preventivo dei lavori (esclusi i mosaici terminati soltanto nel 1884) fu di 279.650,116 fiorini.
Il sacro edificio venne costruito sotto la direzione dell’ingegnere triestino Pietro Palese, mentre la parte decorativa fu eseguita dal milanese Antonio Caremmi. L’interno della chiesa è riccamente dipinto con affreschi su fondo d’oro, eseguiti da Giuseppe Bertini.
Il tempio rivela il desiderio del suo costruttore di erigere un edificio ispirato all’architettura bizantina. L’impianto, a croce greca sovrastata da una grande cupola sostenuta da quattro pennacchi, crea l’impressione di un edificio ad aula centrale. Quattro cupolette angolari, come se fossero campanili, costituiscono una soluzione originale, mentre la facciata principale ricorda il romanico italiano. La costruzione di San Spiridione manifesta l’intenzione del suo progettista di tornare indietro nei secoli e al contempo la volontà dei committenti di avere un tempio quanto più maestoso e monumentale possibile, simbolo e immagine della loro forza economica.
Tutta la parte esterna del tempio è rivestita di pietre delle cave di Santa Croce nel Carso e di Brioni in Istria. Anche i mosaici e gli affreschi dell’interno mettono in primo piano il senso della monumentalità e il desiderio di magnificenza: tutto è rappresentato a grandi formati e l’oro delle superfici musive è ripreso sui dipinti. Ovviamente i due artisti, Maciachini e Bertini, avevano in mente le splendide realizzazioni della Basilica di San Marco a Venezia e delle chiese ravennati. Per motivi economici, però, dovettero limitare l’uso dei mosaici solo sulle facciate esterne, mentre all’interno cercarono soltanto di trasmettere questo effetto, grazie agli affreschi che utilizzano la stessa tecnica. Sopra l’ingresso principale, nel mosaico su fondo oro, è raffigurato San Spiridione, titolare della chiesa, mentre nella lunetta e nelle nicchie sopra l’ingresso settentrionale, troviamo l’Arcangelo Michele e i Santi Atanasio e Gregorio.
Il tempio di San Spiridione, alto 40 metri, lungo 38 e largo 31, può accogliere fino a 1600 fedeli.La chiesa, che oggi domina la zona del Canale, fu completata in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869. A benedire il nuovo tempio della comunità “illirica” che in quegli anni contava più di cinquecento correligionari, fu invitato il patriarca Samuilo Maširević. Questi però, occupato dai lavori del grande concilio della Chiesa autocefala serba, mandò in sua vece l’archimandrita German Andjelić, che venti anni prima aveva trascorso un certo periodo a Trieste come diacono della vecchia chiesa di San Spiridione.
Dopo vent’anni, il 24 dicembre 1885, il sacro edificio fu finalmente completato. Era la vigilia del Natale cattolico, che corrispondeva, secondo il calendario giuliano, all’11 dello stesso mese, cioè al giorno consacrato alla festa del patrono della chiesa, San Spiridione. In quell’occasione si celebrò una solenne liturgia, come riportato dai giornali locali.
L’interno del tempio è decorato con pregevoli pitture su fondo in olio. Sopra la Sacra Mensa e l’altare c’è una grande immagine di Cristo sul trono con i dodici apostoli. Sulla parte destra del tempio è rappresentata l’Assunzione della Vergine; sulla sinistra è raffigurato il primo Concilio ecumenico di Nicea tenutosi nel 325. Vi si possono scorgere i santi padri sotto la simbolica presidenza di San Spiridione, patrono del tempio. Sulla parte occidentale della chiesa è raffigurato il sarcofago del patrono, che si trova nell’isola di Corfù, dove ancor oggi si conservano le sue reliquie.L’iconostasi che divide il presbiterio dal resto della chiesa è elaborata in massiccio intaglio in muratura di linea sobria, arricchito da bellissima ornamentazione. Nella prima fila in basso, fra le «porte regali» si trovano quattro grandi icone di eccezionale valore e grande pregio artistico: esse raffigurano la Santa Vergine, Gesù Cristo, San Spiridione Taumaturgo e l’Annunciazione. Queste icone sono ricoperte in argento e oro con pietre preziose. Originariamente si sarebbero trovate già nel vecchio tempio preesistente. La fila superiore dell’iconostasi porta le raffigurazioni iconografiche dei santi serbi: S. Simeone Mirotočivi, S. Sava, S. Stefano Prvovenčani e lo zar Urosh. Nella terza fila in alto si possono ammirare le immagini del battesimo di Cristo, della sua crocifissione e resurrezione.
Alla base dell’altare un bassorilievo in argento massiccio raffigura l’Ultima cena, d’ispirazione leonardesca.; sovrasta la Sacra Mensa una magnifica croce in oro, argento, pietre dure e gemme preziose, alta due metri. Tutto l’interno del presbiterio è ornato da pregevoli lavori di accurati iconografi e artisti. All’interno del tempio, al di qua dell’iconostasi, sono di particolare risalto il grande candelabro centrale a tre piani in argento nonché la grande lampada votiva, pure in argento, donata dal granduca russo – più tardi divenuto zar – Paolo Petrovich Romanov, durante la sua visita a Trieste nel gennaio del 1782. Altre donazioni hanno arricchito il «tesoro» del tempio, in parte depredato in seguito agli eventi bellici del Secondo conflitto mondiale: la contessa russa Julia Samojlova aveva donato alla chiesa serba un Vangelo rivestito in oro e preziosi paramenti sacerdotali che sono spariti assieme ad altri oggetti di grande valore. (Comunità Serbo-Ortosossa)

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