Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.

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Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.
La Casa della Portizza (chiamata così per l’androna che attraversa il pianterreno collegando piazza della Borsa con via delle Beccherie), in stile impero, potrebbe risalire alla fine del XVIII secolo o ai primi anni dell’Ottocento. In origine era di proprietà dei conti Prandi d’Ulmhort. Nel 1831, Pasquale Anderwalt aveva in questa casa il laboratorio dove costruiva orologi e parafulmini, poi trasferito in locali più spaziosi nella zona di Guardiella. Nel 1853 l’immobile fu sottoposto ad un intervento di restauro su progetto dell’architetto di Pirano Lorenzo Furian. Infatti, nella documentazione conservata presso l’archivio tecnico del Comune, sono presenti i progetti datati 1853 con la didascalia “rifabbrica e restauro delle unite case n. 515 e n. 599 site tra la Contrada del Corso e la Contrada delle Beccherie di proprietà degli eredi del decesso sig. cav. Jacopo de Prandi”. Al 1885 risale il progetto firmato da G. B. Dreina per l’apertura di nuovi fori di porte e finestre per dare più luce alle scale interne. Nel 1984 l’intero edificio è stato sottoposto ad un intervento di restauro. Il sottopasso della Portizza in piazza della Borsa corrisponde ad una porta nelle mura, poi inglobate negli edifici dell’800 che oggi delimitano il lato verso terra di Piazza della Borsa. La porta si apriva su un canale, detto “Piccolo” o “del Vino”, e serviva il retrostante mercato di piazza Vecchia. Nel 1830 al piano della casa sopra la Portizza c’era la trattoria “Alla nave”. (da: biblioteche.comune.trieste e web)
– Nella casa piccola di colore rosso, a sinistra, è nato Ettore Fenderi, l’inventore dei coriandoli. Si racconta che, durante il carnevale del 1876 il Fenderi, non avendo soldi per acquistare confetti e petali da gettare sulle maschere in strada, com’era consuetudine, ritagliò piccoli pezzetti di carta colorata e usò quelli. L’idea piacque molto e fu subito imitata diventando una consuetudine a Vienna e a Venezia e poi in tutto il mondo. Ettore Fenderi diventò poi famoso nel campo della fisica nucleare e nel 1926 creò il primo laboratorio per ricerche radioattive a Roma. Morì a 104 anni, dimenticato e i suoi coriandoli non furono mai brevettati.

Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.

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Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza della Borsa 5. La Portizza.
La Casa della Portizza (chiamata così per l’androna che attraversa il pianterreno collegando piazza della Borsa con via delle Beccherie), in stile impero, potrebbe risalire alla fine del XVIII secolo o ai primi anni dell’Ottocento. In origine era di proprietà dei conti Prandi d’Ulmhort. Nel 1831, Pasquale Anderwalt aveva in questa casa il laboratorio dove costruiva orologi e parafulmini, poi trasferito in locali più spaziosi nella zona di Guardiella. Nel 1853 l’immobile fu sottoposto ad un intervento di restauro su progetto dell’architetto di Pirano Lorenzo Furian. Infatti, nella documentazione conservata presso l’archivio tecnico del Comune, sono presenti i progetti datati 1853 con la didascalia “rifabbrica e restauro delle unite case n. 515 e n. 599 site tra la Contrada del Corso e la Contrada delle Beccherie di proprietà degli eredi del decesso sig. cav. Jacopo de Prandi”. Al 1885 risale il progetto firmato da G. B. Dreina per l’apertura di nuovi fori di porte e finestre per dare più luce alle scale interne. Nel 1984 l’intero edificio è stato sottoposto ad un intervento di restauro. Il sottopasso della Portizza in piazza della Borsa corrisponde ad una porta nelle mura, poi inglobate negli edifici dell’800 che oggi delimitano il lato verso terra di Piazza della Borsa. La porta si apriva su un canale, detto “Piccolo” o “del Vino”, e serviva il retrostante mercato di piazza Vecchia. Nel 1830 al piano della casa sopra la Portizza c’era la trattoria “Alla nave”. (da: biblioteche.comune.trieste e web)
– Nella casa piccola di colore rosso, a sinistra, è nato Ettore Fenderi, l’inventore dei coriandoli. Si racconta che, durante il carnevale del 1876 il Fenderi, non avendo soldi per acquistare confetti e petali da gettare sulle maschere in strada, com’era consuetudine, ritagliò piccoli pezzetti di carta colorata e usò quelli. L’idea piacque molto e fu subito imitata diventando una consuetudine a Vienna e a Venezia e poi in tutto il mondo. Ettore Fenderi diventò poi famoso nel campo della fisica nucleare e nel 1926 creò il primo laboratorio per ricerche radioattive a Roma. Morì a 104 anni, dimenticato e i suoi coriandoli non furono mai brevettati.

Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.

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Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario costruita dal 1631 al 1635 e consacrata nel 1651 dal vescovo Marenzi. Su disposizioni di Giuseppe II, detto l’imperatore sacrestano, fu chiusa al culto cattolico nel 1784 e l’anno successivo venduta alla Comunità Evangelica di confessione augustana di Trieste che, non riconoscendo la venerazione dei cattolici alla Madonna, dedicò la chiesa alla Santissima Trinità. A ricordo di questo cambiamento è rimasto il fregio con dentro il triangolo e l’occhio, emblema del mistero della Santissima Trinità, sulla facciata e sull’arco del presbiterio. Nel 1869 il Comune la riacquistò destinandola a nuova cappella civica, facendo costruire in cambio la chiesa di Largo Panfili per i luterani triestini. Nel 1871 il vescovo di Trieste mons. Legat riconsacrò la chiesa e cappella civica della Beata Vergine del Rosario.
La sacrestia della Chiesa del Rosario in Androna della Torre, a fianco della chiesa. Qui, l’11 maggio 1631, il Vescovo Pompeo Coronini benedì la prima pietra della chiesa del Rosario in costruzione. Sempre lo stesso Vescovo, il 2 maggio 1641, fondò il primo Monte di Pietà che rimase attivo fino al 1769, quando fu chiusa a causa dell’infedeltà dei suoi agenti. Il monte di pietà fu poi trasferito in via Silvio Pellico. (da: biblioteche.comune.trieste)

