Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.

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Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazzale Europa 1. Università degli Studi di Trieste.
– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.
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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.
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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.
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– E’ un’università statale italiana. Fu fondata nel 1924, come Regia Università degli Studi Economici e Commerciali, sulle fondamenta della preesistente Scuola Superiore di Commercio, Fondazione Revoltella, istituita per donazione privata, nel 1877, quando ancora Trieste era in Austria-Ungheria, in conformità alle volontà testamentarie del barone Pasquale Revoltella. L’aspirazione a fare di Trieste sede universitaria, negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, fu al centro di acute tensioni fra la componente italiana della città e le autorità austriache, che rifiutarono ripetutamente di darvi seguito. Dopo l’annessione di Trieste all’Italia, la Scuola Superiore venne parificata, nel 1919, agli altri istituti superiori di commercio esistenti per divenire quindi Università, con regio decreto dell’8 agosto 1924. Nel 1938, con l’istituzione della facoltà di Giurisprudenza, andata ad affiancare quella di Economia e Commercio, l’Ateneo assurge a Studium Generale, assumendo la denominazione di Regia Università degli Studi.
Nello stesso anno, dopo la solenne posa della prima pietra, avvenuta alla presenza del capo del governo, inizia la costruzione della sede centrale dell’Ateneo in posizione dominante sul colle di Scoglietto, realizzata dalla impresa di costruzioni Ulisse Igliori di Roma, su progetto degli architetti Raffaello Fagnoni e Umberto Nordio. Gli eventi bellici e le vicende del dopoguerra, con l’incerto destino della città, rallentarono, pur senza comprometterlo del tutto, lo sviluppo dell’Ateneo. La facoltà di Ingegneria, istituita con legge 8 agosto 1942, n. 1135, limitatamente alla sezione navale, poté essere organizzata su più corsi di laurea solo nell’immediato dopoguerra; nello stesso periodo, un ordine del 22 luglio 1946 del Governo Militare Alleato, che allora amministrava la città, istituiva la facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, mentre un precedente provvedimento, di data 8 novembre 1945, aveva formalizzato la nascita della facoltà di Lettere e Filosofia, già deliberata nel settembre 1943, con autonoma determinazione del corpo accademico. Sempre sotto l’amministrazione militare anglo-americana, il 3 novembre 1950, veniva portato a termine, e inaugurato, l’edificio centrale di colle Scoglietto, ove si insediavano le facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Il ritorno a Trieste dell’amministrazione italiana, celebrato dall’Università con il conferimento della laurea honoris causa in Economia e Commercio al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, il 4 novembre 1954, consentì l’avvio e la realizzazione di nuove consistenti opere edilizie attorno al corpo centrale dell’Università e l’istituzione di nuove facoltà (Farmacia, Magistero, Medicina e Chirurgia, e più tardi Scienze Politiche). Ulteriore ampliamento derivò all’Ateneo dal d.P.R. 6 marzo 1978, n. 102, che parificava alle altre facoltà la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Da ultimo, infine, venivano istituite le facoltà di Psicologia, nel 1997, e di Architettura, nel novembre 1998.
– Il Sistema Museale dell’Ateneo di Trieste (smaTs) è una rete in costruzione intorno a un nucleo costituito da realtà note a livello nazionale e internazionale e già incluse nei siti museali censiti dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (C.R.U.I.): il Museo di Mineralogia e Petrografia, il Museo Biologico e Orto Botanico (con annessa Serra del caffè, la più importante in Europa per numero di varietà di Arabica coltivate) e il Fondo librario “Marcello Finzi” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e Traduzione. Da un’indagine avviata nel 2004, risulta peraltro che nella metà circa dei dipartimenti dell’Ateneo sono presenti beni singoli e collezioni di interesse storico, eterogenei, sebbene riconducibili a due tipologie principali: quelle direttamente legate alle attività di ricerca e di didattica svolte nei singoli dipartimenti – reperti, strumentazioni, impianti, libri, ecc. – e quelle estranee ad esse, come quadri e mobili, a cui si aggiungono i non pochi edifici e ambienti di valore storico. Nel caso dei quadri, una quarantina di opere – anche di artisti di fama internazionale, quali Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella, Nino Perizi, Ottone Rosai, Leonor Fini – fu acquisita a seguito dell'”Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea”, promossa nel 1953 dall’Ateneo, in collaborazione con la Soprintendenza: un’operazione innovativa per l’epoca, rivalutata attraverso studi sistematici e la recente mostra, “1953. L’Italia era già qui”, realizzata presso il Civico Museo Revoltella di Trieste, nel 2008. Dal 2010, a seguito di vincolo collezionistico apposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la collezione ha trovato definitiva, unitaria collocazione nelle sale del Rettorato. Da aggiungere, ancora, che il Sistema Museale dell’Ateneo opera in sinergia con istituzioni esterne nell’ambito della museologia e della divulgazione: con la sede di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, dedicata alla storia dell’esplorazione, in particolare italiana; con il Museo Sveviano del Comune di Trieste, che ospita il Museo Joyce, i cui materiali di proprietà dell’Ateneo documentano il periodo trascorso da James Joyce a Trieste; con l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Trieste, con la quale l’Università condivide materiali che costituiranno il Museo delle Scienze Sanitarie.
– All’Università è stata assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile «Per il comportamento coraggioso tenuto dal Rettore, dal Corpo Docente, dagli studenti e dai dipendenti dell’Ateneo che, riaffermando il rispetto delle dignità e delle libertà accademiche, sopportavano fieramente in circostanze difficili e rischiose le tristi conseguenze dell’ultimo conflitto bellico, mantenendo sempre alti, nel segno del tricolore costantemente issato sui propri edifici, il nome e il prestigio della Patria. 1943-1954.» (Fonte Wikipedia)
Sui due avancorpi dell’edificio spiccano due bassorilievi allegorici dell’artista toscano Mario Moschi. All’arricchimento dell’Università hanno collaborato con loro opere anche gli scultori triestini Marcello Mascherini con la statua della Minerva posta sulla balconata dell’ala sinistra) e Ugo Carrà con i mosaici all’interno dell’edificio.
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Trieste – Chiesetta di Santa Maria in Siaris

