Trieste: Via Udine 43.

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Trieste: Via Udine 43.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Udine 43.
La casa del marinaio inglese (British Seamen Home) in Via Udine 43, costituisce una testimonianza significativa dell’articolata realtà cosmopolita di Trieste tra la fine del XIX secolo e l’inizio del successivo, in un momento di grande espansione del porto e della città. L’edificio venne costruito per interessamento del Comitato d’amministrazione della Chiesa Anglicana con il contributo finanziario della locale colonia inglese e delle benefattrici Eliza e Sarah Davis che donarono anche il terreno.
La costruzione, iniziata nel 1893 su progetto dell’architetto triestino Isidoro Piani, venne inaugurata nel 1895 ed era destinata ad accogliere i marittimi britannici in temporanea sosta in città. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la struttura venne fatta chiudere dalle Autorità Austriache, riaperta temporaneamente nel l919 venne definitivamente chiusa nel 1926, quando l’immobile venne ceduto al Consorzio antitubercolare di Trieste.
Le caratteristiche architettoniche dell’edificio lo configurano come un tipico esempio di architettura eclettica di gusto neogotico. La facciata è caratterizzata da ampie aperture squadrate e appare movimentata nella parte superiore da un coronamento merlato e da torrette. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
L’edificio è stato restaurato ultimamente.
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Trieste: Via Genova 23.

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Trieste: Via Genova 23.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Genova 23.
La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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La casa del 1820 ospitò per prima una sala di audizioni con un fonografo Edison, dove per pochi centesimi si potevano ascoltare fino a dodici esecuzioni, tra le quali era compreso l’inno a San Giusto.
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Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.

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Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. La rocca di Monrupino.
– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
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– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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– La rocca di Monrupino, nella lingua slovena chiamata Repentabor ovvero “rocca fortificata” è situata sulla sommità del colle di Monrupino; il panorama, che si gode da qui è incantevole: a sud la vista scorre lungo l’altopiano carsico, a ovest si possono scorgere il mare Adriatico con le foci del fiume Isonzo, la cittadina di Grado e l’isola di Barbana e ad est il monte Nanos ed il monte Caven. Prima della rocca, sulle pendici del colle, era situato un castelliere protostorico fortificato, risalente alla metà del secondo millennio avanti Cristo, a testimonianza del quale oggi rimangono resti delle sue muraglie, con un perimetro lungo ben 1600 metri. Per la sempre rilevante posizione strategica, questo luogo venne più volte fortificato, sia in epoca romana che nel corso del Medioevo, rappresentando un fondamentale punto di riferimento difensivo per gli abitanti del luogo. Quando, a partire dal 1470, iniziò il periodo delle scorrerie turche, furono proprio gli abitanti a costruire intorno alla chiesa che vi sorgeva – menzionata per la prima volta in un documento vescovile dell’anno 1316 con il nome di “Sancta Maria Reypen” – un rozzo muro, non molto spesso, ma con un legante molto fermo, che in slavo veniva chiamato “tabor”.
Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
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Vicino all’entrata principale si vedono ancora i resti della Torre del Tabor con un arco murato, tratti della cinta muraria e la cisterna, oggi inutilizzata ma un tempo presenza indispensabile per la vita del luogo. Una volta cessato il pericolo rappresentato dalle scorrerie dei Turchi, iniziò la ricostruzione della preesistente chiesetta, riconsacrata nel 1512 dal vescovo di Trieste Pietro Bonomo, con uno speciale regime di indulgenze per i pellegrini e i devoti. La chiesa attuale, Santuario Mariano, è invece frutto di rifacimenti ed interventi settecenteschi, mentre il suo campanile – alto 19 metri è visibile da tutto il Carso – fu eretto solo nel 1802. Altra costruzione di quel periodo è costituita dagli edifici dell’attuale Canonica, dove il portone ad arco reca incisa la data 1559. Questa costruzione, oggigiorno è adibita ad attività parrocchiali. Ultimo edificio ospitato nella rocca, posizionato sulla rupe più alta del colle, è l’antica Casa del Comune, una piccola costruzione quattrocentesca in pietra, nella quale una volta si riuniva la “srenja”, cioè l’assemblea dei capifamiglia. L’aspetto esteriore della rocca è rimasto immutato sino al 1983, quando sotto la guida del parroco, venne iniziato un restauro completo, ultimato nel 1990. Ogni due anni, nel mese di agosto, presso la rocca di Monrupino si celebra la famosa manifestazione delle Nozze Carsiche. (da: people.it)
– Il Santuario di Monrupino La cima della rocca di Monrupino è cinta da un possente muro di pietra a tratti alto anche 8 metri, interrotto da una porta, sulla cui sinistra si possono vedere i resti di un muraglione rozzo: il Tabor, di cui si vede anche un piccolo tratto di muro che si appoggia alla sacrestia, l’edificio a sinistra rispetto alla chiesa. I Tabor erano le cinte di difesa costruite dalle genti locali sul finire del 1400 per resistere alle invasioni dei turchi. La chiesa di Santa Maria Assunta è costruita interamente in pietra, come tutte le costruzioni tradizionali con tetto in lastre di calcare e il campanile addossato alla facciata, come accade in altre chiese dei paesi carsici italiani e sloveni. Le origini della chiesa, datata al 1512, sono mescolate alle leggende come l’esistenza di una precedente cappella dei Templari o come quella della lotta fra il Diavolo e la Madonna per la costruzione della chiesa, ostacolata dal primo e voluta dalla seconda che nel momento stesso in cui schiacciò il Diavolo lasciò la sua impronta su di una pietra che ora si trova alla base della Casa comunale, sulla sinistra della chiesa. (da: percorsiprovinciats.it)
– La leggenda: “Molto tempo fa un pastore portava il suo gregge a pascolare sotto il colle roccioso. Nella solitudine gli venne l’idea di costruire una cappella su un’altura e già il primo giorno riuscì a finire il muro. Però il mattino seguente lo trovò abbattuto. Ritenne quella distruzione opera del demonio e riprese la costruzione, stavolta, però, sull’altura di Monrupino. Grande fu la sua meraviglia quando il mattino seguente vi trovò la cappella già bella e finita. Ben presto la gente dei dintorni venne a sapere di quel miracolo e Monrupino fu dichiarato santuario. Una volta alcuni devoti videro la Santa Vergine soffermarsi a Monrupino. Prima di far ritorno nella sua celeste dimora, pose il piede sulla roccia e la sua impronta è tuttora visibile a destra del portone della chiesa” (ospitiweb.indire.it)
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Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.