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Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario costruita dal 1631 al 1635 e consacrata nel 1651 dal vescovo Marenzi. Su disposizioni di Giuseppe II, detto l’imperatore sacrestano, fu chiusa al culto cattolico nel 1784 e l’anno successivo venduta alla Comunità Evangelica di confessione augustana di Trieste che, non riconoscendo la venerazione dei cattolici alla Madonna, dedicò la chiesa alla Santissima Trinità. A ricordo di questo cambiamento è rimasto il fregio con dentro il triangolo e l’occhio, emblema del mistero della Santissima Trinità, sulla facciata e sull’arco del presbiterio. Nel 1869 il Comune la riacquistò destinandola a nuova cappella civica, facendo costruire in cambio la chiesa di Largo Panfili per i luterani triestini. Nel 1871 il vescovo di Trieste mons. Legat riconsacrò la chiesa e cappella civica della Beata Vergine del Rosario.
La sacrestia della Chiesa del Rosario in Androna della Torre, a fianco della chiesa. Qui, l’11 maggio 1631, il Vescovo Pompeo Coronini benedì la prima pietra della chiesa del Rosario in costruzione. Sempre lo stesso Vescovo, il 2 maggio 1641, fondò il primo Monte di Pietà che rimase attivo fino al 1769, quando fu chiusa a causa dell’infedeltà dei suoi agenti. Il monte di pietà fu poi trasferito in via Silvio Pellico. (da: biblioteche.comune.trieste)

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Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario costruita dal 1631 al 1635 e consacrata nel 1651 dal vescovo Marenzi. Su disposizioni di Giuseppe II, detto l’imperatore sacrestano, fu chiusa al culto cattolico nel 1784 e l’anno successivo venduta alla Comunità Evangelica di confessione augustana di Trieste che, non riconoscendo la venerazione dei cattolici alla Madonna, dedicò la chiesa alla Santissima Trinità. A ricordo di questo cambiamento è rimasto il fregio con dentro il triangolo e l’occhio, emblema del mistero della Santissima Trinità, sulla facciata e sull’arco del presbiterio. Nel 1869 il Comune la riacquistò destinandola a nuova cappella civica, facendo costruire in cambio la chiesa di Largo Panfili per i luterani triestini. Nel 1871 il vescovo di Trieste mons. Legat riconsacrò la chiesa e cappella civica della Beata Vergine del Rosario.
La sacrestia della Chiesa del Rosario in Androna della Torre, a fianco della chiesa. Qui, l’11 maggio 1631, il Vescovo Pompeo Coronini benedì la prima pietra della chiesa del Rosario in costruzione. Sempre lo stesso Vescovo, il 2 maggio 1641, fondò il primo Monte di Pietà che rimase attivo fino al 1769, quando fu chiusa a causa dell’infedeltà dei suoi agenti. Il monte di pietà fu poi trasferito in via Silvio Pellico. (da: biblioteche.comune.trieste)

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Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario costruita dal 1631 al 1635 e consacrata nel 1651 dal vescovo Marenzi. Su disposizioni di Giuseppe II, detto l’imperatore sacrestano, fu chiusa al culto cattolico nel 1784 e l’anno successivo venduta alla Comunità Evangelica di confessione augustana di Trieste che, non riconoscendo la venerazione dei cattolici alla Madonna, dedicò la chiesa alla Santissima Trinità. A ricordo di questo cambiamento è rimasto il fregio con dentro il triangolo e l’occhio, emblema del mistero della Santissima Trinità, sulla facciata e sull’arco del presbiterio. Nel 1869 il Comune la riacquistò destinandola a nuova cappella civica, facendo costruire in cambio la chiesa di Largo Panfili per i luterani triestini. Nel 1871 il vescovo di Trieste mons. Legat riconsacrò la chiesa e cappella civica della Beata Vergine del Rosario.
La sacrestia della Chiesa del Rosario in Androna della Torre, a fianco della chiesa. Qui, l’11 maggio 1631, il Vescovo Pompeo Coronini benedì la prima pietra della chiesa del Rosario in costruzione. Sempre lo stesso Vescovo, il 2 maggio 1641, fondò il primo Monte di Pietà che rimase attivo fino al 1769, quando fu chiusa a causa dell’infedeltà dei suoi agenti. Il monte di pietà fu poi trasferito in via Silvio Pellico. (da: biblioteche.comune.trieste)

Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.

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Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
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Trieste: Piazza Vecchia. Chiesa del Rosario.
Chiesa Parrocchiale e Cappella Civica della Beata Vergine del Rosario costruita dal 1631 al 1635 e consacrata nel 1651 dal vescovo Marenzi. Su disposizioni di Giuseppe II, detto l’imperatore sacrestano, fu chiusa al culto cattolico nel 1784 e l’anno successivo venduta alla Comunità Evangelica di confessione augustana di Trieste che, non riconoscendo la venerazione dei cattolici alla Madonna, dedicò la chiesa alla Santissima Trinità. A ricordo di questo cambiamento è rimasto il fregio con dentro il triangolo e l’occhio, emblema del mistero della Santissima Trinità, sulla facciata e sull’arco del presbiterio. Nel 1869 il Comune la riacquistò destinandola a nuova cappella civica, facendo costruire in cambio la chiesa di Largo Panfili per i luterani triestini. Nel 1871 il vescovo di Trieste mons. Legat riconsacrò la chiesa e cappella civica della Beata Vergine del Rosario.
La sacrestia della Chiesa del Rosario in Androna della Torre, a fianco della chiesa. Qui, l’11 maggio 1631, il Vescovo Pompeo Coronini benedì la prima pietra della chiesa del Rosario in costruzione. Sempre lo stesso Vescovo, il 2 maggio 1641, fondò il primo Monte di Pietà che rimase attivo fino al 1769, quando fu chiusa a causa dell’infedeltà dei suoi agenti. Il monte di pietà fu poi trasferito in via Silvio Pellico. (da: biblioteche.comune.trieste)

Trieste: Piazza Vecchia 4.