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Trieste - Chiesetta di Santa Maria in Siaris

Uno dei più antichi edifici sacri del territorio, sul ciglione scosceso della Val Rosandra.
Le origini sconosciute ci riportano la leggenda di Carlo Magno e dei suoi resti mortali, che riposti all’interno di una grotta vicina, attendono il Giudizio Universale. La chiesetta esiste almeno dal XIV sec., poiché lo statuto trecentesco della confraternita dei «Battuti» la ricorda assieme a S. Maria di Grignano: il confratello che «bestemmiasse o pronunciasse parole disoneste debba andar a S. Maria de Siaris discalzo». Probabilmente eretta nel XIII secolo, di struttura rettangolare, con abside, portico e un piccolo campanile a vela, nel corso dei secoli è stata restaurata molte volte. Restauri che ben poco hanno conservato dell’originaria costruzione, tanto che attualmente si presenta ad unica navata con abside semicircolare all’interno, e rettangolare all’esterno. La facciata presenta un portale e due finestre rettangolari – sull’architrave della porta sono incisi i monogrammi di Gesù e di Maria e la data 1647: “16 IHS MRA 47”. La sommità è coronata da un campaniletto a vela.
E’ meta di pellegrinaggi fin dal 1367.

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Trieste - Chiesetta di Santa Maria in Siaris

 

Uno dei più antichi edifici sacri del territorio, sul ciglione scosceso della Val Rosandra.
Le origini sconosciute ci riportano la leggenda di Carlo Magno e dei suoi resti mortali, che riposti all’interno di una grotta vicina, attendono il Giudizio Universale. La chiesetta esiste almeno dal XIV sec., poiché lo statuto trecentesco della confraternita dei «Battuti» la ricorda assieme a S. Maria di Grignano: il confratello che «bestemmiasse o pronunciasse parole disoneste debba andar a S. Maria de Siaris discalzo». Probabilmente eretta nel XIII secolo, di struttura rettangolare, con abside, portico e un piccolo campanile a vela, nel corso dei secoli è stata restaurata molte volte. Restauri che ben poco hanno conservato dell’originaria costruzione, tanto che attualmente si presenta ad unica navata con abside semicircolare all’interno, e rettangolare all’esterno. La facciata presenta un portale e due finestre rettangolari – sull’architrave della porta sono incisi i monogrammi di Gesù e di Maria e la data 1647: “16 IHS MRA 47”. La sommità è coronata da un campaniletto a vela.
E’ meta di pellegrinaggi fin dal 1367.