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Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.
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Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.
Sede del Civico Museo Revoltella (posto tra Via Armando Diaz 27, Via Luigi Cadorna 26 e Piazza Venezia 5), L’edificio venne costruito tra il 1852 ed il 1858 su progetto dell’architetto berlinese Federico Hitzig (allievo di Schinkel, autore anche del progetto del casino Ferdinandeo sul colle di Farneto), per volere del nobile Pasquale Revoltella. Il 23 febbraio 1859 venne inaugurato il palazzo con una festa da ballo alla presenza dell’Arciduca Massimiliano. La struttura, a tre piani fuori terra, presenta un pianterreno con rivestimento a bugnato che sostiene una cornice marcapiano aggettante, riproposta anche al livello superiore.
Una fascia decorativa con motivi a ghirlande spicca nella parte alta della superficie. A coronamento dell’edificio si trova una balaustra. Il lato breve, su Piazza Venezia, è caratterizzato al pianterreno da un portale d’ingresso ad arco sopra al quale sporge un balconcino con balaustra. L’elemento di maggior risalto è la loggia aggettante del terzo piano, che presenta tre aperture ad arco sulla cui sommità spiccano quattro statue. Per disposizione testamentaria del barone Revoltella, dal 1870 il palazzo ospita il Civico Museo Revoltella. Grazie al lascito del suo fondatore in pochi decenni le collezioni del museo sono state arricchite sia attraverso l’acquisto di opere d’arte, spesso provenienti dalle prime Esposizioni Internazionali, sia attraverso donazioni da parte di privati. Nel 1963 iniziarono i lavori di ristrutturazione, estesi anche al vicino Palazzo Brunner, su progetto di Carlo Scarpa, basato su una nuova distribuzione degli spazi interni con la creazione di grandi sale e una terrazza sul tetto. I lavori previsti terminarono solamente nel 1991 grazie agli interventi degli architetti Franco Vattolo e Giampaolo Batoli. Un anno dopo il museo venne riaperto al pubblico. Attualmente la collezione esposta, estesa su 4000 mq, è costituita da 350 opere di pittura e scultura, dagli autori italiani del secondo Ottocento, come Fattori e Morelli, agli artisti friulani del primo Novecento, tra i quali si possono citare Spacal, Zigaina e Mascherini. Nell’atrio principale, ai piedi dello scalone che porta ai piani superiori, si può ammirare la Fontana della Ninfa delle Sorgenti di Aurisina, opera dello scultore milanese Pietro Magni. Alcune sale del palazzo conservano ancora gli arredi originali della dimora del barone Pasquale Revoltella. La struttura offre anche diversi servizi, una consistente biblioteca e una sala studio. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Le quattro statue sulla facciata del Museo Revoltella verso Piazza Venezia sono opera del veneto Angelo Cameroni, autore anche di una Madonna per la facciata del Castello di Miramare; le quattordici cariatidi che sostenevano il tetto del Teatro Armonia; oltre a numerosi monumenti funerari del cimitero.
– Pasquale Revoltella (Venezia, 1795 – Trieste, 8 settembre 1869) è stato un imprenditore ed economista italiano. Nato da una famiglia di commercianti di carni che nel 1797 si trasferì a Trieste dopo la caduta della Repubblica, nel 1835 fondò una ditta per le importazione di legnami e granaglie che si affermò rapidamente, raggiungendo in breve tempo una certa disponibilità finanziaria che gli consentì di acquisire diverse partecipazione in molte società triestine. Fu uno dei primi azionisti delle Assicurazioni Generali e consigliere d’amministrazione del Lloyd Austriaco e fu amico del barone Carlo Ludovico von Bruck, uno dei fondatori e presidente della società di navigazione e futuro ministro del Commercio e delle Finanze austriache. Partecipò con impegno all’apertura del canale di Suez, ritenuto determinante per lo sviluppo economico di Trieste, strettamente legato ai traffici marittimi. Per il suo contributo determinante venne nominato vicepresidente della Compagnia universale del Canale di Suez. Nel 1860 fu incriminato e imprigionato dalle autorità austriache in seguito alle accuse di illeciti riguardanti le forniture date all’esercito durante la guerra con l’Italia nel 1859. Fu scagionato dopo poco tempo, ma perse uno dei suoi massimi sostenitori, il ministro Carlo Ludovico von Bruck, implicato nella vicenda, che si uccise. Nel 1867 l’imperatore Francesco Giuseppe gli conferì il titolo di barone riabilitandolo completamente.
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Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.