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Trieste: Piazza Vecchia 4.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Vecchia 4.
L’edificio tra Piazza Vecchia e Via delle Ombrelle sorge all’interno della zona più antica di Trieste, Cittavecchia, modificata negli anni Trenta del Novecento da pesanti interventi avviati con il progetto di sistemazione del colle di San Giusto. Tra gli immobili risparmiati dalle demolizioni rientra l’edificio con affaccio su Piazza Vecchia e Via delle Ombrelle, occupato al piano terra da un locale commerciale e ai piani superiori da abitazioni. In linea con l’antica tipologia architettonica del borgo, la struttura presenta fori finestra e bassi portali ad arco arricchiti da cornici lineari in pietra bianca d’Aurisina e capitelli.
– Via delle Ombrelle prende il nome dal fatto che vi abitò il bresciano Giacomo Malgarini, ombrellaio nel 1700. Prima di allora si chiamava Via Civrani dal nome della famiglia patrizia che aveva l’omonimo palazzo, giunta a Trieste dall’Istra nel 1500. Nella stessa via abitava pure Lorenzo de’ Basejo, membro di una delle tredici casate nobili della città.
Interessante risulta la presenza sulla facciata di Piazza Vecchia di una colonna in pietra a sezione ottagonale, con basamento e capitello, che documenta l’origine antica dell’edificio. Al 1852 risale un primo progetto di modifica sull’immobile che prevedeva l’aggiunta di un quarto piano, come testimonia la presenza in facciata di una cornice marcapiano in pietra. Nel 1913 si intervenne sull’atrio principale, eliminando l’entrata da Via delle Ombrelle, e sull’interno pianoterra per “adattamento ad uso trattoria”. (da biblioteche comune)

Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.

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Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
La costruzione del palazzo per la famiglia patrizia dei Leo risale al 1747 ed è attribuito all’architetto Giovanni Fusconi. I Leo si erano stabiliti a Trieste nel 1155 e nel 1647 divennero baroni del Sacro Romano Impero. La casata si estinse nel 1814 con la morte di Pietro Leo de Loewensberg. Dal 1772 al 1781 i Leo affittarono la casa ad André de Grasset, conte di Saint-Sauveur, Console Generale di Francia a Trieste.
Tra il 1790 e il 1795 il barone Francesco Vito de Zanchi acquistò il secondo e il terzo piano dell’edificio, mentre il resto della casa rimaneva di proprietà dei Leo. Agli inizi del Novecento il conte Laval Nugent, erede del barone de Zanchi, divenne proprietario di tutto il palazzo. Nel 1954 la contessa Margherita Nugent Laval donò l’immobile al Comune di Trieste, che lo fece restaurare nel 1998 e l’otto marzo 2001 al suo interno fu inaugurato il Civico Museo d’Arte Orientale. (da: biblioteche.comune.trieste.it) – Si racconta che il palazzo dei Leo ospitò Giacomo Casanova tra il 1772 e 1773.

Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.

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Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
La costruzione del palazzo per la famiglia patrizia dei Leo risale al 1747 ed è attribuito all’architetto Giovanni Fusconi. I Leo si erano stabiliti a Trieste nel 1155 e nel 1647 divennero baroni del Sacro Romano Impero. La casata si estinse nel 1814 con la morte di Pietro Leo de Loewensberg. Dal 1772 al 1781 i Leo affittarono la casa ad André de Grasset, conte di Saint-Sauveur, Console Generale di Francia a Trieste.
Tra il 1790 e il 1795 il barone Francesco Vito de Zanchi acquistò il secondo e il terzo piano dell’edificio, mentre il resto della casa rimaneva di proprietà dei Leo. Agli inizi del Novecento il conte Laval Nugent, erede del barone de Zanchi, divenne proprietario di tutto il palazzo. Nel 1954 la contessa Margherita Nugent Laval donò l’immobile al Comune di Trieste, che lo fece restaurare nel 1998 e l’otto marzo 2001 al suo interno fu inaugurato il Civico Museo d’Arte Orientale. (da: biblioteche.comune.trieste.it) – Si racconta che il palazzo dei Leo ospitò Giacomo Casanova tra il 1772 e 1773.

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Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
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Trieste: Via San Sebastiano 1. Palazzo dei Leo.
La costruzione del palazzo per la famiglia patrizia dei Leo risale al 1747 ed è attribuito all’architetto Giovanni Fusconi. I Leo si erano stabiliti a Trieste nel 1155 e nel 1647 divennero baroni del Sacro Romano Impero. La casata si estinse nel 1814 con la morte di Pietro Leo de Loewensberg. Dal 1772 al 1781 i Leo affittarono la casa ad André de Grasset, conte di Saint-Sauveur, Console Generale di Francia a Trieste.
Tra il 1790 e il 1795 il barone Francesco Vito de Zanchi acquistò il secondo e il terzo piano dell’edificio, mentre il resto della casa rimaneva di proprietà dei Leo. Agli inizi del Novecento il conte Laval Nugent, erede del barone de Zanchi, divenne proprietario di tutto il palazzo. Nel 1954 la contessa Margherita Nugent Laval donò l’immobile al Comune di Trieste, che lo fece restaurare nel 1998 e l’otto marzo 2001 al suo interno fu inaugurato il Civico Museo d’Arte Orientale. (da: biblioteche.comune.trieste.it) – Si racconta che il palazzo dei Leo ospitò Giacomo Casanova tra il 1772 e 1773.

