Trieste: piazza del Ponterosso con mercato

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Piazza del Ponterosso con mercato. 
Foto da lastra, collezione Sergio Sergas

Sulla piazza del Ponterosso si sviluppava un vivacissimo mercato di frutta, verdure, fiori, pollame, selvaggina, pesci e tanto altro ancora. Una confusione colorata di tende cesti e bancarelle. Non mancavano i pappagalli su trespoli e gli uccelli chiusi in gabbie di legno o come in questo caso le scimmie che sollecitavano la curiosità di grandi e bambini. (Margherita Tauceri)

Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.

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Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
Inizialmente nella Piazza Ponterosso , come testimonia la cartografia dell’epoca, era prevista la costruzione di due fontane divise dalla Contrada del Ponterosso (attuale via Roma) . Per questioni economiche venne realizzata solo una . Il progetto della seconda fontana sarà utilizzato, un paio d’ anni dopo, per la vasca della fontana del Nettuno, ora in Piazza della Borsa. Nel 1753 ad opera di Giovanni Mazzoleni fu eretta la fontana nota con il nome di ” Giovanin del Ponterosso” Si pensa che il nome derivi dal fatto che le acque della fontana provenivano dall’ acquedotto di San Giovanni. Il puttino fu posto solo nel 1761 ad opera dello scultore Tedesco Giovanni Carlo Wagner. La fontana è di gusto barocco, con la parte centrale piuttosto articolata, con una rigogliosa vegetazione di pietra, l’acqua della grande conchiglia esce attraverso i tre mascheroni ricadendo nelle conche sottostanti e sgorga a getto continuo dai telamoni scivolando nella vasca principale. Le venderigole della piazza in occasione della festa di San Giovanni , il 24 giugno, ricoprivano Giovanin con ghirlande di fiori. Nel 1947 la fontana è stata restaurata dallo scultore triestino Ruggero Rovan. (da: trieste-di-ieri-e-di-oggi.it)

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Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
Foto Paolo Carbonaio
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Inizialmente nella Piazza Ponterosso , come testimonia la cartografia dell’epoca, era prevista la costruzione di due fontane divise dalla Contrada del Ponterosso (attuale via Roma) . Per questioni economiche venne realizzata solo una . Il progetto della seconda fontana sarà utilizzato, un paio d’ anni dopo, per la vasca della fontana del Nettuno, ora in Piazza della Borsa. Nel 1753 ad opera di Giovanni Mazzoleni fu eretta la fontana nota con il nome di ” Giovanin del Ponterosso” Si pensa che il nome derivi dal fatto che le acque della fontana provenivano dall’ acquedotto di San Giovanni. Il puttino fu posto solo nel 1761 ad opera dello scultore Tedesco Giovanni Carlo Wagner. La fontana è di gusto barocco, con la parte centrale piuttosto articolata, con una rigogliosa vegetazione di pietra, l’acqua della grande conchiglia esce attraverso i tre mascheroni ricadendo nelle conche sottostanti e sgorga a getto continuo dai telamoni scivolando nella vasca principale. Le venderigole della piazza in occasione della festa di San Giovanni , il 24 giugno, ricoprivano Giovanin con ghirlande di fiori. Nel 1947 la fontana è stata restaurata dallo scultore triestino Ruggero Rovan. (da: trieste-di-ieri-e-di-oggi.it)

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Foto Paolo Carbonaio
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Foto Paolo Carbonaio
Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
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Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
Foto Paolo Carbonaio
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Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
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Trieste: Piazza Ponterosso. Giovanin del Ponterosso.
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Il Castelliere di Besovizza

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Il Castelliere di Besovizza

 

Ancora più selvaggio e rupestre é l’aspetto del castelliere, che sovrasta al villaggio di Besovizza (T. VII, f. 1). Anche questo é semicircolare, giacendo al margine d’un terrazzo, possiede però duplice vallo, di cui l’interno assai forte, alto 1 a 2 metri e largo 10 a 30, l’esterno debole e male conservato, alto appena mezzo metro e largo circa 6. Nell’interno, lungo 350 metri, vedesi a sud-ovest un allargamento a foggia di tumolo, alto 2.5 metri Una particolarità interessante di questo castelliere, che finora non incontrai in alcun altro, consiste nello schermo della porta, ch’era difesa da due muri paralleli, grossi 1,20 metri, i quali lasciano tra di loro uno spazio di 6 metri, decorrendo a semicerchio dal vallo interno all’esterno ed anzi ancora un po’ oltre allo stesso. Presso a questo ingresso cosi protetto, sonvi tre muri, che dividono trasversalmente lo spazio tra i due valli, alla distanza di 10 a 25 metri tra di loro. Lo spazio inchiuso nella cinta interna é per un tratto di 30 metri piano, fortemente declive per 40 e limitato anch’ esso da pareti che scendono a perpendicolo sul terrazzo inferiore. In queste si aprono parecchie grotte, di cui alcune con tracce di antiche abitazioni.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere del villaggio di Lonche

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Il Castelliere del villaggio di Lonche

 

Immediatamente di faccia, sopra una elevazione un po’ più bassa (448 metri), trovasi un altro castelliere di piccole dimensioni (T. VI, f. 7). Giacendo al margine del terrazzo, come parecchi dei seguenti, non é completo, ma dal lato di sud-ovest é bruscamente dimezzato dal precipitare della roccia sul terrazzo sottoposto, alla cui base si adagia il villaggio di Lonche. E’ naturale che da questo lato vi manchi ogni opera di difesa, rendendosi sufficiente un vallo semicircolare per munirlo dalle altre parti. Questo é assai robusto, alto tuttora 2 a 3 metri e largo 10 a 25, nel cui centro si scorge un muro della grossezza di 1,75 metri. La sua lunghezza totale é di 180 metri. Lo due porte d’accesso apronsi, come nella maggior parte de’ castellieri di questa specie, presso al margine del terrazzo.