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Trieste : Chiesa di Santa Maria Maggiore

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Trieste: Santuario di Santa Maria Maggiore

La chiesa di Santa Maria Maggiore, chiamata popolarmente “dei Gesuiti” per ricordarne l‘origine, si trova nella città vecchia di Trieste, in via del Collegio — visibile e facilmente raggiungibile dall’ampia gradinata che parte da via del Teatro Romano. Tra le maggiori chiese di Trieste, il santuario rappresenta il più importante edificio del periodo barocco triestino.

La sua costruzione si deve ai padri gesuiti Giuseppe Mezler (tedesco boemo) e Gregorio Salateo (goriziano), che giunti a Trieste nel 1619, si adoperarono per stabilirvi l’Ordine della Compagnia di Gesù. Venne loro concesso l’uso della chiesa di S. Silvestro e l’esenzione del dazio. Grazie al sostegno del governo imperiale e di generose oblazioni, nel 1620 si prese in considerazione l’apertura di un Collegio scolastico, rivolto alla formazione della gioventù.
Un antico documento perduto, risalente al 1624, avrebbe fatto riferimento ad una donazione di 53.000 fiorini da parte del principe Giovanni Uldarico da Eggenberg, duca di Crumlau, destinata alla costruzione del Collegio e di un nuovo luogo di culto da erigersi sui terreni adiacenti la chiesa di S. Silvestro. Trieste allora contava poche migliaia di abitanti, ma essendo la città in rapida espansione si ritenne opportuna la costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine Maria, costruzione che iniziò simbolicamente con la posa della prima pietra, solennemente posta dal vescovo Rinaldo Scarlicchio il 10 ottobre 1627. Dai pochi documenti esistenti non è stato possibile risalire con certezza agli autori della progettazione: viene citato quale prafectus fabricae (soprintendente, capocantiere), il gesuita modenese Giacomo Briani (1589-1649), ma non sappiamo se furono suoi anche i progetti.
Nonostante i lavori di costruzione si fossero protratti per decenni, quando venne consacrata dal vescovo Giacomo Ferdinando Gorizutti, l’11 ottobre 1682, la chiesa era ancora incompleta: la cupola e il tetto erano di legno, alcuni altari provvisori — mancavano la facciata e le decorazioni scultoree. Il mese successivo la consacrazione, precisamente il 20 novembre, un incendio causato da un torchio d’olio nel vicino Collegio dei Gesuiti, ne distrusse la cupola e parte del tetto. La Cupola verrà ricostruita soltanto nel 1817, e completamente diversa rispetto al progetto originario — sui pennacchi degli archi, il pittore Giuseppe Bernardino Bison vi dipingerà a tempera la raffigurazione dei quattro Evangelisti. Prima dello sventramento della Cittavecchia e la costruzione nel 1956 della nuova scalinata di accesso, la chiesa si trovava all’interno di un nucleo urbano densamente abitato. Sgombrata dalle case che le stavano di fronte, avrebbe mostrato la sua imponente facciata.

La facciata
Costruita dopo il 1690, seppur senza certezze, la facciata viene attribuita al padre gesuita Andrea Pozzo (1642-1709), pittore e architetto, a cui è ascrivibile anche il progetto del duomo di Lubiana. Sopra la porta centrale spicca un fregio con le lettere MRA (Maria Regina degli Angeli), contornata da due fasci di paraste triplici: sopra la porta, nella grata a mezzaluna in ferro battuto, si vede un piccolo martello gesuitico.
La facciata è tripartita da gruppi di lesene sormontate da capitelli di ordine ionico che sostengono un pesante cornicione che segna la linea di ripartizione orizzontale. Gli spazi compresi fra pilastri isolati e l’alto zoccolo, concedono ampio respiro alla vista dell’osservatore. Nella parte alta, si trovano pilastrini affiancati da finestrelle di forma circolare. Corona la facciata un timpano rientrante nella parte superiore. Sebbene il sagrato risulti di dimensioni contenute, ben si armonizza con la facciata.