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Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Venezia 5. Palazzo Revoltella.
Sede del Civico Museo Revoltella (posto tra Via Armando Diaz 27, Via Luigi Cadorna 26 e Piazza Venezia 5), L’edificio venne costruito tra il 1852 ed il 1858 su progetto dell’architetto berlinese Federico Hitzig (allievo di Schinkel, autore anche del progetto del casino Ferdinandeo sul colle di Farneto), per volere del nobile Pasquale Revoltella. Il 23 febbraio 1859 venne inaugurato il palazzo con una festa da ballo alla presenza dell’Arciduca Massimiliano. La struttura, a tre piani fuori terra, presenta un pianterreno con rivestimento a bugnato che sostiene una cornice marcapiano aggettante, riproposta anche al livello superiore.
Una fascia decorativa con motivi a ghirlande spicca nella parte alta della superficie. A coronamento dell’edificio si trova una balaustra. Il lato breve, su Piazza Venezia, è caratterizzato al pianterreno da un portale d’ingresso ad arco sopra al quale sporge un balconcino con balaustra. L’elemento di maggior risalto è la loggia aggettante del terzo piano, che presenta tre aperture ad arco sulla cui sommità spiccano quattro statue. Per disposizione testamentaria del barone Revoltella, dal 1870 il palazzo ospita il Civico Museo Revoltella. Grazie al lascito del suo fondatore in pochi decenni le collezioni del museo sono state arricchite sia attraverso l’acquisto di opere d’arte, spesso provenienti dalle prime Esposizioni Internazionali, sia attraverso donazioni da parte di privati. Nel 1963 iniziarono i lavori di ristrutturazione, estesi anche al vicino Palazzo Brunner, su progetto di Carlo Scarpa, basato su una nuova distribuzione degli spazi interni con la creazione di grandi sale e una terrazza sul tetto. I lavori previsti terminarono solamente nel 1991 grazie agli interventi degli architetti Franco Vattolo e Giampaolo Batoli. Un anno dopo il museo venne riaperto al pubblico. Attualmente la collezione esposta, estesa su 4000 mq, è costituita da 350 opere di pittura e scultura, dagli autori italiani del secondo Ottocento, come Fattori e Morelli, agli artisti friulani del primo Novecento, tra i quali si possono citare Spacal, Zigaina e Mascherini. Nell’atrio principale, ai piedi dello scalone che porta ai piani superiori, si può ammirare la Fontana della Ninfa delle Sorgenti di Aurisina, opera dello scultore milanese Pietro Magni. Alcune sale del palazzo conservano ancora gli arredi originali della dimora del barone Pasquale Revoltella. La struttura offre anche diversi servizi, una consistente biblioteca e una sala studio. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
Le quattro statue sulla facciata del Museo Revoltella verso Piazza Venezia sono opera del veneto Angelo Cameroni, autore anche di una Madonna per la facciata del Castello di Miramare; le quattordici cariatidi che sostenevano il tetto del Teatro Armonia; oltre a numerosi monumenti funerari del cimitero.
– Pasquale Revoltella (Venezia, 1795 – Trieste, 8 settembre 1869) è stato un imprenditore ed economista italiano. Nato da una famiglia di commercianti di carni che nel 1797 si trasferì a Trieste dopo la caduta della Repubblica, nel 1835 fondò una ditta per le importazione di legnami e granaglie che si affermò rapidamente, raggiungendo in breve tempo una certa disponibilità finanziaria che gli consentì di acquisire diverse partecipazione in molte società triestine. Fu uno dei primi azionisti delle Assicurazioni Generali e consigliere d’amministrazione del Lloyd Austriaco e fu amico del barone Carlo Ludovico von Bruck, uno dei fondatori e presidente della società di navigazione e futuro ministro del Commercio e delle Finanze austriache. Partecipò con impegno all’apertura del canale di Suez, ritenuto determinante per lo sviluppo economico di Trieste, strettamente legato ai traffici marittimi. Per il suo contributo determinante venne nominato vicepresidente della Compagnia universale del Canale di Suez. Nel 1860 fu incriminato e imprigionato dalle autorità austriache in seguito alle accuse di illeciti riguardanti le forniture date all’esercito durante la guerra con l’Italia nel 1859. Fu scagionato dopo poco tempo, ma perse uno dei suoi massimi sostenitori, il ministro Carlo Ludovico von Bruck, implicato nella vicenda, che si uccise. Nel 1867 l’imperatore Francesco Giuseppe gli conferì il titolo di barone riabilitandolo completamente.
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Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,