Trieste: Piazza del Barbacan 2

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Trieste: Piazza del Barbacan 2
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza del Barbacan 2
L’edificio fa parte del gruppo di case costruite nel corso del primo Ottocento sull’area precedentemente occupata dal bastione medievale denominato Barbacan. Lo stabile, che prospetta piazza Barbacan e via del Trionfo, fu costruito nel 1823 dal capo mastro Giovanni Maria Comaz per Giuseppe Funch, appartenente ad una famiglia di commercianti. L’edificio presenta una planimetria di forma pentagonale irregolare. Il pianoterra è costituito da vani destinati ad attività commerciali. Il portone d’ingresso da accesso ad un androne collegato alla scala interna, conservata nella sua forma originaria, che collega tre piani adibiti a singole abitazioni e la soffitta. L’immobile, unitamente al vicino fabbricato di piazza Barbacan 3, rimangono gli unici a non aver subito sopraelevazioni e alterazioni integrali degli interni. Tuttavia, un intervento successivo ha determinato la perdita degli elementi decorativi caratterizzanti l’impronta neoclassica. Gli unici elementi originari sulla facciata rimangono la balaustra a colonnine in pietra della finestra al primo piano e l’abbaino sul tetto. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Androna San Saverio 2 e Via del Seminario 2.

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Trieste: Androna San Saverio 2 e Via del Seminario 2.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Androna San Saverio 2 e Via del Seminario 2.
L’edificio del seminario viene eretto nel 1713, su preesistenze più antiche, per volere del conte Mattia della Torre, cu si deve la dotazione di un capitale di 9.000 fiorini. L’istituto ecclesiastico per lo studio della lingua latina e per l’educazione dei giovani nobili, conosciuto anche come Seminarium Sancti Francisci Xaverii, viene aperto il 4 novembre 1713 sotto la direzione dei gesuiti. Anche dopo la soppressione dell’ordine avvenuta nel 1773, l’edificio rimane destinato all’insegnamento; qui, troviamo inizialmente le scuole ginnasiali, poi nel 1781 le scuole normali tedesche. Risale al 1836 l’apertura di un ospedale sussidiario, sostituito in seguito da una Caserma di Polizia. Il 20 agosto del 1851 l’edificio del Seminario viene acquistato dal Comune di Trieste che delibera i suo recupero al fine di collocarvi le civiche scuole popolari di Città Vecchia.
L’aspetto attuale dell’edificio è il risultato dei restauri e delle modifiche eseguite a metà Ottocento; un restauro successivo prende avvio nel 1989. Indagini di carattere archeologico effettuate a partire dal 1986 sul fondo occupato dall’edificio e dal cortile, hanno messo in evidenza una serie di strutture murarie appartenenti al tratto di mura cittadine erette da Ottaviano nel 33 a.C. I resti archeologici, opportunamente conservati, sono tuttora visibili nella parte che un tempo era occupata dal cortile dello stabile.
L’immobile presenta una pianta poligonale e si sviluppa per quattro piani fuori terra più sottotetto abitabile. Il piano terra è rivestito da intonaco grigio trattato a corsi orizzontali, mentre i piani superiori sono trattati ad intonaco di colore giallo su cui spiaccano delle fasce marcapiano leggermente aggettanti. Sul lato con affaccio su Via del Seminario si apre il portale ad arco incorniciato da conci di pietra bianca disposti a pettine, arricchito da una lastra di pietra recante l’iscrizione “CAPO SCUOLA NORMALE”. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.

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Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.
I gesuiti si stabilirono a Trieste all’inizio del XVII secolo e nel 1620 iniziarono la loro attività di insegnamento nella città giuliana. In quegli stessi anni i padri gesuiti acquistarono diversi fondi e stabili urbani al fine di ottenere lo spazio necessario all’edificazione dei loro fabbricati. Nel 1627 ebbe inizio la costruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore e dell’edificio destinato ad ospitare il collegio dei gesuiti. Un contributo importante fu quello dell’imperatore Ferdinando II che, a partire dal 1621, concesse una rendita perpetua di 600 fiorini annui per il futuro collegio. Nel 1695 il collegio era terminato. All’interno, spaziosi corridoi si alternavano a celle, i sotterranei si congiungevano con quelli della vicina chiesa. Nel 1750 nel collegio dei gesuiti fu aperta la scuola di lingua latina, grammatica e retorica e, nel 1753, la scuola di matematica e nautica. Nel 1773, a seguito della soppressione della Compagnia di Gesù, con la bolla pontificia di Papa Clemente XIV, il collegio venne dichiarato ducale. di seguito, nel 1781 l’edificio fu trasformato in caserma per i cannonieri venuti dalla Boemia. Poi, nel 1822, fu destinato a carcere criminale. L’immobile fu restaurato nel 1957. Negli anni Settanta lo stabile ospitava il convento dei Frati Minori Francescani di Santa Maria Maggiore. Attualmente l’edificio è di proprietà della Regione (da: biblioteche.comune)

Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.