L’interno della Chiesa

L’interno della chiesa, che presenta una pianta a croce latina, è diviso in tre navate da due file di pilastri binari d’ordine composito a sostegno delle volte a botte. La dilatazione del vano centrale e la compressione del transetto, con il minor sviluppo delle navate laterali, tipico dell’architettura gesuitica, danno l’idea di chiesa a navata unica. Una strategia liturgica, dove la convergenza dei fedeli in preghiera verso l’altare maggiore segue il modello della basilica di S. Pietro, già in uso nelle basiliche paleocristiane. La cupola ottagonale emisferica, posta all’incrocio della navata centrale e del transetto, come già accennato, venne realizzata nel 1816-1817 da Giovanni Righetti, modificandone il progetto iniziale.


La navata sinistra

 

Fonte battesimale
Nella prima campata si trova la Cappella del fonte battesimale, in marmo policromo, del XVIII-XIX secolo, su cui svetta la statuetta di Giovanni Battista; la vasca poggia su di un basamento poligonale ed è decorata da tre cherubini a tutto tondo. Il tabernacolo presenta tre portelle in ottone con raffigurazioni dell’Agnello mistico. La volta del soffitto, a crociera, è affrescata con scene del Nuovo Testamento (Gesù e S. Giovannino, S. Giovanni Battista, Battesimo di Gesù, Cristo in preghiera), eseguite nella prima metà del XIX secolo.
 
Altare dell’Angelo custode
Nella seconda campata s’incontra l’Altare dell’Angelo Custode (o dell’arcangelo Raffaele). Eretto verso il 1715, venne donato alla chiesa dalla famiglia triestina de Calò. Derivato da modelli veneti e dal barocchetto austriaco, presenta colonne di marmo mischio e due statue: San Giovanni Nepomuceno e Sant’Antonio con il Bambino Gesù, forse di scuola veneta. La pala d’altare, riconducile ai modi di Palma il Giovane,  rappresenta l’Angelo e Tobiolo.
 
In una nicchia vicina all’altare dell’Angelo Custode è stata realizzata nel 1926 la grotta della Madonna di Lourdes.
 
Due lapidi bronzee ricordano i caduti della seconda guerra mondiale.
 
Altare dedicato a Sant’Ignazio di Loyola
Nel transetto sinistro si trova l’altare dedicato a Sant’Ignazio di Loyola (m. 11 x 5,85 ca.), fatto erigere dalla famiglia Conti nel 1689. L’altare è decorato da specchiature di marmo mischio e doppie colonne, tra le quali sono inserite due statue di Angeli (arte veneta del XVII-XVIII secolo). Sopra la pala un angelo regge un globo dorato con monogramma IHS. Più in alto la simbolica figura della Fede entro festoni (attribuita ad Alvise Tagliapietra), circondata da putti e angeli. Sopra a tutto svetta un angelo che sorregge un velo con la scritta: Omnia ad maiorem Dei gloriam. La pala con l’Apparizione di Cristo a Sant’Ignazio è attribuita alla scuola di Giovanni Barbieri detto il Guercino (1591-1666) o forse a un pittore di area emiliana della seconda metà del XVII secolo.
 
Pulpito
Il pulpito venne costruito nel 1742. Si articola in specchiature concave e convesse decorate al centro da un motivo stemmato a volute di marmo bianco. Sono sorrette da una pigna a volute.
Il baldacchino è a forma poligonale curvilinea a linee spezzate in legno, sopra di esso sei volute sostengono la figura di un Angelo con monogramma IHS. Nel cielo azzurro del baldacchino la Colomba dello Spirito Santo con raggiera dorata.
 
Sagrestia
Nell’ampia sagrestia si trovano tre grandi armadi in legno di noce, risalenti al 1720 circa, due di questi presentano vari intarsi raffiguranti motivi geometrici, busti di santi gesuiti, vasi stilizzati e la Crocifissione fra San Giovanni e la Vergine Maria.
 