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Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
L’edificio sorge sul sito in origine occupato da campi e pascoli, da cui deriva il nome stesso della via, Tigor, che nel vocabolario locale indica un “terreno elevato ed incolto” (Generini, 1968, p. 325). Tra Sette e Ottocento la zona viene interessata da investimenti fondiari dei ricchi commercianti anche stranieri stabilitisi a Trieste, tra cui emergono i nomi di Antonio Strohlendof, committente della vicina Villa Necker, di Gorge Hepburn per Villa Economo e di Valerio Rizzoli per l’edificio in Viale Terza Armata. L’area che discende dal colle di San Vito è protagonista di uno sviluppo edilizio suburbano agli inizi dell’Ottocento, periodo in cui si assiste alla realizzazione di numerose villette e giardini immersi nella tranquillità e che discendono fino al mare.
La villa viene costruita nel 1820 per volere di Cesare Abramo de Cassis Faraone, figlio di un fratello del conte Antonio. In origine la struttura viene concepita come una modesta casa di campagna a un piano con corpo centrale rialzato e coronato da timpano. Negli anni Cinquanta, quando la villa passa di proprietà alla famiglia Lazarovich, la struttura viene alzata di un piano con aggiunta di una sala con terrazza; su progetto dell’architetto Giuseppe Greco Mayer, inoltre, vengono apportate alcune modifiche tra cui l’aggiunta della torretta semicircolare e della loggia. Tra il 1851 ed il 1857 la villa viene utilizzata come residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo; all’Ufficio Tavolare si conserva il contratto di affittanza tra il Lazarovich e l’arciduca per la villa registrata con il numero 1338. A Massimiliano d’ Asburgo si deve la creazione del grande parco circostante la villa, che viene adornato di piante rare, di un giardino zoologico, con animali esotici portati dai suoi viaggi. Durante il soggiorno dell’arciduca il parco viene aperto al pubblico nei pomeriggi della domenica e del mercoledì e la villa viene utilizzata per ricevere illustri personaggi; il 10 agosto 1857, infatti, viene presentata al clero, alle autorità civili e militari e al ceto mercantile di Trieste la figlia del re del Belgio, Carlotta, neosposa di Massimiliano. Nel 1863 gli eredi Lazarovich ottengono l’approvazione per l’ampliamento della facciata sulla strada principale, con la trasformazione della terrazza sopra la sala in veranda coperta. Alla fine dell’Ottocento l’edificio risulta a nome di Francesco Lauro, proprietario dal 1879, per passare nel 1903 a Leopoldo Vianello. Nel 1911 Ruggero Berlam viene chiamato per attuare il progetto della grande vetrata su via Tigor, della veranda rivolta verso il giardino e della terrazza all’ultimo piano, attuando anche la sistemazione di alcune sale interne e del portale d’ingresso in ferro battuto. Durante gli anni Trenta-Quaranta del Novecento la dimora viene abitata dallo storico Pierantonio Quarantotto Gambini, al quale si deve nel 1962 l’appello contro la demolizione della villa. L’evento favorisce l’imposizione del vincolo, prima a tutto l’edificio, in seguito limitato alla sola facciata, accogliendo in parte il ricorso presentato dai proprietari in data 12 settembre 1962. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
L’edificio sorge sul sito in origine occupato da campi e pascoli, da cui deriva il nome stesso della via, Tigor, che nel vocabolario locale indica un “terreno elevato ed incolto” (Generini, 1968, p. 325). Tra Sette e Ottocento la zona viene interessata da investimenti fondiari dei ricchi commercianti anche stranieri stabilitisi a Trieste, tra cui emergono i nomi di Antonio Strohlendof, committente della vicina Villa Necker, di Gorge Hepburn per Villa Economo e di Valerio Rizzoli per l’edificio in Viale Terza Armata. L’area che discende dal colle di San Vito è protagonista di uno sviluppo edilizio suburbano agli inizi dell’Ottocento, periodo in cui si assiste alla realizzazione di numerose villette e giardini immersi nella tranquillità e che discendono fino al mare.
La villa viene costruita nel 1820 per volere di Cesare Abramo de Cassis Faraone, figlio di un fratello del conte Antonio. In origine la struttura viene concepita come una modesta casa di campagna a un piano con corpo centrale rialzato e coronato da timpano. Negli anni Cinquanta, quando la villa passa di proprietà alla famiglia Lazarovich, la struttura viene alzata di un piano con aggiunta di una sala con terrazza; su progetto dell’architetto Giuseppe Greco Mayer, inoltre, vengono apportate alcune modifiche tra cui l’aggiunta della torretta semicircolare e della loggia. Tra il 1851 ed il 1857 la villa viene utilizzata come residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo; all’Ufficio Tavolare si conserva il contratto di affittanza tra il Lazarovich e l’arciduca per la villa registrata con il numero 1338. A Massimiliano d’ Asburgo si deve la creazione del grande parco circostante la villa, che viene adornato di piante rare, di un giardino zoologico, con animali esotici portati dai suoi viaggi. Durante il soggiorno dell’arciduca il parco viene aperto al pubblico nei pomeriggi della domenica e del mercoledì e la villa viene utilizzata per ricevere illustri personaggi; il 10 agosto 1857, infatti, viene presentata al clero, alle autorità civili e militari e al ceto mercantile di Trieste la figlia del re del Belgio, Carlotta, neosposa di Massimiliano. Nel 1863 gli eredi Lazarovich ottengono l’approvazione per l’ampliamento della facciata sulla strada principale, con la trasformazione della terrazza sopra la sala in veranda coperta. Alla fine dell’Ottocento l’edificio risulta a nome di Francesco Lauro, proprietario dal 1879, per passare nel 1903 a Leopoldo Vianello. Nel 1911 Ruggero Berlam viene chiamato per attuare il progetto della grande vetrata su via Tigor, della veranda rivolta verso il giardino e della terrazza all’ultimo piano, attuando anche la sistemazione di alcune sale interne e del portale d’ingresso in ferro battuto. Durante gli anni Trenta-Quaranta del Novecento la dimora viene abitata dallo storico Pierantonio Quarantotto Gambini, al quale si deve nel 1962 l’appello contro la demolizione della villa. L’evento favorisce l’imposizione del vincolo, prima a tutto l’edificio, in seguito limitato alla sola facciata, accogliendo in parte il ricorso presentato dai proprietari in data 12 settembre 1962. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via Tigor 27. Villa Lazarovich,