Quantunque a pochissima distanza dal precedente e fabbricato sopra un terreno della stessa formazione geognostica, il suo aspetto é del tutto diverso. Mentre quello é totalmente ricoperto da una vegetazione lussureggiante, specialmente di papiglionacee, questo si presenta triste e selvaggio, scomparendo il terriccio sotto alle infinite pietre ond’ é ricoperto il terreno. La sua vegetazione é di conseguenza assai misera e consta quasi esclusivamente di Festuca ovina L. e di Stipa pennata L. frammista ai grigi cespiti dell’Elicriso (Helichrysum angustifolium DC.), carattere comune anche ai due altri castellieri del terrazzo sottostante, di cui si dirà qui appresso. Causa di questa diversità sì inarcata é il pascolo delle innumerevoli greggi di ovini, che in esso vanno brucando ogni filo d’erba. E ciò che avviene in questo castelliere ha luogo in quasi tutta la circostante regione e giù giù per molte miglia attraverso buona parte dell’Istria centrale. Così l’imprevidenza ed il mal governo, che da secoli prevalgono nel nostro paese e pur troppo non accennano a cessare, hanno ridotto in un deserto di sassi le nostre già fertili terre. Dall’un lato l’ignoranza più crassa e la susseguente fatale indolenza, dall’altro l’incuria di chi con energici provvedimenti dovrebbe apportarvi un rimedio radicale, abbandonando invece alla rovina estesi territori, che giornalmente si fanno più sterili ed in breve non daranno più nemmeno lo scarso alimento alle greggi all’amate.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Madonna della Neve

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Il Castelliere di Madonna della Neve

 

Migliore stato di conservazione presenta il castelliere che incorona un monte di 465 metri, a mezzogiorno di Cernotich, e che dalla cappella tuttora esistente, ebbe il nome di Madonna della Neve (T. VI, f. 6). La sua cinta di circa 620 metri, con un bel ripiano circolare di 8 a 15 metri, possiede un vallo robusto, alto 1 a 2 metri e largo 10 a 15, che cominciando presso alla vetta scende pel fianco volto a meriggio, ove diviene più debole. Se ne é conservato per una lunghezza di 420 metri e manca dalla parte di settentrione e ponente, ove il pendio é più ripido e roccioso. Grazie all’ abbondantissimo terriccio nero, la maggior parte della sua area venne ridotta a prato.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Hradisce di Cernical

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Il Castelliere di Hradisce di Cernical

 

Più importante era quello che tuttora porta il nome di Hradisce (T. VI, f. 5), a triplice cinta parzialmente conservata, della circonferenza di circa 300 metri; se anche in seguito alle influenze atmosferiche l’intero monte venne trasformato in un ammasso di rocce corrose e dentellate per modo, che si dura fatica a persuadersi come mai esseri umani vi abbiano potuto dimorare. Eppure i numerosi cocci preistorici sono là a testimoniarci la loro antica esistenza, dimostrandoci in pari tempo quanti mutamenti e quanto profondi, ebbe a subire il nostro paese nel corso de’ lunghi secoli da allora trascorsi. Denudati i nostri monti del loro manto di selve, flagellati dalle pioggie che dilavarono le loro pendici, esposti alle brusche differenze di temperatura, che facevano screpolare e sminuzzare le rocce, seminando la superfice de’ loro frammenti aguzzi, percossi dal turbinare del vento ch’ asportava gli ultimi residui di terriccio, non é difficile a comprendere come intenso divenisse il processo di corrosione del nostro altipiano calcare ed a quali alterazioni andasse soggetto.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere del Monte Hrib

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Il Castelliere del Monte Hrib

 

Di faccia a questo, sul monte Hrib se ne trova un altro, anch’ esso non grande, misurando 300 metri di circonferenza, e molto deteriorato.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere di Castelz

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Il Castelliere di Castelz

 

Ma anche a mezzogiorno di S. Servolo noi ritroviamo numerosi castellieri. Uno, di minuscole dimensioni, quasi del tutto scomparso, giace sulla roccia isolata che s’alza al di sopra di Castelz, d’onde forse questo villaggio trasse il suo nome.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.


Il Castelliere del Monte d’Oro

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Il Castelliere del Monte d'Oro

 

All’incontro, perché rimasto incolto, egregiamente si conservò il castelliere del M. d’Oro sopra un lungo dorso che sporge verso la valle di Ospo (T. VI, f. 4). Di forma elittica, la sua cinta misura 300 metri di circonferenza ed é quasi piano, eccetto un piccolo cocuzzolo di circa 6 metri d’altezza, nel quale si veggono tracce di costruzioni posteriori. Dal lato di nord-est ove si annoda alla continuazione del dosso ed ove erano necessarie speciali opere fortificatorie, causa la mancanza di declivio, il vallo ci si presenta per una lunghezza di 85 metri, quale un enorme ammasso di sfasciume, alto 4 a 5 metri e largo 16, che deve la sua origine alla distruzione di un muro della grossezza di 1,50 metri.

Il resto della cinta, che per il ripido pendìo non richiedeva d’esser munita sì validamente, possedeva un muro meno alto, per la massima parte ora distrutto. Il castelliere é ricoperto da rigogliosa vegetazione, sicché i cocci non sono visibili che al vallo e nei lunghi declivi denudati. Alla distanza di 320 metri trovansi sul pianoro numeroso rovine provenienti da antichi edifizi.

Tratto da: Carlo de Marchesetti, I castellieri preistorici di Trieste e della regione Giulia, in Atti del Museo civico di Storia naturale, Trieste 1903.