Cappella Feriale
Da un ingresso posto all’interno della Sagrestia si accede alla Cappella Feriale, realizzata nel 1983. Sulla parete di sinistra spiccano quattro vetrate policrome, realizzate dalla ditta Polli, che rappresentano i quattro momenti del Vangelo in cui è citata la presenza della Vergine Maria.
 
Cappella del Crocefisso
A sinistra dell’altare maggiore si trova l’altare dedicato al Crocefisso. Costruito fra il 1692 e il 1720 in marmo mischio, presenta colonne lisce e tortili in marmo nero. Sulla parte superiore dell’altare statue di Angeli, di cui quello al centro reca la Sacra Sindone, mentre al sommo lo stemma del donatore, vescovo Giovanni Francesco Müller. La cassa a sarcofago presenta uno zoccolo decorato. Al centro dell’altare è posta una nicchia con un crocefisso che sostituisce l’originale in avorio, dono del vescovo Müller, trafugato dalla chiesa nel 1983. Sopra la nicchia è posto un cartiglio con la scritta “Altare privilegiato della buona morte”. La portella del tabernacolo raffigura Cristo Crocefisso tra la Vergine e San Giovanni. Dietro al tabernacolo vi è un bassorilievo con le Anime del Purgatorio. La decorazione del soffitto a crociera risale al 1840-1850; sulle quattro vele sono dipinti angioletti recanti i simboli della Passione. Sul lato sinistro della cappella vi è la tela di Cristo nel sepolcro, opera del 1894 di Carlo Wostry.

 
Altare maggiore
L’altare maggiore, posto in mezzo all’arcone nel 1838, è dedicato all’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Realizzato fra il 1672 e il 1715-17, presenta il tabernacolo con volute sormontato dal ciborio sulla cui cupoletta poggia una statuetta di Cristo risorto. Ai lati del ciborio quattro statue di Santi gesuiti (S. Ignazio di Loyola, S. Francesco Saverio, S. Luigi Gonzaga e S. Francesco Borgia), e due Angeli in preghiera, probabile opera di scultura veneta fra XVII e XVIII secolo. L’attuale abside (che sostituisce la precedente rettangolare affrescata dal gesuita Antonio Werles nel 1753), presenta un grande affresco a tempera del 1840 con l’Apoteosi dell’Immacolata del pittore Sebastiano Santi (1789-1866).
 

La navata destra
 
 
 
Cappella della Madonna della Salute
La cappella a destra dell’altare maggiore è dedicata alla Madonna della Salute. L’altare, dono nel 1693 del vescovo Giovanni Francesco Müller, presenta il sarcofago e le colonne lisce e tortili in marmo nero, trabeazione a fronte spezzata, statue di angeli e fastigio con lo stemma del vescovo Müller. Il quadro della Vergine, dono nel 1841 di Domenico Rossetti, è attribuito a Giovanni Battista Salvi (1605-1685) detto il Sassoferrato o riconducibile alla sua scuola. La ricorrenza della Madonna della Salute trova la sua origine nell’epidemia di colera del 1849 e all’intercessione della Vergine. Il 21 novembre 1849, dopo una messa di ringraziamento presieduta dal vescovo Bartolomeo Legat, si tenne un’imponente processione. Questa riconoscenza si rinnova ogni anno il 21 novembre.
La Cappella della Madonna dei Fiori
Sotto il muraglione del Collegio gesuitico, all’ingresso del palazzo dell’INAIL, in via del Teatro Romano, dal 1957 è stata collocata per volere del vescovo Antonio Santin, la statua miracolosa della Madonna dei Fiori, all’origine della festa del 21 novembre. All’interno della Cappella ci sono anche due quadri del triestino Dino Predonzani, a memoria del ritrovamento del busto e della prima processione del 1849.