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Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Tigor 23. Villa Lazarovich,
L’edificio sorge sul sito in origine occupato da campi e pascoli, da cui deriva il nome stesso della via, Tigor, che nel vocabolario locale indica un “terreno elevato ed incolto” (Generini, 1968, p. 325). Tra Sette e Ottocento la zona viene interessata da investimenti fondiari dei ricchi commercianti anche stranieri stabilitisi a Trieste, tra cui emergono i nomi di Antonio Strohlendof, committente della vicina Villa Necker, di Gorge Hepburn per Villa Economo e di Valerio Rizzoli per l’edificio in Viale Terza Armata. L’area che discende dal colle di San Vito è protagonista di uno sviluppo edilizio suburbano agli inizi dell’Ottocento, periodo in cui si assiste alla realizzazione di numerose villette e giardini immersi nella tranquillità e che discendono fino al mare.
La villa viene costruita nel 1820 per volere di Cesare Abramo de Cassis Faraone, figlio di un fratello del conte Antonio. In origine la struttura viene concepita come una modesta casa di campagna a un piano con corpo centrale rialzato e coronato da timpano. Negli anni Cinquanta, quando la villa passa di proprietà alla famiglia Lazarovich, la struttura viene alzata di un piano con aggiunta di una sala con terrazza; su progetto dell’architetto Giuseppe Greco Mayer, inoltre, vengono apportate alcune modifiche tra cui l’aggiunta della torretta semicircolare e della loggia. Tra il 1851 ed il 1857 la villa viene utilizzata come residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo; all’Ufficio Tavolare si conserva il contratto di affittanza tra il Lazarovich e l’arciduca per la villa registrata con il numero 1338. A Massimiliano d’ Asburgo si deve la creazione del grande parco circostante la villa, che viene adornato di piante rare, di un giardino zoologico, con animali esotici portati dai suoi viaggi. Durante il soggiorno dell’arciduca il parco viene aperto al pubblico nei pomeriggi della domenica e del mercoledì e la villa viene utilizzata per ricevere illustri personaggi; il 10 agosto 1857, infatti, viene presentata al clero, alle autorità civili e militari e al ceto mercantile di Trieste la figlia del re del Belgio, Carlotta, neosposa di Massimiliano. Nel 1863 gli eredi Lazarovich ottengono l’approvazione per l’ampliamento della facciata sulla strada principale, con la trasformazione della terrazza sopra la sala in veranda coperta. Alla fine dell’Ottocento l’edificio risulta a nome di Francesco Lauro, proprietario dal 1879, per passare nel 1903 a Leopoldo Vianello. Nel 1911 Ruggero Berlam viene chiamato per attuare il progetto della grande vetrata su via Tigor, della veranda rivolta verso il giardino e della terrazza all’ultimo piano, attuando anche la sistemazione di alcune sale interne e del portale d’ingresso in ferro battuto. Durante gli anni Trenta-Quaranta del Novecento la dimora viene abitata dallo storico Pierantonio Quarantotti Gambini, al quale si deve nel 1962 l’appello contro la demolizione della villa. L’evento favorisce l’imposizione del vincolo, prima a tutto l’edificio, in seguito limitato alla sola facciata, accogliendo in parte il ricorso presentato dai proprietari in data 12 settembre 1962. (da: biblioteche.comune.trieste.it)
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Trieste: Via Giovanni Segantini 7

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Trieste: Via Giovanni Segantini 7
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via Giovanni Segantini 7
Il bassorilievo sulla facciata è opera dello scultore triestino Marcello Mascherini.
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Trieste: Barcola. Sirenetta.

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Trieste: Barcola. Sirenetta.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Barcola. Sirenetta.
La Sirenetta realizzata nel 1986 dallo scultore Ugo Carà (1908-2004), posta accanto alla fontana di Piazzale Biagio Marin a Barcola.
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Trieste: Barcola. Sirenetta.
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La Sirenetta realizzata nel 1986 dallo scultore Ugo Carà (1908-2004), posta accanto alla fontana di Piazzale Biagio Marin a Barcola.
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Trieste: Barcola. Sirenetta.
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La Sirenetta realizzata nel 1986 dallo scultore Ugo Carà (1908-2004), posta accanto alla fontana di Piazzale Biagio Marin a Barcola.
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Trieste: Via del Ponte (Ghetto).

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Trieste: Via del Ponte (Ghetto).
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Ponte (Ghetto).
Via del Ponte: Da via delle Beccarie a Piazza Vecchia. Il nome è dovuto al ponte in legno che fino al 1749 attraversava il Canale della Portizza, poi interrato. Alle due estremità il ponte aveva due statue in legno rappresentanti San Floriano e San Giovanni Nepomuceno. Via del Ponte era nota per le botteghe degli argentieri.
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.

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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
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La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.

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Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Carso. Strada Napoleonica.
La Strada Napoleonica (Strada Vicentina, dal nome dell’ingegnere Vicentini che ne progettò il suo tracciato) collega Borgo San Nazario, una frazione di Prosecco, con l’Obelisco di Opicina.
E’ lunga circa 3,7 chilometri e percorre il ciglione carsico. E’ meta di passeggiate che offrono stupendi panorami sul golfo e su Trieste. La strada, inizialmente, è delimitata a monte da pareti verticali di roccia dove i rocciatori possono fare scuola di arrampicata e allenarsi. La conformazione attuale è dovuta agli interventi di miglioramento effettuati nell’immediato secondo dopoguerra.
Una breve deviazione all’inizio del sentiero porta a quota 332 alla vedetta Italia, uno dei tanti posti panoramici di osservazione posti lungo il ciglione del Carso triestino.
Il bosco Bertoloni che affianca il sentiero napoleonico – come spiega un pannello apposto nei pressi della fermata Obelisco della tranvia di Opicina – è di origine artificiale e risale alla seconda metà dell’Ottocento quando il Comune di Trieste avviò un progetto di rimboschimento, con la messa a dimora di piante di pino nero, carpino nero e ciliegio canino, del Carso triestino.
I lavori nel bosco Bertoloni ebbero inizio nel 1878 e portarono all’apertura di piste d’accesso, come la strada Stefania, divenuta poi parte integrante della “Napoleonica”. In particolare, la piantagione nella zona dell’Obelisco dedicato a Francesco I d’Austria rappresentava il XVII Bosco comunale. Fu intitolata ad Antonio Bertoloni (Sarzana, 1775 – Bologna, 1869) autore di una ricerca durata trent’anni sulla flora presente in Italia. Accanto al bosco Bertoloni è situato il bosco intitolato invece a Giuseppe Burgstaller-Bidischini (1840-1914), deputato al Consiglio Imperiale d’Austria, pluridecorato e presidente della Commissione d’imboschimento fin dalla sua istituzione, avvenuta nel 1882. Negli anni duemila i boschi Bertoloni – Burgstaller-Bidischini sono stati arricchiti con l’impianto di tigli e pini d’Aleppo. (da: Wikipedia)
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L’Antiquarium di via Donota