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Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.
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Trieste: Via del Collegio. Il collegio dei gesuiti.
I gesuiti si stabilirono a Trieste all’inizio del XVII secolo e nel 1620 iniziarono la loro attività di insegnamento nella città giuliana. In quegli stessi anni i padri gesuiti acquistarono diversi fondi e stabili urbani al fine di ottenere lo spazio necessario all’edificazione dei loro fabbricati. Nel 1627 ebbe inizio la costruzione della chiesa di Santa Maria Maggiore e dell’edificio destinato ad ospitare il collegio dei gesuiti. Un contributo importante fu quello dell’imperatore Ferdinando II che, a partire dal 1621, concesse una rendita perpetua di 600 fiorini annui per il futuro collegio. Nel 1695 il collegio era terminato. All’interno, spaziosi corridoi si alternavano a celle, i sotterranei si congiungevano con quelli della vicina chiesa. Nel 1750 nel collegio dei gesuiti fu aperta la scuola di lingua latina, grammatica e retorica e, nel 1753, la scuola di matematica e nautica. Nel 1773, a seguito della soppressione della Compagnia di Gesù, con la bolla pontificia di Papa Clemente XIV, il collegio venne dichiarato ducale. di seguito, nel 1781 l’edificio fu trasformato in caserma per i cannonieri venuti dalla Boemia. Poi, nel 1822, fu destinato a carcere criminale. L’immobile fu restaurato nel 1957. Negli anni Settanta lo stabile ospitava il convento dei Frati Minori Francescani di Santa Maria Maggiore. Attualmente l’edificio è di proprietà della Regione (da: biblioteche.comune)

Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.

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Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.
Costruito tra il 1799 e il 1805 per volere del commerciante greco Demetrio Carciotti che si era stabilito a Trieste nel 1775, su progetto dell’architetto Matteo Pertsch (Buchhorn 1769 – Trieste 1834) . La cupola è rivestita in rame ed è ornata in cima con l’aquila napoleonica. La facciata rivolta al mare, con sei colonne ioniche, ha sopra una balaustra con sei statue dello scultore Antonio Bosa (Pove del Grappa 1780 – Venezia 1845), allievo del Canova, che rappresentano da sinistra: Portenus (il guardiano del porto romano), Thyke (protettrice dei negozianti e naviganti), Atena (protettrice della tessitura, ricorda che il proprietario era commerciante in stoffe), la Fama (dispensatrice di notizie buone e cattive), Apollo (dio dell’armonia e dell’ordine), Abundantia (con allusione al lusso del commerciante che, con rischi e lavoro, porta vantaggio anche alla città).
Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.

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Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Tre Novembre. Palazzo Carciotti.
Costruito tra il 1799 e il 1805 per volere del commerciante greco Demetrio Carciotti che si era stabilito a Trieste nel 1775, su progetto dell’architetto Matteo Pertsch (Buchhorn 1769 – Trieste 1834) . La cupola è rivestita in rame ed è ornata in cima con l’aquila napoleonica. La facciata rivolta al mare, con sei colonne ioniche, ha sopra una balaustra con sei statue dello scultore Antonio Bosa (Pove del Grappa 1780 – Venezia 1845), allievo del Canova, che rappresentano da sinistra: Portenus (il guardiano del porto romano), Thyke (protettrice dei negozianti e naviganti), Atena (protettrice della tessitura, ricorda che il proprietario era commerciante in stoffe), la Fama (dispensatrice di notizie buone e cattive), Apollo (dio dell’armonia e dell’ordine), Abundantia (con allusione al lusso del commerciante che, con rischi e lavoro, porta vantaggio anche alla città).
Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

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Costruito tra il 1799 e il 1805 per volere del commerciante greco Demetrio Carciotti che si era stabilito a Trieste nel 1775, su progetto dell’architetto Matteo Pertsch (Buchhorn 1769 – Trieste 1834) . La cupola è rivestita in rame ed è ornata in cima con l’aquila napoleonica. La facciata rivolta al mare, con sei colonne ioniche, ha sopra una balaustra con sei statue dello scultore Antonio Bosa (Pove del Grappa 1780 – Venezia 1845), allievo del Canova, che rappresentano da sinistra: Portenus (il guardiano del porto romano), Thyke (protettrice dei negozianti e naviganti), Atena (protettrice della tessitura, ricorda che il proprietario era commerciante in stoffe), la Fama (dispensatrice di notizie buone e cattive), Apollo (dio dell’armonia e dell’ordine), Abundantia (con allusione al lusso del commerciante che, con rischi e lavoro, porta vantaggio anche alla città).
Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
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Il permesso di costruzione venne dato dalla Direzione delle Fabbriche nel 1798, con la raccomandazione di attenersi alle norme di sicurezza antincendio allora in vigore. Per la costruzione del palazzo, Carciotti chiamò a Trieste l’architetto Matteo Pertsch, nato a Buchhorn sul lago di Costanza nel 1769 e dal 1790 presente a Milano, all’Accademia di Brera, dove operava, tra gli altri, Piermarini: la formazione del Pertsch avvenne in un ambiente pienamente neoclassico. Il palazzo, che subì molti cambiamenti durante la costruzione, alla quale sovrintendeva Giovanni Righetti, ha dimensioni imponenti: infatti è lungo 100 metri e largo 40. E’ in una posizione preminente, all’inizio del Canal Grande e ben visibile dal mare. Segue una tipologia architettonica che sarà molto ripetuta da scolari, quali appunto il Righetti ed Antonio Buttazzoni, e da imitatori. Il palazzo comprendeva l’abitazione del proprietario al piano nobile verso il mare, sedici abitazioni nei piani superiori ed al piano terra stalle, rimesse e diciotto magazzini.
La facciata posteriore del palazzo è coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati. Sulla trabeazione compare la scritta in lettere bronzee: DEMETRIO CARCIOTTI MDCCC, anno della fine dei lavori di quella facciata. La facciata posteriore è decorata con sei colonne ioniche chiuse da una balaustra coronata da quattro statue e da due anfore di pietra ai lati, opera dello scultore Bartolomeo Augustini.
All’interno, in cima allo scalone ci sono tre figure femminili rappresentanti la Pittura, la Scultura e l’Architettura. La sala rotonda della cupola è ornata da sedici colonne e bassorilievi raffiguranti scene tratte da Omero realizzati da Antonio Bosa e completati dalle pitture di Giuseppe Bernardino Bison (1762-1844), mentre il centro della sala è decorato dalla Gloria sul carro dell’Aurora forse opera di un certo Scala. Del Bosa sono pure le statue di Ercole e Minerva posti nell’ingresso. principale.
Originariamente, il palazzo comprendeva al piano nobile l’abitazione del proprietario, sedici appartamenti nei piani superiori e al piano terreno stalle, rimesse e diciotto magazzini.
Palazzo Carciotti fu la prima sede delle Assicurazioni Generali e fino a pochi anni fa è stata la sede della Capitaneria di Porto trasferitasi poi nell’edificio alla fine del Canale Grande, l’ex Idroscalo e sede anche della Guardia Costiera. (da: biblioteche/comune e web)

Trieste: Androna Campo Marzio.