Altare dedicato a San Francesco Saverio
Nel transetto destro è collocato l’altare di San Francesco Saverio. Fatto erigere nel 1665-1670 per volere dalla contessa Beatrice Dornberg in ricordo del marito Nicolò Petazzi, si presenta con una struttura simile a quella dell’altare di Sant’Ignazio di Loyola: con doppie colonne sormontate da un frontone. Sulla mensa si trova un’urna reliquario in legno dorato (dell’Ottocento), contenente le spoglie del beato francescano Monaldo da Capodistria, morto nel 1278, proveniente dalla chiesa di Sant’Anna di Capodistria. Davanti all’altare vi è una cripta per la sepoltura dei defunti coperta da una grande lastra di marmo nero. Sopra l’altare è collocata la pala raffigurante la Gloria di San Francesco Saverio, attribuita ad un allievo di Luca Giordano (1632-1705) o a pittore di scuola veneta di fine Seicento.

Ai lati dell’altare sono collocate, su marmo nero, due memorie lapidarie con iscrizioni a ricordo dei donatori.

Altare della Madonna delle Grazie
L’altare dedicato alla Madonna delle Grazie venne eretto nel 1853 su disegno di Giuseppe Sforzi, dono del barone Pasquale Revoltella, in memoria della madre Domenica. Realizzato in marmo grigio a riquadrature in marmo rosso, presenta una nicchia semicircolare al cui centro è posta la statua della Beata Vergine col Bambino, opera dello scultore pordenonese Pietro Bearzi.

Altare dei Santi Martiri triestini
L’altare, costruito fra il 1697 e il 1719, donato dalla nobile famiglia triestina degli Argento, presenta l’antipendio con specchiature a bassorilievi, colonne che reggono un frontone spezzato con statue di Angeli, e le statue di Sant’Antonio e San Giuseppe col Bambino, di area veneta. La pala d’altare con Gloria dei santi Martiri raffigura i santi Giusto, Sergio, Servolo, Lazzaro, Apollinare, Eufemia, Tecla e Giustina.

La Via Crucis
Alle pareti delle navate le XIV tappe della Via Crucis, dipinte dal triestino Carlo Wostry (1865-1943).

I Sotterranei
Sotto la Chiesa di Santa Maria Maggiore si trovano dei misteriosi sotterranei che fin dal 1883, quando “Il Piccolo” del 16 dicembre gli dedicò un articolo, furono oggetto di grande interesse. Antonio Tribel ne scrisse nel 1885 e “Il Piccolo” li ripropose in vari articoli nel 1927 e nel 1930.  I sotterranei sono attualmente visitabili in tutta sicurezza grazie alle esplorazioni effettuate, dal 1983 al 1997, dalla Sezione di Speleologia Urbana della SAS. Sono stati suddivisi in: la Cripta del Petazzi; la Torre del Silenzio; il Pozzo delle Anime; la Galleria del Gatto; la Camera di drenaggio del Collegio dei Gesuiti.

L’Organo
Sopra l’entrata principale, nel coro, nel 1808 venne installato l’organo del veneziano Gaetano Callido, con interventi successivi di Pietro Antonio Bassi. Ulteriori migliorie vennero apportate all’organo dal parroco don Giuseppe Millanich. Nel 1918 le canne di stagno dell’organo furono requisite dalle autorità militari rendendolo inservibile: venne ricostruito nel 1926 dalla ditta Zanin di Udine.

(g.c.)


BIBLIOGRAFIA :

KANDLER, Per innalzamento di altare e statua in onore della Beata Vergine Madre delle Grazie nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Trieste 1853;
E. GENERINI, Trieste antica e moderna. Trieste 1884;

A. MORASSI, G.B. Bison e il suo soggiorno a Trieste, in «Archeografo Triestino», ser. III, XVI (1930-31);

M. WALCHER CASOTTI, S. Maria Maggiore di Trieste. Trieste 1956;

G. CUSCITO, Le Chiese di Trieste. Trieste, 1992.

SITOGRAFIA:
http://www.santuariosantamariamaggiore.it/

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Trieste : Teatro Romano

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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni, secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento).

All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

_____________

Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni, secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento).

All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
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All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

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All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
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Il teatro romano di Trieste si trova ai piedi del colle di San Giusto, tra via Donota e via del Teatro Romano.