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Le immagini durante gli scavi, dai pannelli presenti

 

L’Antiquarium nasce in seguito alle scoperte degli anni 80-84  in coincidenza coi primi lavori di restauro in Cittavecchia, zona Donota: si scoprono resti di una domus/sepolcreto e di mura cittadine romane. Per cui è stato messo in evidenza quanto  trovato, alcune vetrinette di oggetti, a cui sono stati aggiunti altri relativi al successivo scavo sovrastante di via Barbacan. I pannelli esplicativi spiegano anche qualcosa relativamente al Teatro romano, le cui sculture sono però al Lapidario tergestino al castello.

Questi risultano essere i primi scavi sistematico condotti a Trieste dopo quelli degli anni Trenta, caratterizzati quelli da un obiettivo di esaltazione della romanità tergestina, questi con criteri più attuali.

La via Donota viene considerata come la strada che congiungeva Aquileia con la parte centrale dell’antica Tergeste, sul prolungamento del Cardo maximus, anche se il suo andamento risulta parallelo alla linea di costa e al teatro romano. Gli edifici risultano esterni alle mura urbiche, quindi.
Nel piccolo antiquarium sono  esposti resti romani, lucerne, ceramiche, vetri, ma a differenza di quelli esposti  al Civico Museo, che spesso provengono dal mercato antiquario e non ne è nota la provenienza, questi sono giunti direttamente dagli scavi locali per cui attestano la vita in loco.
Com’era la zona prima dell’inizio dei lavori, dai pannelli, nemmeno la torre Donota medievale era distinguibile.

Gli scavi riconoscono una domus – casa romana costruita in due epoche: una prima più di lusso nel I secolo a C ed una successiva nel I secolo d C; nel II secolo le due case risultano abbandonate come abitazione, forse in parte trasformate in fabbrica, e sul davanti si installa una zona cimiteriale (quelle erano sempre fuori dalle mura).

Della casa sono riconosciute due latrine (forica, successus); esse a volte erano collegate a sistemi idrici come qua che l’acqua non doveva mancare, anche se poi passò a pozzo nero. C’era una “seduta” e un bastone con spugna che serviva come noi usiamo lo scopino…

il sepolcreto che è la parte verso l’esterno, diviso da un corridoio dal resto dalla domus, è delimitato da pietre con copertura semisferica conteneva parecchie tombe, quelle di bambini erano in anfore.

All’esterno, una  macina, probabilmente per olio

Il successivo reperto è dato dalle mura urbiche romane, che in quel punto formano un angolo, risalendo verso il colle e verso l’arco di Riccardo che sempre più si sta qualificando come porta romana.

Pannelli presenti illustrano la storia delle mura, e del solco tracciato con l’aratro, il famoso buris/is che ci facevano studiare fra le eccezioni latine!

Nelle vetrine sono conservati oggetti ritrovati, si tratta  di oggetti di vita quotidiana o di decorazioni dell’interno come mosaici o pezzi di intonaco dipinto.

 

Oggetti domestici quali stoviglie, pentole da cucina. molte di quella caratteristica ceramica lucida rossiccia detta terra sigillata. Alcune col sigillo della fabbrica. Dal tipo di terra , dalla forma delle stoviglie e dal marchio gli esperti riconoscono la provenienza, dall’Africa, dalla Grecia…


Tante lucerne, le case romane non erano molto luminose

è interessante confrontare il frammento a sinistra sotto, con una Iside/Diana/Selene con una lucerna più integra del Museo Civico. sotto a destra

oggetti di uso quotidiano: vetri, aghi di osso o avorio, scatolette, uno strigile per le detersione del sudore degli atleti, un elemento di bronzo probabilmente di mobile

Oggetti provenienti dalle tombe: collanine, fibbie,  pendente a forma di mezzaluna, bicchiere di vetro, lama di coltello, monete

a parte, il Tesoretto di piazza Barbacan: un gruzzoletto di monete ritrovate assieme: paura di invasioni? proprietario accumulatore?

Da ultimo, un sigillo di piombo del doge Vitale II Michiel (1156 – 1172) Vitalia Michael Dei Gratia Venecie Dalmacieatque Chroatie dux

 

testo e foto di Elisabetta Marcovich


 

Bibliografia suggerita dalla Sovrintendenza ai monumenti:

D. Briquel, La leggenda di Romolo e il rituale della fondazione della città, dalla Mostra. Milano, 2000;

De Vecchi Resciniti, Vidulli Torlo: Tutto Città vecchia – Percorsi di storia cittadina. Trieste, 1992;

Filippi, le procedure i riti di fondazione. Modena, 1993;

Lettich, Trieste Romana Archeografo  triestino 1984;

Maselli-Scotti, Trieste uno scavo archeologico per la città. Trieste, 1989;

Maselli-Scotti, Tergeste.  Antichità altoadriatiche, 1990;

Maselli-Scotti, Trieste alla luce delle recenti indagini – Convegno. Trieste-Roma, 1987;

Maselli-Scotti, Edilizia abitativa a Tergeste, 2001.

 

 

 

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Trieste: Barcola. La Mula de Trieste.