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Trieste: Androna Campo Marzio.
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Trieste: Androna Campo Marzio.
Il complesso urbano di Androna Campo Marzio costituisce la prima area industriale di Trieste. Qui infatti, era ubicato l’originario stabilimento meccanico dell’Arsenale Marittimo del Lloyd Austriaco. La Società di Navigazione del Lloyd Austriaco fu fondata nel 1836 quale sezione marittima dell’omonima compagnia di assicurazione navale, e in breve ne divenne l’attività principale. Ben presto si profilò la necessità per il Lloyd di impiantare a Trieste un proprio Arsenale completo di officine e fonderia. In questo contesto si inserisce la figura dell’imprenditore britannico Iver Borland.
Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Androna Campo Marzio.

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Foto Paolo Carbonaio
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Il complesso urbano di Androna Campo Marzio costituisce la prima area industriale di Trieste. Qui infatti, era ubicato l’originario stabilimento meccanico dell’Arsenale Marittimo del Lloyd Austriaco. La Società di Navigazione del Lloyd Austriaco fu fondata nel 1836 quale sezione marittima dell’omonima compagnia di assicurazione navale, e in breve ne divenne l’attività principale. Ben presto si profilò la necessità per il Lloyd di impiantare a Trieste un proprio Arsenale completo di officine e fonderia. In questo contesto si inserisce la figura dell’imprenditore britannico Iver Borland.
Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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Borland, giunto a Trieste nel 1815, investì ingenti capitali tra il 1835 e il 1838 per l’acquisto di terreni siti nel comune censuario di Chiarbola inferiore. Divenuto titolare della proprietà, egli propose al Lloyd la costruzione a proprie spese dell’arsenale Marittimo, che poi avrebbe ceduto in locazione decennale alla Società di Navigazione. Nel 1838 Borland raggiunse l’accordo con il Lloyd e ottenne dall’Ispezione Edile Civile il permesso per la fabbricazione di magazzini destinati a deposito, officina e fonderia. Il gruppo più antico dei magazzini, costruiti sul lato sinistro dell’Androna, furono realizzati a partire dal 1838 e portati a termine entro pochi anni, in quanto presenti già nelle mappe del 1842.
Il fallimento di Iver Borland, con la messa all’asta di tutti i suoi possedimenti tra il 1844 e il 1846, e la guerra del 1848-1849, che indusse gli Austriaci a concentrare a Trieste tutta l’attività relativa alla Marina Militare, decretarono il progressivo spostamento dell’attività siderurgiche da Campo Marzio verso aree della città più suscettibili di espansione. Conseguentemente gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, realizzati tra il 1852 e il 1854, furono progettati, non più per ospitare attività siderurgiche ma per attività di servizio, come evidenziato anche dalla diversa strutturazione rispetto ai fabbricati del lato opposto.
I fabbricati ubicati sul lato sinistro dell’Androna Campo Marzio, e corrispondenti agli attuali numeri civici 4, 6, 8 e 12 sono legati dall’adozione di un medesimo linguaggio architettonico: muratura perimetrale a grossi blocchi di arenaria e piano terra scandito internamente da pilastri a croce supportanti archi incrociati. La suddivisone dello spazio interno, con grandi arcate a croce, permetteva di ottenere spazi estesi da destinarsi a magazzini e attività produttive. Gli edifici, che non raggiungono altezze superiori ai 15 metri, corrispondenti a un pianoterra e due piani superiori, sono contigui sui due lati, con copertura a falda e manto in coppi. L’edificio identificabile con il civico 4-6 è nobilitato da un portale ad arco d’ispirazione classica con pilastri supportanti la trabeazione decorata con triglifi. Gli edifici costruiti sul lato destro dell’Androna, corrispondenti agli attuali numeri civici 1 e 11, sono caratterizzati da mura perimetrali a blocchi lapidei e strutture interne metalliche con piastrini in ghisa a sezione circolare. Anche le strutture orizzontali, realizzate con travi in legno nei magazzini del lato opposto, qui sono in metallo. La copertura è realizzata a capriate in legno e le forometrie di facciata sono circolari, rettangolari e arcuate. La facciata dell’edificio n. 11 si conclude con un timpano, in origine ornato con un bassorilievo. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste. Il porticciolo di Cedas.

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Trieste. Il porticciolo di Cedas.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste. Il porticciolo di Cedas.
Il porticciolo di Cedas ha origini romane: era più ampio dell’attuale e poteva ospitare non meno di 60 legni minori. E’ stato costruito sopra ad un antico molo romano, ora scomparso, ma molto ben descritto da Ireneo della Croce, storico triestino del XVII secolo, e da Pietro Kandler, studioso ottocentesco. A monte del porticciolo attuale furono ritrovati alcuni resti di una villa risalente alla seconda metà del secondo secolo d.C. Tutta la zona divenne più tardi proprietà della famiglia Conti che dal luogo trasse nel 1650 il suo predicato nobiliare. La loro villa, ora di proprietà Janesich, fu particolarmente cara a Giusto Conti per la particolare salubrità che egli attribuiva al luogo, rimasto indenne dal contagio durante le epidemie di colera che infierirono a Trieste nel 1836, 1849 e 1855. Tre cippi, ancora esistenti, testimoniano con altrettante epigrafi la sua gratitudine. In prossimità della villa sorgeva nell’800 la batteria di cannoni di Cedas.
Aveva un corpo di guardia fisso ospitato nella robusta casa in arenaria ubicata all’altezza del porto, che venne donato alla città nel 1885 come testimonia una lapide murata all’estremità del suo braccio maggiore.