La sua costruzione viene datata tra la fine del I secolo e l’inizio del II secolo d.C., per volere del procuratore Quinto Petronio Modesto, sacerdote di Marco Ulpio Nerva Traiano (citato in diverse iscrizioni, secondo alcune fonti, ne curò solamente alcuni interventi di rinnovamento).

All’epoca della sua costruzione, il teatro, si trovava in riva al mare, che a quel tempo arrivava quasi a lambirlo (sono stati rinvenuti moli di attracco), e doveva offrire uno spettacolo davvero suggestivo. Le sue gradinate, costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, ospitavano dai 3.500 ai 6.000 spettatori (le fonti discordano).
Con il trascorrere dei secoli, in stato di totale abbandono, venne ricoperto da edificazioni abitative. Dimenticato, venne individuato soltanto nel 1814 dall’architetto Pietro Nobile, e riportato alla luce nel 1938, durante le opere di demolizione della città vecchia. Le statue e le iscrizioni rinvenute durante gli scavi sono conservate presso il Lapidario Tergestino al Castello di san Giusto.
E’ stato saltuariamente utilizzato per spettacoli estivi all’aperto.

Così lo descrive Attilio Tamaro nel primo volume della sua “Storia di Trieste”: ” Un vero monumento si profilerà un giorno nel cielo triestino, risorgendo dalla sconcia e disonorante sepoltura, in cui giace coperto da un agglomerato di case, di catapecchie e di lupanari, tra le vie di Pozzàcchera, di Rena, di Donota e di Riborgo, nella città vecchia. È la vasta rovina del teatro romano, di cui sotto le case sono conservati interi piani, gran parte della platea, frammenti di gradinate, due ordini di corridoi o gallerie sovrapposti l’uno all’altro). Tra via di Pozzàcchera e quella di Rena (da arena?), arcuate come sono, seguono ancora la curva delle gallerie sepolte. Il Generini afferma che sin verso il 1850 in Pozzàcchera si vedeva un pezzo della cinta del teatro, alto, disposto a curva, il quale continuava nell’interno delle case e terminava a Riborgo. Si vede ancora che una parte delle mura, nel medioevo, fu fondata sulle rovine del teatro. Una casa al principio di via Pozzàcchera è costruita sopra porzione del teatro stesso. Un corridoio sotterraneo metteva capo, or non è molto, in androna del Buso e un frammento di gradinata si vedeva in androna degli Scalini. Il diametro del teatro, la cui topografia è facilmente visibile nella sua totalità, misura circa sessanta metri. Ireneo della Croce, dopo aver descritto quanto si vedeva delle rovine ai suoi tempi, diede un’immagine di queste in un rame della sua opera e ricordò i risultati di alcuni scavi operati nell’orto Chicchio e alla casa Garzaroli, sulla linea di fronte del teatro, lungo la via Riborgo. Un ’iscrizione, di cui esistettero due esemplari, uno in Riborgo e l’altro sulla parte posteriore del teatro, porta il nome di Quinto Petronio Modesto, triestino, ufficiale del tempo di Nerva e di Traiano: gli si attribuì, di fantasia, la costruzione del teatro.
La città deve aver posseduto anche un anfiteatro, poiché esiste un’iscrizione triestina che rammenta i giochi gladiatori”.

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Interessante anche la descrizione resa da Carlo Curiel:
” I ruderi dell’antico Teatro romano, oggi sepolti dalle casupole delle vie di Pozzacchera, di Rena, di Donota, di Riborgo, dànno un’idea della sua vastità : Pietro Nobile ne valutava il diametro a 57 metri e calcolava che potesse contenere circa 6000 persone, ciò che permette di concludere che non intervenivano solo i cittadini,
ma anche gli abitanti dei paesi vicini. Impropriamente, il teatro fu chiamato più tardi Arena ed il quartiere ne prese il nome, con aferesi veneta, di Rena, ma sembra fosse più adatto alle rappresentazioni sceniche, che ai ludi gladiatori.
Caduto in rovina il Teatro romano, si dice sorgesse durante il Medioevo un’arena, dove si rappresentavano i misteri: ma le tradizioni sono incerte e dubbiose”.
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