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Trieste: Barcola. La Mula de Trieste.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Barcola. La Mula de Trieste.
La “Mula de Trieste” del 2005, scultura realizzata dallo scultore Nino Spagnoli (1920-2005),
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Piazza della Legna (Piazza Goldoni), nel 1880

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Piazza della Legna (Piazza Goldoni), nel 1880. 
Coll. Dino Cafagna

A sinistra l’imponente Teatro Armonia, del 1856, che a causa della sua scarsa sicurezza contro gli incendi, per ordine delle autorità, venne chiuso e poi demolito nel 1912.
Al centro la palazzina, a due piani, del Barone G.B. Scrinzi, del 1855, che dà sulla Contrada della Stranga, l’odierno Corso Umberto Saba. Una delle figlie dello Scrinzi sposò il Conte Sordina e con questo nome la palazzina è comunemente nota.
Sulla destra la palazzina, del 1797, acquistata dall’armatore Tonello nel 1839, poi prima sede del “Piccolo” di Teodoro Mayer dal 1895. (Dino Cafagna)

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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.

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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.

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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.

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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.

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Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vittorio Veneto. Fontana dei Tritoni.
La Fontana dei Tritoni è opera dallo scultore altoatesino Franz Schranz su commissione del Comune. E’ stata eretta nel 1897 in onore dei 50 anni del regno dell’imperatore Francesco Giuseppe I, anniversario che sarebbe ricorso l’anno dopo. Dalla conchiglia sostenuta da due tritoni e una nereide sgorga l’acqua che bagna le divinità. La vasca è stata realizzata in pietra d’Aurisina.
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Opcina : Il laghetto rotondo sull’area del Piazzale Monte Re, primi del ‘900

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Opcina:Il laghetto rotondo, poi prosciugato, sull'area del Piazzale Monte Re nei primissimi anni del '900. 
Coll. Dino Cafagna

Il toponimo antico di Piazzale Monte Re è Škavenca (variante locale dialettale del sostantivo ‘škavnica’ – pozza d’acqua).
Il piazzale è stato ottenuto infatti nei primi anni del novecento prosciugando lo stagno (di acque piovane), utilizzato per abbeverare il bestiame.

Mappa catastale del Comune di Villa Opicina, nel 1822, con ben visibile il laghetto rotondo.... l'area è definita "Škavenca"

C’erano 9 laghetti a Opicina, il primo ad essere prosciugato era proprio quello di Piazzale Monte Re, già all’inizio del Novecento. Il più noto tra questi stagni era il laghetto Bardina o Brdina (*) prosciugato nel 1941, diventando la “piazzetta Bardina”………………………………………………….. (*) denominazione popolare che deriva dalla parola “brdo” cioè “colle” con il suffisso aumentativo “-ina” (collinetta).

Una curiosità: si pensa che il primo nucleo abitativo di Opicina si sia costituito proprio in quest’area (Bardina), vicino cioè, come tutte le civiltà, a una fonte d’acqua. Anche per questo, probabilmente, la primitiva chiesetta di S. Bartolomeo, citata già attorno al XIV secolo, è stata edifica proprio lì vicino. Del resto la stessa etimologia di “Opcina” si fa risalire (Zubini) alla parola “ob pecini” = “presso la grotta”, primo centro abitato collegato a una cavità in questa zona.

(Dino Cafagna)

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Opcina : il laghetto di “Bardina” (Brdina in sloveno)

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Opcina: il laghetto di “Bardina” (Brdina in sloveno) (*) in una bella cartolina colorata del 1907. Coll. Dino Cafagna

Si trovava non lontano dalla chiesa di S. Bartolomeo Apostolo, in una piccola trasversale sul lato opposto della via di Prosecco.
Il piccolo stagno venne prosciugato nel 1935 e trasformato in un piazzale, diventando “piazzetta Bardina”. In gran parte gli stagni, formati da acqua piovana malsana, venivano utilizzati quali abbeveratoi per il bestiame (e gli animali selvatici) e taluni d’inverno servivano alla produzione di ghiaccio. Non essendoci altre fonti d’acqua (leggi torrenti o rogge) o fontane, i stagni venivano usati dalle donne del luogo per lavare i panni. A destra sulla sponda alcune donne che lavano i panni: le mitiche “lavandere”.                    

(*) denominazione popolare che deriva dalla parola “brno” cioè “colle” con il suffisso aumentativo “-ina” (collinetta). Una curiosità: si pensa che il primo nucleo abitativo di Opicina si sia costituito proprio in quest’area, vicino cioè, come tutte le civiltà, a una fonte d’acqua. Anche per questo, probabilmente, la primitiva chiesetta di S. Bartolomeo, citata nell’Archivio Capitolare di Trieste per la prima volta già nel 1308, è stata edifica proprio lì vicino. Del resto la stessa etimologia di “Opcina” si fa risalire (Zubini) alla parola “ob pecini” = “presso la grotta”, primo centro abitato collegato a una cavità in questa zona.

La croce = la chiesa, la freccia = Via di Prosecco .. e lo stagno..

Il Carso è sempre stato, per le sue caratteristiche orografiche che fan si che le acque piovane scompaiano rapidamente nel sottosuolo, quasi privo di acqua in superficie, quindi è sempre stato un’un’area arida.
Talora, in certe zone, dove il fondo era più impermeabile (argilla), l’acqua piovana si raccoglieva in pozze d’acqua più o meno grandi, diventando per gli abitanti del luogo un’importante riserva idrica.
Un tempo quindi in Carso abbondava di stagni (la gran parte di questi oggi sono scomparsi): erano pozze naturali, rimaneggiate, per aumentarne la capienza, dai contadini che, svuotatele, pavimentavano e impermeabilizzavano il fondo, spesso proteggendo le sponde delimitandole con dei muretti.