Trieste: Riva Nazario Sauro 8. Casa Vucetich.

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Trieste: Riva Nazario Sauro 8. Casa Vucetich.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Nazario Sauro 8. Casa Vucetich.
Nel 1825 il commerciante in granaglie Michele Vucetich fece costruire il palazzo in base al progetto firmato da Antonio Buttazzoni, sull’area del borgo Giuseppino che allora si chiamava riva dei Pescatori. L’edificio è in stile neoclassico e si ispira a Palazzo Carciotti di Matteo Pertsch, di cui Buttazzoni era stato allievo. Si inserisce perfettamente nel contesto edilizio delle coeve edificazioni del fronte a mare del Borgo Giuseppino. Nel 1956 sono state apportate delle modifiche alle porte ed alle finestre del pianterreno. Il palazzo fu venduto dal figlio di Michele Vucetich al conte Muratti. Divenne in seguito sede di diverse società di navigazione, tra cui la “Istria Trieste”, la “Libera Triestina” e la “Società Adriatica di Navigazione”. Attualmente palazzo Vucetich ospita alcuni uffici della Regione. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Riva Nazario Sauro 6. Casa Ivanovich.

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Trieste: Riva Nazario Sauro 6. Casa Ivanovich.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Riva Nazario Sauro 6. Casa Ivanovich.
Edificio posto tra Riva Nazario Sauro, Via dell’Annunziata e Via Cadorna, fa parte di un gruppo di edifici prospicienti Riva Nazario Sauro costruiti tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, nel corso di una fase di forte espansione del Borgo Giuseppino interessato da un progetto di ampliamento delle rive. L’edificio in esame s’inserisce in tale complesso architettonico caratterizzato dall’adesione a motivi neoclassici, che determinano un “effetto di parete continua” sul mare (Firmiani, 1989). L’edificio viene realizzato nel 1825 su progetto dell’architetto Valentino Valle, per volere del conte Matteo Ivanovich. Nel palazzo sono state ospitate due note personalità triestine, il letterato Alberto Boccardi e l’avvocato nonché consigliere municipale Felice Venezian, eminente figura del movimento irredentista triestino nel periodo della dominazione austriaca. Nel 1937 la casa viene acquistata dalla Società di Navigazione Carlo Martinolich S. p. A.. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.

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Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Casa Liberty del 1901 – tra viale XX Settembre e via Domenico Rossetti – Progetto dell’architetto Eugenio Geiringer. La casa nei primi anni del 1900 ospitava il famoso Caffè Secesion.

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Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Casa Liberty del 1901 – tra viale XX Settembre e via Domenico Rossetti – Progetto dell’architetto Eugenio Geiringer. La casa nei primi anni del 1900 ospitava il famoso Caffè Secesion.

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Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Casa Liberty del 1901 – tra viale XX Settembre e via Domenico Rossetti – Progetto dell’architetto Eugenio Geiringer. La casa nei primi anni del 1900 ospitava il famoso Caffè Secesion.

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Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 32. Casa Agnani.
Casa Liberty del 1901 – tra viale XX Settembre e via Domenico Rossetti – Progetto dell’architetto Eugenio Geiringer. La casa nei primi anni del 1900 ospitava il famoso Caffè Secesion.

Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.

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Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.
L’immobile, noto con la denominazione di Casa Marin (scultore noto per i suoi monumenti funebri), è stato costruito nel 1905 su progetto degli architetti Ruggero e Arduino Berlam. Si trova verso la fine di Viale XX Settembre, già Via dell’Acquedotto, poiché in quella zona passava un tratto dell’acquedotto romano.
L’edificio è realizzato in stile eclettico. In particolare, nel decreto di vincolo della Soprintendenza il fabbricato viene definito: “pregevole per l’eleganza e lo slancio della facciata principale, ricca di fregi e modanature e la finestratura eclettica”. Il vincolo è limitato alla facciata principale.
L’edificio presenta una pianta poligonale irregolare e un unico affaccio, prospettante Viale XX Settembre. E’ costituito da pianoterra e cinque piani superiori.
La superficie della facciata è trattata a finto bugnato liscio ad intonaco color rosa salmone.
La zoccolatura è in bugnato rustico in rilievo. Le finestre del pianoterra hanno l’architrave sostenuto da mensoline e sono sormontate da lunetta cieca e ghiera con motivi geometrici.
Il portale d’ingresso ripete lo schema delle finestre, ma la lunetta è traforata e le mensole che sostengono l’architrave sono sostituite da teste di donna.
Le finestre del piano nobile sono caratterizzate da balaustre sorrette da colonnine e da archi incassati a tutto sesto. Al centro si apre un balcone con balaustra a colonnine.
Anche le finestre del terzo piano sono ad arco incassato, mentre quelle del piano superiore sono rettangolari, ma collegate fra loro da cornici e sormontate da fregi decorativi.
L’edificio termina all’ultimo piano con un loggiato di esili colonne e con un largo fregio sotto la linda del tetto.
Due mascheroni raffiguranti volti femminili sostengono l’architrave del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.

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Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.
L’immobile, noto con la denominazione di Casa Marin (scultore noto per i suoi monumenti funebri), è stato costruito nel 1905 su progetto degli architetti Ruggero e Arduino Berlam. Si trova verso la fine di Viale XX Settembre, già Via dell’Acquedotto, poiché in quella zona passava un tratto dell’acquedotto romano.
L’edificio è realizzato in stile eclettico. In particolare, nel decreto di vincolo della Soprintendenza il fabbricato viene definito: “pregevole per l’eleganza e lo slancio della facciata principale, ricca di fregi e modanature e la finestratura eclettica”. Il vincolo è limitato alla facciata principale.
L’edificio presenta una pianta poligonale irregolare e un unico affaccio, prospettante Viale XX Settembre. E’ costituito da pianoterra e cinque piani superiori.
La superficie della facciata è trattata a finto bugnato liscio ad intonaco color rosa salmone.
La zoccolatura è in bugnato rustico in rilievo. Le finestre del pianoterra hanno l’architrave sostenuto da mensoline e sono sormontate da lunetta cieca e ghiera con motivi geometrici.
Il portale d’ingresso ripete lo schema delle finestre, ma la lunetta è traforata e le mensole che sostengono l’architrave sono sostituite da teste di donna.
Le finestre del piano nobile sono caratterizzate da balaustre sorrette da colonnine e da archi incassati a tutto sesto. Al centro si apre un balcone con balaustra a colonnine.
Anche le finestre del terzo piano sono ad arco incassato, mentre quelle del piano superiore sono rettangolari, ma collegate fra loro da cornici e sormontate da fregi decorativi.
L’edificio termina all’ultimo piano con un loggiato di esili colonne e con un largo fregio sotto la linda del tetto.
Due mascheroni raffiguranti volti femminili sostengono l’architrave del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.

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Trieste: Viale XX Settembre 68. Casa Marin.
L’immobile, noto con la denominazione di Casa Marin (scultore noto per i suoi monumenti funebri), è stato costruito nel 1905 su progetto degli architetti Ruggero e Arduino Berlam. Si trova verso la fine di Viale XX Settembre, già Via dell’Acquedotto, poiché in quella zona passava un tratto dell’acquedotto romano.
L’edificio è realizzato in stile eclettico. In particolare, nel decreto di vincolo della Soprintendenza il fabbricato viene definito: “pregevole per l’eleganza e lo slancio della facciata principale, ricca di fregi e modanature e la finestratura eclettica”. Il vincolo è limitato alla facciata principale.
L’edificio presenta una pianta poligonale irregolare e un unico affaccio, prospettante Viale XX Settembre. E’ costituito da pianoterra e cinque piani superiori.
La superficie della facciata è trattata a finto bugnato liscio ad intonaco color rosa salmone.
La zoccolatura è in bugnato rustico in rilievo. Le finestre del pianoterra hanno l’architrave sostenuto da mensoline e sono sormontate da lunetta cieca e ghiera con motivi geometrici.
Il portale d’ingresso ripete lo schema delle finestre, ma la lunetta è traforata e le mensole che sostengono l’architrave sono sostituite da teste di donna.
Le finestre del piano nobile sono caratterizzate da balaustre sorrette da colonnine e da archi incassati a tutto sesto. Al centro si apre un balcone con balaustra a colonnine.
Anche le finestre del terzo piano sono ad arco incassato, mentre quelle del piano superiore sono rettangolari, ma collegate fra loro da cornici e sormontate da fregi decorativi.
L’edificio termina all’ultimo piano con un loggiato di esili colonne e con un largo fregio sotto la linda del tetto.
Due mascheroni raffiguranti volti femminili sostengono l’architrave del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

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L’edificio è realizzato in stile eclettico. In particolare, nel decreto di vincolo della Soprintendenza il fabbricato viene definito: “pregevole per l’eleganza e lo slancio della facciata principale, ricca di fregi e modanature e la finestratura eclettica”. Il vincolo è limitato alla facciata principale.
L’edificio presenta una pianta poligonale irregolare e un unico affaccio, prospettante Viale XX Settembre. E’ costituito da pianoterra e cinque piani superiori.
La superficie della facciata è trattata a finto bugnato liscio ad intonaco color rosa salmone.
La zoccolatura è in bugnato rustico in rilievo. Le finestre del pianoterra hanno l’architrave sostenuto da mensoline e sono sormontate da lunetta cieca e ghiera con motivi geometrici.
Il portale d’ingresso ripete lo schema delle finestre, ma la lunetta è traforata e le mensole che sostengono l’architrave sono sostituite da teste di donna.
Le finestre del piano nobile sono caratterizzate da balaustre sorrette da colonnine e da archi incassati a tutto sesto. Al centro si apre un balcone con balaustra a colonnine.
Anche le finestre del terzo piano sono ad arco incassato, mentre quelle del piano superiore sono rettangolari, ma collegate fra loro da cornici e sormontate da fregi decorativi.
L’edificio termina all’ultimo piano con un loggiato di esili colonne e con un largo fregio sotto la linda del tetto.
Due mascheroni raffiguranti volti femminili sostengono l’architrave del portale d’ingresso. (da: biblioteche.comune.trieste.it)

Trieste: Via San Giorgio 5. Casa Basevi.

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Trieste: Via San Giorgio 5. Casa Basevi.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Via San Giorgio 5. Casa Basevi.
Edificio primo Liberty realizzato nel 1892 su progetto dell’ingegnere Eugenio Geiringer. Tra Via San Giorgio e Via Diaz, in Borgo Giuseppino.

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Edificio primo Liberty realizzato nel 1892 su progetto dell’ingegnere Eugenio Geiringer. Tra Via San Giorgio e Via Diaz, in Borgo Giuseppino.

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Edificio primo Liberty realizzato nel 1892 su progetto dell’ingegnere Eugenio Geiringer. Tra Via San Giorgio e Via Diaz, in Borgo Giuseppino.

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Edificio primo Liberty realizzato nel 1892 su progetto dell’ingegnere Eugenio Geiringer. Tra Via San Giorgio e Via Diaz, in Borgo Giuseppino.