(Dino Cafagna)

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Opicina (Općina) : l’antico stagno accanto alla chiesa di San Bartolomeo, primi ‘900

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 Opicina (Općina) si vede l'antico stagno accanto alla chiesa di San Bartolomeo, primi '900.  
Foto collezione privata. 

L’immagine è talmente bella da sembrare un quadro di genere, probabilmente i bambini stanno posando, ma l’insieme risulta delicato e naturale. Nei periodi di siccità l’acqua veniva prelevata e conservata in botti. Credo si tratti del laghetto di “Bardina” (Brdina in sloveno venne prosciugato nel 1935 e trasformato in un piazzale). (Margherita Tauceri)

 

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Roiano : Il Deposito Legnami Detoni & Co

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 Roiano - A sinistra il Deposito Legnami Detoni & Co. 
Foto collezione Claudio Gustin.

A sinistra il Deposito Legnami Detoni & Co. (di Michele Detoni e Accerboni Carlo), dove nel 1928 da via del Bovedo a Barcola, verrà trasferito lo stabilimento per la produzione e l’imbottigliamento di liquori Stock. A destra la Caserma costruita nel 1868, al centro della foto, la casa e le serre, del fioricoltore Bandel. (Margherita Tauceri)

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Trieste: Via dei Moreri (Roiano) – La strada “dei dodici moreri”

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 Via dei Moreri (Roiano)
La strada "dei dodici moreri". Foto collezione privata.

 

Via dei Moreri (Roiano)
La strada “dei dodici moreri”, così chiamata per la presenza di dodici gelsi, nella sua parte iniziale correva lungo il torrente Montorsino [1] che era attraversato da piccoli ponti. Lungo il corso del torrente le lavandaie, con l’immancabile fazzoletto in testa, lavavano i panni, su un’asse di legno o su qualche pietra liscia che poteva adattarsi al caso. (Margherita Tauceri)

[1] detto anche Murdisini, Martesan, Martesin, Mortesin, Mortasino, Mortisin o Montursino.

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Riassunto dei Castellieri di Trieste

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Riassunto dei Castellieri di Trieste

Dei 118 castellieri sparsi pei dintorni di Trieste, che potei verificare (aggiungendovi gli altri 6 che finora non ebbi occasione di controllare, il loro numero ascenderebbe a 124. Tutti questi giacciono su terreno arenaceo), 55 sono di grandi dimensioni, ossia di oltre mezzo chilometro di circonferenza, 39 di media grandezza e 24 piccoli. In quanto alla natura geologica del terreno su cui furono edificati, 89 sono sul calcare e soli 29 sull’arenaria. Circa alla loro conservazione, sono 88 più o meno in buono stato e quindi poterono venir misurati e figurati, laddove gli altri 30, tra cui quasi due terzi di quelli fabbricati sull’arenaria, trovansi assai deteriorati, sicché non fu possibile rilevarne il piano. La maggior parte de’ nostri castellieri giace su monti di 100 a 500 metri, all’incontro 32 sorgono ad altezze maggiori e soli 5 su colline di minore elevazione. Di duplice o triplice cinta ne vanno forniti 53, gli altri non ne hanno che una sola. In 17 essa é a vallo semicircolare, perché costruiti al margine di terrazzi o su monti che da un lato scendono a picco o con ripidissimo pendio.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


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Il Castelliere di San Canziano

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Il Castelliere di San Canziano

Difficilmente potrebbesi ideare una posizione migliore per l’erezione di castellieri, di quella di S. Canziano e de’ suoi dintorni. Il terreno fortemente accidentato, che richiedeva assai poca fatica per esser reso inespugnabile, le sottostanti vaste distese di fertile terreno, la presenza di grotte spaziose, che porgevano asilo sicuro in qualunque emergenza, la prossimità di un fiume e di sorgenti, che assicuravano un’ acqua abbondante, prati e pascoli ubertosi per le greggi, ampie foreste con ricca selvaggina, tutto concorreva a rendere il luogo adattissimo allo stabilimento di una popolazione numerosa. Con un lavorio lento, continuo di erosione, il fiume non solo si scavò un profondo alveo, ma mutando in tempi remotissimi di direzione e flagellando colle sue torbide acque le depressioni calcari, plasmò una serie di grandiose voragini dalle pareti a picco od a strapiombo, divise sovente tra di loro da un’unica stretta briglia di rocce orribilmente frastagliate.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


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Il Castelliere di Obrou

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Il Castelliere di Obrou

Infine al di sopra del villaggio di Obrou, sulla vetta segnata con 635 metri, esiste qualche tenue traccia di un castelliere, che giacendo su terreno marnoso ridotto a coltura, andò totalmente distrutto. A quanto rilevai vi si sarebbero rinvenute, qualche anno fa, pentole con carboni. Tutti questi castellieri trovansi a sinistra della strada che da Cosina mena a Castelnuovo e più oltre a Fiume. Dal lato opposto il terreno calcare, oltremodo roccioso, e le maggiori elevazioni, non presentavano certamente condizioni favorevoli alla dimora dell’uomo, che anche al presente lasciò quasi completamente disabitata questa selvaggia regione.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


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Il Castelliere del Monte Orlic

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Il Castelliere del Monte Orlic

A cavaliere della romantica valle di Obrou, percorsa da due torrentelli, tra il villaggio omonimo e quello di Gradisce giace sul M. Orlic (666 metri) un ampio castelliere, alquanto male andato, non essendosi conservate che parte del vallo e la spianata della cinta superiore, laddove dell’ esterna non si veggono che poche tracce incerte (T. X, f. 1). Dalla parte di sud-est, che scende assai ripida nella sottoposta valle, manca ogni traccia di difesa, esistendo invece l’argine dal lato opposto per una lunghezza di 450 metri. Il terriccio vi é molto nero con cocci copiosi.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


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